Petunia non olet

Il prologo di questa storia inizia con una voce fuori scena che cita attori diversi da quelli degli atti seguenti, metaforicamente uniti da un fiore. Nell’agosto del 2014 ho fotografato una serie di vasi sponsorizzati da una multinazionale sementiera in genere malvista da un certo pubblico, che abbellivano i dehors di una GDO gastronomica in genere benvista da quello stesso certo pubblico. L’immaginario di questo apparente contrasto, unito al colore del vaso, si prestava al gioco di parole che ora campeggia su questo post. Fine prologo, il sipario si apre.

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Nel primo atto restano le petunie e compaiono gli attori veri. In Finlandia, nell’inverno del 2017, un ricercatore esperto in pigmenti vegetali nota tra i vasi che decorano la stazione ferroviaria di Helsinki delle petunie dai fiori arancioni, che non tornano con la sua esperienza: le corolle di queste piante non possiedono infatti pigmenti giallo-arancio ma solo bianco-verdastri o in varie sfumature tra il blu e il lilla. Ricorda di aver letto in passato un articolo sulla possibile modificazione genetica delle petunie stesse e ne parla con un suo ex studente, che ora lavora per un ente di controllo governativo. Lo studente, incuriosito, fa due più due e scopre che si tratta di petunie geneticamente modificate per produrre un pigmento non molto diverso da quelli già presenti nelle petunie lilla ma in grado di impartire una tonalità salmone, lo stesso che colora di rosso-arancio i gerani. Fine del primo atto, intervallo.

Nel secondo atto restano in scena le petunie arancioni e l’ente di controllo finlandese, che avvisa la UE e le autorità americane dell’anomalia. Si scopre che le petunie arancioni, pur commercializzate da molti anni e da molti produttori diversi tra loro in mille varietà e nomi (qui solo quelle vendute sul mercato britannico) e pur apprezzate da un pubblico sempre avido di novità eccentriche, non hanno mai seguito il corretto iter di autorizzazione. Anche a causa di diversi passaggi di mano delle aziende che hanno fatto partire questo piccolo business, nessuno si è mai premurato di richiedere le dovute autorizzazioni e nessuno, neppure tra gli appassionati di giardinaggio, si è mai chiesto come fosse possibile avere petunie salmonate. Non si tratta di un’operazione impossibile: già esiste il permesso alla vendita di garofani blu in Europa, a patto che siano venduti recisi e non siano coltivati sul territorio europeo (una norma che, come molte altre in questo ambito, presenta un alto tasso di ipocrisia e che, ironia genetica prevede l’impiego di un gene che produce un pigmento blu… nelle petunie!). Insomma, le petunie salmonate finiscono burocraticamente fuorilegge. Fine del secondo atto, intervallo.

Nell’atto finale restano sul palco le petunie arancioni assieme alle autorità americane ed europee (e britanniche, ché nel frattempo c’è stata la brexit), le quali ordinano a vivaisti e fiorai la distruzione totale degli stock di petunie, ma fanno sapere che le piante già vendute possono essere tranqillamente tenute dai legittimi proprietari nelle aiuole e sui balconi, perché non pongono alcun problema per l’uomo o per l’ambiente. Tutte quelle ancora invendute devono essere “bruciate, bollite in autoclave, seppellite, compostate o seppellite”. Sipario, tutti fuori dal teatro.

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In loggione si commenta lo spettacolo e nascono gli immancabili due partiti. Alcuni si chiedono quale sia la necessità di produrre petunie arancioni quando la gamma cromatica naturale è già ampia e variegata. In fondo, dicono quelli schierati alla mia sinistra, applicare una tecnologia simile per una mera vanità rappresenta non solo uno spreco dell’ingegno umano ma anche un caso in cui il rapporto rischio/beneficio, valido ad esempio per gli alimenti, è sbilanciato. Le voci alla mia destra la vedono invece diversamente: se la tecnologia c’è perché non usarla e se il consumatore ha apprezzato le petunie arancioni e le ha acquistate in massa significa che l’idea era giusta. Piuttosto, si chiedono, è poco chiaro come e perché, in un modo di segreti industriali gelosamente custoditi, tante aziende contemporaneamente si siano messe ad usare la stessa tecnologia senza difenderla con brevetti, consentendo ad altri di concorrere.

Tutti e due i partiti notano che la distruzione per cause burocratiche rappresenta solo un ostacolo temporale, poiché una volta ottenuto un permesso analogo a quello dei garofani il prodotto potrebbe tornare in commercio. Nel frattempo c’è il potenziale del Gronchi rosa e l’opzione casalinga. La strage delle innocenti riguarda infatti solo le piante commerciali, non quelle di proprietà privata: chi vuole può propagare le sue petunie salmonate e farne sfoggio, facendo morire d’invidia il vicino che non potrà mai possederle. Oppure venderle sottobanco a caro prezzo, diffondendo così quel profumo che alimenta il successo di questo commercio.

 

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Il muschio selvaggio e il cadmio nell’aria di Portland, Oregon (gonzo style).

Una sera di molti anni fa, su un’isola greca, ho bevuto una birra con un signore belga completamente matto. Ma matto-matto, oltre ogni dubbio basagliano. Non ha fatto altro, mentre tentavo invano di svicolare dalla sua morsa verbale con la destrezza sociale di un bradipo zoppo, che raccontarmi della sua grande, irrefrenabile e sconfinata passione per i muschi con un afflato pari solo al suo simmetrico disprezzo per la tecnologia. Venti minuti di vibrante elegia briofitica, inframezzata da invettive contro telefonini, computer, strumenti, apparecchiature di ogni ordine e grado, dalla macchina di Anticitera fino al navigatore satellitare passando per i sincrotroni. A dirla tutta ci ho messo più di un attimo per dare un contorno preciso all’oggetto di quell’entusiasmo feticista, perché di primo acchito la pronuncia strascicata mi aveva persuaso che stesse parlando di mussels e non di mosses, ovvero di cozze e non di muschi.

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A suo dire e al contrario delle diavolerie moderne, queste piantine minuscole rappresentano il non plus ultra per chi ambisce a un passatempo elusivo, esclusivo e leale: nessuno le distingue anche se prosperano ovunque, per osservarle tocca ravanare cinghialeschamente il suolo armati di lente, hanno un ciclo vitale che non prevede gli stucchevoli fiori e infine la gente comune se ne ricorda solo a dicembre, quando parte la caccia per circondare culla, bue e asinello di un improbabile prato verde, dove nascono speranze e bambinelli. I muschi, insomma, sarebbero una vera cornucopia di emozioni, una fucina di frisson mille volte superiore a quel “plestic verld” vacanziero che a suo dire offriva solo birre scadenti, luci stroboscopiche e rimbombo di umanità berciante. Purtroppo, raccontava stizzito, era prigioniero di quell’odiosa isola greca inaridita dal sole e dal meltemi, un luogo pressoché sprovvisto del suo vegetale del cuore. Agitando la lattina di birra spiegava al mondo (cioè a me) che lui era lì solo perché quella megera della moglie lo aveva costretto col ricatto ma, per il tallo di mille briofite, fosse stato libero di scegliere avrebbe razzolato le ferie con gli amici scialafili in qualche sottobosco, a caccia di muschi invisibili ai più.

Ricordo di averlo ascoltato in silenzio a lungo, pensando all’imperscrutabilità di certi coniugi e accompagnando l’eloquio col tipico cenno del capo e delle sopracciglia, vago ma solidale, che si riserva ai disturbati durante i passaggi più salienti dei loro deliri. Fino a quando, scolato l’ultimo goccio di birra, gli comunicai che si era fatta una certa, rientrando spedito e sollevato nei ranghi dell’umanità stroboscopica e rimbombante, mai apparsa così morbida e accogliente. Con la consueta destrezza sociale del bradipo zoppo di cui sopra e con un jet lag di un decennio buono, oggi ho messo a fuoco un punto su cui, anche solo per pura cortesia missionaria, avrei potuto imbastire un minimo sindacale di conversazione. Munitevi di birra e andiamo dal Dodecanneso a Portland, Oregon.

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Anche oggi abbiamo sforato, che si fa? Portland, Oregon, condivide con l’Egeo poco più che qualche immigrato: greci alla conquista del West armati di gyros che si lamentano del clima e qualche anziano boscaiolo volato in senso opposto per scaldare le ossa e respirare aria di mare, grazie a quel pacchetto giusto di azioni comprate ai tempi di Reagan. Con l’eccezione di Demetrios Gatziolis, greco d’origine ma ricercatore tra le foreste della West Coast, nessuna di queste categorie sa che nella ridente città di Portland, Oregon, famosa per il profumo del luppolo (la Willamette Valley è un luogo cult per il mondo delle birre artigianali) e per quello delle rose (ogni anno ne fanno una splendida parata), nel 2013 si è vissuto uno di quei piccoli ma non trascurabili grattacapi tipici del mondo urbanizzato. Dopo aver legiferato una serie di limiti stringenti sulla qualità dell’aria, negli uffici del Department of Environmental Quality (DEQ) di Portland, Oregon hanno iniziato ad accumularsi numeri poco lusinghieri. Per alcuni metalli pesanti come cadmio e arsenico, assai meno salubri dell’aroma di luppolo e del profumo delle rose, i valori respirati dai cittadini erano regolarmente da tre a sei volte oltre le soglie. Me li vedo, il tecnico del DEQ di Portland, Oregon e Demetrios Gatziolis dell’U.S. Forest Service che si scambiano opinioni sulla faccenda con aria perplessa davanti a una bella tazza di beverone fumante al gusto di caffè.

Anche oggi abbiamo sforato, che si fa? Lo avvisi tu l’ufficio del sindaco? Lo sai che ci tiene alla classifica delle città più vivibili al mondo e questa faccenda è un casino. L’anno scorso eravamo al quarantesimo posto e ci vuole fare campagna elettorale.

Tanto so già la risposta: scoprite da dove vengono arsenico e cadmio e poi vediamo. Mica possiamo paralizzare la città con notizie vaghe.

Maledizione, la fanno semplice loro. Come pensano che si possa fare! Abbiamo solo una centralina fissa e due mobili, da spostare su una superficie di oltre 200 chilometri quadrati. Per trovare la sorgente ci vorrà una vita!

E se nel frattempo qualche giornale annusa la pista dell’inquinamento siamo fritti. Noi e il sindaco.

Esatto. Dobbiamo inventarci qualcosa. Idee?

Sorso di caffè. Sguardo fuori dalla finestra. Sorso di caffè. Sguardo verso il poster ingiallito dei Trailblazers del 1977 che langue sognando nuove glorie. Sorso di caffè. Grattatina alla camicia di flanella a scacchi, all’altezza della spalla. Sorso di caffè.

I muschi. Proviamo coi muschi. In Europa li usano da un sacco di tempo per monitorare gli inquinanti nell’aria. Lo chiamano biomonitoraggio.

Eh, non ci resta molto altro. Speriamo bene.

Dev’essere sicuramente iniziata così, questa faccenda che ora è al tempo stesso un articolo scientifico, un modello di lavoro, una bella pila di dati di pubblico dominio e per di più un esempio di amorevole connubio tra piante e tecnologia. In altre parole, un mix capace di mandare in cortocircuito amori e idiosincrasie del bizzarro signore belga schifato dall’Egeo e in cui, ironia della sorte, un protagonista è per giunta mezzo greco.

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I vantaggi di una pelle sottile. Come il mio eccentrico compagno di bevute, anche Demetrios e il suo collega di Portland, Oregon conoscono alcune cosette utili sui muschi. Ad esempio, che possono aiutare a monitorare la qualità dell’aria grazie a una combinazione di fattori biologici legati alla parte di mondo in cui l’evoluzione li ha fatti accomodare. Intanto, crescono lentamente e accumulano varie sostanze nel corso del tempo, poi sono privi di quella pellicola cerosa che avvolge e ipermeabilizza le parti verdi delle piante superiori, non hanno vere proprie radici e la loro epidermide molto sottile assorbe facilmente ioni metallici. Tendono quindi a inglobare uniformemente alcuni nutrienti non dal suolo o dal supporto su cui vegetano, ma direttamente dall’aria o dalle sostanze disciolte nella pioggia e mentre le altre piante fanno spesa nel terreno attraverso le radici, loro si riforniscono dal pulviscolo atmosferico con le parti verdi. Tra i composti così assorbiti ci sono anche i metalli pesanti come il cadmio e l’arsenico e sostanze organiche come gli idrocarburi policiclici aromatici prodotti da un gran numero di attività umane. Ovviamente non tutti i muschi prediligono in egual misura gli stessi inquinanti: alcuni assorbono meglio un metallo, altri ne eliminano un po’ dopo averlo assorbito, altri ancora sono diversamente efficienti in funzione del luogo in cui crescono, mostrando sensibilità diverse in base all’umidità dell’aria o a seconda che si trovino in città o in campagna. Non tutti i muschi sono quindi ugualmente adatti al monitoraggio ambientale, vuoi perché troppo poco diffusi, vuoi perché presentano una maggiore affinità per il piombo e una minore per il mercurio, vuoi perché ne assorbono una minima parte anche attraverso i loro rizoidi, che non sono vere e proprie radici ma qualcosa captano lo stesso. Insomma, il solito fardello inevitabile della diversità naturale, bello da vedere ed eccitante da raccontare, ma scomodo come un armadio di vestiti scombinati quando la natura la vogliamo invece usare in modo razionale. Nel tempo e con molte prove, vari ricercatori hanno comunque individuato muschi abbastanza bravini nell’agire più o meno come i foglietti acchiappacolore che si mettono in lavatrice, ma stavolta specifici per metalli pesanti e altri inquinanti e non per il blu ceduto dal calzino sbagliato. Tra questi Pleurozium schreberi, Hylocomium splendens e varie specie dei generi Sphagnum e Hypnum, che soprattutto in Europa sono diventati protagonisti in monitoraggi di vario tipo e che hanno dato l’idea di provarci anche a Portland, Oregon.

Serve un muschio alfa. Pure il lamento sul numero delle centraline durante la pausa caffè ha un significato. Soprattutto per ragioni economiche, le reti per il monitoraggio della qualità dell’aria che respiriamo hanno maglie troppo larghe, che correlano male misure e territorio. Le centraline costano molto e il loro numero è in genere insufficiente a mappare a dovere tutta una città o una regione; di conseguenza forniscono con grande precisione dati locali, ma si commettono grossi errori nel dedurre la reale presenza di inquinanti nel resto dell’area controllata. Certo, quelle mobili possono essere spostate, ma per ottenere un vero legame tra misura e territorio devono restare in un luogo per un certo tempo e alla fine il risultato non è un’istantanea reale, poiché tra la prima misura in un quartiere e l’ultima in periferia possono essere passati mesi se non anni. Un’altra conseguenza è che queste reti lasche rendono quasi impossibile scovare le fonti delle emissioni, perché obbligano a un lavoro investigativo lungo e certosino non compatibile con le urgenze e coi costi. Quello che possono offrire i muschi è invece una combinazione tra il loro potere da acchiappainquinanti e l’onnipresenza in città, sugli alberi, dietro ai muretti, sui sassi, isolato per isolato e strada per strada.

Per i tecnici dell’U.S. Forest Service di Portland, Oregon la prima cosa da scegliere era quindi il tipo di muschio con cui fotografare la presenza di cadmio e arsenico in città. Ovviamente era necessario scegliere una specie diffusa in modo capillare, evitando di campionare organismi tra loro diversi e capace di sopravvivere anche quando l’ambiente è sfavorevole, ad esempio nelle aree più inquinate. Infine doveva trattarsi di un muschio facile da riconoscere e non sensibile al fascino della convivenza con altre briofite, anzi abbastanza competitivo da crescere da solo, vigorosamente. Un muschio alfa, quindi. E il muschio alfa per Portland, Oregon è Orthotrichum lyelli, che soddisfa tutti questi requisiti essendo uno dei più frequenti sugli alberi della zona. Un’altra scelta è stata quella di campionare solo porzioni giovani di pianta a oltre 3 metri di altezza, per limitare sia la contaminazione dovuta al pulviscolo terroso proveniente dal suolo che per raccogliere indicazioni relative agli ultimi 2-3 anni, evitando così l’effetto accumulo presente nelle parti più legnose, che essendo più vecchie contengono sostanze assorbite nel passato.

La radiografia del cadmio. A Portland, Oregon non sono scesi dalla montagna del sapone e dispongono da tempo di due mappe. Una, costruita con le centraline mobili, che illustra la distribuzione stimata dei metalli pesanti in città e una che descrive la posizione delle aziende autorizzate a emettere cadmio e altri inquinanti, che vengono periodicamente controllate con le centraline mobili. Sapendo che viene tenuta d’occhio dalle autorità, nessuna di queste fabbriche emette fuori norma, a conferma dell’importanza di una rete mirata di controllo e verifica. Il problema sta piuttosto in eventuali strutture prive di autorizzazione, che vanno stanate come un focolaio tumorale e possibilmente con radiografie ad hoc. Scelta la specie da raccogliere, i tecnici hanno quindi preso una mappa della città e hanno fatto circa 350 crocette in luoghi equidistanti tra loro, formando un reticolo e istruendo un manipolo di studenti a campionare Orthotrichum lyelli nei dintorni di ciascun punto. Poi hanno preso i loro ritagli di muschio e si sono rivolti alla tecnologia che così poco piaceva al signore belga, misurando punto per punto non solo quanto arsenico e quanto cadmio era stato accumulato, ma anche molti altri metalli pesanti e altri inquinanti. Ottenuti i numeri li hanno messi sulla mappa di Portland, Oregon ottenendo una nuova distribuzione per il cadmio, non più stimata ma basata su dati capillari e reali.

Anche qui, me li vedo di nuovo i nostri amici di Portland, Oregon col beverone di caffè davanti al poster ingiallito dei Trailblazers di Bill Walton, sotto al quale hanno appuntato le stampate delle due mappe, quella stimata dalle centraline e quella tracciata misurando i muschi.

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Da: Donovan, G. H., Jovan, S. E., Gatziolis, D., Burstyn, I., Michael, Y. L., Amacher, M. C., & Monleon, V. J. (2016). Using an epiphytic moss to identify previously unknown sources of atmospheric cadmium pollution. Science of the Total Environment, 559, 84-93.

“Guarda che differenza con la mappa stimata, quella di sinistra!

Bingo. Hai visto quelle due zone rosse? Cosa c’è li? Nella mappa stimata quelle aree erano verdi, senza inquinanti“.

Sono già andato a controllare su Google Maps: ci sono due aziende che fanno vetro temperato. Non chiedere, ho già controllato. Non sono nella lista degli autorizzati a emettere arsenico e cadmio

Avviso l’ufficio del sindaco o mandiamo prima in zona la centralina mobile per le misure definitive?

Aspetta e butta via il caffè, prima ci siamo meritati un bel paio di birre”

Bevute le birre, avvisato l’ufficio del sindaco e piazzata la centralina mobile davanti alle fabbriche incriminate, nelle aree residenziali prossime a quei punti si sono misurati tenori di cadmio e arsenico atmosferici rispettivamente 49 e 160 volte oltre la norma. Con questi valori strumentali, e non con quelli dei muschi, è stato possibile premere per adeguare la normativa locale, che non permetteva alle istituzioni di intervenire e quindi negoziare con le imprese un adeguamento dei sistemi di emissione. Sistemata la legge è stato infatti possibile negoziare l’uso di filtri e anche l’eliminazione dalle lavorazioni di cadmio (usato per i vetri di colore rosso-arancio) e arsenico (usato per impedire la formazione di bolle nel vetro), sino a far rientrare i valori nella norma. Un’analisi attenta della nuova mappa ha anche permesso di scoprire l’effetto dei venti che passano la frontiera con la vicina Vancouver, non contemplato in precedenza e capace di condizionare la qualità dell’aria in alcune zone.

Gli autori di questi studi hanno optato anche per un’altra scelta istruttiva: tutti i dati della loro mappatura sono pubblici e possono essere sovrapposti ad altre mappe da chiunque lo voglia. Ad esempio, un’entità pubblica o privata può verificare quando e come vuole se la presenza nell’aria di metalli pesanti come cromo e cobalto (anche loro fuori norma in alcune zone di Portland, Oregon) può essere collegata a qualche attività umana fino ad ora ignota.

La misura porta a porta. Per quanto comuni, i muschi non sono abbastanza frequenti in tutte le città o non sempre si può trovare un muschio alfa adatto. Come molte metropoli americane anche Portland, Oregon vanta un’urbanistica ricca di giardini privati, di strade alberate e di parchi diffusi, con una densità abitativa bassa che permette campionamenti capillari. Altrove l’assenza di alberature e zone verdi può invece complicare l’impresa. Esistono per fortuna alternative, che offrono qualche vantaggio ulteriore. Si tratta di sacchetti di nylon contenenti muschi precoltivati e identici tra loro, da appendere a 3-4 metri d’altezza per uno o due mesi esattamente nelle zone desiderate, limitando il rischio di campionamenti errati. Oltre a permettere la migliore distribuzione possibile, queste moss-bags prima di essere piazzate vengono coltivate in ambienti totalmente privi di inquinanti e quindi permettono una cosa che il muschio selvaggio non garantisce: determinare l’esposizione ai metalli pesanti o agli idrocarbuti in un preciso lasso di tempo. Due anni fa, ad esempio, la città di Belgrado è stata mappata come Portland, Oregon, usando 153 sacchetti di questo tipo, scoprendo che ampie zone della città erano insufficientemente monitorate dalle centraline. Analogamente in Campania le moss bags hanno permesso di valutare l’impatto del traffico e di definire quali metalli presenti nell’aria sono dovuti all’urbanizzazione, quali all’agricoltura e quali a fattori ambientali. Tuttavia, sia i sacchetti che le mappature come quella di Portland, Oregon non possono funzionare da soli.

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Da: Lequy, E., Saby, N. P., Ilyin, I., Bourin, A., Sauvage, S., & Leblond, S. (2017). Spatial analysis of trace elements in a moss bio-monitoring data over France by accounting for source, protocol and environmental parameters. Science of The Total Environment, 590, 602-610.

Il senso della misura. L’esperienza di Portland, Oregon è elegante ed efficace, ma non è isolata e l’Europa vanta una grande tradizione a riguardo. Dal 1990 venti nazioni del vecchio continente (la Norvegia addirittura dal 1977) monitorano ogni 5 anni la qualità dell’aria secondo lo stesso principio, prelevando e analizzando muschi ben precisi in diverse zone. In Francia ad esempio la mappatura del 2011 ha permesso di individuare le regioni più o meno esposte ai principali metalli pesanti nell’aria respirabile, evidenziando dove e per quale motivo ha più senso intervenire con controlli e norme mirate. Questa esperienza, che coinvolge più ricercatori e un gran numero di inquinanti, ha insegnato varie cose che vanno tenute in conto, limiti inclusi. Innanzitutto, ha evidenziato che i muschi non offrono una quantificazione precisa per tutti gli inquinanti come la strumentazione tecnologica messa a punto dall’uomo e che l’attuale assenza di protocolli ufficiali e condivisi rende ostica un’interpretazione chiara dei dati. O per dirla con le parole di Demetrios Gantzios, i muschi “non forniscono informazioni certe sulla qualità dell’aria, ma aiutano a trovare gli inquinatori e a intervenire per migliorare la situazione“. In cambio, infatti, i muschi permettono mappature molto più estese e capillari grazie alle quali, con un costo più contenuto, si possono individuare le località più critiche o luoghi di emissione altrimenti introvabili, proprio come a Portland, Oregon. I norvegesi, ad esempio, hanno scoperto che la recente apertura di fonderie in Russia sta avendo un impatto notevole sulla qualità dell’aria nelle zone di confine, mentre nel complesso in Europa occidentale le misure correttive e i controlli più intensi hanno permesso, stando ai muschi, di dimezzare negli ultimi 30 anni la presenza di quasi tutti i metalli pesanti nell’aria. I muschi sono quindi utili, ma rilevanti solo come strumento che integra i sistemi basati su centraline e tranne che per piombo e cadmio la loro risposta non è quasi mai quantitativa.

Ovvero i muschi vanno bene per fare una mappa della distribuzione e per descrivere un andamento nel tempo, consentendo di “avere un’idea” del contenuto, ma non restituiscono un numero inoppugnabile quando si va dall’inquinatore a mostrare il conto né per avere dei numeri precisi da usare in tribunale o da confrontare coi limiti ufficiali, per i quali serve l’analisi strumentale delle centraline tecnologiche. Che è esattamente quello che hanno fatto i tecnici del comune di Portland, Oregon quando hanno importato il loro esperimento-indagine: prima trovare l’ago nel pagliaio con i muschi, poi studiare e misurare l’ago con le centraline mobili, infine internire su norme e inquinatori per rimediare. E questa è per certi versi la cosa più interessante della storia, perché abituati come siamo a narrative come quella del mio estemporaneo e bizzarro compagno di bevuta, che mettono in conflitto i sistemi creati dall’uomo e quelli dedotti dalla natura, scoprire che i due approcci non sono in contrasto tra loro ma soddisfano le nostre esigenze solo se vengono integrati con criterio, è istruttivo come minimo.

Chissà com’è andato a finire il matrimonio del signore belga, coi suoi conflitti tra le passioni intime del sottobosco e le vacanze chiassose alla luce del sole. E chissà se l’avrei convinto della vantaggiosa collaborazione tra tecnologia e natura con l’esempio di Portland, Oregon. Voi però pensateci, prima di sedere al mio fianco mentre bevo una birra. Pensateci bene.

Letture serie.

  • Donovan, G. H., Jovan, S. E., Gatziolis, D., Burstyn, I., Michael, Y. L., Amacher, M. C., & Monleon, V. J. (2016). Using an epiphytic moss to identify previously unknown sources of atmospheric cadmium pollution. Science of the Total Environment, 559, 84-93.
  • Harmens, H., Norris, D., Mills, G., and the participants of the moss survey (2013). Heavy metals and nitrogen in mosses: spatial patterns in 2010/2011 and long-term temporal trends in Europe. ICP Vegetation Programme Coordination Centre, Centre for Ecology and Hydrology, Bangor, UK, 63 pp.
  • Harmens, H., Norris, D.A., Steinnes, E., et al. 2010. Mosses as biomonitors of atmospheric heavy metal deposition: Spatial patterns and temporal trends in Europe. Environ. Pollut. 158, 3144–3156.
  • Ares, A., Aboal, J. R., Carballeira, A., Giordano, S., Adamo, P., & Fernández, J. A. (2012). Moss bag biomonitoring: a methodological review. Science of the Total Environment, 432, 143-158.
  • Adamo, P., Giordano, S., Vingiani, S., Cobianchi, R. C., & Violante, P. (2003). Trace element accumulation by moss and lichen exposed in bags in the city of Naples (Italy). Environmental pollution, 122(1), 91-103.
  • Lequy, E., Saby, N. P., Ilyin, I., Bourin, A., Sauvage, S., & Leblond, S. (2017). Spatial analysis of trace elements in a moss bio-monitoring data over France by accounting for source, protocol and environmental parameters. Science of The Total Environment, 590, 602-610.
  • Capozzi, F., Giordano, S., Di Palma, A., Spagnuolo, V., De Nicola, F., & Adamo, P. (2016). Biomonitoring of atmospheric pollution by moss bags: Discriminating urban-rural structure in a fragmented landscape. Chemosphere, 149, 211-218.

Perché ho scritto un libro di scienza e di giardini

0aSe parliamo di piante, mia educazione tecnico-sentimentale è avvenuta durante i lunghi pomeriggi trascorsi col nonno, in quello che prima era semplicemente un giardino di periferia e poi è diventato l’orto di campagna di una famiglia numerosa. In quel giardino ai tempi dell’asilo ho fatto germinare un seme di albicocco, osservandolo crescere giorno per giorno come in un esperimento e lì ho pianto calde lacrime durante le elementari, mentre una grandinata gli strappava le foglie. Per i più romantici: l’albero è ancora lì e vi saluta, ho controllato qualche settimana fa. Nel frattempo, a quella formazione condotta più che altro sui banchi delle consuetudini se ne è affiancata un’altra decisamente più razionale, trascorsa nei laboratori anziché nei campi e fatta di vegetali osservati da così dentro che più non si può, di studi in cui le mani si sporcano poco, perdendo di vista l’interezza delle piante. Una formazione che cercherà anche di abbracciare un panorama con un microscopio, ma che in cambio rivela le regole con cui funziona davvero la natura.

Questo libro prova a riordinare e ricucire le due le educazioni: quella affettiva e un po’ praticona del nonno e quella dimostrabile delle ricerche sperimentali, perché pur dissodando la stessa zolla alimentano due mondi che spesso non si parlano, finendo per fare a cornate anche quando potrebbero aiutarsi a vicenda, se solo si sintonizzassero su un dialogo meno ideologico. Era il nonno a esclamare che le piante son brutte bestie e sono io che provo a spiegare perché quella affermazione è vera alla luce delle ricerche di cui disponiamo nel 2017, aggiungendo che il giardino è un posto importante per la formazione di un uomo. Il giardino è la cucina fuori casa: ai fornelli si sperimenta, si manipola, si sminuzza, si assaggia, si (s)piegano le regole della chimica e della fisica ai nostri piaceri gustativi e in giardino ci si sporcano le mani di terra, si pianta, si annusa, si osserva e si (s)piegano le regole della biologia e dell’ecologia ai nostri piaceri estetici. Cucine e giardini sono laboratori informali e consentono di scoprire cose nuove mescolando teoria e pratica, piacere e fatica, sperimentazione ed emozione, permettendo di raccontare la scienza e i meccanismi della natura secondo l’adagio manzoniano: l’utile per scopo, il vero per oggetto, l’interessante per mezzo.

Non esiste un giardinaggio basato sull’evidenza scientifica, perché non esiste una vera scienza del giardinaggio, quindi davanti a un’aiuola si pesca una volta dall’agronomia o dall’orticoltura, un’altra dall’ecologia e un’altra ancora dall’abitudine e dal sentito dire. Il nonno, uomo con amici in ogni porto, pescava solo dal barattolo del passaparola incontrollato e rilette oggi alcune delle sue azioni erano da mani nei capelli. In giardino infatti si fanno scelte, spesso inconsapevoli o indotte dal lato più commerciale della passione, le cui conseguenze non sono sempre coerenti con le buone intenzioni verso l’ambiente. In molti giardini si annaffia troppo, si fertilizza troppo, si scelgono quasi apposta piante destinate a diventare invasive, si opta per materiali con una fedina penale ecologica nient’affatto specchiata. Gli esiti di queste pratiche sono stati misurati e soppesati dai ricercatori negli ultimi anni, permettendo di fare qualche ragionamento e di suggerire, dati alla mano, pratiche più consone. Ad esempio, nonostante esistano alternative, nel 2012 la sola Inghilterra consumava per il giardinaggio più di 24 milioni di carriole di torba, la cui rimozione dalle torbiere provoca emissioni di gas serra pari a quelle annuali di 300.000 automobili. Il giardino è per fortuna anche è un luogo di relax e di scoperta, in cui apprendere come funzioni la saracinesca che apre un fiore, capire come mai strappare l’edera è un incubo, riflettere se quella pipì che il nonno mi faceva fare nelle aiuole era una buona cosa e suggerire a cosa diavolo servano i licheni, ma è anche effettivamente uno strumento per scienziati. Molti osservano le aiuole negli studi fenologici come fossero termometri, come laboratori per misurare il cambiamento climatico, attingendo a cronologie di fioritura che appassionati giadinieri hanno diligentemente compilato da più di due secoli. Altri invece li scandagliano per studiare come piante, animali e microrganismi possano stringere alleanze, accordi o infliggersi crudelissime perfidie.

Non tutti i giardini sono uguali e su questo nel libro prendo una posizione: non dovendo assicurare rese e guadagni come un campo coltivato, gli spazi verdi che circondano le nostre case dovrebbero essere luoghi ecologici più che agronomici, porte aperte verso l’esterno, ponti per accogliere nel nostro abitato la parte di mondo che ospita una casa. Spesso, per ragioni sociali, culturali (e commerciali) i giardini sono invece plasmati come estensioni dell’arredo domestico, relegando piante e animali a suppellettili decorative che devono forzosamente armonizzarsi con i preconcetti dei proprietari o con esigenze che poco hanno a che fare con la vita. Quando questo avviene, e spesso avviene in barba a molte evidenze sperimentali, il giardinaggio diventa una malattia del benessere come tante altre e non un atto sostenibile come pretendiamo.

I giardini si trasformano invece in splendide palestre di diversità quando si comprende che le piante sono bestie complicate e altre da noi, certo, ma con regole che vanno studiate, capite e accettate nonostante sembrino ostacolare i nostri voleri. Sono bestie senza nazione e senza cultura, che possono in alcuni casi cambiare di genere per adattarsi meglio all’ambiente, che raramente gradiscono essere dissodate e che in alcuni casi detestano essere accarezzate. Il loro studio sta rivelando un mondo di cooperazioni e alleanze talmente spinte da mettere in crisi la definizione stessa di pianta e a rivedere almeno in parte lo stereotipo di quella natura in cui che tu sia gazzella o leone alla mattina devi correre da solo. Si stima che sulla superficie fogliare di tutte le piante del mondo conviva un numero di microbi pari a un miliardo di miliardi di miliardi, superiore al numero di stelle che popolerebbe l’intero universo e si sa per certo, invece, che in un grammo del suolo adeso alle radici di alcune piante vi possono essere mille miliardi di microbi appartenenti a oltre 50000 specie diverse. Tutte bestie che cooperano con la pianta ricevendone una sorta di salario chimico e che ne contribuiscono attivamente al benessere e all’inserimento nella società circostante. E il cui ruolo non può essere trascurato troppo.

Osservare i giardini con questi occhi aiuta anche a capire entro quali limiti razionali ci possiamo aspettare da loro un aiuto concreto per tamponare gli effetti di attività umane, come nel caso dell’inquinamento urbano. In questo campo una comunicazione incompleta rischia di trasformare le politiche sul verde in una sorta di vendita delle indulgenze, che crea alibi per evitare altri interventi ben più efficaci ma poco ambiti. Ad esempio, alcune specie arboree tra cui in particolare le conifere sottraggono effettivamente parte dello smog dall’aria di città e la presenza di piante ad alto fusto permette di contenere le ondate di calore urbano di circa 1°C, ma in tutti i casi l’effetto è localizzato entro un raggio di poche decine di metri e risulta efficace solo quando si ha a che fare con piccoli boschetti e non con piante isolate. Conti alla mano, limitarsi a rinverdire le metropoli non compensa totalmente l’inquinamento emesso dalle attività umane, laddove una riduzione di queste ultime produrrebbe effetti ben maggiori e duraturi.

Quando è uscito Erba Volant mi è capitato spesso di scovarlo in libreria nella sezione dedicata al giardinaggio. Spesso era la scelta di un commesso distratto, ma forse era anche un segnale di una certa confusione di fondo: le piante son roba da ortolani, la scienza sta da un’altra parte. E infatti di libri sui giardini se ne contano a centinaia, molti stupendi; eppure tolti quelli a matrice storico-estetica, quelli manualistici e quelli legati ai sentimenti connessi alla cura delle piante, pochi raccontano i giardini aggiungendo la prospettiva di chi fa ricerca con le piante. Brutte bestie non spiega come potare le rose, non racconta come fare se il vostro lime appena comprato perde tutte le foglie e non vi aiuterà ad accudire le begonie, ma se proprio vi devo dire cos’è, dirò che è un libro di scienza delle piccole cose.

I miracoli hanno spesso un trucco

1406055845_grapefruitLa missione dell’American Botanical Council consiste nella promozione culturale e commerciale della fitoterapia e da qualche tempo questo si declina anche in una meritoria azione a sostegno dell’autenticità dei prodotti per la salute. Tenendo per un momento da parte la questione dell’efficacia, assicurare al consumatore una corrispondenza rigorosa tra il contenuto di quanto acquistato e la descrizione in etichetta rappresenta infatti il minimo sindacale dell’interazione tra venditore e acquirente. Contrariamente a quant fatto in genere dalle asspcizioni di parte, le iniziative dell’ABC non consistono solo in una difesa d’ufficio del settore di fronte alle accuse di terzi a prescindere dalla veridicità dei fatti, ma includono invece l’autocritica mirata a colpire alcune pessime abitudini e limiti tipici di questo mercato. Da qualche anno in particolare l’ufficio stampa e i consulenti dell’ABC hanno iniziato a far sentire la propria voce in molti ambiti professionali per rivelare l’entità del problema delle adulerazioni e delle sofisticazioni nell’ingredientistica, negli integratori alimentari e nei fitoterapici. Sono quindi intervenuti per dire la loro sulla limitata efficacia di analisi di autenticità basate esclusivamente sulla tecnica del DNA barcoding, ma hanno anche detto chiaramente che il mercato dei cosiddetti superfruits è oggetto di forti adulterazioni e nel 2016 hanno avviato un’intera campagna mirata a svelare le principali sofisticazioni sia agli operatori professionali che ai consumatori. All’interno di questa iniziativa sono già state raccolte conferme relative al cattivo stato di salute del mercato di piante medicinali di buon successo commerciale come iperico, cimicifuga, melograno, vite.

Spremute amare. L’ultimo bersaglio cronologico dell’ABC sono i prodotti a base di semi di pompelmo (GSE, da Grape Seed Extract), presentati dal marketing come eccellenti antibatterici naturali. Per chi opera nel settore le ambiguità relative a questo ingrediente sono note, così come dovrebbero essere note le cause del suo successo iniziale. Come ha minuziosamente raccontato qualche tempo fa il fitoterapeuta Marco Valussi, la tempesta perfetta per il boom commerciale del GSE è stata generata dalla combinazione di un paio di ricerche mal condotte e dalla richiesta del mercato (ovvero, dei consumatori) di conservanti cosmetici di origine completamente naturale. Per farla breve, un gruppo di ricercatori aveva testato alcuni prodotti commerciali a base di GSE evidenziando un’attività antimicrobica ad ampio spettro per via topica, ovvero gli estratti inibivano la crescita di una grande varietà di batteri, lieviti e funghi rendendo questo ingrediente un valido candidato per detergenti di vario tipo destinati a soddisfare una crescente nicchia di consumatori. In breve tempo l’impiego si è esteso e sono tutt’ora in vendita anche prodotti a base di GSE destinati ad essere ingeriti, ad esempio con l’ipotetico intento di ridurre la cistite o le disbiosi intestinali. Come già avvenuto in altri settori, tuttavia, l’uso diretto di semi di pompelmo in vece del materiale commerciale non ha mai permesso di riprodurre gli stessi risultati e spesso l’efficacia era collegabile alla presenza di conservanti non dichiarati in etichetta i quali non facevano altro che il proprio mestiere di conservanti: reprimere la crescita dei microbi. I buoi, come si dice, erano purtroppo già scappati dalla stalla e le aspettative dei consumatori sono diventate terreno fertile per la comunicazione commerciale.

Ospiti indesiderati. All’intero della sua campagna contro le sofisticazioni, l’ABC ha rilasciato nei giorni scorsi gli esiti di una revisione sistematica della letteratura disponibilesugli estratti a base di GSE, ovvero ha messo assieme tutte le prove condotte tra il 1991 e il 2016 sui prodotti commerciali in cerca di adulteranti e ingredienti non diciarati in etichetta. I numeri raccolti sono sconfortanti: tra i prodotti controllati  27 su 46 contengono benzetonio cloturo, 9 su 21 triclosano, 6 su 15 contengono parabeni e 9 su 15 presentano quantità variabili di benzalconio cloruro. Si tratta in tutti i casi di antibatterici ad ampio spettro e basso costo che a lungo hanno fatto parte di colluttori, dentifrici, disinfettanti e detergenti e che in alcuni casi sono già stati ritirati dal commercio per problemi di tossicità e il cui uso orale non è quasi mai consentito. In tutti i casi si è riscontrato che è grazie ad essi che i prodotti a base di GSE si dimostrano efficaci, mentre il seme di pompelmo ha un’azione di fatto trascurabile, agendo di fatto solo come uno spechietto per le allodole verso il consumatore. Uno specchietto e un’aggiunta non dichiarata che evidentemente funzionano bene dal punto di vista commerciale: solo negli Stati Uniti il volume di mercato dei prodotti a base di GSE è stato di poco inferiore ai 2 milioni di dollari nel 2015.

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L’inspiegabile. Le aziende del settore e i fan più accaniti si sono sempre difesi (e lo fanno tutt’ora, basta una rapida ricerca con Google) sostenendo che la presunta instabilità di diversi composti polifenolici naturalmente presenti nella pianta determini, durante la produzione dell’estratto dai semi e dalla polpa di pompelmo, la formazione di composti ammonici quaternari con una struttura simile a quella di molti dei conservanti citati. Tuttavia, nessuna prova a riguardo è mai stata ottenuta o fornita, né dalle aziende né da ricercatori indipendenti. Anche se questo fenomeno avvenisse (un fenomeno magico, fino a prova contraria) sarebbe quantomeno doveroso, in nome del principio di precauzione spesso invocato in altri ambiti, che queste sostanze artficiali così generate  venissero valutate per i loro possibile tossicità prima di distribuire il prodotto ai consumatori.

Dottore, mi si è infiammata la curcuma

Saltellando e sacramentando su una caviglia dolorante a causa di una fastidiosa tendinite, un bel giorno la mia amica Lisa è andata in farmacia in cerca di sollievo. Possibilmente immediato. Memore di esperienze precedenti ha chiesto dell’ibuprofene, ovvero un analgesico di cui già conosceva pro e contro e si è quindi parecchio innervosita quando il farmacista ha tentato di farle cambiare idea, insistendo zelante affinché acquistasse un integratore alimentare a base di curcuma, a suo avviso altrettanto efficace ma meno pericoloso in quanto “meno chimico”. Mi sono preso un paio di giornate per leggere quel che si sa sull’argomento e distillarlo di seguito; contrariamente al solito stile creativo, questo post sarà più lineare e schematico. Vorrei infatti evitare letture polarizzate di quel che scriverò, dato che districarsi in questi argomenti è complesso sia per i professionisti che (ancor più e per ovvie ragioni) per i consumatori e l’adesione tribale a un’idea tende a prevalere sul ragionamento caso per caso.

Primo: perché la mia amica ha chiesto ibuprofene. Innanzitutto perché ne aveva già esperienza e sapeva cosa aspettarsi, sia in termini di effetti collaterali che di efficacia nel contenere il dolore. Anche per questo già sapeva di non soffrire di allergie o ipersensibilità. In secondo luogo perché su questa sostanza esiste una serie mirata di studi che ne hanno dimostrato l’efficacia anche in caso di tendiniti e dolori articolari, sia per applicazione topica (pomate, gel) che per via orale. In particolar modo quello che si sa è che con dosaggi attorno a 1200-2000 mg giornalieri di ibuprofene o altri farmaci analoghi (i cosiddetti FANS) si può spesso ma non sempre ridurre il dolore già dopo pochi giorni, mentre in assenza di altri interventi non si ottengono effetti sulla causa dell’infiammazione tendinea e non si ripristina la funzionalità dell’articolazione interessata. Si sa anche che la loro somministrazione ha senso solo quando la tendinite è al massimo del suo dolore mentre gli effetti sono limitati in caso di somministrazione anticipata, ad esempio per prevenire ricadute. Questo apre una prima parentesi: un farmaco non funziona quasi mai risolvendo un problema con l’approccio magico proposto dalle pubblicità. Non assicura mai la completa guarigione sempre e comunque, ma offre maggiori probabilità di guarire in un tempo più breve. Come vedremo però, rispetto all’integratore il farmaco ci assicura in anticipo quale sia l’entità di questa probabilità. Complessivamente sono disponibili circa una ventina di studi sull’uomo, alcuni dei quali di discreta qualità, condotti trattando circa un migliaio malati affetti da tendiniti di vario tipo e quindi per queste sostanze conosciamo dosaggi, modalità, pregi e difetti sullo stesso problema della mia amica. Li possiamo leggere in apposite pubblicazioni sintetiche, che agevolano l’interpretazione dei dati e risolvono inevitabili ambiguità.

turSecondo: sulla base di cosa il farmacista ha proposto la curcuma. E’ da diverso tempo che si studia l’uso della curcuma e di alcune sostanze chimiche da essa prodotte (i curcuminoidi) come antinfiammatori e prima che si scaldino gli animi va detto che in alcuni casi ci sono stati risultati incoraggianti, ovvero l’efficacia dei curcuminoidi contro alcune infiammazioni nell’uomo non pare del tutto trascurabile e risulta superiore al placebo, talvolta comparabile a qualche farmaco di riferimento. Nel nostro caso però la prima chiave sta nel termine “alcuni”. Gli studi sono infatti molto limitati per numero e qualità (pochi malati seguiti, scarsi confronti, impostazioni deboli), molti tra essi hanno riguardato sistemi molto più semplici o diversi rispetto all’organismo umano e soprattutto nessuno ha riguardato le tendiniti; tuttavia ne possiamo dedurre qualche indicazione utile al caso di Lisa. Ad esempio sono disponibili studi di scarsa qualità condotti su pochi pazienti, che indicano una discreta efficacia dei curcuminoidi nel trattare infiammazioni croniche a livello intestinale, solo però a seguito di trattamenti abbondanti e protratti per molte settimane. Quello che sinteticamente si deduce è che i curcuminoidi inibiscono molto intensamente l’infiammazione in vitro, ma replicano nell’uomo questa attività in modo più modesto, solo per alcuni tipi di patologie infiammatorie e solo quando vengono assunti regolarmente per lungo tempo. Esiste un buon numero di ricerche sugli animali, nelle quali l’azione di curcuminoidi e FANS nel trattare le infiammazioni articolari è simile. Tuttavia queste sostanze sono assorbite diversamente tra animali e uomo e gli esiti andrebbero confermati in quest’ultimo, per cui il loro valore è limitato. Nella speranza ovviamente che possano essere presto ottenuti risultati analoghi in pazienti veri. Questa differenza è dovuta allo scarso assorbimento dei curcuminoidi a livello intestinale e alla grande velocità con cui il nostro metabolismo si sbarazza di essi, in quanto li considera sostanze chimiche estranee alla stregua di qualunque farmaco di sintesi. Questo spiega i risultati positivi citati sopra: nell’intestino i curcuminoidi arrivano comunque in gran quantità durante la digestione e solo un’assunzione molto frequente e a lungo termine può permettere di raggiungere effetti tangibili. In questi studi si è anche riscontrato che i curcuminoidi sono sì comparabili ai FANS come effetto antinfiammatorio, ma lo sono molto di meno nel ridurre il dolore e agiscono meglio nel prevenire l’insorgenza di una fase infiammatoria grave rispetto a ridurne una già in corso, cosa che li rende potenzialmente interessanti nel trattare solo alcune e non tutte le infiammazioni. Ad esempio, potrebbero essere indicati per quelle con un andamento ciclico e ricorrente, per prevenire ricadute. E’ probabile che il farmacista avesse in mente questo tipo di studi, che però non si adattano all’esigenza di Lisa: avere sollievo rapido al dolore causato dal suo tendine già infiammato.

Terzo: sezionare le prove. Superiore al placebo significa, più o meno, “meglio di niente”. Ma quando esistono già trattamenti di nota efficacia sarebbe molto interessante valutare se il nuovo rimedio -ad esempio i curcuminoidi- è effettivamente meglio non solo di “niente”, ma anche di quelli già usati e in caso affermativo, sapere di quanto è meglio o peggio. Solo così è possibile valutare dati alla mano l’eventualità della sostituzione proposta dal farmacista. Muoversi in questo campo da esperto, professionista o consumatore è difficile e la confusione è aumentata spesso da gravi difetti negli studi, i cui colpevoli sono quei ricercatori che per scarsa competenza o sciatteria trascurano alcune operazioni fondamentali. L’assenza di alcuni passaggi e scelte “furbe” nelle pubblicazioni scientifiche complicano la vita non solo dei farmacisti e dei medici, ma anche di tutti quelli che poi fanno il lavoro di tradurre i risultati a un pubblico di consumatori. Un esempio calzante riguarda una ricerca che il farmacista avrebbe potuto portare a testimonianza della sua opera di convincimento presso la mia amica. Si tratta di uno studio clinico (ovvero condotto su pazienti reali) in cui persone con artrosi al ginocchio sono state curate con curcuma e con ibuprofene, dimostrandone l’equivalenza dopo quattro settimane di cura. In apparenza un ottimo puntello per chi vuole dimostrare che un integratore a base di curcuma e un farmaco analgesico “funzionano uguale”. La patologia valutata è simile ma non identica a quella che ha portato Lisa in farmacia: l’artrosi è un problema cronico e permanente, mentre la tendinite ha almeno nelle fasi iniziali aspetti più acuti. Nella prima il paziente accetta anche un trattamento che garantisce i primi risultati dopo settimane di cura ed è più propenso a preferire i prodotti con meno effetti collaterali (limitato beneficio a breve termine, basso rischio a lungo termine), nella seconda al contrario il paziente si attende un sollievo quasi immediato e per questo è disposto a sopportare eventuali complicazioni (elevato beneficio a breve termine, maggiore rischio a breve-medio termine). Lo studio in questione ha poi diversi limiti esemplari nel campo delle sostanze naturali, ovvero non ha previsto la misura dei curcuminoidi presenti nella droga usata e ha, per stessa ammissione di chi lo ha condotto, somministrato una dose di ibuprofene inferiore a quella in genere consigliata per le infiammazioni articolari (800 mg contro 1200-2000 mg). La combinazione dei due fattori porta a un risultato spendibile in campo accademico ma non risponde a domande pratiche: che risposta avremmo avuto con il dosaggio corretto di ibuprofene? E dato che la quantità di curcuminoidi varia naturalmente anche più del 110% a seconda delle caratteristiche della pianta di partenza, che cosa mi devo aspettare da una curcuma o da un estratto diverso da quello usato nello studio? E che legame può esistere tra questi studi e il prodotto suggerito dal farmacista? Con un caso che vi assicuro essere più unico che raro in letteratura, gli stessi autori hanno poi pubblicato un secondo studio in cui hanno risposto alle domande e colmato le lacune del primo: quantificazione dei curcuminoidi a 1500 mg al giorno, dosaggio giusto di ibuprofene, controlli più ravvicinati e maggior numero di pazienti. I risultati, almeno per l’artrosi, hanno visto ancora un’equivalenza nei due trattamenti. E’ tuttavia l’unico studio con un confronto ben fatto e riguarda una patologia diversa dalla tendinite.

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Quarto: che differenze ci sono tra il farmaco e l’integratore. Pur non trattandosi della stessa patologia e pur esistendo un unico studio con tali risultati possiamo azzardare l’ipotesi che gli studi stiano parzialmente dalla parte del farmacista. Quanto chiesto da Lisa e quanto da lui proposto appartengono tuttavia a due categorie di prodotti per la salute molto diverse tra loro e le differenze che ci interessano si basano sulle diverse norme e leggi che ne regolano la vendita. Per poter essere registrato come farmaco un prodotto deve contenere (e garantire la presenza entro la data di scadenza) di quantità di principio attivo congruenti con l’efficacia dimostrata nell’uomo per la patologia che si dichiara di voler curare. Ovvero: in un farmaco a base di ibuprofene che ha la tendinite tra i suoi bersagli terapeutici deve essere garantita la quantità di principio attivo che si è dimostrata efficace per trattare il dolore muscolo-scheletrico in persone effettivamente malate. Al contrario, un prodotto registrato come integratore alimentare non è tenuto a dimostrare alcuna efficacia prima della messa in commercio e non è tenuto a garantire livelli di principi attivi coerenti con quanto dimostrato da eventuali studi. Per legge inoltre il suo bersaglio sono le persone sane, non quelle malate. In altre parole, il produttore può lecitamente formulare un prodotto a base di curcuma inserendo la quantità che vuole, senza indicare il contenuto in curcuminoidi a patto di non dichiarare in modo esplicito alcuna efficacia sulla confezione (cosa che di fatto viene poi demandata a comunicazioni implicite come il nome del prodotto, illustrazioni, giochi di parole e consigli verbali dati dal venditore). Ovvero: anche se fosse confermato che 1500 mg di curcuminoidi sono efficaci nel trattamento acuto della tendinite, non è affatto garantita la presenza delle medesime quantità negli integratori in vendita, non solo durante la loro vita commerciale ma anche al momento stesso della loro produzione. Lo stesso vale per qualsiasi tipo di infiammazione: gli studi che suggeriscono l’azione antinfiammatoria a livello intestinale, ad esempio, indicano dosaggi pari a circa 2000 mg giornalieri di curcuminoidi, ma in commercio i prodotti possono (lecitamente) contenerne tra 3 e 400 mg per compressa senza alcun obbligo che questo venga dichiarato in etichetta. Data la scarsa biodisponibilità dei curcuminoidi (meno del 10% di quel che si ingerisce va in circolo) molti produttori hanno poi realizzato sistemi per ovviare a questo limite, ad esempio combinandoli con lecitina o con piperina, o miscelando ad essi altri ingredienti. Prodotti con quantità di principio attivo e formulazioni così diverse non possono garantire la stessa “potenza” né un’efficacia comparabile con quella di studi condotti con dosi e combinazioni ancora diverse. Tuttavia, non essendo obbligatorio presentare testimonianze scientifiche di efficacia prima della messa in commercio degli integratori, non esistono quasi mai studi indipendenti sulle formulazioni effettivamente vendute: potrebbero anche funzionare, ma nulla ce lo assicura.

Quinto: in sintesi. Nel caso specifico delle tendiniti, per principi attivi come l’ibuprofene sono disponibili studi mirati che ne hanno quantificato l’efficacia, mentre per curcuma e curcuminoidi ancora non ci sono e ci si basa su deduzioni da altre patologie, non sempre attinenti. Non è escluso che compaiano in futuro, ma attualmente non si può garantire un’equivalenza di risultato. Gli integratori non devono, al contrario dei farmaci, dimostrare obbligatoriamente alcuna efficacia prima di essere mesi in vendita e questa è misurata solo in base al gradimento soggettivo post-vendita dei consumatori. Non devono neanche rispettare contenuti minimi di principi attivi, anche quando la loro efficacia è conclamata a determinati dosaggi e ciò porta a un’enorme diversificazione dell’offerta commerciale, rendendo sicuramente difficile la vita del farmacista e anche quella del consumatore. Eppure in questa apparente contraddizione esiste una congruenza: se la curcuma è più efficace nel prevenire un’infiammazione che nel curarla quando questa è nel suo pieno, i curcuminoidi saranno più adatti a un integratore alimentare destinato a persone sane che ad un prodotto mirato a soggetti già malati. Cosa avrebbe potuto fare l’amica di fronte alla proposta del farmacista? Chiedere se il dosaggio in curcuminoidi dell’integratore consigliato era in accordo con studi clinici sul trattamento a breve termine della tendinite e chiedere lumi sul tipo e sulla velocità dell’effetto, scegliendo in base alla competenza della risposta del farmacista e alla sua volontà di spesa.

Fuori sacco: perché secondo me il farmacista ha sbagliato. Questa è chiaramente un’opinione personale, che parte dal compito professionale del farmacista di fornire un consiglio a un cliente, e necessita di una premessa. La farmacia è un’impresa commerciale e giustamente non è un luogo in cui si fa beneficenza: chi ci lavora deve fidelizzare il cliente, offrirgli un servizio e un’attenzione che magari altri non garantiscono al fine di farlo tornare. Questo in alcuni casi può significare anche anticipare le aspettative e gli umori di chi sta dall’altra parte del banco e battere sullo stesso tamburo del marketing, che negli ultimi decenni ha molto promosso prodotti per la salute di origine vegetale. Se il consumatore medio chiede integratori e altri prodotti naturali, o se ha introiettato una malcompresa fobia per tutto ciò che è chimico, il farmacista che deve far tornare i conti a fine mese si può adeguare alle richieste di chi entra nel suo negozio, vendendo aspettative. A mio avviso però se il cliente entra con una precisa richiesta, cercare di fargli cambiare idea sulla base di indicazioni non scientificamente solide è scorretto. Così come è a lungo termine controproducente dare consigli non supportati da evidenze o descrivere un integratore alimentare come se offrisse le medesime garanzie di efficacia e di contenuto di un farmaco. Pur capendo l’occhio al fatturato, un minimo di strabismo sarebbe auspicabile per spiegare al cliente che nel caso degli integratori si propone un’efficacia in alcuni casi possibile ma non misurata e quindi non definibile. Un paragone che viene bene è di tipo finanziario: il farmaco è per sua natura come un bond che offre un rendimento definito e calcolato prima della sottoscrizione. Può essere alto o basso, ma è noto. L’integratore, per carenze di ricerca e di normativa, propone invece un rendimento in larga parte ignoto all’atto dell’acquisto e non rivelarlo corrisponde a un comportamento che nella recentissima storia bancaria nazionale non ha propriamente dato lustro e futuro a certi istituti finanziari. E a proposito di finanze: sempre assumendo un’equivalenza (non dimostrata, almeno finora) in termini di velocità e intensità di risposta antidolorifica tra i due trattamenti, la mia amica avrebbe speso circa 8 euro per un trattamento di due settimane a base di ibuprofene e circa 30 euro, per lo stesso periodo, qualora avesse scelto l’integratore a base di curcuma.

Fonti e riferimenti

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Caro Diario

(un post di quelli di una volta, come non se ne fanno più).

Ho iniziato a scrivere qui sopra nel gennaio del 2008, partendo da articoli su cui annotavo commenti e rimandi a penna. Un po’ per fare pratica, un po’ come pretesto per continuare a studiare, un po’ per sperimentare con la didattica e molto, molto per passatempo. Un po’ anche per riempire periodi lavorativamente scarichi che attualmente rimpiango, come i lunghi silenzi recenti stanno a testimoniare. Otto anni e circa 600 post dopo mi ritrovo, con la miracolistica sensazione di quelli capitati per caso a una festa molto divertente in cui però non conoscono nessuno, citato tra i presunti “visionari” del Salone del Libro di Torino e a parlare di Erba Volant con Edoardo Boncinelli. Quest’autunno andrò in giro per le scuole a parlare agli studenti per conto di Zanichelli. L’estate è già prenotata in toto per finire un altro libro. E so che suona male e stona come un’ingratitudine per la tempesta perfetta che hai messo in moto col tuo battito di click, caro diario, ma avrei anche tanta voglia di rimettermi a scrivere qui sopra con la frequenza del 2008, circondato da fotocopie appuntate con una bic rossa.

(questo post non va condiviso da nessuna parte, è dedicato a quei pochi aficionados refrattari ai social network che passano da queste parti in cerca di novità e segnali di fumo: sono vivo e lotto con voi)

Il cibo trasparente

ResearchBlogging.orgMarion Nestle è una nutrizionista americana ben visibile al pubblico sia in libreria che in rete, tramite il blog Food Politics. A dispetto di possibili complottismi sul suo cognome, la Nestle circoletta con metodo le mode alimentari e attornia l’industria del cibo con un compasso che va dalla sicurezza alimentare alle storture del marketing, fino a chiudere il cerchio tra le manie dei consumatori. La sua precisione geometrica non mostra particolare clemenza neppure per l’accademia e nel 2015 si è dedicata a una prova empirica che tocca da vicino la triade alimenti-salute-ricerca. Armata di penna, ha monitorato la letteratura scientifica legata a studi finanziati da aziende private o da consorzi (grandi, medi o persino minuscoli) e compiuti in collaborazione con strutture pubbliche. Carni rosse, cereali integrali, dolcificanti e zuccheri, biscotti, noci, infusi, cacao, probiotici, frutta di ogni tipo, regimi di idratazione e persino l’allattamento al seno: gli oggetti d’indagine su cui è inciampata spaziano dal trashfood ai cibi tradizionali passando per la nutraceutica, e coinvolgono sia la multinazionale che la piccola impresa di provincia. Lei stessa dichiara che la sua non è un’operazione né sistematica né statisticamente attendibile, in quanto si limita a valutare i lavori letti nel normale esercizio del ruolo di ricercatrice e docente.

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Secondo questa approssimativa analisi su 119 studi apparsi nel 2015 solo 11 hanno riportato risultati contrari all’interesse dello sponsor. O, se preferite, su 119 studi sponsorizzati 108 hanno descritto effetti (nutrizionali, salutistici, dietetici) favorevoli all’interesse del committente: dall’aglio nell’ipertensione agli snack a base di soia per ragazzi

[Segue su Longform Italia]

Lo smog visto da un balcone: Diesel, profumi, interferenze, insetti e fiori.

ResearchBlogging.orgDavanti a me, il balcone affacciato sulla grigia metropoli tentacolare offre un asilo sospeso a una pianta di rosmarino. Un caparbio esemplare di Rosmarinus officinalis L. della Val di Vara, ruvido come tutti gli abitanti di quelle terre, clonato da un esemplare rinselvatichito chissà quando su un pendio terrazzato. Mi piace pensare che la sua innata scontrosità gli permetta di resistere in barba a muri, smog, cemento, mezz’ombra e poche cure. Mentre mi aggiro per una rapida ricognizione lo vedo gradire questo inverno mite e già mi prefiguro il suo unico momento di tenerezza primaverile, quando si riempie di fiori violetti per un’escusiva, annuale concessione alla socialità: la visita di un’ape. Più o meno ogni giorno durante la fioritura, l’altrimenti burbero rosmarino ligure si sbottona e apparecchia il proprio armamentario di ospitalità a base di colori, profumi, nettare e pollini. Per una sola ape. L’ho osservata con cura e ne sono certo, durante lo scorso anno è stata sempre la stessa. Arriva regolarmente verso le undici del mattino, non senza affanno bottina metodicamente ciascun fiore e poi se ne va in cerca di altri fragranti approdi urbani. Per tutta la primavera l’ho guardata da dietro la finestra chiedendomi da dove venisse e quanta strada faccesse per onorare quell’appuntamento quotidiano. Sebbene il vicino Sant’Ambrogio sia patrono degli apicoltori, la cintura urbana e soprattutto il centro della città di Milano mi sembrano assai parchi di arnie, per cui sicuramente l’ape ha trovato il mio rosmarino dopo lunghe e faticose perlustrazioni. Così, nello strano silenzio di una nebbiosa giornata invernale senza traffico, senza fiori e senza insetti, mi trovo a pensare a come un’ape possa scovare e costantemente ritrovare, a distanze per lei siderali, un rosmarino perso tra palazzi, tetti e condomini. E come lo possa tracciare non solo in un dedalo di colori e figure a lei innaturali, ma anche in una babele di odori che in genere nulla hanno a che fare con quelli che lei cerca.

Anzi, ora che ci penso, con la cappa di smog che regna su tutta la pianura Padana, l’ardita ape urbana tornerà a trovare il mio rosmarino ligure anche la prossima primavera?

photo-1444579084407-edbadf1d3795Credo che l’accordo tra fiori e impollinatori sia chiaro a tutti: i secondi aiutano i primi nella fecondazione e i primi attirano i secondi mediante una combinazione di sostanze volatili e colorate. In linea di massima i profumi servono per farsi trovare a grandi distanze e per riconoscere da vicino i fiori più ricchi di nettare, mentre i pigmenti facilitano le procedure di atterraggio. Tutto è mirato all’efficienza e al contenimento dei costi: migliore il rapporto spesa/guadagno e maggiore la probabilità che l’insetto faccia quel che desidera la pianta. La chiave del rapporto sta nella fragranza del fiore, una miscela di decine di sostanze la cui evaporazione è collegata alla quantità di nettare disponibile. La sua percezione da parte dell’impollinatore avviene creando una sorta di immagine collegata alla generosità della fonte, memorizzata e trasmessa, nel caso delle api, alle compagne per aiutarle a ritrovare i fiori più generosi di nettare. Si sa che bastano minime fluttuazioni nella miscela per confondere gli insetti impollinatori e causare una perdita di efficacia nel recapito del messaggio.

Questo avviene perché gli insetti riconoscono e memorizzano il segnale olfattivo come se fosse un’immagine: non registrano i singoli componenti ma il loro insieme.

Il viaggio per l’ape è una specie di gincana, un tragitto a ostacoli nel quale il profumo del fiore funge sia da navigatore che da faro, facilitando la costruzione di un percorso ed emettendo nell’aria un segnale costante di richiamo. L’occhio umano non lo vede, ma ciascun fiore in cerca di impollinatori diffonde nell’aria colonne e di gas profumati che formano volute fragranti del tutto simili a quelle meno gradevoli del fumo di una ciminiera o di una sigaretta. Gli insetti a loro volta percepiscono gli odori grazie a recettori olfattivi posti su sensibilissime antenne: in alcuni casi bastano 6 sole molecole posate su di esse per produrre un segnale riconoscibile dall’animale. In molti casi questo permette di individuare segnali olfattivi a diverse centinaia di metri di distanza e probabilmente anche a oltre un chilometro da api, bombi, farfalle e coleotteri, se le condizioni di trasporto aereo sono ideali (mancanza di ostacoli fisici, folate improvvise, pioggia). Con ogni probabilità la mia ape si è imbattuta in una di queste volute nel cielo di Milano e come un segugio ha seguito la pista fino al mio balcone.

Osservo la nebbiolina che avvolge i tetti e la fuliggine che si è depositata sul vaso del rosmarino: chissà se tra gli ostacoli di questa missione c’è anche lo smog dell’allarme inquinamento di questi giorni.

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Se così fosse, una minore copertura del segnale olfattivo si tradurrebbe in diverse complicazioni per le due parti ai capi di questa comunicazione. L’ape dovrebbe faticare di più, consumando più energie e portando a casa un saldo forse passivo tra energia spesa e zuccheri raccolti, volando più a lungo in cerca di campo sufficiente a captare la chiamata del fiore. In più tenderebbe a perdere memoria del percorso da compiere, per colpa della modificazione subita dalle tracce da seguire. Andrebbe persa anche la capacità dell’insetto di collegare un segnale (l’immagine olfattiva) con un evento positivo (la presenza di nettare) e quindi di istruire le altre api sui territori migliori da bottinare e l’aumento della fatica sarebbe a cascata su tutto l’alveare. Per il rosmarino (e per tutte le altre piante) diminuirebbero invece la probabilità di riprodursi e dare frutti, soprattutto tra piante distanti tra loro.

Spiace dire che il condizionale delle frasi precedenti non è d’obbligo, nel senso che effettivamente lo smog interferisce in modo drastico nella comunicazione pianta-insetto, degradando buona parte dei composti volatili emessi dai fiori, vanificandone lo scopo.

Non è solo una questione di mascheramento, di voci olfattive discordanti che si sovrappongono e si mescolano. Il profumo del fiore non viene coperto da quello dei gas di scarico di automobili, stufe e caldaie come una vocina debole da un rombo, ma subisce una vera e propria degradazione chimica. Le reazioni chimiche infatti non avvengono solo in ambiente liquido, ma anche tra sostanze gassose “sospese” nell’aria.

Chi ha fatto le prove ha osservato che alcuni tra i più comuni componenti delle fragranze fiorali sono completamente smontati quando entrano a contatto con due elementi dello smog, gli ossidi di azoto (indicati come NOx) e l’ozono, sparendo completamente dalla miscela.

Circa due terzi delle piante che reclutano insetti per l’impollinazione basa il proprio richiamo su terpeni come il beta-ocimene, il mircene, il beta-cariofillene, il linalolo e il terpinene, miscelati in proprozioni variabili a centinaia di altri composti di diversa natura come la fenilacetaldeide. La metà di queste sostanze scompare o si riduce in modo sensibile per gli insetti non appena entra a contatto coi fumi esausti di un motore diesel. Un composto importante come il farnesene addirittura sparisce completamente dopo un solo minuto di esposizione.

Le prove disponibili non sono moltissime, ma comunque condotte su fiori e insetti diversi (bocca di leone, cavolo, coleotteri, api), in condizioni di laboratorio e di campo aperto, su alcune decine dei più comuni costituenti dei bouquet fiorali e valutando gli effetti di distinti componenti dello smog, soprattutto di quello generato da motori diesel.

Gli esiti sono convergenti: sia i residui azotati della combustione diesel che l’ozono degradano in pochi secondi terpeni e altre sostanze volatili, rendendo irriconoscibili i fiori a diverse specie di insetti impollinatori, che anzichè puntare su di essi continuano a volare in cerca di altri segnali.

Fino ad ora nessuno ha testato direttamente gli effetti del particolato PM10 e PM 2,5 che nelle ultime settimane affollano l’atmosfera urbana e i titoli dei telegiornali. Un motivo per questa lacuna esiste, ed è strettamente biologico. L’ape che visita il mio rosmarino urbano è in questi giorni -spero per lei- al riparo nel chiuso del suo alveare e se tutto va bene non uscirà fino alla primavera, quando piogge e vento avranno -spero per noi- posto un palliativo sintomatico al problema dello smog invernale. Ovvero né l’ape né il profumo dei fiori di rosmarino saranno particolarmente colpiti dall’allarme inquinamento del Natale 2015 e dovuto alparticolato atmosferico emesso da auto, stufe, fabbriche e riscaldamenti, perché questo ristagna negli strati bassi dell’atmosfera in un periodo distinto dalla fioritura. Purtroppo -per tutti, stavolta- lo smog cambia pelle ogni stagione e le emissioni non cessano di essere pericolose una volta finito l’inverno.

In particolare, il problema legato all’ozono e ai NOx non è strettamente urbano, non tocca più solo il mio balcone e si estende alle stagioni più calde, proprio quelle in cui fiori e impollinatori sono nel massimo della loro attività.

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Questo fenomeno prende il nome di smog fotochimico, porta ad un incremento dell’ozono negli strati bassi dell’atmosfera ed è dovuto alla reazione tra ossidi d’azoto dello smog di tutto l’anno e ossigeno atmosferico mediata dalle radiazioni solari, che in estate e primavera sono per l’appunto più intense. Le stesse quantità di ozono e NOx che nelle prove sperimentali degradano i richiami odorosi dei fiori sono infatti riscontrabili in primavera e in estate sia in città che nelle campagne, dove vengono diffuse dai venti. Per dare qualche numero: gli oltre 260 microgrammi per metrocubo di ozono registrati in varie zone della Lombardia nel 2014 e nel 2015 corrispondono a circa 120 ppb. Nelle ricerche condotte sino ad ora, una concentrazione di 80 ppb di ozono (pari a 180 microgrammi per metrocubo) è sufficiente a degradare alcuni composti minoritari del profumo dei fiori e impedirne il riconoscimento da parte degli impollinatori, che non puntano più i loro fiori preferiti e non ne distinguono il profumo da quello dell’aria pura.

La presenza di ozono negli strati bassi dell’atmosfera è registrata dall’uomo da quasi due secoli, per cui è possibile fare qualche proiezione e spiegare i cambiamenti con numeri abbastanza intuitivi. Si stima che mentre nella metà del 1800 (agli albori della rivoluzione industriale) il segnale del faro olfattivo di un fiore poteva percorrere senza problemi poco più di un km senza degradarsi, ora la stessa miscela di sostanze odorose non riesce a spingersi oltre i 2-300 metri. In altre parole, il raggio di azione del faro profumato si è ridotto di quattro volte: solo il 25% dei suoi componenti supera questa distanza e diversi di essi scompaiono completamente pochi secondi dopo il loro decollo dai petali, per colpa dei fumi diesel. Per i segugi del nettare e dell’impollinazione potrebbe essere un problema serio.

E’ assai probabile infatti che questo obblighi gli insetti impollinatori a percorsi più lunghi e a maggiori fatiche per portare a casa la pagnotta, oltre che ridurre la probabilità che due piante distanti tra loro possano fecondarsi a vicenda.

Anche gli alibi del “combustibile meno inquinante” non alleviano la tassa: tutte le prove sperimentali che hanno prodotto questi dati sono state condotte con diesel “verde”, a basso contenuto di zolfo. Fino ad ora nessuno ha testato gli effetti dell’interazione ape-rosmarino, che potrebbero essere meno critici di quelli fino ad ora studiati, ma è una ben magra consolazione. Se in primavera l’ape non tornerà a visitare il rosmarino milanese della Val di Vara, la lista dei sospetti colpevoli sarà molto breve.

  • Fuentes, J., Roulston, T., & Zenker, J. (2013). Ozone impedes the ability of a herbivore to find its host Environmental Research Letters, 8 (1) DOI: 10.1088/1748-9326/8/1/014048
  • Lusebrink I, Girling RD, Farthing E, Newman TA, Jackson CW, & Poppy GM (2015). The Effects of Diesel Exhaust Pollution on Floral Volatiles and the Consequences for Honey Bee Olfaction. Journal of chemical ecology, 41 (10), 904-12 PMID: 26424685
  • Girling RD, Lusebrink I, Farthing E, Newman TA, & Poppy GM (2013). Diesel exhaust rapidly degrades floral odours used by honeybees. Scientific reports, 3 PMID: 24091789
  • Blande JD, Holopainen JK, & Li T (2010). Air pollution impedes plant-to-plant communication by volatiles. Ecology letters, 13 (9), 1172-81 PMID: 20602627
  • McFrederick, Q., Kathilankal, J., & Fuentes, J. (2008). Air pollution modifies floral scent trails Atmospheric Environment, 42 (10), 2336-2348 DOI: 10.1016/j.atmosenv.2007.12.033