La pianta che cadde sulla terra

Sympathy for the alien. L’alieno della fantascienza e della cronaca possono riempire caselle diverse. Quella del mostro cattivo ed implacabile, giunto dalle profondità siderali per spazzare via noi onesti cittadini del pianeta Terra o quella del nume tutelare, che dall’alto della sua superiorità tecnologica osserva noi onesti cittadini del pianeta Terra cercando di non interferire, più o meno come fanno i bravi mirmecologi quando studiano i formicai. Una terza categoria è invece quella dell’uomo che cadde sulla terra o meglio dell’alieno finito -per una concatenazione di avversità- prigioniero del pianeta blu e dei suoi onesti cittadini, lontano da casa ed affetti, afflitto da saudade intergalattica. Quando si parla di alieni e biodiversità la prassi è di riferirsi spesso ai primi, ai trifidi, ai mostri della palude, agli space invaders aggressivi della guerra dei mondi. Qualche volta, invece, ci sono anche gli ET, gli eternatuti abbandonati su un pianeta sconosciuto da fratelli distratti, da missioni fallite o semplicemente rimasti soli, ultimi testimoni di forme di vita divenute aliene alla terra che le ha cresciute. Per ragioni empatiche facilmente comprensibili, queste figure non ci appaiono minacciose e repellenti, ma godono i benefici di abbondanti proiezioni emotive dato che tutti,  consapevoli e non, ci immedesimiamo nella paura di essere abbandonati da qualche parte o in un qualche modo. La sensazione dell’inadeguatezza è del resto tra le più appiccicose e non potendo lavarcela via dalla pelle col sapone cerchiamo di sublimarla con l’empatia del dolore, trovando soggetti in qualche modo inadeguati nei quali immedesimarci e per cui tifare controtuttoecontrotutti. La loro salvezza è la nostra, anche se si tratta di fatto di extraterrestri per le regole di natura.

E.W. telefono casa. Encephalartos woodii è un perfetto esemplare di alieno solitario, una pianta che cadde sulla terra o, meglio ancora, una pianta lasciata sola da tutti i suoi simili e per questo beniamina di tutti noi. Se ne conosce un solo esemplare al mondo, un individuo maschio scoperto nel 1895 in Sud Africa quando un botanico lo avvistò nella foresta di Ngoya e lo portò con sé per capirne di più. Cercava piante rare il signor John Medley Wood, e senza dubbio ci sapeva fare perché dopo oltre un secolo di caccia non è mai stato trovato un altro esemplare di questa specie dioica (in cui fiori maschili e femminili stanno su individui distinti), tanto meno un rappresentante femminile. E così il nostro ET clorofilliano se ne resta tuttora triste, solitario y final, senza una compagna, a languire solingo negli orti botanici di mezzo mondo o nei giardini di qualche facoltoso appassionato, che ha pagato a caro prezzo per possedere la malinconia fatta pianta. Pur essendo unico dal punto di vista genetico, E. woodii ha infatti più di un padrone perché l’uomo si è dato presto da fare per clonarlo e così ne esistono circa 500 “copie”, ottenute per via asessuata dai ricacci alla base del fusto. In quanto pezzo unico ed alieno in terra, il nostro Encephalartos è infatti divenuto in fretta l’ossessione di alcuni, un freak da esporre ed un business da alimentare, esattamente come la sua coeva e conterranea venere ottentotta. Del resto io stesso con questo post non faccio altro che amplificarne l’epopea, promuovere il voyerismo vegetale e la curiosità dei potenziali collezionisti, affascinati dal fatto che questa pianta non è più presente in alcuna forma allo stato spontaneo -dove probabilmente si sarebbe definitivamente estinta da decenni- ed è cresciuta in cattività, per umano diletto e curiosità.

Le ragioni della solitudine. L’alieno di turno, solo in apparenza simile ad una palma, è in realtà un relitto evolutivo così come tutte le Cicadi (o Cicadine), phylum che si ritiene abbia ancora le medesime caratteristiche di quando si impose sulla terraferma oltre 250 milioni di anni fa, quando ancora i continenti erano riuniti in Pangea. Avanzo del Giurassico, quando il pianeta era loro, le Cicadi sono state gradualmente scalzate dagli habitat più fertili per effetto dell’arrivo delle Angiosperme, ben più competitive ed aggressive. Di millennio in millennio queste specie sono state segregate in nicchie ecologiche sempre più piccole e distanti tra loro tanto da separare le popolazioni con distanze non percorribili da parte dei coleotteri che le impollinano, sino al punto che alcune di esse hanno perso la possibilità di riprodursi e si sono estinte. O ci sono ben vicine. Il risultato finale è che molte Cicadine le conosciamo studiandone i fossili e le poche specie tuttora in vita sono considerate a loro volta fossili viventi. Tra queste E. woodii è probabilmente la più solitaria (e nota, assieme a quelle portate in auge da Oliver Sacks ne L’Isola dei senza colore) e la sua storia, la sua presenza sul pianeta ha assunto toni alieni poprio a causa dell’incontro con l’uomo, giusto quando l’ultimo esemplare stava per salutare la Terra.

Accanimento evolutivo. L’uomo spesso si comporta come un demiurgo che trasforma le cose della natura senza crearle, che plasma la realtà secondo la sua concezione e le sue esigenze non solo commerciali, ma anche empatiche ed ancestrali. Asfalta e disbosca, estingue ed inquina ma di fronte all’alieno abbandonato e trovatello, come detto, l’empatia dilaga. Proprio come ogni rispettabile alieno caduto sulla terra Encephalartos woodii negli anni è divenuto quindi oggetto di attenzioni particolari che è difficile non definire in un certo senso quasi perverse o contronatura, eppure profondamente umane: l’ossessione per il possesso dell’unicità e la bramosia di creazione, di manipolazione e controllo dei processi evolutivi. Come l’ET di Spielberg questa cicadina è inseguita per sviscerarne presunti segreti e misteriose parentele ed è assillata di domande: è una specie vera o è un ibrido? e chi sono i suoi genitori? posso obbligarla a fiorire? non pensa che la sua esistenza sia stata un fallimento? sua madre appena germogliato la picchiava? Farebbe sesso con un’altra specie? Tutte domande che sanno di accanimento terapeutico applicato al fluire crudo e spietato dell’evoluzione, ammettiamolo. Ad esempio, sfruttando la sua capacità di incrociarsi con altre specie Encephalartos ed applicando tecniche di backcrossing, si sta tentando di ricreare una femmina non più presente in natura, in maniera tale da ottenere nuovamente una progenie. Il processo prevede l'”accoppiamento” di E. woodi con femmine di altri Encephalartos interfertili (come E. natalensis) ed il successivo reincrocio degli individui femminili ottenuti con l’unico E.woodi maschio di partenza, proseguendo sino ad ottenere un individuo a fiori femminili dotato di un corredo genetico quasi identico a quello della pianta trovata da John Medley Wood. Spesso questi ibridi sono peraltro messi in commercio come “originali” e venduti a caro prezzo come se fossero cloni dell’individuo di partenza. L’alienazione sa facilmente diventare un valore: nel 2004 un clone ufficiale è stato venduto all’asta per circa 43.000 euro, una cifra che giustifica forse anche moralmente il mercato del falso… Empatia per empatia, ce ne sarebbe abbastanza da organizzare una fuga, travestendo E.woodii da palma e nascondendolo nel cestino di una bicicletta. L’alieno ha però in se anche altre sfumature, come il mistero e la doppiezza spesso riconosciuta a cio che è diverso e l’ET sudafricano non sfugge a nessuno di questi cliché. Studi genetici recenti hanno confrontato l’individuo scoperto nel 1895 con altre piante morfologicamente simili e potenzialmente parenti ed hanno suggerito che questa pianta sia a sua volta un ibrido e non una vera specie a sé stante. Una piccola rivincita dell’evoluzione sul desiderio umano di classificare, dare nomi e caselle ad un sistema dinamico come quello che governa la biodiversità.

Solitudine in compagnia. E. woodii è dunque una pianta estinta in natura ma conservata in vita dall’uomo per esigenze ornamentali, di ricerca e soprattutto di empatia. La sua storia non è casuale ed esistono altri esempi, forse non tutti così “alieni” ma comunque segnati dall’intervento umano sui processi spontanei di estinzione ed evoluzione. Questo particolare status alieno e le conseguenti attenzioni annesse sono condivise ad esempio con Erica verticillata, Holarrhena pubescens, Pitcarnia undulata, Tacirus bellus, Astragalus robbinsii, Franklinia alatamaha, Pritchardia affinis, tutti vicoli ciechi dell’evoluzione che l’uomo preserva nei parchi e nei giardini tropicali e temperati, fondamentalmente per diletto. Molte di loro peraltro non appartengono a taxa preistorici come le Zamiacee e le Cicadi ma a sezioni più evolute del regno vegetale.

In questa edizione del Carnevale della Biodiversità molti hanno inevitabilmente trattato il tema dell’alienità come una minaccia per gli ecosistemi e per l’uomo, perché l’alieno invasivo e cattivo è sempre il primo della lista. Nel caso di Encephalartos woodii (e delle altre ornamentali estinte in natura), questo tratto risulta ribaltato e questa tozza pianta preistorica è ancora tra noi per effetto di una passione per la conservazione il cui motore non è propriamente ambientale, ma di simpatia e di proiezione. E’ forse opinabile la motivazione di tanta cura, in quanto spinta dall’attenzione per il singolo e non per il sistema naturale o per la sua comprensione, ma al tempo stesso è una spinta così profondamente umana che risulta difficile etichettarla come “sbagliata” o “innaturale” a priori. Solitudine, abbandono e privazione sono del resto già presenti nel termine alienazione, che dal concetto di diverso ci porta a quello di estraniato, privato, fuori contesto richiamando minacce più psicologiche che fisiche. L’alienato è chi è costretto a cedere una parte dei suoi privilegi o delle sue prerogative a un mondo o a un contesto di cui non può più fare parte, finendo così ai margini sociali. Margini che talvolta aprono anche le porte della notorietà e della fama, perché a noi normali tanta unicità affascina pure. Questi margini esistono anche nella società delle piante, la cui evoluzione non lesina nel porre in disparte i meno adatti, cercando di metterli alla porta in ogni modo attraverso il meccanismo dell’estinzione. E’ poi l’uomo, fragile ed empatico, che pensa a far rientrare dalla finestra i reietti della selezione evolutiva influendo sullo scorrere “naturale” degli eventi. Quando incontriamo piante ecologicamente alienate, istintivamente, proiettiamo su di loro il nostro disagio per lo smarrimento, per l’estraneità che temiamo come un abbandono ed una privazione. Ed è proprio perché si tratta di specie fuori dal mondo che ci appassiona la loro storia ed investiamo risorse ed energie per salvarle dall’oblio dell’evoluzione, facendone delle star e persino cercando di combinare matrimoni impossibili. Cosa che purtroppo raramente avviene quando lo status è banalmente “terrestre”.

9 thoughts on “La pianta che cadde sulla terra

  1. Pato88 ha detto:

    Articolo davvero molto interessante, come molti di questa edizione del Carnevale! Anche se io non sono così contrario alla conservazione ostinata di organismi oramai poco adatti alla vita in natura, se non altro per enorme valore scientifico di cui sono rappresentanti. Questo articolo poi mi tocca anche abbastanza da vicino, in quanto qui a Napoli, all’Orto Botanico, c’era un esemplare diretto discendente dello originale trovato in Sud Africa, che purtroppo si è ammalato e morì, resta soltanto parte del fusto morto, conservata come una reliquia, davvero una cosa triste. Per fortuna si era riusciti a salvare due polloni basali, che però poco dopo furono barbaricamente rubati e chissà quali giardini di ricchi signori stanno ornando in questo momento…

  2. In realtà non sono “contrario” all’operazione. Mi chiedo con quanta consapevolezza sia portata avanti. L’impressione è che spesso queste iniziative siano sostenute da una percezione imperfetta dell’andamento “naturale” delle cose: molti pensano di fare qualcosa di “ecologico” laddove in realtà stanno remando contro l’andamento dell’evoluzione sostenendo una posizione in realtà “innaturale”. Non ci vedo nulla di male, ripeto, basta saperlo!

  3. Lepidodendron ha detto:

    Davvero un post interessante, anche perchè devo ammettere di essere uno dei “fans” di E.woodii da quando ho potuto ammirare ancora vivo l’esemplare napoletano. Effettivamente dovremmo fare una distinzione tra ciò che va conservato per questioni “museali” e ciò che va conservato per il mantenimento delle specie e degli ecosistemi: tutto ciò che appartiene alla prima categoria (come ad esempio E.woodii e altre specie di Cycadales) è importante per mantenere traccia della storia della vita sulla terra, oltre che per fornire un serbatoio per future ricerche e intuizioni (non dimentichiamo che le Cycadales ci permettono di studiare piante che presentano caratteristiche veramente basali nelle spermatofite) , e merita comunque una buona dose di attenzione e di impegno. Peraltro, chi può dire che le Cycadales non abbiano futuro evolutivo? Certo, sono in declino ora, ma chissà che nel futuro non riescano a riprendersi e ad evolvere nuove interessanti strategie…😉

  4. ‘-))
    Sono le circoscrizioni vibrazionali che stabiliscono i potenziali no?
    Dunque vediamo: quale dovrebbe venir scelto come solo deserto mantenibile ancora per un pò di decenni? Ci sono molte memorie che stanno ridiluendosi nello spazio atmosferico….
    per me stà arrivando il momento, se duro, di prendere parte alla reggenza della rigenerazione delle piante. Non sarà solo mero affare di nozione scientista…
    Chiunque vorrà aiutare in questo potra essere realmente rispettato.
    Questa palma vuole delle risposte di consapevolezza……….

  5. methexis ha detto:

    Duri momenti? remare contro l’andamento dell’evoluzione sostenendo una posizione in realtà innaturale? La nostra terra è un paradiso ecologico, è solo una enorme responsabilità; il fatto che l’estinzione prenda il sopravvento significa che bisogna iniziare a riflettere e ad essere sobri e non scapestrati e distratti, l’estinzione è la cartina tornasole che sortisce gli effetti negativi per l’ambiente e la qualità della vita di tutti noi. Essendo la causa di origine antropica, un andamento evolutivo può essere tutto fuor che naturale. Come si può appellare all’ecologia e al naturale -è eresia- stravolgendo questo andamento che non ha niente di pro-evolutivo, l’evoluzione è un equilibrio, ma implica che si avvia verso una direzione… quando si avrà una catastrofe ecologica, dove l’impoverimento renderà il pianeta un deserto biologico, non si può avere una evoluzione, piuttosto involuzione, perchè non ci sarà una direzione, gli organismi fanno parte di catene complesse di ecosistemi, e lasciare che quei pochi si adattino senza più coevolversi a lungo termine sortità solo effetti negativi, e sicuramente saranno condannate anche le specie più comuni, come sta avvenendo lentamente, ad un vicolo cieco. E’ Tutto Inutile.

  6. methexis ha detto:

    Errata corrige:
    “Essendo la causa di origine antropica, un andamento evolutivo può essere tutto fuor che antropico.” E ribadirei il concetto di prima, distruggere un equilibrio, pilastro di tutti gli ecosistemi, non porterà ad una scelta più consapevole ne ad una concezione perfetta, in quanto l’uomo stesso è ormai alieno da ogni nicchia ecologica, e non ha un comportamento utile alle stesse. L’antropizzazione è altrettanto e oltremodo innaturale, e le conseguenze a lungo termine sono sempre catastrofiche, pur essendo naive non capacitandocene nemmeno.

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