Petunia non olet

Il prologo di questa storia inizia con una voce fuori scena che cita attori diversi da quelli degli atti seguenti, metaforicamente uniti da un fiore. Nell’agosto del 2014 ho fotografato una serie di vasi sponsorizzati da una multinazionale sementiera in genere malvista da un certo pubblico, che abbellivano i dehors di una GDO gastronomica in genere benvista da quello stesso certo pubblico. L’immaginario di questo apparente contrasto, unito al colore del vaso, si prestava al gioco di parole che ora campeggia su questo post. Fine prologo, il sipario si apre.

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Nel primo atto restano le petunie e compaiono gli attori veri. In Finlandia, nell’inverno del 2017, un ricercatore esperto in pigmenti vegetali nota tra i vasi che decorano la stazione ferroviaria di Helsinki delle petunie dai fiori arancioni, che non tornano con la sua esperienza: le corolle di queste piante non possiedono infatti pigmenti giallo-arancio ma solo bianco-verdastri o in varie sfumature tra il blu e il lilla. Ricorda di aver letto in passato un articolo sulla possibile modificazione genetica delle petunie stesse e ne parla con un suo ex studente, che ora lavora per un ente di controllo governativo. Lo studente, incuriosito, fa due più due e scopre che si tratta di petunie geneticamente modificate per produrre un pigmento non molto diverso da quelli già presenti nelle petunie lilla ma in grado di impartire una tonalità salmone, lo stesso che colora di rosso-arancio i gerani. Fine del primo atto, intervallo.

Nel secondo atto restano in scena le petunie arancioni e l’ente di controllo finlandese, che avvisa la UE e le autorità americane dell’anomalia. Si scopre che le petunie arancioni, pur commercializzate da molti anni e da molti produttori diversi tra loro in mille varietà e nomi (qui solo quelle vendute sul mercato britannico) e pur apprezzate da un pubblico sempre avido di novità eccentriche, non hanno mai seguito il corretto iter di autorizzazione. Anche a causa di diversi passaggi di mano delle aziende che hanno fatto partire questo piccolo business, nessuno si è mai premurato di richiedere le dovute autorizzazioni e nessuno, neppure tra gli appassionati di giardinaggio, si è mai chiesto come fosse possibile avere petunie salmonate. Non si tratta di un’operazione impossibile: già esiste il permesso alla vendita di garofani blu in Europa, a patto che siano venduti recisi e non siano coltivati sul territorio europeo (una norma che, come molte altre in questo ambito, presenta un alto tasso di ipocrisia e che, ironia genetica prevede l’impiego di un gene che produce un pigmento blu… nelle petunie!). Insomma, le petunie salmonate finiscono burocraticamente fuorilegge. Fine del secondo atto, intervallo.

Nell’atto finale restano sul palco le petunie arancioni assieme alle autorità americane ed europee (e britanniche, ché nel frattempo c’è stata la brexit), le quali ordinano a vivaisti e fiorai la distruzione totale degli stock di petunie, ma fanno sapere che le piante già vendute possono essere tranqillamente tenute dai legittimi proprietari nelle aiuole e sui balconi, perché non pongono alcun problema per l’uomo o per l’ambiente. Tutte quelle ancora invendute devono essere “bruciate, bollite in autoclave, seppellite, compostate o seppellite”. Sipario, tutti fuori dal teatro.

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In loggione si commenta lo spettacolo e nascono gli immancabili due partiti. Alcuni si chiedono quale sia la necessità di produrre petunie arancioni quando la gamma cromatica naturale è già ampia e variegata. In fondo, dicono quelli schierati alla mia sinistra, applicare una tecnologia simile per una mera vanità rappresenta non solo uno spreco dell’ingegno umano ma anche un caso in cui il rapporto rischio/beneficio, valido ad esempio per gli alimenti, è sbilanciato. Le voci alla mia destra la vedono invece diversamente: se la tecnologia c’è perché non usarla e se il consumatore ha apprezzato le petunie arancioni e le ha acquistate in massa significa che l’idea era giusta. Piuttosto, si chiedono, è poco chiaro come e perché, in un modo di segreti industriali gelosamente custoditi, tante aziende contemporaneamente si siano messe ad usare la stessa tecnologia senza difenderla con brevetti, consentendo ad altri di concorrere.

Tutti e due i partiti notano che la distruzione per cause burocratiche rappresenta solo un ostacolo temporale, poiché una volta ottenuto un permesso analogo a quello dei garofani il prodotto potrebbe tornare in commercio. Nel frattempo c’è il potenziale del Gronchi rosa e l’opzione casalinga. La strage delle innocenti riguarda infatti solo le piante commerciali, non quelle di proprietà privata: chi vuole può propagare le sue petunie salmonate e farne sfoggio, facendo morire d’invidia il vicino che non potrà mai possederle. Oppure venderle sottobanco a caro prezzo, diffondendo così quel profumo che alimenta il successo di questo commercio.

 

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Un pensiero su “Petunia non olet

  1. Ennesimo atto dell’ipocrisia degli OGM che pur non essendo assolutamente dannosi, anzi benefici, (scientifico) sono demonizzati da pseudo natural-ambientalisti.

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