Si può curare la malaria con una tisana?

L’illustratrice Inkspinster, nella strip che ho preso in prestito per la copertina, ironizza sull’efficacia millantata da certe tisane. Non tutti gli infusi e non tutti i decotti in realtà sono mendaci e sebbene siano molti i produttori e i pasionari desiderosi di spararla grossa, è possibile discriminare tra obiettivi raggiungibili e mistificazioni. Talvolta con buon senso, talvolta con due calcoli. Ad esempio, quando l’azione non necessita di principi attivi dosati al milligrammo, quando le dichiarazioni rientrano nel novero del possibile e fino a che non si entra nel trattamento di patologie gravi o sensibili, una data tisana può aiutare a stare meglio. Tuttavia, oltre ai casi non-terapeutici illustrati nella strip (le balle del marketing colpiscono meglio quando il bersaglio è soggettivo e volubile, come la vanità umana), la forma-tisana è al centro di discussioni accese anche per applicazioni mediche assai più serie, come nel caso delle terapie antimalariche. E visto che questa settimana è stato assegnato il premio Nobel per la medicina proprio a chi decenni fa ha introdotto la scienza medica occidentale all’uso di Artemisia annua e del suo metabolita artemisinina, la questione è tornata di grande attualità. E visto che la cosa solleva dal fondo del bicchiere vari corpuscoli sedimentati nel tempo, rendendo le acque torbide, per vederci chiaro può servire un piccolo riassunto di quel che i ricercatori hanno scoperto sull’uso di Artemisia annua in forma di decotto.

Una molecola da Nobel. Da diversi anni tra le terapie consigliate dall’Organizzazione Mondiale per la Sanità contro la malaria sono presenti alcuni derivati vegetali, identificati a partire da una pianta di origine cinese chiamata Artemisia annua o qīnghāo. Il principio attivo più abbondante in questa pianta si chiama artemisinina ed è accumulato in peli secretResearchBlogging.orgori presenti sulle foglie (più in quelle giovani, meno in quelle vecchie), che nella medicina tradizionale cinese erano impiegate come febbrifugo in miscela con altri ingredienti. Per i chimici l’artemisinina è un sesquiterpene lattonico dotato di un originale struttura perossidica effettivamente molto attivo nei confronti di varie tipologie di malaria e soprattutto adatto ad essere combinato con altri farmaci nei casi in cui Plasmodium falciparum e i suoi fratelli responsabili della malattia hanno sviluppato resistenza alle terapie farmacologiche tradizionali. In particolare, come suggerito dall’OMS nelle sue linee guida, l’artemisinina e i suoi derivati possono essere usati nel trattamento (ma non nella profilassi, ovvero nella cura e non nella prevenzione) della malaria non complicata sia per via orale che per via endovenosa. Il consiglio, per limitare il rischio di insorgenza delle temutissime resistenze al farmaco, è quello di usare l’artemisinina pura esclusivamente in combinazione con altri principi attivi: in questa maniera si rallenta la probabilità che il plasmodio trovi il modo di svicolare dal veleno con un artificio evolutivo. Sfortunatamente, Artemisia annua produce poca artemisinina, o meglio non ne produce abbastanza da soddisfare le nostre esigenze terapeutiche attuali e inoltre lo scenario è reso più complicato dalla variabilità produttiva della pianta, che accumula artemisinina in quantità diverse a seconda delle latitudini, delle altitudini, del momento di raccolta e delle varietà coltivate: in alcune condizioni l’accumulo è pari a zero e al massimo raggiunge l’1,5% del peso secco nelle varietà più produttive. Raramente si superano i 70 kg per ettaro, sufficienti a curare circa 10.000 tra i 400 milioni di malati annui.  Come sempre, non è la pianta a curare ma quel che ci sta dentro, come ben sapeva Youyou Tu quando ha avviato i suoi studi. Per questi motivi molti gruppi di ricerca sono al lavoro per ottenere varietà più produttive o sviluppare vie di sintesi artificiale (ad alta resa e baso costo) del composto, tali da permettere un accesso al farmaco anche da parte dei meno abbienti. L’artemisinina e i suoi derivati attualmente non hanno però un prezzo e una diffusione tali da essere facilmente accessibili a tutte le popolazioni che vivono là dove la malaria è un problema endemico, luoghi nei quali la sovrapposizione tra povertà e incidenza della malattia è purtroppo un dato di fatto. Questo stato delle cose ha indotto alcuni a suggerire l’impiego di forme più economiche, promuovendo la coltivazione di Artemisia annua nelle aree più povere del pianeta e suggerendo l’uso di tisane e decotti anche per la profilassi antimalarica, oltre che per il suo trattamento. Questa idea, che coincide con un ritorno alle pratiche etnomediche da cui la neo-Nobel Youtou Tu era partita per scoprire l’artemisinina, ha purtroppo limiti seri e controindicazioni da non trascurare.

nm.3077-F2La tradizione ha i suoi limiti. Il primo ostacolo a questo approccio è di tipo puramente chimico: l’artemisinina non è completamente idrosolubile, al punto che uno dei derivati semi-sintetici in commercio (la diidroartemisinina) è stato sviluppato apposta per aumentare la solubilità in acqua. Questo significa che una ridotta parte della già poca artemisinina presente nelle foglie viene estratta dall’acqua, anche calda. Inoltre, le condizioni di preparazione dell’infuso influenzano sensibilmente la quantità di principio attivo estraibile: nelle migliori condizioni si ottengono circa 85 mg di artemisinina per litro di infuso e mediamente le quantità ottenibili con una procedura casalinga raggiungono i 50 mg di artemisinina per litro. Ovviamente questi valori possono aumentare incrementando la quantità di erba usata, operazione che però riduce la resa di estrazione e porta a ottenere un massimo di 200 mg per litro. Il punto critico di questa operazione non è però la quantità estraibile, quanto la mancanza di uniformità: il tempo di infusione e la temperatura dell’acqua influiscono, come è intuitivo, in modo consistente e già 10 °C in meno nell’acqua usata causano riduzioni di 8 volte, cosa che rende assai ostica una standardizzazione della somministrazione. La dose di artemisinina somministrata non in combinazione con altri farmaci dovrebbe permettere di raggiungere quantità comprese tra i 3 e i 5 grammi in 5 giorni, ovvero sarebbe necessario far bere giornalmente numerosi litri del migliore infuso possibile al paziente. Migliore in senso farmacologico e non certo organolettico, dato che la bevanda è terribilmente amara. La probabilità che i pazienti così trattati non assumano la corretta quantità di principio attivo è altissima: la pianta di partenza, se non standardizzata (ovvero se non monitorata per il suo contenuto in artemisinina) potrebbe esserne troppo povera, andrebbe usata dopo pochi giorni dalla standardizzazione (l’artemisinina è instabile e si degrada durante la conservazione), i tempi e la temperatura di preparazione potrebbero variare, il quantitativo di erba potrebbe essere insufficiente, la quantità bevuta dell’amarissimo decotto potrebbe essere troppo scarsa. L’altro grosso limite del decotto è nei risultati. Si è infatti visto che questo riesce sì ad eliminare i sintomi della malaria e a ridurre nei malati i parassiti al di sotto dei limiti “rivelabili”, ma non riesce sempre a eliminarli del tutto. Il paziente sta bene, ma è probabile che quei pochi parassiti che scampano e che sfuggono anche alle maglie delle misurazioni meno precise siano anche i più resistenti all’artemisinina e agli altri composti estratti durante l’infusione della pianta. Questo sembra avvenire perché il parassita ha più stadi vitali e l’artemisinina non pare ugualmente efficace nel colpire il plasmodio in ciascuno di essi, col rischio tra l’altro che lo stesso paziente apparentemente guarito vada incontro a gravi recrudescenze della malattia in futuro. Analogamente a quanto avviene con le cure antibiotiche parziali, questo trattamento potrebbe sì coadiuvare il trattamento di alcuni pazienti, ma aumenterebbe un rischio che non ci possiamo permettere, ovvero che il plasmodio della malaria sviluppi resistenza anche a questo rimedio rendendolo inefficace nel futuro. La soddisfazione di curare alcuni singoli nel presente può trasformarsi in una condanna per milioni di futuri malati.

In sintesi. Le indicazioni disponibili convergono nel dire che i dosaggi ottenibili con una tisana o con un decotto sono in genere al di sotto di quelli terapeuticamente efficaci. Inoltre, confermano che la modalità di preparazione dell’infuso può essere molto variabile e quindi la somministrazione reale di artemisinina può essere estremamente fluttuante, cosa che facilita l’insorgenza di resistenza del patogeno al farmaco. E’ vero che nella tradizione medica cinese -da cui il recente Nobel è partito- la pratica prevede il decotto, ma l’uso che se ne faceva era come febbrifugo e non necessariamente come antimalarico, peraltro in presenza di altri ingredienti e in un contesto in cui l’aspettativa di sopravvivenza alla malattia era comunque molto più bassa dell’attuale. Soprattutto, ai tempi in cui si è imposta la pratica, non erano disponibili altre forme di somministrazione e preparazione: si faceva con quel che c’era e non si era consapevoli dei problemi connessi all’insorgenza delle resistenze.

Artemisia, Artemisinin, Wirkstoffe, Natur
Artemisia, Artemisinin, Wirkstoffe, Natur

L’unico scenario è quello di usare la molecola pura combinata ad altri farmaci? Attualmente le cosiddette ACTs (Artemisinin Combined Therapies) rappresentano l’unico approccio in grado di assicurare efficacia e tutela verso la resistenza. Determinate tipologie di combinazione superano il 95% di guarigioni e limitano enormemente il rischio di ricadute, per cui è evidente che il bisogno di forme alternative non è legato all’efficacia, bensì ai costi, all’accesso al farmaco nelle zone più povere e ad intenti più ideologici che terapeutici, cosa che ha portato diverse organizzazioni non governative a promuovere l’uso degli infusi e dei decotti nonostante le raccomandazioni contrarie dell’OMS. In questo contesto diversi ricercatori stanno valutando la percorribilità di altre strategie e negli ultimi tre anni sono comparsi alcuni studi preliminari, nei quali è stata testata l’ipotesi di somministrare direttamente una quantità calibrata di Artemisia annua essiccata, ad alto tenore di artemisinina. Il primo vantaggio di questa opzione sarebbe l’eliminazione della variabilità dovuta alla decozione, tramite la messa in commercio di compresse a base di foglie in grado di raggiungere i dosaggi sopracitati. Questo permetterebbe anche di migliorare l’aderenza del paziente alla terapia, limitando il rischio di assunzioni parziali a causa del cattivo sapore del decotto: secondo le stime preliminari circa 30 compresse da un grammo ogni giorno sarebbero sufficienti. Le valutazioni preliminari sono state condotte su animali e hanno evidenziato che questa forma di somministrazione potrebbe permettere di mandare in circolo nell’organismo una quantità di artemisinina superiore a quella raggiungibile con un infuso e anche con l’artemisinina pura, probabilmente grazie a una diversa dinamica di metabolizzazione e di assorbimento. Questa maggiore presenza nell’organismo si è tradotta in una più rapida eliminazione del plasmodio. Si è anche visto che a medio-lungo termine fornire Artemisia annua ricca in artemisinina per via orale permette di abbattere considerevolmente il rischio di recrudescenze rispetto alla terapia con la sola artemisinina non combinata ad altri farmaci, ma solo a patto che il dosaggio nell’erba sia abbastanzo alto. Tutte cose incoraggianti, ma tutto meno che definitive.

C’è sempre un “ma”. Prima di presentare  questi studi come un’alternativa percorribile, come ho già visto fare, occorre mettere in fila i caveat. Questi studi non hanno ancora riguardato l’uomo e i risultati positivi ottenuti sugli animali potrebbero, come spesso avviene, essere ridimensionati quando si passa al piano di sopra. Ad esempio, la specie di plasmodio usata nei test è un modello che nell’uomo fornisce una minore virulenza rispetto a Plasmodium falciparum e Plasmodium vivax. Inoltre, non è stato ancora fatto nessun confronto diretto nell’uomo tra gli ACTs e l’assunzione di queste compresse, cosa che impedisce di valutare compiutamente se e quanto la seconda opzione concorrenziale in termini di efficacia e garanzie a lungo termine. Questo approccio, anche qualora confermasse le premesse, non potrebbe poi prescindere da una produzione delle compresse di stampo farmaceutico, centralizzata e monitorata, pena ricadere nei rischi del sottodosaggio e della variabilità. In altre parole, non si presterebbe ad una somministrazione artigianale non controllata senza ricadere negli inciampi di dosaggio che favoriscono resistenze e recrudescenze. Può sembrare tedioso e complicato dover verificare e valutare un gran numero di variabili quando il tempo corre per milioni di malati di malaria nel mondo, persone spesso con scarsissimo potere contrattuale e ancor meno potere d’acquisto, ma il rischio è di condannare non solo loro, ma anche i futuri malati. E non è una cosa su cui si può scherzare con una vignetta.

  • Elfawal, M., Towler, M., Reich, N., Golenbock, D., Weathers, P., & Rich, S. (2012). Dried Whole Plant Artemisia annua as an Antimalarial Therapy PLoS ONE, 7 (12) DOI: 10.1371/journal.pone.0052746
    Elfawal MA, Towler MJ, Reich NG, Weathers PJ, & Rich SM (2015). Dried whole-plant Artemisia annua slows evolution of malaria drug resistance and overcomes resistance to artemisinin. Proceedings of the National Academy of Sciences of the United States of America, 112 (3), 821-6 PMID: 25561559
    van der Kooy F, & Verpoorte R (2011). The content of artemisinin in the Artemisia annua tea infusion. Planta medica, 77 (15), 1754-6 PMID: 21544776
    Atemnkeng, M., Chimanuka, B., Dejaegher, B., Heyden, Y., & Plaizier-Vercammen, J. (2009). Evaluation of Artemisia annua infusion efficacy for the treatment of malaria in Plasmodium chabaudi chabaudi infected mice Experimental Parasitology, 122 (4), 344-348 DOI: 10.1016/j.exppara.2009.04.004
    Carbonara, T., Pascale, R., Argentieri, M., Papadia, P., Fanizzi, F., Villanova, L., & Avato, P. (2012). Phytochemical analysis of a herbal tea from Artemisia annua L. Journal of Pharmaceutical and Biomedical Analysis, 62, 79-86 DOI: 10.1016/j.jpba.2012.01.015
    Dondorp, A., Fairhurst, R., Slutsker, L., MacArthur, J., M.D., J., Guerin, P., Wellems, T., Ringwald, P., Newman, R., & Plowe, C. (2011). The Threat of Artemisinin-Resistant Malaria New England Journal of Medicine, 365 (12), 1073-1075 DOI: 10.1056/NEJMp1108322
    de Ridder S, van der Kooy F, & Verpoorte R (2008). Artemisia annua as a self-reliant treatment for malaria in developing countries. Journal of ethnopharmacology, 120 (3), 302-14 PMID: 18977424
    Towler MJ, & Weathers PJ (2015). Variations in key artemisinic and other metabolites throughout plant development in Artemisia annua L. for potential therapeutic use. Industrial crops and products, 67, 185-191 PMID: 25729214
    van der Kooy, F., & Sullivan, S. (2013). The complexity of medicinal plants: The traditional Artemisia annua formulation, current status and future perspectives Journal of Ethnopharmacology, 150 (1), 1-13 DOI: 10.1016/j.jep.2013.08.021
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Perché gli inglesi bevono il tè?

tumblr_mel1lwZO1H1rkx0uto1_400Davanti alla macchinetta autogestita del caffè nelle anguste segrete del mio dipartimento, sono esposte alcune carte geografiche. Ispirano fantasticherie e domande, come quelle emerse stamattina: perché gli inglesi bevono tè e perché la tradizione del té non si è consolidata in Europa per opera di altri popoli? Le tradizioni alimentari dipendono dalla biologia delle piante? E potrebbero cambiare nel futuro?

Crisi=opportunità. Fino alla metà del 1800 la coltivazione del caffé e la sua importazione in Europa erano saldamente in mano agli Olandesi, che controllavano Ceylon e Indonesia tramite la Compagnia delle Indie Occidentali. Il caffè arrivava da oriente e il termine anglosassone “java” ancora oggi usato per indicarlo deriva proprio dall’omonima isola indonesiana. Sebbene la pianta vi fosse già coltivata dal 1700, in Sudamerica a quei tempi non si trovavano grandi piantagioni, mentre attualmente circa il 90% del caffè arriva in Europa proprio da questo continente e dall’Africa, in conseguenza di un’insoltita combinazione tra storia e biologia. Il monopolio caffeico della Geoctoyeerde Westindische Compagnie crollò con le conquiste napoleoniche e con il conseguente indebolimento dei Paesi Bassi; gli affari vennero in parte rilevati dagli inglesi, pronti a mettere le mani sulle ricchezze disponibili. Nel 1796 re Giorgio III acquisisce dall’Olanda l’isola di Ceylon, l’attuale Sri Lanka, ricca di piantagioni di caffè. Per usare espressioni proprie della moderna globalizzazione ma già calzanti all’epoca, lo fa anche per rinforzare la posizione del suo paese sul mercato globale del caffè e trarne lauti guadagni. A partire dal 1600 la società inglese è stata infatti investita in pieno dalla moda del caffè, che spopola al punto che nel 1800 le coffee houses britanniche rappresentano luoghi pubblici frequentatissimi, servono ettolitri di caffè a un penny la tazza e fanno concorrenza a consolidate istituzioni come i pub. Agli albori dell’epoca vittoriana è caffè e non il tè a dominare il mercato interno, sia nel Regno Unito che nel continente e Ceylon fa gola sia per esigenze strategico-militari nell’Oceano Indiano che per la ricchezza delle sue materie prime. All’epoca del cambio di bandiera sull’isola sono infatti presenti due coltivazioni: il tè limitato a piccole zone più montagnose e il caffè ampiamente diffuso in grandi estensioni collinari, al punto da rendere Ceylon il terzo produttore mondiale, con oltre 160.000 ettari e quasi 50.000 t/anno.

Opportunità=crisi. Il piano commerciale inglese va però a rotoli in una manciata di anni e da una potenziale posizione monopolistica i coloni di Ceylon si ritrovano praticamente senza piante da coltivare. L’inizio della fine è datato 1867, quando sull’isola giunge dall’Africa un fungo che in pochi anni annienta la produzione, probabilmente portato da alcune piante di caffè importate per avviare nuove piantagioni. Storia nella storia, a favorire il contagio è probabilmente l’uso di uno strumento tecnico messo a punto da un eastlake-victorian-wardian-casebotanico di Kew Gardens, Nathaniel Ward. La Wardian case è una specie di serra con terrario in forma di trasportino, che consente il facile trasporto navale di piante intere anzichè di semplici rametti da usare come talee o di semi. Il suo uso ha quasi certamente permesso il trasporto a Ceylon di piante africane affette dal coffee leaf rust, la ruggine del caffè causata da Hemileia vastatrix che non sarebbe stata in grado di compiere la traversata tramite semi. Giunto sull’isola il fungo si diffonde con devastante efficacia grazie all’uniformità genetica tra le piante coltivate, necessaria per ottenere caffè di qualità uniformi a basso costo e in poco tempo annienta le piantagioni, con una dinamica che ricorda da vicino quella delle patate nella grande carestia irlandese. Vista la mala partita, i commercianti inglesi cercano di recuperare le perdite estendendo con successo la coltivazione di tè anche a quote più basse e diventando così monopolisti su scala planetaria del commercio di questa pianta. La trasformazione determina anche una maggiore specializzazione, sia nella vendita che nella produzione e nel trasporto, portando alla scomparsa delle piantagioni di caffè anche in altre colonie britanniche come l’India e imResearchBlogging.orgpone con effetto domino anche una drastica variazione nei consumi in patria: il caffè non è più disponibile come prodotto inglese, il suo prezzo cresce, la distribuzione cala e le coffee houses non riescono più a vendere tazze a un penny, perdendo quote sul mercato interno. Al contrario, il tè inizia a costare sempre meno e diventa bevanda nazionale dei sudditi di Sua Maestà e gli stessi uomini di corte, per sostenere la nouvelle vague commerciale, manifestano di preferire l’allora più elitario tè al meno nobile caffè con esiti noti. L’afternoon tea inventato solo nel 1840 dalla Duchessa di Bedford si trova nel posto giusto al momento giusto e le tearooms gradualmente prendono il sopravvento sulle rivendite di caffè. La tradizione britannica del tè alle cinque è quindi in buona parte da imputare alle conseguenze di un fungo e all’abilità nel convertire le piantagioni, che trasformò la proverbiale crisi (biologica) in opportunità (commerciale).

Rust never sleeps. L’influenza del coffee leaf rust nelle faccende alimentari dell’uomo non si ferma alla conversione dei costumi inglesi. H. vastatrix è un parassita specifico del caffé, nel senso che attacca esclusivamente il genere Coffea e fino alla metà dell’800 era noto solo nelle zone dell’Africa Centrale in cui il caffè cresce selvatico. Si diffonde con facilità attraverso il vento, ma per le grandi distanze si avvale dell’inconsapevole aiuto dell’uomo e dei suoi spostamenti, ad esempio tramite partite di piante infette non controllate attenzione, come confermato anche nel caso del suo successivo sbarco dall’Africa in Brasile nel 1970. Il fungo infetta la pianta entrando nelle foglie attraverso gli stomi e colpendo le cellule del parenchima clorofilliano, causando necrosi e macchie scure che progressivamente invadono l’intera foglia. A poche settimane dall’aggressione le piante colpite risultano completamente defoliate e muoiono, mentre le sopravvissute perdono vigore e fruttificano in quantità assai inferiori. Ogni zona infetta della foglia può produrre in 2-3 settimane centinaia di capsule contenenti oltre 150.000 spore, capaci di resistere quasi 2 mesi prima di germinare. Per agire al massimo della virulenza H. vastatrix ha bisogno una precisa finestra di temperature, di alta umidità e di piante assai vicine tra loro, tre fattori che negli anni recenti sono in crescita per effetto del cambiamento climatico globale e delle pratiche di coltivazione, minando nuovamente dopo quasi due secoli il futuro del caffè e del suo commercio.

stockvault-fresh-coffee116330Biologia, storia, clima, mercato. Saltando dall’epoca delle colonie britanniche a quella del commercio moderno, la storia della geografia del caffé e del suo fungo devastatore non si ferma infatti al tè delle cinque. Dai tempi di Ceylon, la coltivazione si è trasferita da oriente a occidente, stabilendo il proprio epicentro nelle Americhe dove il fungo non era un tempo presente e dove il clima d’alta quota ne preveniva lo sviluppo massiccio. Favorito dal cambiamento climatico e dalle tecniche di coltura intensiva praticate ormai un po’ ovunque, il coffee rust sta vivendo in questi ultimi anni una nuova pagina gloriosa, tornando a devastare le piantagioni gestite dall’uomo. Nei paesi centro e sudamericani il caffè era rimasto sino ad ora al sicuro per effetto di condizioni climatiche che non ne favorivano lo sviluppo massiccio negli altipiani di Colombia, Guatemala, Nicaragua e Costarica. L’aumento delle precipitazioni e delle temperature riscontrato ovunque negli ultimi decenni e legato al climate change, unito al fatto che per aumentare le rese di produzione e abbattere i costi le piante sono coltivate molto fitte, sta  rendendo molto difficile il controllo delle infezioni e dal 2013 si parla di epidemia. La densità delle foglie aumenta infatti il ristagno di umidità e la velocità di diffusione, riducendo la possibilità di un controllo e di un tempestivo intervento in campo ai primi sintomi. In più, le pesanti fluttuazioni del prezzo mondiale del caffè negli ultimi decenni e la svalutazione di inizio millennio hanno costretto i coltivatori a una serie di operazioni che hanno contribuito a radunare venti e nuvoloni della tempesta perfetta in corso dal 2013 in America Centrale. In particolare, i minori ricavi hanno inciso sulla manodopera, diminuendo la qualità e la frequenza della manutenzione nelle piantagioni, che ha impedito di individuare e intervenire per tempo sui primi focolai. Inoltre, l’instabilità socio-politica delle nazioni coinvolte non ha permesso il tempestivo avvio di campagne pubbliche di controllo. L’esito di tutte queste concause è che diversi analisti paventano per le coltivazioni sudamericane scenari simili a quelli descritti per l’isola di Ceylon, con 30-70% delle piante colpite e perdite di produttività superiori al 40%, che potrebbero mettere in ginocchio l’economia di intere nazioni oltre a mettere in moto le medesime dinamiche economiche descritte per l’Inghilterra vittoriana. Alcuni stati come Guatemala e Costarica nel 2013 e nel 2014 hanno dichiarato uno stato di emergenza e in corrispondenza del calo di produzione il prezzo del caffé è raddoppiato in breve tempo.

No panic. Esistono sensibili differenze tra lo scenario di Ceylon nell’ottocento e quello odierno. Più elementi permettono di dire che il mondo non sarà costretto ad una conversione forzata all’afternoon tea, almeno per ora, ma al tempo stesso alcune caratteristiche che consideriamo “tradizionali” nel consumo del caffè potranno andare incontro a cambiamenti, organolettici o di prezzo. Un elemento è quantitativo: nel 1800 tutto il caffé era coltivato tra Ceylon, India e Indonesia e l’arrivo di H. vastatrix in quei paesi fu una catastrofe totale e inattesa, mentre attualmente le nazioni colpite pesano “solo” sul 15% della produzione globale1102826_24364966. E’ anche vero che la carta della delocalizzazione l’abbiamo già giocata e salvo casi particolari sarà difficile portare nuovamente il caffè al riparo dal fungo in altre nazioni. Un altro elemento favorevole è che mentre le piantagioni dell’epoca erano in balia della natura, le odierne possono giovarsi delle ampie conscenze tecnico-scientifiche acquisite nel frattempo. Sappiamo ad esempio che per difendere le coltivazioni dal fungo si possono seguire più strategie, preferibilmente applicandole tutte assieme. Ad esempio si possono ottimizzare le tecniche di coltura riducendo la densità, conducendo monitoraggi attenti e trattamenti preventivi con antifungini. Si tratta però di una soluzione parziale, stante l’efficacia degli attuali rimedi, impattante sull’ambiente e capace di abbassare ulteriormente i già risicati margini di guadagno per i produttori innalzando i prezzi finali. Una delle strategie più battute è invece quella del miglioramento genetico delle piante coltivate, tramite la selezione di nuove varietà più resistenti a H. vastatrix, che potrebbe cambiare il gusto “tradizionale” del caffè europeo.

Che tradizione potrebbe cambiare stavolta? Durante la delocalizzazione delle piantagioni, furono infatti portate verso le Americhe soprattutto piante di Coffea arabica, la stessa specie che era coltivata a Ceylon e da sempre particolarmente gradita in Europa per questioni di abitudine e di gusto. Questa specie purtoppo è quella più colpita da H. vastatrix e il suo punto forte, oltre ad un moderato contenuto di caffeina, consiste nelll’aroma che si sviluppa durante la tostatura. Molte delle caratteristiche che i cultori della materia attribuiscono a un buon espresso vengono dalla genetica di questa specie. Al contrario, C. canephora (o C. robusta) è in grado di offrire una maggiore resistenza al 802301_92149037fungo e difatti la sua coltivazione dopo due secoli è tornata ad essere più forte proprio in Asia, da cui tutto ebbe inizio. Alcune nazioni orientali coltivano ora esclusivamente C. robusta e negli ultimi 30 anni il Vietnam è ad esempio  arrivato a produrre il 20% del caffè mondiale. Il suo sapore è però più amaro, il suo aroma meno delicato, il contenuto in caffeina molto maggiore. Unici punti a favore di C. robusta  sono la possibilità di ottenere una crema più consistente nell’espresso e soprattutto il prezzo più basso, che permette a torrefazioni e commercianti di restare competitivi sul mercato. Per proteggere le piantagioni nei paesi sudamericani gli agronomi da decenni stanno quindi cercando di approfittare della maggiore resistenza di C. robusta e di altre specie selvatiche di caffé nel tentativo di trovare il Sacro Graal che permetta di salvare capra e cavoli: resistente come una e buona come l’altra. Le varietà Lempira, Kent, Catimore e Icatu, ad esempio, ottenute incrociando diverse linee di C. arabica con diversi genotipi di C. robusta, sono quelle più note per la loro maggiore resistenza, ma per tutte l’acquisizione di un vantaggio ha coinciso con un eredità sfavorevole in termini organolettici. Il caffè tostato che se ne produce ha un sapore diverso rispetto all’arabica tradizionale prodotto dalle varietà più colpite dalla ruggine (Bourbon, Tipica, Catuai), è più amaro e meno dotato di quelle note aromatiche vanigliate che i puristi stimano. E’ verosimile quindi, e forse accade già sulle nostre papille gustative, che il sapore che si descrive ora come “tradizionale” per il caffè espresso europeo vada gradualmente trasformandosi per via dell’influenza di un fungo sulle piantagioni americane.

Inoltre, per chi pensasse che possa esistere una soluzione definitiva a problemi di questo tipo, come forse fecero i latifondisti del caffè dell’800 con il trasloco latinoamericano, va detto che no, non esiste. Le varietà di caffè attualmente resistenti a H. vastatrix perdono gradualmente le loro capacità nell’arco di circa 10 anni, in quanto l’evoluzione permette al fungo di sviluppare nuove vie d’attacco per aggirare le nuove difese costruite da genetica e agronomia, obbligando l’uomo a sviluppare nuove varietà più resistenti e nuove tecniche “convenzionali” o “tecnologiche” per far fronte al problema. In un’eterna lotta tra guardie e ladri, nelle relazioni tra uomini e piante non vince chi si ferma o chi scappa dall’altra parte di una acrta geografica, vince solo chi si adatta al cambiamento. Anche in termini di gusto e di tradizioni.

McCook, S. (2006). Global rust belt: Hemileia vastatrix and the ecological integration of world coffee production since 1850 Journal of Global History, 1 (02) DOI: 10.1017/S174002280600012X

Kushalappa, A. (1989). Advances In Coffee Rust Research Annual Review of Phytopathology, 27 (1), 503-531 DOI: 10.1146/annurev.phyto.27.1.503

Silva, M., Várzea, V., Guerra-Guimarães, L., Azinheira, H., Fernandez, D., Petitot, A., Bertrand, B., Lashermes, P., & Nicole, M. (2006). Coffee resistance to the main diseases: leaf rust and coffee berry disease Brazilian Journal of Plant Physiology, 18 (1), 119-147 DOI: 10.1590/S1677-04202006000100010

Robe Vintage

d6419569-04ad-43ee-98ba-7f49a7f5f05bLa ripresa postvacanziera è lenta -o meglio stagnante per usare il vocabolario corrente- e permette di dedicare il weekend ad attività poco stancanti, come visitare cantine e scaffali. Tra le mie mani sono così capitate alcune piccole riviste tascabili chiamate Eco del Mondo e Il Mese, datate tra la fine del 1945 e il 1950. Erano edite nel pieno dopoguerra, traducendo gli articoli migliori delle principali testate internazionali e rappresentavano l’equivalente d’antan dell’odierno Internazionale. A fianco di trattati su sociologia, geografia politica e varia umanità e tra un racconto breve e l’altro, questi compendi giornalistici offrivano finestre di spessore sugli avanzamenti del sapere scientifico, in alcuni casi davvero ben scritti, sebbene le nozioni siano state nel frattempo ampiamente riscritte e rivedute alla luce di scoperte successive. Per capirci, si trovano abbinamenti esotici tra testi presi da riviste e giornali di ogni schieramento politico, in cui un dettagliato saggio fisico-atmosferico sulla grandine va a braccetto con un trattato sul significato dello sport sovietico e con una disamina precisa del ruolo dell’elefante nell’arte, tutto incartato in un’atmosfera da “come ho imparato a non preoccuparmi e ad amare la bomba“, ma è interessante notare all’epoca come il lettore non fosse percepito come un’entità appiattita su una singola visione delle cose, ma come una figura tridimensionale interessata a comprendere più argomenti anche molto lontani tra loro. Il linguaggio usato è in genere semplice, chiaro, lineare e fruibile in pochi minuti.

 

Dato che si tratta di materiale irreperibile in altra maniera e trovando diversi spunti interessanti, mi sono messo al lavoro con lo scanner salvando in pdf gli articoli più meritevoli o curiosi. LI trovate di seguito commentati per gruppi (lo so, i pdf vanno ruotati, ma tutti i lettori hanno l’opzione apposita). Le pagine ospitano resoconti affascinanti e talvolta bellissimi, scritti nella lingua enfatica, priva di fretta e seria dell’epoca, che pare fatta di flanella anziché di parole in corsa. Un’avvertenza per tutti, però: sono racconti di scoperte di oltre 65 anni fa, vanno presi più come reperti storici che come verità inconfutabili da usare a sostegno di questa o di quella tesi attuale. In vari casi il normale avanzamento delle conoscenze ha cambiato drasticamente deduzioni e conclusioni, ed è perfettamente giusto che sia così. Sono testimonianze del modo in cui all’epoca erano trattate e divulgate scoperte tecnologiche e scientifiche; nel migliore dei casi sono le larghe spalle su cui si sono issati i ricercatori successivi per vedere cosa c’era oltre. In alcune occasioni prevale l’elemento curiosità, in altre fa riflettere la diversa tendenza ideologica con cui venivano presentate, fortemente legata alla situazione politica del tempo e all’idea di futuro all’epoca prevalente (produzione, crescita, produzione, crescita). Le descrizioni trasudano un ottimismo idealista attualmente naif, sono intrise di propaganda sociopolitica e mostrano agli occhi più disilusi di oggi come le aspettative del positivismo scientifico dell’era post-bellica abbiano in vari casi prodotto più danni le cui conseguenze culturali possono vantare un decadimento maggiore del famigerato Cobalto-Torio-G del Dr. Stranamore. Al tempo stesso però devono far riflettere senza superiorità: quali filtri ideologici (ossessione per la salute individuale, integralismi culturali vari, interessi commerciali) ne hanno preso il posto nel racconto odierno delle cose del mondo? Quanti dei modi di descrivere e discutere gli odierni avanzamenti scientifici appariranno come Cobalto-Torio-G agli occhi dei nostri pronipoti?

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Biologia e genetica. Per dare un’idea della comunanza dell’interesse riservato all’epoca per la formazione di un sapere composito e non monotematico (scienziato che legge solo di scienza, letterato che legge solo di lettere), il saggio sugli ormoni vegetali precede la recensione di un libro di Francis Scott Fitzgerald e un estratto da Baudelaire. Gli ormoni vegetali rappresentavano all’epoca l’ultimo grido della conoscenza in ambito vegetale. Forse i pezzi migliori per molti aspetti, da rileggere sulla scia delle odierne polemiche e pruderie sugli organismi geneticamente modificati, sono quelli sugli avanzamenti in campo genetico. Si descrivono in modo chiaro e semplice gli effetti e gli usi delle mutazioni genetiche indotte dall’uomo nei cereali e nei legumi per sviluppare in modo più rapido nuove varietà commerciali (poi regolarmente commercializzate in tutto il mondo dal 1950 in poi, per nostra comune fortuna). Infine, leggere un libro sapendo il finale toglie emozione, ma aiuta a capire bene come l’autore l’ha costruito e la divesa trama presa dalla realtà. Qui, in diretta, lo studio del Ciclo di Calvin e il sogno di un’alimentazione per tutti a base di alghe.

AA.II., 1949. La Fotosintesi rivoluzionerà l’agricoltura? Da The Economist.www


Clima. Un po’ fuori tema perché non si citano piante, ma giova far leggere le conclusioni di questi due articoli sul problema del Global Warming. Si sospetava già che l’andamento del riscaldamento planetari avesse deviato da una ciclicità e che l’avanzamento delle attività umane potesse in qualche modo esserne responsabile. O comunque collegato.

M.F. Perutz, 1948. I Ghiacciai in Ritirata. Da Science News
J.S. Arcturus, 1950. Verso un mondo più caldo. Da France Illustration.


Farmacia e Cosmesi. Storie ormai già note a chi se ne occupa, ma la globalizzazione delle materie prime in profumeria e l’uso del curaro in medicina sono interessanti nelle parole e nel punto di vista di quasi 70 anni fa. Piuttosto, interessante notare come gli annosi problemi della comunicazione scientifica nel settore della salute non siano ancora stati risolti dopo così tanto tempo: l’articolo sulla streptomicina mette in guardia sui rischi di fare propaganda prima che si siano conclusi tutti gli studi di validazione di un farmaco, spiega le differenze di credito da dare a studi in vitro e sull’uomo e introduce un problema che si porrà nella sua gravità nei nostri decenni: quello della resistenza agli antibiotici.

Agronomia. Si diceva dell’ossessione produttivista: anche la scoperta di nuove piante foraggere era d’interesse. In questo caso sono due ampi spot per Trifolium subterraneum e Festuca arundinacea. Certo, la festuca per il bestiame si è poi rivelata una fregatura, ma è un’altra storia.
Ambiente. Tra le tante cose che già all’epoca erano presenti e divulgate, la conservazione brilla per la sua assenza. La Natura è ancora, solidamente, vista come un’entità da plasmare in chiave totalmente antropocentrica e in questa ottica vanno letti gli ottimismi malriposti sulle magnifiche e progressive sorti del Sahara irrigato e dell’Amazzonia bengestita. Recentemente, gli ambientalisti discutono spesso del problema del petrolio nell’Amazzonia Ecuadoriana: tutto è iniziato nel 1947.


P. Costa, 1950. L’avvenire dell’Amazzonia. Da Scientific American

AA.II, 1948. Il Sahara verrà coltivato? Da Die Weltwoche.
C. Isherwood, 1949. Petrolio nella Giungla. Da Geographical Magazine.


rrrEtnobotanica. Con quale pianta sono fatte le garze delle mummie? Con Bohemeria nivea. Come è stata accolta la papaya sul mercato occidentale? Bene. E sebbene spesso lo si dimentichi, fumare tabacco è una pratica etnobotanica.


Esplorazioni. Avventure naturalistiche ai tempi del piroscafo e dell’idrovolante: foreste esotiche ed erbe da marciapiede, l’ode al ranuncolo e l’impagabile racconto dei field scientists dell’agrobiodiversità. L’esistenza e il successo, presso il Dipartimento americano per l’agricoltura, di una “Divisione per la scoperta e l’introduzione di nuove piante” lascia intuire come la biopirateria non fosse certo un problema (e neanche l’ansia per le alloctone). Da notare l’assoluta nonchalance con cui si spostavano e disseminavano piante da un continente all’altro. E magari oggi molte di esse sono ritenute “tipiche ” di una certa zona.

Nuovi vecchi problemi. Già nel primo dopoguerra si lavorava al biodiesel di origine vegetale, anche se per motivi diversi da quelli di oggi. Il metodo proposto è caduto nell’oblio. Anche la gestione sostenibile degli scarti industriali non l’abbiamo inventata con lo slogan RRR, solo che la chiamavamo col nome molto poco trendy di chemiurgia dei rifiuti e serviva a scoprire che pula di riso e tutoli di granturco erano adatti alla pulizia ad abrasione tenera di motori e macchinari.


Rubrica. A partire dal 1950 Eco del Mondo inizia ad ospitare una rubrica chiamata “La Scienza al Servizio dell’Uomo“, con futuribile locandina Jetsons-style e un retrogusto più salvifico di quel che dovrebbe essere per un percorso di conoscenza. Non mancano le presentazioni iperboliche di invenzioni o scoperte risolutive, destinate nel settantennio successivo a finire immancabilmente tra i fondi di magazzino dell’universo, un po’ come le copie cartacee da cui le ho rievocate.

La natura ce l’ha già: l’arcolaio di Maleficient

maleficentPrima che il sole tramonti sul suo sedicesimo compleanno, ella si pungerà il dito con il fuso di un arcolaio e morrà“, vaticinò la strega Malefica per colpa di un mancato invito. Favole. In barba a Serenella, però, Fauna e Flora si sono alleate almeno in una occasione per dare alla Natura un proprio arcolaio a quattro zampe, sotto le sembianze poco socievoli di un roditore africano stranamente lento e noto come ratto dalla criniera. A quanto pare, in Lophiomys imhausi l’evoluzione ha trovato il modo di riciclare un veleno vegetale, risparmiando all’animale l’invito (stavolta da rifiutare a tutti i costi) come protagonista di banchetti altrui.

Veleni che fanno bene. Nella faccende naturali, come in una fiaba secondo Propp, non è tanto rilevante chi siano i protagonisti quanto quello che fanno, ma in un racconto anche i comprimari contano e vanno introdotti a dovere. Il primo ad entrare in scena è un uomo, un botanico scozzese appassionato di Africa chiamato John Kirk. Il signor Kirk soffriva di angina pectoris, ma questo non gli impedì di esplorare parte dell’allora ignoto continente nero assieme al più noto dottor David Livingstone, nel 1859. Durante il viaggio si occupò di raccogliere campioni delle piante più disparate, di cui si faceva raccontare gli impieghi etnobotanici dalle popolazioni locali, per riportare poi informazioni e campioni in patria dando il suo contribajp1887-strophanthusuto alle conoscenze in merito. Erano anni avventurosi e molto eccitanti sia dal punto di vista intellettuale che materiale e persone come Kirk e Livingstone scandagliavano l’ignoto come ora farebbe un astronauta su Marte, se mai ci potesse arrivare. Lavandosi i denti durante il ritorno in patria dopo una spedizione dalle parti di Kenya e Tanzania, Kirk si accorse che i sintomi del suo male al cuore erano quasi spariti e che il suo battito era notevolmente rallentato. Con acume scoprì che lo spazzolino da denti, distrattamente gettato nella borsa, si era sporcato con alcune gocce di un veleno per frecce usato dai cacciatori di elefanti nell’Africa orientale, estratto dai semi piumati di Strophanthus kombé, una liana simile ad un grosso e vistoso gelsomino (quello vero).

All’epoca di Kirk i semi di strofanto erano usati come veleno per cacciare gli animali, anche di grossa taglia (elefanti, ippopotami), per la cattura dei quali l’uomo avrebbe dovuto mettere a serio repentaglio la propria vita. Questa possibilità è garantita da due fattori: innanzitutto i semi contengono sostanze dotate di un’efficacia quasi immediata in caso di somministrazione parenterale (per iniezione, come quella che si ha con l’uso di lance, frecce avvelenate e fusi di arcolaio, naturalmente). Questo permette di uccidere gli animali pur colpendoli una sola volta e tenendosi a debita distanza, recuperando però immediatamente la preda senza doverla inseguire per ore durante la sua agonia. Si dice che gli animali spesso muoiano all’interno di un raggio di 100 metri dal punto in cui sono stati colpiti. Inoltre, la scarsa tossicità (ovvero la minore efficacia, importante nell’aneddoto di Kirk) di queste sostanze se assunte per bocca permette di consumare le carni avvelenate senza rischiare di esserne a propria volta intossicati. Ora che la pianta e le molecole che contiene sono state studiate siamo in grado di introdurle da protagoniste nel nostro racconto: si sa ad esempio che questo stratagemma è garantito da una precisa motivazione di farmacodinamResearchBlogging.orgica. Le sostanze assimilate per via alimentare sono sottoposte a un passaggio epatico prima di entrare definitivamente nel circolo sanguigno e distribuirsi nell’organismo. Questo passaggio in molti casi detossifica potenziali veleni grazie all’acidità dello stomaco, all’azione dei microrganismi intestinali e dei sistemi enzimatici microsomiali del fegato. Il veleno dello strofanto non è in realtà del tutto innocuo per via orale, ma alle dosi usate per cacciare non provoca danni all’uomo. Al contrario, le sostanze che vengono iniettate con una freccia nei muscoli o nelle vene giungono al sito d’azione (in questo caso il cuore) senza passare attraverso questo filtro, la cui funzione di autodifesa contro intossicazioni accidentali e come meccanismo di protezione contro i molti composti tossici, presenti anche nelle comuni piante alimentari è ben evidente. La stessa quantità letale tramite iniezione non lo è per via orale quindi, ed è anche per questo motivo che molti farmaci sono somministrati per via intramuscolare o endovenosa: la loro efficacia risulta molto maggiore.

220px-OuabainLe sostanze presenti nella piante di strofanto e responsabili dell’azione sul cuore sono glicosidi (detti cardioattivi o digitalici) formati da una parte zuccherina (che ne regola la solubilità) e da una parte apolare di tipo steroideo (che determina l’azione); una volta giunti a contatto con i tessuti del muscolo cardiaco questi composti bloccano i sistemi con cui le cellule regolano le contrazioni del cuore. Se la dose è ridotta, aiutano a risolvere varie disfunzioni, tra cui quella di cui soffriva John Kirk, ma se la quantità che giunge direttamente al cuore è eccessiva, questo si blocca con ovvie conseguenze più gradite alla Strega Malefica. Partendo dalla scoperta di Kirk, l’uso diretto o indiretto dei glicosidi cardioattivi (in forma di molecole da esse derivate) si è quindi imposto nella produzione di importanti farmaci per trattare varie patologie cardiache. Ma non sono certo affari di cuore quelli che interessano la strega Malefica e il ratto dalla criniera.

Un trucco già visto. Prima di arrivare nelle nostre farmacie, i glicosidi erano quindi un veleno da caccia. E prima che l’uomo si accorgesse delle loro doti e ben prima che l’arcolaio avvelenato entrasse nel castello della principessa Aurora/Rosaspina, questi composti erano già un’efficace soluzione difensiva per il vero protagonista della storia, l’arcolaio a quattro zampe. E curiosamente, le due soluzioni (la tecnologica e l’evolutiva) si assomigliano moltissimo. La preparazione del veleno per frecce a base di strofanto prevede i seguenti passaggi: i semi privati del rivestimento e del pappo sono pestati in un mortaio e alla miscela viene aggiunta la linfa o il latice appiccicoso di altre piante, per facilitarne l’adesione alla punta della freccia o della lancia, che vi viene immersa, imbibendo soprattutto la parte legnosa dell’innesto, che è più adsorbente della punta metallica. In questa maniera si riesce a depositare sull’arma una quantità sufficiente a uccidere un elefante e si riduce la possibilità che il cacciatore si possa intossicare per tagli accidentali con la punta della freccia. I glicosidi cardioattivi con queste doti non sono in realtà un prerogativa del genere Strophanthus, ma per effetto di una convergenza evolutiva li ritroviamo anche in specie assai distanti dal punto di vista botanico, come quelle europee del genere Digitalis e in altre piante africane, come quelle del genere Acokanthera. E sono esattamente queste ultime quelle usate da Lophiomys imhausi, che come ogni roditore vanta una lunga serie di possibili predatori da schivare, come inviti sgraditi a feste pericolose.

Mentre i cacciatori pestano i semi di Strophanthus, il ratto dalla criniera mastica la corteccia di specie Acokanthera (trascurando foglie e altri organi meno ricchi di glicosidi cardioattivi) e spalma la soluzione di saliva e glicosidi così ottenuta su una parte ben precisa e specializzata del proprio vello, una striscia di peli rigidi specializzati per rizzarsi in caso di pericolo e che in condizioni normali restano nascosti sotto la normale pelliccia. Così facendo quei fusi appuntiti si trasformano in un arcolaio velenoso, che intossica gli animali desiderosi di mordere il ratto iniettando nel loro muso e nella loro bocca la miscela cardiotossica: non sono rari i casi di cani morti per arresto cardiaco dopo aver incautamente aggredito il roditore. Non paghe di averlo dotato di questo deterrente, Flora, Fauna ed Evoluzione hanno poi operato di fino, ottimizzando il sistema di somministrazione. Se osservati al microscopio elettronico e come mostrato dal video qui sopra i peli mostrano una struttura particolare, con un apice appuntito e rigido (analogo alla punta metallica delle frecce, capace di bucare la pelle o la mucosa della bocca dei predatori) e una parte centrale curiosamente traforata e spugnosa, in cui il veleno vegetale resta imbibito senza poi defluire. Queste strutture aumentano di molto l’efficacia del sistema di difesa dell’animale nei confronti dei predatori, perché permettono di accumulare grosse quantità di glicosidi cardioattivi e di conservarle, come siringhe cariche, fino al momento del bisogno.

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Lo stratagemma del rendersi velenosi non è una novità in ambito animale ed esistono intere catene alimentari specializzate, con formiche, bruchi e insetti adulti che mangiano piante velenose trattenendone le tossine e animali, spesso anfibi, resi immuni dall’evoluzione, che si cibano di quei bruchi per risultare a loro volta indigesti ai loro predatori. Per risalire ad un comportamento simile nei mammiferi, però, bisogna incontrare il riccio europeo, ma stavolta la tossina viene presa in prestito dai rospi di cui esso si ciba, ovvero un altro animale e non una pianta e il loro comportamento non è letale date le quantità troppo ridotte e la minore tossicità del veleno. Ma siccome tutto torna, la tossina con cui rospo prima e riccio poi si difendono è anche in questo caso un glicoside cardioattivo, dalla struttura molto simile a quella dello strofanto e dell’acokanthera, una delle rare occasioni in cui la Strega Naturae, con l’aiuto di Fauna e Flora, si è divertita a fare cose simili con piante e animali.

(grazie a Lisa Signorile per le preziose informazioni su rospi e altre bestie).

Kingdon, J., Agwanda, B., Kinnaird, M., O’Brien, T., Holland, C., Gheysens, T., Boulet-Audet, M., & Vollrath, F. (2011). A poisonous surprise under the coat of the African crested rat Proceedings of the Royal Society B: Biological Sciences, 279 (1729), 675-680 DOI: 10.1098/rspb.2011.1169

Dodici storie vere di piante, in forma di falso oroscopo di Rob Brezsny

9-16 ottobre 2013Compiti per tutti. Scegli una dozzina di aneddoti curiosi riguardanti piante, la loro relazione col mondo e con gli uomini, per raccontarle una sera attorno al primo caminetto acceso dell’autunno.

Ariete 21 marzo – 19 aprile

arieteIl botanico scozzese John Kirk soffriva di angina pectoris, ma questo non gli impedì di esplorare parte dell’Africa nera assieme al Dr. David  Livingstone (“I presume”), nel 1859. Lavandosi i denti durante il viaggio di ritorno, si accorse che i sintomi del suo male al cuore erano spariti. Il suo acume gli permise di scoprire che lo spazzolino, distrattamente gettato nella borsa, si era sporcato con alcune gocce di un veleno per frecce usato dai cacciatori di elefanti, estratto dai semi di Strophantus kombé, una liana dai bei fiori. Il micidiale veleno divenne presto un farmaco per i malati di cuore. Una scoperta che farai a breve potrà far stare meglio te e chi ti sta vicino, oppure diventare un micidiale veleno. Fai buon uso delle tue scoperte accidentali, Ariete.

Toro 20 aprile – 20 maggio

toroPollia condensata è il nome di una piccola pianta africana. I suoi frutti si fanno notare nella luce accecante della savana per la finitura cromata, a specchio, che attrae gli uccelli che mangiano le bacche e disperdono i semi. Mentre altre piante hanno evoluto sistemi basati su pigmenti sgargianti, Pollia condensata ha invece evoluto una caratteristica fisica e non cromatica, affinando al massimo l’accumulo di cellulosa nelle sue cellule epidermiche. Il risultato è che ogni cellula sulla buccia del suo frutto riflette la luce come se fosse un punto in un dipinto di Seurat. Se hai bisogno di farti notare, Toro, ricorda che essere appariscenti non è solo una questione di colore e di chiasso, ma anche di forma.

Gemelli 21 maggio – 20 giugno

gemelliWithington Fillbasket, Eady’s Magnum, Brownlees Russet, Carswell Orange e Wadhurst Pippin sono alcuni dei suggestivi nomi delle 250 varietà di mela che Paul Bennett di Chichester fa crescere su un unico albero di melo. Con amore paterno da 24 anni questo signore innesta e cura nel suo orto un’enorme pianta, talmente ipertrofica da necessitare sostegni da terra per sostenere su un unico individuo il peso di così tante personalità. Nel mostrare una delle tue tante facce e nel gestire le molte varietà della tua anima, Gemelli, ricorda che il fusto che le sostiene e le nutre è uno solo e va preservato con attenzione.

Cancro 21 giugno – 22 luglio

cancroI fotografi nordici Karoline Hjorth e Riitta Ikonen per la loro serie Eyes As Big As Plates hanno agghindato alcuni anziani con abbigliamenti poco convenzionali negli habitat scandinavi. Con uno strato di muschi per coperta, con una parrucca di rabarbaro, con un impermeabile di Fucus vesiculosus, con cappotto di piante acquatiche, con un gilet di fiori bianchi o un sacco a pelo di sottobosco. La tua fase astrale, amico Cancro, prevede un’immersione pelle a foglia nella natura meno patinata e più rustica e umida, alla ricerca di qualcosa che stai trascurando da troppo tempo.

Leone 23 luglio – 22 agosto

leoneAdattarsi alle condizioni più difficili è una strategia vincente in natura. Lo sa bene Bornmuellera baldaccii, capace di prosperare su rocce laviche ultrafemiche, dove il nutrimento è poco e i metalli tossici invece tanti. Eppure questa pianta ha trovato il modo di assorbire e neutralizzare bocconi a base di cromo e nickel, amari ed esiziali per tanti altri vegetali, traendo il massimo da quel poco che la sua nicchia le offre e adesso l’uomo pensa di usarla per nobili scopi, come la decontaminazione di siti inquinati. Coraggio Leoncino, un giorno la dura fatica odierna diverrà il selciato con cui pavimentare la tua strada per il successo.

Vergine 23 agosto – 22 settembre

vergineDa bambino esploravo i fossi. Mi regalavano più sorprese delle strade, dei campi da calcio e dei banchi di scuola. Ricordo ancora il primo incontro con  grosse palle da tennis, che usavo far rotolare nel prato con un bastone, fino a che non si rompevano in pezzi dopo alcune centinaia di metri. Ho poi imparato a conoscerle come i frutti di Maclura pomifera. Con Persea gratissima che forse conosci come avocado e Cassia grandis, questa pianta ha in comune una storia triste: gli animali che aveva scelto per disperdere i semi si sono estinti da migliaia di anni. Eppure, grazie all’alleato umano imprevisto dall’evoluzione, queste piante continuano a prosperare e ad essere portate in giro per il pianeta. Vedo questo nelle tue stelle, Vergine, alcuni compagni di viaggio o di lavoro ti lasceranno solo a breve. Ma non temere, al contrario di quel che pensi la tua esistenza continuerà senza scossoni.

Bilancia 23 settembre – 22 ottobre

bilanciaUn giorno, forse, l’uomo andrà a vivere su Marte. Per rendere l’atmosfera respirabile e non doversi portare il pranzo al sacco da casa i nostri pronipoti avranno bisogno di far crescere piante e pertanto alcuni ricercatori dell’Università di Wageningen  hanno analizzato il terreno campionato sul Pianeta Rosso dalla sonda Viking 1. Hanno scoperto che assomiglia al suolo vulcanico di alcune isole delle Hawaii e lo hanno addizionato dei minerali che mancavano, per renderlo identico a quello marziano. Quando lo hanno usato per crescere 14 diverse piante hanno scoperto con meraviglia che queste prosperavano più e meglio che nel comune terriccio terrestre. Ti suggerisco di fare tuo questo insegnamento astrale, Bilancia: impara a mettere le tue radici in vasi diversi, anche se ora ti sembra una cosa dell’altro mondo.

Scorpione 23 ottobre – 21 novembre

scorpioneGli estratti di Cardo mariano danno volentieri una mano al fegato sofferente per troppi strapazzi. Come tutti gli esseri un po’ scorbutici questa pianta gradisce celare la sua vera identità e selezionare chi sa apprezzarne le doti migliori, nascondendole dietro a trabocchetti coriacei, irti di spine taglienti e cavalli di frisia. Ah, che diverso atteggiamento rispetto agli svenevoli e sgargianti narcisi, che ti urlano “sono qua, sono qua” e poi son velenosi e urticanti anche solo a toccarli troppo, per tacer di mangiarli. Chissà se Freud lo sapeva, che dai narcisi è bene guardarsi anche quando son piante. E tu, Scorpione, lo sai?

Sagittario 22 novembre – 21 dicembre

sagittarioIl 23 maggio del 1950, sopra ai campi del signor Max Troeger vicino a Zwickau, nell’allora DDR, passarono due aerei americani. La mattina successiva, secondo quanto raccontato dal governo della Germania Est, il contadino scoprì che i suoi campi di patate erano infestati da Leptinotarsa decemlineata, la voracissima dorifora, un insetto capace di distruggere in poco tempo grandi quantità di piante. Furono aviotrasportate dai perfidi yankees con un atto di guerra biologica o fu una messinscena delle autorità comuniste per mascherare agli occhi dela popolazione le loro inadempienze in campo agricolo? Sai cosa penso, Sagittario? Non ti deve importare la risposta, ti deve preoccupare l’eventuale presenza di una dorifora nel campo della tua esistenza, perché le colpe della sua comparsa sono solo tue.

Capricorno 22 dicembre – 19 gennaio

capricornoIl garofano selvatico appartiene al genere Dianthus, come del resto il suo parente politicizzato il quale, tuttavia, già dal Medioevo ha perso l’eleganza sobria dei campi per assumere un aspetto tronfio, chiassoso, edonista proprio delle corolle a petali multipli che tanto piacciono agli avidi e crapuloni occhi cittadini. Narra la leggenda che il nome sia dovuto alla dea della caccia, Diana. Perduta d’amore per un aitante pastore ma rabbiosa per il suo voto di castità, decise -con un certo egoismo mantideo- di strappare gli occhi dello sventurato gettandoli in un prato, il quale presto di popolò di delicati fiori di garofano. Mai innamorarsi della persona sbagliata, amico Capricorno, a meno che la tua ambizione recondita non sia quella dell’eternità.

Acquario 20 gennaio – 18 febbraio

acquarioChiedo sempre un posto vicino al finestrino quando volo in aereo. Guardando il nostro pianeta dall’alto cerco di scoprire quello che le stelle non dicono, ovvero come gestire il futuro della nostra casa comune. Sorvolando una zona semidesertica, nello scorso weekend, osservavo i tondi tracciati dagli irrigatori circolari in una successione di campi quadrati. Che spreco di spazio, dicevo tra me e me, notando gli angoli vuot iai margini, fuori dal raggio d’azione del sistema a pivot. Parlando con un amico ecologo ho scoperto che quelle zone possono essere fondamentali per mantenere la biodiversità nei campi coltivati, offrendo rifugio ad animali ed insetti utili, dando ospitalità e piante che altrimenti sarebbero sfrattate dalle colture intensive. Hai già capito dove ti portano gli astri, Acquario: quelle ore vuote nella tua agenda affollata sono il cuscino che mantiene soffice e varia la tua settimana. Non irrigarle e lascia che crescano selvagge.

Pesci 19 febbraio – 20 marzo

pesciNature loves variety. Unfortunately, society hates it.” Quando ha detto questa frase il sessuologo americano Milton Diamond aveva forse in mente qualcosa di più lussurioso, ma ho pensato a te, Pesci, mentre ragionavo sulla tua settimana davanti ad una montagna di frutti perfetti, tutti uguali, ciberneticamente lucidati al banco ortofrutta del supermercato. Che futuro hanno le mele asimmetriche, i pomodori storti, le zucchine troppo corte, le prugne non abbastanza dolci, i radicchi troppo amari? Come gestiamo noi uomini la passione naturale per le infinite forme bellissime? Sfida le convenzioni e irradia il tuo splendore multiforme, è il momento.

(credits)

Scrittura e immagini nel dominio della scienza

La rivista Progetto Grafico ha alle viste, per la prossima primavera, un numero speciale che ha lo stesso titolo di questo post. Trattandosi di un prodotto dell’ Associazione Italiana Design e Comunicazione Visiva, ci sarà spazio -spero- per discutere ed esplorare la traduzione creativa di dati, immagini, informazioni ed esperimenti legati alle piante. In particolare sarebbe carino giocare con le scelte prese da scienziati e designers senza che il lato estetico confonda troppo le acque nella trasmissione di un messaggio utile a chi sta fuori ed a chi sta dentro (sia dalla scienze che dal design, la faccenda è vicendevolmente contagiosa). Più o meno come, ironicamente, giocano a fare gli autori del gioiellino qui sotto, mandato in onda qualche anno fa da una nota TV via satellite (altri, non meno gustosi ma non verzurieri, qui).

Discovery Science – Cleve Backster from Condominium Produzioni on Vimeo.

Per eventuali complittisti all’ascolto, il plot del video deriva da una storia vera: verso la fine degli anni ’60 Cleve Backster, un ex dipendente della CIA esperto in macchine della verità, si era messo in testa di costruirne una che funzionasse per le piante. Aveva anche fatto una serie di esperimenti come quello sceneggiato qui sopra per trarre vantaggio investigativo da presunti poteri sensoriali e usare specie vegetali come possibili testimoni di delitti, ottenendo (ovviamente) risultati mai ripetuti da altri ricercatori in condizioni controllate. La RAI, in un impeto di esoterismo, a metà degli anni ’70 ha dedicato alle teorie un po’ bizzarre di Backster addirittura una miniserie di gialli in 4 puntate, chiamata “La traccia verde” in cui una dracena ed altre piante erano chiamate a risolvere complicati thriller grazie al loro presunto potere di comunicazione empatica.

Busta A, busta B o busta C?

Drunken-Botanist-Cover-low-resGirandola di buste a sorpresa, contenenti indirizzi di siti/blog a vario titolo interessanti per gli esperimenti di sincretismo arte/botanica, botanica/tecnologia e botanica/arte del cocktail (si: ho detto “arte del cocktail). Scegliete quella che preferite.

Busta A (per sincretisti hardcore). I musei comesideve, ricchi di collezioni ma soprattutto di risorse, si possono permette cose come questa: un blog dedicato al legame tra botanica e iconografia pittorica medievale, chiamato Medieval Garden Enclosed. Ne viene fuori una meraviglia, che divaga dall’identificazione tassonomica di piante presenti in arazzi, quadri e affreschi, al significato esoterico, simbolico o metaforico di molti fiori e frutti raffigurati di pittori europei, alla percezione delle piante in quelle epoche. Nessuna delle due anime prevale sull’altra, tutte e due viaggiano ad alti livelli di competenza. Un esempio a caso: i post sulla ricorrente presenza dell’alloro, della piantaggine, di Taxus baccata e degli elementi botanico-naturalistici nelle pale d’altare di Girolamo dai Libri (La madonna dell’ombrello, Il presepe dei conigli)

_64628081_ash_tree_464_7decBusta B (per ecologi moderni). L’ash dieback o deperimento del frassino è una malattia mortale causata da Chalara fraxinea (o meglio, Hymenoscyphus pseudoalbidus), un fungo che nel 1992 è partito dalla Polonia, forse giunto dall’Asia, e si è rapidamente diffuso nel continente senza incontrare resistenza da parte del genere Fraxinus. Nel 2012 è sbarcato in Gran Bretagna, dove hanno preso  il destino dei loro circa 80 milioni di frassini molto sul serio, sollevando l’interesse dell’opinione pubblica anche attraverso la grancassa della beeb, che ha dedicato addirittura una sezione speciale del suo sito all’epidemia. Per mappare la diffusione della malattia, la Forestry Commission di Sua Maestà ha deciso di rivolgersi alla citizen science e ha fatto sviluppare un’app per smartphone che consente a chiunque di descrivere i sintomi e geolocalizzare le piante malate inviando i dati ad un sistema di monitoraggio nazionale. Con un bell’esempio di come si possa tirare fuori qualcosa di buono anche da una situazione fastidiosa e complicata, le agenzie scientifiche e di conservazione ambientale inglesi sono riuscite ad usare la diffusione della malattia per divulgare spiegazioni al pubblico comune su come vengano svolti i controlli fitosanitari, sulla ricerca in ambito fitopatologico e sull’importanza in generale della ricerca scientifica in campo botanico, agronomico e forestale.

Busta C (per botanici all’aperitivo). The Druken Botanist è invece un’operazione commerciale mirata a promuovere negli Stati Uniti l’omonimo libro e non solo. Si parla di botanica e mixology, di ingredienti vegetali per liquori, di dritte per coltivare piante da aggiungere a cocktail e vivecersa di ricette per fare cocktail con piante spontanee e non. C’è anche il making of di un giardino urbano dedicato a chi vuole andare oltre la semplice menta da mojito e scoprire l’incredibile quantità di variazioni sul tema dell’ebbrezza garantite dal metabolismo primario e secondario delle piante. I più timorosi dell’alcool forte possono limitarsi alla lettura di The Botany of Beer.

Atlanti cibografici

Per un amante di geografia, illustrazione, infografica e piante commestibili, immagini come quella qui sopra rappresentano una tentazione irresistibile. Così stamattina mi sono svegliato generoso e ho fatto una una piccola donazione al progetto di cartografia alimentare no-profit che le ha generate; se la raccolta fondi raggiungerà la quota che si è prefissata (termina il 23 ottobre), riceverò una copia di Food: An Atlas. Niente cartine orografiche e mappe di sentieri, ma una collezione di circa 100 cartografie che riassumono graficamente i percorsi della produzione alimentare, del commercio dei cibi e delle materie prime (ovviamente anche vegetali), della sicurezza alimentare e delle mille coniugazioni del verbo mangiare che sono racchiuse nel sostantivo “cucina”. Oltre alla pagina dedicata su Kickstarter, è possibile saperne di più e sbirciare qualche cartina in anticipo leggendo questa bella intervista fatta da Nicola Twiley di Edible Geography all’ideatrice del progetto, una docente di Berkeley chiamata Darin Jensen.