EFSA, aloe, purganti e rischi

Nei giorni scorsi EFSA ha emesso un parere su alcune sostanze vegetali chiamate idrossiantraceni. Sono presenti in varie piante usate come purganti a base naturale ma anche (a dosaggi diversi) in liquori come i Fernet e altri amari. Dato che l’impiego di queste piante è ormai globale e include l’onnipresente e pluripubblicizzata aloe, è partita la dissociazione tra “ecco, i prodotti naturali uccidono, ve l’avevo detto” ed “ecco è un complotto contro i prodotti naturali, che invece fanno bene”.

Così, dopo aver letto tutte le 96 pagine del parere anche io mi sono dissociato e mi sono fatto un’agile autointervista.

Cosa sostiene il parere?
Conclude che secondo le informazioni disponibili gli idrossiantraceni presenti in piante come cascara, senna, rabarbaro e soprattutto aloe potrebbero alterare il DNA e aumentare il rischio di cancro al colon, e che quindi il loro uso negli alimenti è da valutare con attenzione. Sostiene anche che al momento non è possibile indicare una dose massima del tutto priva di rischio come avviene per molti ingredienti alimentari, inclusi ad esempio i dolcificanti naturali come la stevia.

Quindi è vero che l’aloe causa i tumori?
Dipende, ancora non lo sappiamo.

In che senso dipende?
Innanzitutto non stiamo parlando di tutti i tipi di cancro, ma solo di quello al colon. Inoltre se parliamo di aloe l’indicazione vale solo per un preciso tipo di materiale ottenuto dalla pianta ma non per il gel di uso molto più comune, quello che di solito si trova negli yoghurt, nelle bevande, nei cosmetici e persino nei detersivi. Infine, il parere parla di danni al DNA, che non significa automaticamente cancro bensì aumento della sua probabilità.

Perché queste distinzioni?
Perché è importante che il consumatore ricordi che ogni indicazione, sia essa di efficacia o di tossicità, si applica solo al caso valutato e non può essere reso omnicomprensivo. Ad esempio, mentre dalle altre piante citate si ottiene un unico tipo di prodotto ovvero una polvere delle foglie o della corteccia, dalle foglie dell’aloe si possono ottenere due materiali molto diversi sotto ogni punto di vista. Il primo è nero, amarissimo e purgante, il secondo è gelatinoso, trasparente, dolciastro e non è purgante. Il parere di EFSA riguarda solo il primo, perché solo quello contiene idrossiantraceni ed esclude esplicitamente il secondo. Infine, gli studi che hanno valutato il rischio di insorgenza nell’uomo riguardano l’uso di purganti in generale e non solo quelli a base di idrossiantraceni. Quindi quello che possiamo dire è che il rischio riguarda solo gli antraceni ad azione purgante e che l’uso di purganti in genere potrebbe aumentare il rischio di cancro al colon, ma non possiamo estendere questo ad altri usi e materiali.

Ma purganti e lassativi non sono la stessa cosa?
Anche se nel parlare comune i due termini sono usati come sinonimi in realtà la loro azione e le sostanze che contengono sono diverse, quindi diversi sono i rischi e le indicazioni d’uso. A grandi linee nei secondi troviamo i lassativi osmotici come il tamarindo e la manna o quelli meccanici a base di fibre come lino e psillio, mentre gli idrossiantraceni stanno nel primo gruppo e hanno un’azione più forte basata sull’irritazione dell’intestino.

Torniamo a cancro al colon. A un certo punto il parere dice che assumere purganti raddoppia il rischio di contrarlo? Cosa significa?
Tutti noi abbiamo una probabilità di sviluppare un cancro al colon ed è mediamente pari al 5%, in assenza di stili di vita particolari che lo fanno aumentare. Quello che gli studi disponibili hanno visto è che chi assume purganti nel lungo periodo (inclusi quelli a base di idrossiantraceni) vede crescere questa probabilità, forse anche raddoppiandola rispetto a chi non li assume. Ma ancora non sappiamo di preciso chi sia il responsabile.

Perché parlano solo di cancro al colon? Perché non studiare gli effetti su altre tipologie di tumore?
Perché tramite intestino e fegato il nostro organismo trasforma tutti gli antraceni in una sola sostanza chiamata reina, che non ha dato alcuna preoccupazione. Questo vuol dire che alla fine solo le pareti del colon entrano a contatto con quantità sufficienti di idrossiantraceni per creare qualche pericolo, mentre gli altri organi sono, per quel che ne sappiamo ora, al sicuro.

In che senso “per quel che ne sappiamo ora”? Non sembra un’affermazione tranquillizzante…
Qualunque valutazione si fa con i dati disponibili a oggi, ma le ricerche non si fermano e gli studi vengono costantemente migliorati. Un giorno potremmo scoprire cose che ora neppure sospettiamo, per cui è nella natura delle cose aspettarsi cambiamenti, senza che sia colpa di qualcuno o che ci siano opacità. Per ora quello che sappiamo è questo.

Questo significa che sono sostanze nocive?
Per il nostro corpo che una sostanza sia vegetale o sintetica, che sia un purgante amaro dell’aloe o un antiparassitario fa poca differenza ed entro certi limiti se la cava benissimo da solo, neutralizzandone l’azione tossica. Quello che è importante è definire quale sia questa soglia di tossicità e definire dei limiti di assunzione, stando sotto ai quali il rischio viene reso praticamente nullo. Più che dire se una sostanza è nociva in assoluto è importante capire a quale dose lo diventa. Una delle attività svolte da EFSA è proprio quella di definire queste soglie, o almeno provarci.

E come fanno?
Le conclusioni valgono per tutti gli idrossiantraceni e ugualmente per senna, cascara, aloe, rabarbaro?
Come accennato prima, no. Queste sostanze non sono identiche nelle quattro piante e si è visto che le più problematiche sono quelle derivate dall’aloe, mentre le indicazioni sono meno critiche per senna e cascara. Il rabarbaro invece contiene principalmente reina che non desta preoccupazione. Questa sorta di classifica ha anche un impatto commerciale: già da tempo i purganti a base di aloe sono molto meno usati di quelli a base di cascara e senna.

Il problema riguarda anche i cosmetici? L’aloe ad esempio è ovunque in quel settore.
Assolutamente no, per due dei motivi citati prima: i cosmetici si fanno col gel che contiene poco o nulla antraceni e in più difficilmente questi entrano a contatto col colon…

Però se ho capito bene queste sostanze sono presenti negli amari digestivi, cosa dobbiamo pensare?
Nei liquori ci sono sicuramente più antraceni che nei cosmetici, visto che non si usa il gel, ma ce ne sono comunque molti di meno. Ce lo conferma il fatto che col Fernet non si rimette certo in moto l’intestino. Anche se ogni ricetta ha le sue dosi diciamo che ad occhio per raggiungere i dosaggi giornalieri dei purganti uno dovrebbe bere diversi litri di amaro e a quel punto gli antrachinoni rappresentano davvero l’ultimo dei problemi: l’alcool anche a dosaggi alimentari (senza essere etilisti, insomma) aumenta il rischio di insorgenza di moltissimi tumori, non solo di quello al colon e lo fa in alcuni casi anche in maniera molto più potente dei purganti.

Cosa fanno le aziende per tutelarci?
Le aziende devono rispettare le norme di produzione e quelle relative alla sicurezza e ai limiti di legge per determinate sostanze. Nel caso degli antraceni per ora non ci sono norme che ne limitino la presenza negli alimenti o nei farmaci, per cui non esistono obblighi. Tuttavia, da diversi anni i produttori di gel di aloe di maggior qualità si sono dotati di regole interne e garantiscono che la loro materia prima non contiene più di 50 ppm di antraceni se destinata alla cosmesi o di 10 ppm se destinata all’uso alimentare. Con questi valori per arrivare vicino alle dosi che teoricamente problematiche servirebbe ingerire una trentina di kg di gel di aloe al giorno, che mi pare una prospettiva abbastanza irreale ed esclude ulteriormente questa materia prima dal discorso sul rischio.

Ma sono cose nuove che non si sapevano prima?
EFSA lavora su dati già disponibili, prodotti sia dalle aziende produttrici e da ricercatori pubblici o comunque indipendenti. Questo significa che la tossicità degli idrossiantraceni era già nota prima del parere: qualunque farmacista o erborista competente e aggiornato ne dovrebbe essere a conoscenza. Semplicemente, le informazioni sono state radunate e organizzate nella prospettiva del loro uso in ambito alimentare. Un’operazione analoga era già stata condotta dall’EMA, la “sorella farmaceutica” di EFSA per l’uso degli idrossiantraceni nei farmaci, con analoghe conclusioni.

Perché EFSA si è mossa? Come mai questa operazione riguarda solo gli integratori alimentari?
Il parere è una sorta di atto dovuto a seguito dell’approvazione di un preciso claim salutistico per queste sostanze. Significa che un’azienda ha chiesto e ottenuto di poter riportare una frase che comprova l’efficacia sui suoi integratori alimentari a base di senna, cascara o aloe. Significa anche che queste sostanze, se usate opportunamente, possono avere un’effettiva utilità. Quando EFSA rilascia queste autorizzazioni inerenti l’efficacia, però, possono essere chiesti controlli ulteriori sulla sicurezza e dal momento che in ambito farmaceutico qualche rischio è stato evidenziato, uno stato europeo ha chiesto un supplemento d’indagine.

Ma non è un doppione, uno spreco fare due volte la stessa indagine tra EFSA ed EMA?
Può sembrare ma non lo è: alimenti e farmaci, nonostante quello che il marketing spesso lascia intendere, sono cose diverse. Nei secondi una certa dose di rischio è accettabile a fronte di un’efficacia, basta che ambedue siano noti. Inoltre vengono venduti sempre passando attraverso il filtro del medico o del farmacista, che se è corretto avvisa il consumatore di rischi e avvertenze. I primi invece sono di libera vendita e in quanto alimenti non dovrebbero presentare alcun rischio per il consumatore. I dati considerati dalle due autorità possono essere gli stessi o quasi, ma lo scopo è diverso perché diverse sono le asticelle della valutazione. Ad esempio, nel farmaco posso accettare un certo dosaggio, nell’alimento questo potrebbe dover essere molto molto inferiore.

E’ un’operazione contro qualcuno?
Forse viviamo in un mondo un po’ troppo ossessionato dall’idea che le cose vengano fatte con lo scopo di danneggiare qualcuno. Esistono anche le cose fatte per evitare che qualcuno (il consumatore, per la precisione) sia potenzialmente danneggiato, come in questo caso.

Come funzionano tecnicamente questi pareri?
Nel caso degli idrossiantraceni hanno raccolto tutti gli studi tossicologici fatti per idrossiantraceni ed estratti di aloe, senna, rabarbaro, cascara su sistemi semplificati in vitro, su animali e sull’uomo, hanno valutato la loro attendibilità e i risultati in base alle dosi somministrate e li hanno “pesati” in base alle dosi suggerite durante un trattamento con i prodotti attualmente in commercio. Hanno concluso che in vitro gli idrossiantraceni di aloe e cascara interagiscono col DNA, che l’azione dell’aloe si ripete anche sugli animali a dosaggi non lontani da quelli usati in commercio e che chi usa frequentemente purganti ha, come detto, una maggiore probabilità di contrarre un cancro al colon per motivi ancora non certi. In particolare pareri come questo puntano a misurare il cosiddetto consumo giornaliero accettabile o ADI. Per gli idrossiantraceni non è stato possibile definire un’ADI, sia perché gli studi non sono sufficienti e non possediamo una quantificazione sicura della dose tossica.

Nel parere si citano informazioni “fornite dai produttori”. E’ corretto? Non dovrebbero essere fatte solo valutazioni indipendenti?
Nel caso specifico le indicazioni date dai produttori riguardano i dosaggi dei prodotti e sono pubbliche, nel senso che sono scritte direttamente sulle confezioni. Tutte le ricerche usate nel parere per rispondere alla domanda sulla sicurezza degli antraceni vengono da studi indipendenti, non fatti dalle aziende produttrici.

Qualcuno però sostiene che queste informazioni valgano solo per le sostanze isolate e non sull’estratto della pianta o sul prodotto reale, perché gli studi vengono fatti davvero su questi ultimi.
Nel caso di alcune sostanze e alimenti questo è in parte vero e separare una sostanza dal suo contesto alimentare o dalla sua fonte può costituire un limite. Tuttavia gli studi più robusti e recenti derivano proprio da ricerche fatte sull’uomo e sui consumatori di lassativi e non sui principi attivi isolati, mentre varie ricerche valutate nel parere sono state condotte con gli estratti delle piante e non solo con le sostanze isolate, con esiti analoghi.

Cosa dovrebbe fare un consumatore che impiega questi prodotti?
Se sta acquistando un purgante a base di antraceni registrato come farmaco deve leggersi il bugiardino con attenzione. Scoprirà che le cose scritte lì sono già le stesse riassunte nel parere di EFSA, anzi. Lo stesso vale per l’avvertenza di non superare mai i 10 giorni d’impiego senza un consulto medico. Una cosa che va ripetuta è che le informazioni usate da EFSA nel suo parere sono già note e che un farmacista o un erborista adeguatamente preparato e competente già sanno come comportarsi col cliente. Il consiglio di usare questi prodotti solo ed esclusivamente dopo aver messo in pratica soluzioni a rischio nullo (migliorare la dieta, assumere lassativi basati su altre sostanze e meccanismi, assumere integratori a base di fibre) è fondamentale e ribadita sia da EFSA che da EMA e nasce proprio perché questo possibile rischio è noto. Questa è la prima indicazione che dovrebbero dare anche altre figure come il medico o l’eventuale nutrizionista: sono prodotti con un possibile rischio, devono rappresentare l’ultima scelta in caso di intestino pigro.

Questi pareri servono solo ai consumatori e alle autorità?
No. Dovrebbero servire anche a chi fa ricerca, per raccogliere le indicazioni su quello che manca per giungere a conclusioni ancora più certe. In questo caso chi ha redatto il parere ha palesemente chiesto di svolgere indagini più precise confrontando ad esempio il rischio di cancro al colon tra consumatori di idrossiantraceni e popolazione normale.

Cosa potrebbe determinare questo parere nel futuro?
Sommandosi a quelli relativi ai farmaci e ai pareri sulla loro efficacia, questo parere potrebbe portare a limitazioni più stringenti nell’uso degli idrossiantraceni nei purganti. Ad esempio, se si riterrà il rischio troppo grande l’uso di queste sostanze e le relative fonti vegetali potrebbe essere ristretto ai farmaci. Oppure potrebbero essere imposte delle frasi di rischio come “non usare per più di dieci giorni” da apporre anche sugli integratori o ancora potrebbe essere limitato l’uso diretto delle piante nelle tisane in quanto più difficile fare dosaggi precisi. Oppure ancora potrebbero essere imposti dei limiti precisi al loro contenuto negli alimenti e negli integratori, come avviene con diverse altre sostanze di qualsiasi origine, sia naturale che artificiale.

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