Il muschio selvaggio e il cadmio nell’aria di Portland, Oregon (gonzo style).

Una sera di molti anni fa, su un’isola greca, ho bevuto una birra con un signore belga completamente matto. Ma matto-matto, oltre ogni dubbio basagliano. Non ha fatto altro, mentre tentavo invano di svicolare dalla sua morsa verbale con la destrezza sociale di un bradipo zoppo, che raccontarmi della sua grande, irrefrenabile e sconfinata passione per i muschi con un afflato pari solo al suo simmetrico disprezzo per la tecnologia. Venti minuti di vibrante elegia briofitica, inframezzata da invettive contro telefonini, computer, strumenti, apparecchiature di ogni ordine e grado, dalla macchina di Anticitera fino al navigatore satellitare passando per i sincrotroni. A dirla tutta ci ho messo più di un attimo per dare un contorno preciso all’oggetto di quell’entusiasmo feticista, perché di primo acchito la pronuncia strascicata mi aveva persuaso che stesse parlando di mussels e non di mosses, ovvero di cozze e non di muschi.

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A suo dire e al contrario delle diavolerie moderne, queste piantine minuscole rappresentano il non plus ultra per chi ambisce a un passatempo elusivo, esclusivo e leale: nessuno le distingue anche se prosperano ovunque, per osservarle tocca ravanare cinghialeschamente il suolo armati di lente, hanno un ciclo vitale che non prevede gli stucchevoli fiori e infine la gente comune se ne ricorda solo a dicembre, quando parte la caccia per circondare culla, bue e asinello di un improbabile prato verde, dove nascono speranze e bambinelli. I muschi, insomma, sarebbero una vera cornucopia di emozioni, una fucina di frisson mille volte superiore a quel “plestic verld” vacanziero che a suo dire offriva solo birre scadenti, luci stroboscopiche e rimbombo di umanità berciante. Purtroppo, raccontava stizzito, era prigioniero di quell’odiosa isola greca inaridita dal sole e dal meltemi, un luogo pressoché sprovvisto del suo vegetale del cuore. Agitando la lattina di birra spiegava al mondo (cioè a me) che lui era lì solo perché quella megera della moglie lo aveva costretto col ricatto ma, per il tallo di mille briofite, fosse stato libero di scegliere avrebbe razzolato le ferie con gli amici scialafili in qualche sottobosco, a caccia di muschi invisibili ai più.

Ricordo di averlo ascoltato in silenzio a lungo, pensando all’imperscrutabilità di certi coniugi e accompagnando l’eloquio col tipico cenno del capo e delle sopracciglia, vago ma solidale, che si riserva ai disturbati durante i passaggi più salienti dei loro deliri. Fino a quando, scolato l’ultimo goccio di birra, gli comunicai che si era fatta una certa, rientrando spedito e sollevato nei ranghi dell’umanità stroboscopica e rimbombante, mai apparsa così morbida e accogliente. Con la consueta destrezza sociale del bradipo zoppo di cui sopra e con un jet lag di un decennio buono, oggi ho messo a fuoco un punto su cui, anche solo per pura cortesia missionaria, avrei potuto imbastire un minimo sindacale di conversazione. Munitevi di birra e andiamo dal Dodecanneso a Portland, Oregon.

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Anche oggi abbiamo sforato, che si fa? Portland, Oregon, condivide con l’Egeo poco più che qualche immigrato: greci alla conquista del West armati di gyros che si lamentano del clima e qualche anziano boscaiolo volato in senso opposto per scaldare le ossa e respirare aria di mare, grazie a quel pacchetto giusto di azioni comprate ai tempi di Reagan. Con l’eccezione di Demetrios Gatziolis, greco d’origine ma ricercatore tra le foreste della West Coast, nessuna di queste categorie sa che nella ridente città di Portland, Oregon, famosa per il profumo del luppolo (la Willamette Valley è un luogo cult per il mondo delle birre artigianali) e per quello delle rose (ogni anno ne fanno una splendida parata), nel 2013 si è vissuto uno di quei piccoli ma non trascurabili grattacapi tipici del mondo urbanizzato. Dopo aver legiferato una serie di limiti stringenti sulla qualità dell’aria, negli uffici del Department of Environmental Quality (DEQ) di Portland, Oregon hanno iniziato ad accumularsi numeri poco lusinghieri. Per alcuni metalli pesanti come cadmio e arsenico, assai meno salubri dell’aroma di luppolo e del profumo delle rose, i valori respirati dai cittadini erano regolarmente da tre a sei volte oltre le soglie. Me li vedo, il tecnico del DEQ di Portland, Oregon e Demetrios Gatziolis dell’U.S. Forest Service che si scambiano opinioni sulla faccenda con aria perplessa davanti a una bella tazza di beverone fumante al gusto di caffè.

Anche oggi abbiamo sforato, che si fa? Lo avvisi tu l’ufficio del sindaco? Lo sai che ci tiene alla classifica delle città più vivibili al mondo e questa faccenda è un casino. L’anno scorso eravamo al quarantesimo posto e ci vuole fare campagna elettorale.

Tanto so già la risposta: scoprite da dove vengono arsenico e cadmio e poi vediamo. Mica possiamo paralizzare la città con notizie vaghe.

Maledizione, la fanno semplice loro. Come pensano che si possa fare! Abbiamo solo una centralina fissa e due mobili, da spostare su una superficie di oltre 200 chilometri quadrati. Per trovare la sorgente ci vorrà una vita!

E se nel frattempo qualche giornale annusa la pista dell’inquinamento siamo fritti. Noi e il sindaco.

Esatto. Dobbiamo inventarci qualcosa. Idee?

Sorso di caffè. Sguardo fuori dalla finestra. Sorso di caffè. Sguardo verso il poster ingiallito dei Trailblazers del 1977 che langue sognando nuove glorie. Sorso di caffè. Grattatina alla camicia di flanella a scacchi, all’altezza della spalla. Sorso di caffè.

I muschi. Proviamo coi muschi. In Europa li usano da un sacco di tempo per monitorare gli inquinanti nell’aria. Lo chiamano biomonitoraggio.

Eh, non ci resta molto altro. Speriamo bene.

Dev’essere sicuramente iniziata così, questa faccenda che ora è al tempo stesso un articolo scientifico, un modello di lavoro, una bella pila di dati di pubblico dominio e per di più un esempio di amorevole connubio tra piante e tecnologia. In altre parole, un mix capace di mandare in cortocircuito amori e idiosincrasie del bizzarro signore belga schifato dall’Egeo e in cui, ironia della sorte, un protagonista è per giunta mezzo greco.

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I vantaggi di una pelle sottile. Come il mio eccentrico compagno di bevute, anche Demetrios e il suo collega di Portland, Oregon conoscono alcune cosette utili sui muschi. Ad esempio, che possono aiutare a monitorare la qualità dell’aria grazie a una combinazione di fattori biologici legati alla parte di mondo in cui l’evoluzione li ha fatti accomodare. Intanto, crescono lentamente e accumulano varie sostanze nel corso del tempo, poi sono privi di quella pellicola cerosa che avvolge e ipermeabilizza le parti verdi delle piante superiori, non hanno vere proprie radici e la loro epidermide molto sottile assorbe facilmente ioni metallici. Tendono quindi a inglobare uniformemente alcuni nutrienti non dal suolo o dal supporto su cui vegetano, ma direttamente dall’aria o dalle sostanze disciolte nella pioggia e mentre le altre piante fanno spesa nel terreno attraverso le radici, loro si riforniscono dal pulviscolo atmosferico con le parti verdi. Tra i composti così assorbiti ci sono anche i metalli pesanti come il cadmio e l’arsenico e sostanze organiche come gli idrocarburi policiclici aromatici prodotti da un gran numero di attività umane. Ovviamente non tutti i muschi prediligono in egual misura gli stessi inquinanti: alcuni assorbono meglio un metallo, altri ne eliminano un po’ dopo averlo assorbito, altri ancora sono diversamente efficienti in funzione del luogo in cui crescono, mostrando sensibilità diverse in base all’umidità dell’aria o a seconda che si trovino in città o in campagna. Non tutti i muschi sono quindi ugualmente adatti al monitoraggio ambientale, vuoi perché troppo poco diffusi, vuoi perché presentano una maggiore affinità per il piombo e una minore per il mercurio, vuoi perché ne assorbono una minima parte anche attraverso i loro rizoidi, che non sono vere e proprie radici ma qualcosa captano lo stesso. Insomma, il solito fardello inevitabile della diversità naturale, bello da vedere ed eccitante da raccontare, ma scomodo come un armadio di vestiti scombinati quando la natura la vogliamo invece usare in modo razionale. Nel tempo e con molte prove, vari ricercatori hanno comunque individuato muschi abbastanza bravini nell’agire più o meno come i foglietti acchiappacolore che si mettono in lavatrice, ma stavolta specifici per metalli pesanti e altri inquinanti e non per il blu ceduto dal calzino sbagliato. Tra questi Pleurozium schreberi, Hylocomium splendens e varie specie dei generi Sphagnum e Hypnum, che soprattutto in Europa sono diventati protagonisti in monitoraggi di vario tipo e che hanno dato l’idea di provarci anche a Portland, Oregon.

Serve un muschio alfa. Pure il lamento sul numero delle centraline durante la pausa caffè ha un significato. Soprattutto per ragioni economiche, le reti per il monitoraggio della qualità dell’aria che respiriamo hanno maglie troppo larghe, che correlano male misure e territorio. Le centraline costano molto e il loro numero è in genere insufficiente a mappare a dovere tutta una città o una regione; di conseguenza forniscono con grande precisione dati locali, ma si commettono grossi errori nel dedurre la reale presenza di inquinanti nel resto dell’area controllata. Certo, quelle mobili possono essere spostate, ma per ottenere un vero legame tra misura e territorio devono restare in un luogo per un certo tempo e alla fine il risultato non è un’istantanea reale, poiché tra la prima misura in un quartiere e l’ultima in periferia possono essere passati mesi se non anni. Un’altra conseguenza è che queste reti lasche rendono quasi impossibile scovare le fonti delle emissioni, perché obbligano a un lavoro investigativo lungo e certosino non compatibile con le urgenze e coi costi. Quello che possono offrire i muschi è invece una combinazione tra il loro potere da acchiappainquinanti e l’onnipresenza in città, sugli alberi, dietro ai muretti, sui sassi, isolato per isolato e strada per strada.

Per i tecnici dell’U.S. Forest Service di Portland, Oregon la prima cosa da scegliere era quindi il tipo di muschio con cui fotografare la presenza di cadmio e arsenico in città. Ovviamente era necessario scegliere una specie diffusa in modo capillare, evitando di campionare organismi tra loro diversi e capace di sopravvivere anche quando l’ambiente è sfavorevole, ad esempio nelle aree più inquinate. Infine doveva trattarsi di un muschio facile da riconoscere e non sensibile al fascino della convivenza con altre briofite, anzi abbastanza competitivo da crescere da solo, vigorosamente. Un muschio alfa, quindi. E il muschio alfa per Portland, Oregon è Orthotrichum lyelli, che soddisfa tutti questi requisiti essendo uno dei più frequenti sugli alberi della zona. Un’altra scelta è stata quella di campionare solo porzioni giovani di pianta a oltre 3 metri di altezza, per limitare sia la contaminazione dovuta al pulviscolo terroso proveniente dal suolo che per raccogliere indicazioni relative agli ultimi 2-3 anni, evitando così l’effetto accumulo presente nelle parti più legnose, che essendo più vecchie contengono sostanze assorbite nel passato.

La radiografia del cadmio. A Portland, Oregon non sono scesi dalla montagna del sapone e dispongono da tempo di due mappe. Una, costruita con le centraline mobili, che illustra la distribuzione stimata dei metalli pesanti in città e una che descrive la posizione delle aziende autorizzate a emettere cadmio e altri inquinanti, che vengono periodicamente controllate con le centraline mobili. Sapendo che viene tenuta d’occhio dalle autorità, nessuna di queste fabbriche emette fuori norma, a conferma dell’importanza di una rete mirata di controllo e verifica. Il problema sta piuttosto in eventuali strutture prive di autorizzazione, che vanno stanate come un focolaio tumorale e possibilmente con radiografie ad hoc. Scelta la specie da raccogliere, i tecnici hanno quindi preso una mappa della città e hanno fatto circa 350 crocette in luoghi equidistanti tra loro, formando un reticolo e istruendo un manipolo di studenti a campionare Orthotrichum lyelli nei dintorni di ciascun punto. Poi hanno preso i loro ritagli di muschio e si sono rivolti alla tecnologia che così poco piaceva al signore belga, misurando punto per punto non solo quanto arsenico e quanto cadmio era stato accumulato, ma anche molti altri metalli pesanti e altri inquinanti. Ottenuti i numeri li hanno messi sulla mappa di Portland, Oregon ottenendo una nuova distribuzione per il cadmio, non più stimata ma basata su dati capillari e reali.

Anche qui, me li vedo di nuovo i nostri amici di Portland, Oregon col beverone di caffè davanti al poster ingiallito dei Trailblazers di Bill Walton, sotto al quale hanno appuntato le stampate delle due mappe, quella stimata dalle centraline e quella tracciata misurando i muschi.

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Da: Donovan, G. H., Jovan, S. E., Gatziolis, D., Burstyn, I., Michael, Y. L., Amacher, M. C., & Monleon, V. J. (2016). Using an epiphytic moss to identify previously unknown sources of atmospheric cadmium pollution. Science of the Total Environment, 559, 84-93.

“Guarda che differenza con la mappa stimata, quella di sinistra!

Bingo. Hai visto quelle due zone rosse? Cosa c’è li? Nella mappa stimata quelle aree erano verdi, senza inquinanti“.

Sono già andato a controllare su Google Maps: ci sono due aziende che fanno vetro temperato. Non chiedere, ho già controllato. Non sono nella lista degli autorizzati a emettere arsenico e cadmio

Avviso l’ufficio del sindaco o mandiamo prima in zona la centralina mobile per le misure definitive?

Aspetta e butta via il caffè, prima ci siamo meritati un bel paio di birre”

Bevute le birre, avvisato l’ufficio del sindaco e piazzata la centralina mobile davanti alle fabbriche incriminate, nelle aree residenziali prossime a quei punti si sono misurati tenori di cadmio e arsenico atmosferici rispettivamente 49 e 160 volte oltre la norma. Con questi valori strumentali, e non con quelli dei muschi, è stato possibile premere per adeguare la normativa locale, che non permetteva alle istituzioni di intervenire e quindi negoziare con le imprese un adeguamento dei sistemi di emissione. Sistemata la legge è stato infatti possibile negoziare l’uso di filtri e anche l’eliminazione dalle lavorazioni di cadmio (usato per i vetri di colore rosso-arancio) e arsenico (usato per impedire la formazione di bolle nel vetro), sino a far rientrare i valori nella norma. Un’analisi attenta della nuova mappa ha anche permesso di scoprire l’effetto dei venti che passano la frontiera con la vicina Vancouver, non contemplato in precedenza e capace di condizionare la qualità dell’aria in alcune zone.

Gli autori di questi studi hanno optato anche per un’altra scelta istruttiva: tutti i dati della loro mappatura sono pubblici e possono essere sovrapposti ad altre mappe da chiunque lo voglia. Ad esempio, un’entità pubblica o privata può verificare quando e come vuole se la presenza nell’aria di metalli pesanti come cromo e cobalto (anche loro fuori norma in alcune zone di Portland, Oregon) può essere collegata a qualche attività umana fino ad ora ignota.

La misura porta a porta. Per quanto comuni, i muschi non sono abbastanza frequenti in tutte le città o non sempre si può trovare un muschio alfa adatto. Come molte metropoli americane anche Portland, Oregon vanta un’urbanistica ricca di giardini privati, di strade alberate e di parchi diffusi, con una densità abitativa bassa che permette campionamenti capillari. Altrove l’assenza di alberature e zone verdi può invece complicare l’impresa. Esistono per fortuna alternative, che offrono qualche vantaggio ulteriore. Si tratta di sacchetti di nylon contenenti muschi precoltivati e identici tra loro, da appendere a 3-4 metri d’altezza per uno o due mesi esattamente nelle zone desiderate, limitando il rischio di campionamenti errati. Oltre a permettere la migliore distribuzione possibile, queste moss-bags prima di essere piazzate vengono coltivate in ambienti totalmente privi di inquinanti e quindi permettono una cosa che il muschio selvaggio non garantisce: determinare l’esposizione ai metalli pesanti o agli idrocarbuti in un preciso lasso di tempo. Due anni fa, ad esempio, la città di Belgrado è stata mappata come Portland, Oregon, usando 153 sacchetti di questo tipo, scoprendo che ampie zone della città erano insufficientemente monitorate dalle centraline. Analogamente in Campania le moss bags hanno permesso di valutare l’impatto del traffico e di definire quali metalli presenti nell’aria sono dovuti all’urbanizzazione, quali all’agricoltura e quali a fattori ambientali. Tuttavia, sia i sacchetti che le mappature come quella di Portland, Oregon non possono funzionare da soli.

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Da: Lequy, E., Saby, N. P., Ilyin, I., Bourin, A., Sauvage, S., & Leblond, S. (2017). Spatial analysis of trace elements in a moss bio-monitoring data over France by accounting for source, protocol and environmental parameters. Science of The Total Environment, 590, 602-610.

Il senso della misura. L’esperienza di Portland, Oregon è elegante ed efficace, ma non è isolata e l’Europa vanta una grande tradizione a riguardo. Dal 1990 venti nazioni del vecchio continente (la Norvegia addirittura dal 1977) monitorano ogni 5 anni la qualità dell’aria secondo lo stesso principio, prelevando e analizzando muschi ben precisi in diverse zone. In Francia ad esempio la mappatura del 2011 ha permesso di individuare le regioni più o meno esposte ai principali metalli pesanti nell’aria respirabile, evidenziando dove e per quale motivo ha più senso intervenire con controlli e norme mirate. Questa esperienza, che coinvolge più ricercatori e un gran numero di inquinanti, ha insegnato varie cose che vanno tenute in conto, limiti inclusi. Innanzitutto, ha evidenziato che i muschi non offrono una quantificazione precisa per tutti gli inquinanti come la strumentazione tecnologica messa a punto dall’uomo e che l’attuale assenza di protocolli ufficiali e condivisi rende ostica un’interpretazione chiara dei dati. O per dirla con le parole di Demetrios Gantzios, i muschi “non forniscono informazioni certe sulla qualità dell’aria, ma aiutano a trovare gli inquinatori e a intervenire per migliorare la situazione“. In cambio, infatti, i muschi permettono mappature molto più estese e capillari grazie alle quali, con un costo più contenuto, si possono individuare le località più critiche o luoghi di emissione altrimenti introvabili, proprio come a Portland, Oregon. I norvegesi, ad esempio, hanno scoperto che la recente apertura di fonderie in Russia sta avendo un impatto notevole sulla qualità dell’aria nelle zone di confine, mentre nel complesso in Europa occidentale le misure correttive e i controlli più intensi hanno permesso, stando ai muschi, di dimezzare negli ultimi 30 anni la presenza di quasi tutti i metalli pesanti nell’aria. I muschi sono quindi utili, ma rilevanti solo come strumento che integra i sistemi basati su centraline e tranne che per piombo e cadmio la loro risposta non è quasi mai quantitativa.

Ovvero i muschi vanno bene per fare una mappa della distribuzione e per descrivere un andamento nel tempo, consentendo di “avere un’idea” del contenuto, ma non restituiscono un numero inoppugnabile quando si va dall’inquinatore a mostrare il conto né per avere dei numeri precisi da usare in tribunale o da confrontare coi limiti ufficiali, per i quali serve l’analisi strumentale delle centraline tecnologiche. Che è esattamente quello che hanno fatto i tecnici del comune di Portland, Oregon quando hanno importato il loro esperimento-indagine: prima trovare l’ago nel pagliaio con i muschi, poi studiare e misurare l’ago con le centraline mobili, infine internire su norme e inquinatori per rimediare. E questa è per certi versi la cosa più interessante della storia, perché abituati come siamo a narrative come quella del mio estemporaneo e bizzarro compagno di bevuta, che mettono in conflitto i sistemi creati dall’uomo e quelli dedotti dalla natura, scoprire che i due approcci non sono in contrasto tra loro ma soddisfano le nostre esigenze solo se vengono integrati con criterio, è istruttivo come minimo.

Chissà com’è andato a finire il matrimonio del signore belga, coi suoi conflitti tra le passioni intime del sottobosco e le vacanze chiassose alla luce del sole. E chissà se l’avrei convinto della vantaggiosa collaborazione tra tecnologia e natura con l’esempio di Portland, Oregon. Voi però pensateci, prima di sedere al mio fianco mentre bevo una birra. Pensateci bene.

Letture serie.

  • Donovan, G. H., Jovan, S. E., Gatziolis, D., Burstyn, I., Michael, Y. L., Amacher, M. C., & Monleon, V. J. (2016). Using an epiphytic moss to identify previously unknown sources of atmospheric cadmium pollution. Science of the Total Environment, 559, 84-93.
  • Harmens, H., Norris, D., Mills, G., and the participants of the moss survey (2013). Heavy metals and nitrogen in mosses: spatial patterns in 2010/2011 and long-term temporal trends in Europe. ICP Vegetation Programme Coordination Centre, Centre for Ecology and Hydrology, Bangor, UK, 63 pp.
  • Harmens, H., Norris, D.A., Steinnes, E., et al. 2010. Mosses as biomonitors of atmospheric heavy metal deposition: Spatial patterns and temporal trends in Europe. Environ. Pollut. 158, 3144–3156.
  • Ares, A., Aboal, J. R., Carballeira, A., Giordano, S., Adamo, P., & Fernández, J. A. (2012). Moss bag biomonitoring: a methodological review. Science of the Total Environment, 432, 143-158.
  • Adamo, P., Giordano, S., Vingiani, S., Cobianchi, R. C., & Violante, P. (2003). Trace element accumulation by moss and lichen exposed in bags in the city of Naples (Italy). Environmental pollution, 122(1), 91-103.
  • Lequy, E., Saby, N. P., Ilyin, I., Bourin, A., Sauvage, S., & Leblond, S. (2017). Spatial analysis of trace elements in a moss bio-monitoring data over France by accounting for source, protocol and environmental parameters. Science of The Total Environment, 590, 602-610.
  • Capozzi, F., Giordano, S., Di Palma, A., Spagnuolo, V., De Nicola, F., & Adamo, P. (2016). Biomonitoring of atmospheric pollution by moss bags: Discriminating urban-rural structure in a fragmented landscape. Chemosphere, 149, 211-218.
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Lo smog visto da un balcone: Diesel, profumi, interferenze, insetti e fiori.

ResearchBlogging.orgDavanti a me, il balcone affacciato sulla grigia metropoli tentacolare offre un asilo sospeso a una pianta di rosmarino. Un caparbio esemplare di Rosmarinus officinalis L. della Val di Vara, ruvido come tutti gli abitanti di quelle terre, clonato da un esemplare rinselvatichito chissà quando su un pendio terrazzato. Mi piace pensare che la sua innata scontrosità gli permetta di resistere in barba a muri, smog, cemento, mezz’ombra e poche cure. Mentre mi aggiro per una rapida ricognizione lo vedo gradire questo inverno mite e già mi prefiguro il suo unico momento di tenerezza primaverile, quando si riempie di fiori violetti per un’escusiva, annuale concessione alla socialità: la visita di un’ape. Più o meno ogni giorno durante la fioritura, l’altrimenti burbero rosmarino ligure si sbottona e apparecchia il proprio armamentario di ospitalità a base di colori, profumi, nettare e pollini. Per una sola ape. L’ho osservata con cura e ne sono certo, durante lo scorso anno è stata sempre la stessa. Arriva regolarmente verso le undici del mattino, non senza affanno bottina metodicamente ciascun fiore e poi se ne va in cerca di altri fragranti approdi urbani. Per tutta la primavera l’ho guardata da dietro la finestra chiedendomi da dove venisse e quanta strada faccesse per onorare quell’appuntamento quotidiano. Sebbene il vicino Sant’Ambrogio sia patrono degli apicoltori, la cintura urbana e soprattutto il centro della città di Milano mi sembrano assai parchi di arnie, per cui sicuramente l’ape ha trovato il mio rosmarino dopo lunghe e faticose perlustrazioni. Così, nello strano silenzio di una nebbiosa giornata invernale senza traffico, senza fiori e senza insetti, mi trovo a pensare a come un’ape possa scovare e costantemente ritrovare, a distanze per lei siderali, un rosmarino perso tra palazzi, tetti e condomini. E come lo possa tracciare non solo in un dedalo di colori e figure a lei innaturali, ma anche in una babele di odori che in genere nulla hanno a che fare con quelli che lei cerca.

Anzi, ora che ci penso, con la cappa di smog che regna su tutta la pianura Padana, l’ardita ape urbana tornerà a trovare il mio rosmarino ligure anche la prossima primavera?

photo-1444579084407-edbadf1d3795Credo che l’accordo tra fiori e impollinatori sia chiaro a tutti: i secondi aiutano i primi nella fecondazione e i primi attirano i secondi mediante una combinazione di sostanze volatili e colorate. In linea di massima i profumi servono per farsi trovare a grandi distanze e per riconoscere da vicino i fiori più ricchi di nettare, mentre i pigmenti facilitano le procedure di atterraggio. Tutto è mirato all’efficienza e al contenimento dei costi: migliore il rapporto spesa/guadagno e maggiore la probabilità che l’insetto faccia quel che desidera la pianta. La chiave del rapporto sta nella fragranza del fiore, una miscela di decine di sostanze la cui evaporazione è collegata alla quantità di nettare disponibile. La sua percezione da parte dell’impollinatore avviene creando una sorta di immagine collegata alla generosità della fonte, memorizzata e trasmessa, nel caso delle api, alle compagne per aiutarle a ritrovare i fiori più generosi di nettare. Si sa che bastano minime fluttuazioni nella miscela per confondere gli insetti impollinatori e causare una perdita di efficacia nel recapito del messaggio.

Questo avviene perché gli insetti riconoscono e memorizzano il segnale olfattivo come se fosse un’immagine: non registrano i singoli componenti ma il loro insieme.

Il viaggio per l’ape è una specie di gincana, un tragitto a ostacoli nel quale il profumo del fiore funge sia da navigatore che da faro, facilitando la costruzione di un percorso ed emettendo nell’aria un segnale costante di richiamo. L’occhio umano non lo vede, ma ciascun fiore in cerca di impollinatori diffonde nell’aria colonne e di gas profumati che formano volute fragranti del tutto simili a quelle meno gradevoli del fumo di una ciminiera o di una sigaretta. Gli insetti a loro volta percepiscono gli odori grazie a recettori olfattivi posti su sensibilissime antenne: in alcuni casi bastano 6 sole molecole posate su di esse per produrre un segnale riconoscibile dall’animale. In molti casi questo permette di individuare segnali olfattivi a diverse centinaia di metri di distanza e probabilmente anche a oltre un chilometro da api, bombi, farfalle e coleotteri, se le condizioni di trasporto aereo sono ideali (mancanza di ostacoli fisici, folate improvvise, pioggia). Con ogni probabilità la mia ape si è imbattuta in una di queste volute nel cielo di Milano e come un segugio ha seguito la pista fino al mio balcone.

Osservo la nebbiolina che avvolge i tetti e la fuliggine che si è depositata sul vaso del rosmarino: chissà se tra gli ostacoli di questa missione c’è anche lo smog dell’allarme inquinamento di questi giorni.

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Se così fosse, una minore copertura del segnale olfattivo si tradurrebbe in diverse complicazioni per le due parti ai capi di questa comunicazione. L’ape dovrebbe faticare di più, consumando più energie e portando a casa un saldo forse passivo tra energia spesa e zuccheri raccolti, volando più a lungo in cerca di campo sufficiente a captare la chiamata del fiore. In più tenderebbe a perdere memoria del percorso da compiere, per colpa della modificazione subita dalle tracce da seguire. Andrebbe persa anche la capacità dell’insetto di collegare un segnale (l’immagine olfattiva) con un evento positivo (la presenza di nettare) e quindi di istruire le altre api sui territori migliori da bottinare e l’aumento della fatica sarebbe a cascata su tutto l’alveare. Per il rosmarino (e per tutte le altre piante) diminuirebbero invece la probabilità di riprodursi e dare frutti, soprattutto tra piante distanti tra loro.

Spiace dire che il condizionale delle frasi precedenti non è d’obbligo, nel senso che effettivamente lo smog interferisce in modo drastico nella comunicazione pianta-insetto, degradando buona parte dei composti volatili emessi dai fiori, vanificandone lo scopo.

Non è solo una questione di mascheramento, di voci olfattive discordanti che si sovrappongono e si mescolano. Il profumo del fiore non viene coperto da quello dei gas di scarico di automobili, stufe e caldaie come una vocina debole da un rombo, ma subisce una vera e propria degradazione chimica. Le reazioni chimiche infatti non avvengono solo in ambiente liquido, ma anche tra sostanze gassose “sospese” nell’aria.

Chi ha fatto le prove ha osservato che alcuni tra i più comuni componenti delle fragranze fiorali sono completamente smontati quando entrano a contatto con due elementi dello smog, gli ossidi di azoto (indicati come NOx) e l’ozono, sparendo completamente dalla miscela.

Circa due terzi delle piante che reclutano insetti per l’impollinazione basa il proprio richiamo su terpeni come il beta-ocimene, il mircene, il beta-cariofillene, il linalolo e il terpinene, miscelati in proprozioni variabili a centinaia di altri composti di diversa natura come la fenilacetaldeide. La metà di queste sostanze scompare o si riduce in modo sensibile per gli insetti non appena entra a contatto coi fumi esausti di un motore diesel. Un composto importante come il farnesene addirittura sparisce completamente dopo un solo minuto di esposizione.

Le prove disponibili non sono moltissime, ma comunque condotte su fiori e insetti diversi (bocca di leone, cavolo, coleotteri, api), in condizioni di laboratorio e di campo aperto, su alcune decine dei più comuni costituenti dei bouquet fiorali e valutando gli effetti di distinti componenti dello smog, soprattutto di quello generato da motori diesel.

Gli esiti sono convergenti: sia i residui azotati della combustione diesel che l’ozono degradano in pochi secondi terpeni e altre sostanze volatili, rendendo irriconoscibili i fiori a diverse specie di insetti impollinatori, che anzichè puntare su di essi continuano a volare in cerca di altri segnali.

Fino ad ora nessuno ha testato direttamente gli effetti del particolato PM10 e PM 2,5 che nelle ultime settimane affollano l’atmosfera urbana e i titoli dei telegiornali. Un motivo per questa lacuna esiste, ed è strettamente biologico. L’ape che visita il mio rosmarino urbano è in questi giorni -spero per lei- al riparo nel chiuso del suo alveare e se tutto va bene non uscirà fino alla primavera, quando piogge e vento avranno -spero per noi- posto un palliativo sintomatico al problema dello smog invernale. Ovvero né l’ape né il profumo dei fiori di rosmarino saranno particolarmente colpiti dall’allarme inquinamento del Natale 2015 e dovuto alparticolato atmosferico emesso da auto, stufe, fabbriche e riscaldamenti, perché questo ristagna negli strati bassi dell’atmosfera in un periodo distinto dalla fioritura. Purtroppo -per tutti, stavolta- lo smog cambia pelle ogni stagione e le emissioni non cessano di essere pericolose una volta finito l’inverno.

In particolare, il problema legato all’ozono e ai NOx non è strettamente urbano, non tocca più solo il mio balcone e si estende alle stagioni più calde, proprio quelle in cui fiori e impollinatori sono nel massimo della loro attività.

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Questo fenomeno prende il nome di smog fotochimico, porta ad un incremento dell’ozono negli strati bassi dell’atmosfera ed è dovuto alla reazione tra ossidi d’azoto dello smog di tutto l’anno e ossigeno atmosferico mediata dalle radiazioni solari, che in estate e primavera sono per l’appunto più intense. Le stesse quantità di ozono e NOx che nelle prove sperimentali degradano i richiami odorosi dei fiori sono infatti riscontrabili in primavera e in estate sia in città che nelle campagne, dove vengono diffuse dai venti. Per dare qualche numero: gli oltre 260 microgrammi per metrocubo di ozono registrati in varie zone della Lombardia nel 2014 e nel 2015 corrispondono a circa 120 ppb. Nelle ricerche condotte sino ad ora, una concentrazione di 80 ppb di ozono (pari a 180 microgrammi per metrocubo) è sufficiente a degradare alcuni composti minoritari del profumo dei fiori e impedirne il riconoscimento da parte degli impollinatori, che non puntano più i loro fiori preferiti e non ne distinguono il profumo da quello dell’aria pura.

La presenza di ozono negli strati bassi dell’atmosfera è registrata dall’uomo da quasi due secoli, per cui è possibile fare qualche proiezione e spiegare i cambiamenti con numeri abbastanza intuitivi. Si stima che mentre nella metà del 1800 (agli albori della rivoluzione industriale) il segnale del faro olfattivo di un fiore poteva percorrere senza problemi poco più di un km senza degradarsi, ora la stessa miscela di sostanze odorose non riesce a spingersi oltre i 2-300 metri. In altre parole, il raggio di azione del faro profumato si è ridotto di quattro volte: solo il 25% dei suoi componenti supera questa distanza e diversi di essi scompaiono completamente pochi secondi dopo il loro decollo dai petali, per colpa dei fumi diesel. Per i segugi del nettare e dell’impollinazione potrebbe essere un problema serio.

E’ assai probabile infatti che questo obblighi gli insetti impollinatori a percorsi più lunghi e a maggiori fatiche per portare a casa la pagnotta, oltre che ridurre la probabilità che due piante distanti tra loro possano fecondarsi a vicenda.

Anche gli alibi del “combustibile meno inquinante” non alleviano la tassa: tutte le prove sperimentali che hanno prodotto questi dati sono state condotte con diesel “verde”, a basso contenuto di zolfo. Fino ad ora nessuno ha testato gli effetti dell’interazione ape-rosmarino, che potrebbero essere meno critici di quelli fino ad ora studiati, ma è una ben magra consolazione. Se in primavera l’ape non tornerà a visitare il rosmarino milanese della Val di Vara, la lista dei sospetti colpevoli sarà molto breve.

  • Fuentes, J., Roulston, T., & Zenker, J. (2013). Ozone impedes the ability of a herbivore to find its host Environmental Research Letters, 8 (1) DOI: 10.1088/1748-9326/8/1/014048
  • Lusebrink I, Girling RD, Farthing E, Newman TA, Jackson CW, & Poppy GM (2015). The Effects of Diesel Exhaust Pollution on Floral Volatiles and the Consequences for Honey Bee Olfaction. Journal of chemical ecology, 41 (10), 904-12 PMID: 26424685
  • Girling RD, Lusebrink I, Farthing E, Newman TA, & Poppy GM (2013). Diesel exhaust rapidly degrades floral odours used by honeybees. Scientific reports, 3 PMID: 24091789
  • Blande JD, Holopainen JK, & Li T (2010). Air pollution impedes plant-to-plant communication by volatiles. Ecology letters, 13 (9), 1172-81 PMID: 20602627
  • McFrederick, Q., Kathilankal, J., & Fuentes, J. (2008). Air pollution modifies floral scent trails Atmospheric Environment, 42 (10), 2336-2348 DOI: 10.1016/j.atmosenv.2007.12.033

La botanica dello sciroppo d’acero – Parte prima

614020_94614957Un tour autunnale a cavallo tra Quebec canadese e New England statunitense regala al turista la vista romantica della tavolozza fiammeggiante degli aceri. L’occhio dell’appassionato di piante, trascurando lo stereotipo oleografico del foliage, sa però che in quei giorni gli aceri si avviano al letargo invernale e che nel farlo si impegnano a riciclare ogni materiale utile, scomponendo la clorofilla e recuperando carboidrati e proteine da richiamare verso il profondo delle radici, prima di far cadere al suolo mucchi di foglie morte, svuotate di ogni nutriente e portate via dal vento del Nord. Nel frattempo, la scomparsa della clorofilla e la necessità di proteggere la foglia durante l’ultima ritirata portano alla vista carotenoidi gialli e antociani rossi, per la gioia dell’ente turismo di Vermont, Adirondack e dintorni che cercano di godere del fenomeno fino a che il cambiamento climatico lo permette. Questa esplosione di colori e di quieto vivere ha però luogo in autunno, mentre ora siamo nella briosa primavera e il panorama regalato è decisamente diverso.

Difatti, in questi giorni la visita ai medesimi luoghi offre al turista scenari assai meno patinati ma ben più vitali: tra gli aceri ancora privi di foglie un inestricabile groviglio idraulico di tubi pulsanti corre da un tronco all’altro per centinaia di metri e migliaia di condotti in plastica escono direttamente dai fusti, dai quali spesso sporge un piccolo rubinetto. Aperta la mandata, il turista può veder sgorgare un flusso di liquido incolore, dolce e regolare al punto che, con pazienza e secchiello, non sarebbe difficile raccoglierne qualche litro in una sola giornata. Addirittura, passeggiando per il bosco dopo una forte gelata, si potrebbero notare piccole stalattiti ghiacciate e dolci sporgere da qualche rametto rotto. E’ il risveglio dell’acero: i carboidrati tornano in circolo dal loro rifugio radicale e l’acqua dalle radici riprende a fluire verso le gemme, la vita della pianta riparte e con essa il business dello sciroppo d’acero, uno dei pochi prodotti di successo commerciale ottenuti dalla linfa degli alberi. Questa ambientazione primaverile non è certo romantica come quella autunnale e ricorda vagamente una fabbrica più che una foresta, ma permette di raccontare diverse storie.

Cosa succede nell’acero? Le piante hanno un’idraulica tutta loro. Presentano un doppio sistema per il trasporto interno dei liquidi, formato da una serie di vasi che al pieno della vitalità trasferisce acqua, ormoni e sali minerali dalle radici verso le foglie e da una serie di tubi che assicurano il percorso inverso, instradando gli zuccheri prodotti dalla fotosintesi verso il resto della pianta. Il sistema che dall’alto va verso il basso è detto floema, è formato da cellule vive e nella nostra storia è un comprimario, un attore che appare in scena due volte in tutto il film. Il sistema che dal basso va verso l’alto è detto xilema e gode invece del ruolo protagonista; fatto di cellule morte e con pareti dure, deve lavorare contro il fastidioso volere della gravità, in quanto senza aiuti fisici l’acqua non risalirebbe dal sottosuolo fino agli oltre 30 metri di altezza di un acero. In condizioni normali, ovvero quando la chioma è ricca di foglie, questa forza è in massima parte assicurata dalla traspirazione: la superficie fogliare perde acqua in forma di vapore acqueo e questa eliminazione induce una pressione negativa nei tubi, che operando come tante cannucce da cocktail aspirano con forza altra acqua dalle radici lungo lo xilema per riempire il vuoto lasciato da quella evaporata.

Acer saccharum e in misura minore Acer rubrum e Acer nigrum, le specie responsabili dei panorami dorati e della produzione di omonimo sciroppo da pancakes, non fanno eccezione e movimentano acqua e soluti in questo modo. Ad esempio, il floema in estate porta il glucosio prodotto dalla fotosintesi dalle foglie alle radici, dove viene immagazzinato sotto forma di amido fino all’autunno, epoca in cui i medesimi tubi portano sottoterra le sostanze recuperate dalle foglie in via di degradazione, per conservarle al riparo durante il letargo invernale. Al contrario, in estate lo xilema grazie alle foglie draga e aspira nuova acqua verso l’alto, per permettere alla pianta di crescere e vivere: si stima che in un acero di medie dimensioni possano circolare attraverso lo xilema fino a 200 litri di acqua al giorno. Con l’arrivo dell’inverno questo flusso rallenta fino a cessare completamente con la caduta delle foglie. Tutto questo dinamismo idraulico ha però bisogno di una folta chioma per funzionare a pieno regime e pone un primo problema quando l’albero si risveglia dal letargo invernale: se le foglie sono così importanti per il trasporto, come fa la miscela di acqua e zucchero a salire quando l’albero è spoglio e perché la linfa usata per produrre lo sciroppo sgorga spontaneamente dai rubinetti?

Ghiaccio, tubi e zuccheri. In barba alla fisica e al meccanismo fin qui descritto, durante i primi freddi giorni di primavera gli alberi di Acer saccharum assicurano un flusso regolare e consistente di liquido zuccherino, che risale lungo lo xilema e può essere intercettato inserendo un normale tubo nel tronco.

A differenza di altre piante, per prosperare al freddo l’acero ha infatti evoluto un sistema di trasporto che si avvantaggia dei climi più rigidi, nei quali anche alla fine dell’inverno sono frequenti forti gelate notturne. Allo scioglimento delle nevi le radici della pianta iniziano infatti ad avere a disposizione più acqua e le parti aeree iniziano a percepire l’arrivo di temperature ideali alla crescita. C’è un’enorme pianta alta più di 30 metri e spesso vecchia più di 200 anni da rimettere in moto, occorre energia immediata per ricostruire foglie, sviluppare gemme, far crescere rami e fusto e così il metabolismo dell’acero si mobilita smantellando il deposito di amido nelle radici, trasformandolo nuovamente in zuccheri solubili in acqua con cui rifornire le giovani gemme dalla parte collecting-maple-sap-in-bottleopporta della pianta. Nei primi giorni di primavera la linfa fatica a risalire verso la chioma in assenza del motore della traspirazione, così altre due forze possono entrare in soccorso: la pressione radicale e quella del fusto, ma la prima delle due nell’acero è assente e se proviamo a incidere una radice non si nota un flusso forte come quello del fusto. Il flusso lungo lo xilema è invece particolarmente forte ed ha luogo solo in concomitanza con giorni tiepidi e soleggiati seguiti da notti gelide tipiche della prima fase primaverile nel nordest americano, nelle quali la temperatura scende di molto sotto lo zero. Il meccanismo è dato da una combinazione di clima, idraulica e fisica, unite ad una precisa disposizione di tessuti nel tronco dell’acero il quale, a differenza di altri alberi, durante l’inverno mantiene liquidi all’interno del tronco. Così, nei primi freddi delle sere del Vermont e del Quebec, il primo raffreddamento della linfa nello xilema provoca il discioglimento di gas presenti nel tronco dell’acero, la cui scomparsa provoca una pressione negativa che fa parzialmente risalire il liquido dalle radici con un’intensità simile a quella della traspirazione. Durante il gelo notturno invece il liquido si ghiaccia, intrappolando ulteriore gas al suo interno anche da tessuti vicini e aumentando leggermente di volume preme sulle pareti dello xilema, rigide ma elastiche, mandandole in tensione. Giunte infine le ore calde del giorno la linfa ghiacciata si scioglie e i gas liberati, assieme al debole rimbalzo elastico dello xilema che torna alla sua dimensione originaria, producono una pressione positiva che spinge il liquido verso l’uscita più vicina, in genere data dal foro di spillaggio o dalle gemme dei rami, le cui pareti cellulari sono più cedevoli e permeabili. In altre parole, occorre una precisa e cicilica alteranza di congelamento/scongelamento dei gas nello xilema per spingere la linfa verso l’alto e questo rende il flusso della linfa dell’acero intermittente, legando a doppia mandata la produzione di sciroppo al territorio e alle sue condizioni climatiche. Altri alberi non mantengono liquidi nello xilema in inverno e non emettono linfa zuccherina se incisi in primavera, mentre altri ancora, come le betulle, effettuano invece lo stesso spostamento grazie alla sola pressione radicale, per cui possono essere “munte” in concomitanza allo scioglimento delle nevi e fino a che la linfa ha un adeguato tenore zuccherino, non solo in precise condizioni di gelo.

Amari risvolti del cambiamento climatico. La temperatura dell’ambiente gioca quindi un ruolo fondamentale nella raccolta di linfa da indirizzare alla produzione di sciroppo, perché il suo comportamento è perfettamente calibrato sul clima. Senza gelate primaverili l’acqua del tronco non può ghiacciare e non si nota un fenomeno così marcato di trasporto, con un conseguente un calo nella quantità di linfa raccolta e quindi e perdita di redditività, che risulta pertanto sensibile a qualunque cambiamento climatico. Ad esempio, negli ultimi decenni la resa dei boschi statunitensi è andata incontro a una costante contrazione, mentre quella dei boschi canadesi, posti più a nord, è cresciuta. La presenza di più giornate calde nei mesi di febbraio e marzo ha infatti ridotto la finestra di giorni utili di raccolta e inceppato il meccanismo tradizionale di spillaggio, in quanto gli albcurrent_vs_higheri hanno meno tempo per mobilitare il loro magazzino di amido nelle radici e iniziano prima ad effettuare la fotosintesi che blocca il trasporto di zuccheri dalle radici alle gemme attraverso lo xilema. Come illustra il diagramma qui a lato le previsioni degli ecologi soprattutto per i produttori americani di sciroppo d’acero non sono favorevoli e nei prossimi decenni la stessa presenza degli aceri diminuirà drasticamente nel nordest americano, poiché l’innalzamento delle temperature diminuirà la competitività degli aceri rispetto ad altre specie come querce e noci pecan, più adattate alle nuove condizioni.

Assieme ai colori dell’autunno anche la produzione primaverile di sciroppo tenderà quindi a migrare verso nord, finché c’è un nord verso cui migrare.

SettiManna #4: la manna in cucina

E’ divertente osservate come per i semiologi l’espressione “parola mana” significhi un vocabolo la cui interpretazione varia a seconda di chi lo pronuncia o un contenitore di significato dentro al quale collocare oggetti o concetti diversi tra loro. La manna stessa, come accennato in precedenza, è una sorta di parola mana in quanto al termine sono abbinati materiali ottenuti sia da vegetali che da animali (piante superiori, licheni, insetti), secondo processi biologici ed ecologici diversi tra loro (stress idrico, aggressione patogena, lesioni meccaniche) e soprattutto composti da sostanze diverse per composizione e gusto. Al tempo stesso il suo ruolo cambia in funzione dell’utilizzatore: blando purgante per farmacisti ed erboristi, edulcorante a basso indice glicemico per il nutrizionista, ingrediente esotico con cui stupire per lo chef. Pare ad esempio che i cuochi di New York, almeno quelli più desiderosi di soddifare la bramosia esotica ed il portafogli dei loro munifici clienti, abbiano scoperto il fascino esoterico di questi essudati zuccherini e si siano sbizzarriti a reperire le manne più strampalate per inserirle nelle loro creazioni. Che il prodotto sia in qualche modo trendy lo testimonia l’esistenza di una pagina dedicata alla manna in cucina nientepopodmeno che sull’enciclopedia alimentare dell’Huffington Post. Ma il riferimento più sfizioso è questo articolo del New York Times, da cui riporto i pareri estasiati di alcuni chefs.

Garrett McMahon, a sous-chef at Perilla in Manhattan, uses Hedysarum manna with sea salt to finish off a foie gras terrine with Marcona almonds, candied kumquats and toasted brioche. “The manna allows us to achieve a sweet, salty balance while maintaining a great crunchy texture,” Mr. McMahon said. Paul Liebrandt of Corton in Manhattan used Shir-Khesht manna in a dish of charred Frog Hollow Farm apricots, fresh wasabi and Kindai kampachi. […] Shir-khesht looks like broken-up bits of concrete or coral and is whiter than hedysarum manna. It is sweet, with some gumminess that eventually dissolves in the mouth. Shir-khesht’s tongue-cooling effect comes from mannitol, a sugar alcohol in this and many other mannas; the sensation is similar to menthol, without the menthol taste. It has notes of honey and herb, and a faint bit of citrus peel.

Il prodotto chiamato Shir-khesht è in realtà un essidato zuccherino che si accumula come risposta fisiologica di difesa tra luglio ed agosto sui rami di alcune specie Cotoneaster attaccate da Scolytus rogulosus, un coleottero fitofago. L’Hedysarum manna è invece è una di quelle manne prodotte non dalla pianta bensì direttamente dall’aggressore, ovvero è un prodotto di origine animale. Nello specifico si tratta di materiale espulso da individui della specie Poophilus nebulosus dopo che si sono nutriti della linfa di alberi ed arbusti del genere Alhagi. Stando ai resoconti letterario-sensoriali dei sommelier del gusto ha un sapore “che ricorda una combinazione di sciroppo d’acero, zucchero di canna, melassa di e noci“. Il commento di un cuoco in merito alla percezione sensoriale di questi ingredienti è particolarmente interessante.

“The texture is unlike any other I’ve experienced — chewy and crunchy at the same time,” Mr. Liebrandt said. “It also makes the food intensely personal, because no two people taste manna the same way. I might taste a haunting minty-ness, while you might detect a whiff of lemon. No other ingredient is like that.

Fatto salvo il bisogno del cuoco di vendere bene il suo prodotto ad un mercato bramoso di distinzione a qualunque prezzo, in realtà la variabilità nella percezione del gusto di questi essudati è in buona parte legata all’alta variabilità nella loro composizione chimica, che cambia spesso profondamente anche tra una pianta e l’altra. Infatti, soprattutto quando ci sono di mezzo risposte a stress ambientali (l’insetto che punge, l’acqua che latita), la risposta biochimica delle piante è estremamente variabile e quasi personalizzata in funzione della quantità d’acqua effettivamente disponibile ed a sua volta dipendente dalla composizione del terreno, dall’esposizione della pianta e persino dal tipo di aggressore, nel caso degli essudati di origine fitofaga. Se un cuoco creativo nostrano volesse replicare le ricette dei colleghi americani impiegando la manna di frassino, potrebbe ad esempio andare incontro ad alcune scoperte gustative abbastanza sorprendenti.

Mediamente la manna di frassino contiene circa il 40-50% di mannitolo, il 15-20% di mannotriosio, il 10-15% di fruttosio, il 5-10% e solo il 2-3% di glucosio ed ha quindi un sapore dolce. La variabilità dei rapporti tra queste sostanze è però estremamente elevata ed è estremamente facile trovare partite meno dolci e quasi insapori accanto ad altre squisitamente mielose. Inoltre, si possono incontrare partite candide ed altre gialle, queste ultime in alcuni casi persino amare al gusto. Alla frazione zuccherina si accompagnano infatti anche sostanze fenoliche del tutto simili a quelle presenti in un’altra pianta cardine della tradizione mediterranea e sua parente prossima in botanica, l’olivo, nella quale svolgono un ruolo deterrente contro insetti e mammiferi erbivori oltre ad agire come antisettici in caso di lesioni. Curiosamente ma non troppo, la manna contiene sostanze (oleuropeina, tirosolo) in quantità assolutamente analoghe a quelle rinvenute in un normale olio d’oliva extravergine ed è probabile, ma non ancora verificato, che queste sostanze possano contribuire all’azione diuretica ed ipoglicemizzante che la tradizione ascrive alla manna, oltre a svolgere azioni salutistiche simili a quelle ascritte alla componente fenolica dell’olio d’oliva nella dieta mediterranea. Questi composti, pur presenti in piccola quantità, possono incidere in modo consistente sia sul sapore che sul colore del prodotto. Il difetto di queste sostanze infatti è che durante l’essiccatura colorano di giallo l’essudato, facendo perdere il bianco che è un tratto di pregio e soprattutto, se presenti in eccesso, possono conferire un inconsueto sapore amaro, che ricorda appunto quello delle olive non trattate.

Questi aspetti rappresentano la croce e la delizia per chi cerca di valorizzare questo tipo di prodotti. Da un lato si ha la meraviglia di un prodotto ogni volta unico (bello pensare ad ogni singolo frassino come ad un artigiano, che produce pezzi unici e diversi a seconda del proprio sentire) ma dall’altro ogni volta si rischia di non sapere cosa si compra. Il gelataio che volesse produrre mantecati alla manna o il cuoco di NY con i suoi clienti sofisticati accetterebbero partite una volta dolci come il miele e l’altra amare come un’oliva acerba?

Ho sentito un rumore

Sicuro delle nozioni apprese all’ultimo corso di aggiornamento, il commesso del settore telefonia mi illustrava lo smartphone della vetrina tessendo le lodi dell’ecosistema realizzato dalla casa produttrice, dipingendolo come un giardino chiuso ricco di delizie e di opportunità, di apparecchi evoluti e compatibili con il medesimo ambiente, tetragono ai rischi della commistione tra sistemi operativi nonché dotato di applicazioni ottimizzate pronte ad essere colte come frutti maturi. A sentirlo decantare i presunti pregi tecno-naturalistici di un sistema adiabatico insensibile alle interferenze esterne quanto un’enclave in franchising, mi estraniavo dalla triste realtà del centro commerciale pensando che in fondo il mio vecchio rottame andava ancora più che bene ed inseguivo nella mia mente un ipotetico responsabile comunicazione in cerca dell’allegoria vincente. Mi appariva assorto, seduto su una poltrona in ecopelle mentre armeggiava con una di quelle ecosfere di vetro piene d’acqua, alghe e crostacei e progettate per l’autarchia ambientale. Ma ben adattabile all’uso come interlocutore shakesperiano o come strumento di chiaroveggenza. Con buona pace della boccia d’acqua e del copywriter, il concetto di giardino chiuso ed impermeabile si adatta però malamente alla realtà degli ecosistemi basati sul carbonio anziché sul silicio, ben più sensibili alle sollecitazioni esterne. Ad esempio, oltre alle interferenze più comunemente note come quelle chimiche e comportamentali, anche il rumore delle attività umane può influire indirettamente sulle relazioni tra piante ed animali e di conseguenza sulle dinamiche a lungo termine degli ambienti vegetali, che sono tutt’altro che dei giardini chiusi e statici come un ikebana.

ResearchBlogging.org

Alcuni ricercatori statunitensi hanno monitorato il comportamento di uccelli impollinatori come i colibrì del genere Archilocus e disseminatori di semi come la ghiandaia occidentale Aphelocoma californica su popolazioni di Ipomopsis aggregata (una lontana parente spontanea del Flox ornamentale) e Pinus edulis in una riserva naturale isolata da altre pressioni antropiche ma costellata di pozzi per l’estrazione di gas naturale. I macchinari che mandano avanti i pozzi, a quanto pare, sono assai rumorosi. I risultati dicono che i colibrì, probabilmente a causa dell’assenza di altre specie “nemiche”, preferiscono le zone rumorose e vanno ad impollinare più frequentemente l’Ipomopsis, aumentandone la probabilità di riproduzione nell’area. Al contrario, la ghiandaia occidentale evita con cura i dintorni rumorosi ma sua assenza implica un danno indiretto per il pino, un danno non facile da individuare a breve termine data la lentezza nello sviluppo delle pinete.

Aphelocoma californica è un uccello che non disdegna di cibarsi con insetti ed anche piccoli vertebrati ma integra assai spesso la sua dieta con semi, tra cui i pinoli. Integra è da intendersi in senso cospicuo, dato che un singolo individuo è capace di raccogliere oltre 6000 pinoli in pochi mesi. Non tutti i pinoli vengono mangiati seduta stante, dato che questa ghiandaia è anche una bestiola previdente, che crea scorte sottoterranee ed in diversi nascondigli da cui si serve in seguito, con calma, quando serve. Il pino la lascia fare, perché al loro accordo evolutivo giova la scarsa memoria del volatile, che spesso dimentica dove ha sepolto i semi, al punto che l’ultimo verbo potrebbe essere cambiato in “piantato”. I pinoli abbandonati al riparo da altri predatori e per giunta già sottoterra hanno infatti una probabilità di germinare molto maggiore. Nelle zone più disturbate dal rumore dei bruciatori e delle pompe di estrazione i pinoli restano però al suolo e divengono facile preda di altre specie meno esigenti in fatto di inquinamento acustico ma più dannose per la pianta come i roditori del genere Peromyscus, simpatici topolini di bosco che portano sì pinoli in gran copia nelle loro tane, ma li mangiano anche con un’efficienza assai poco vantaggiosa per il pino (oltre l’80%). Il risultato è che nel corso degli anni si nota già una minore frequenza (circa 4 volte) di plantule di pino nei dintorni dei pozzi ed una variazione della vegetazione, che privilegia altre specie con altri sistemi di dispersione. Il paesaggio visivo ed ambientale della riserva usata come modello non è ancora cambiato in modo evidente, in quanto le dinamiche delle pinete sono estremamente lente a causa della scarsa velocità di crescita delle piante, eppure appare probabile non solo la già nota influenza del soundscape sugli esseri viventi dotati di orecchie, ma anche su quelli che i suoni non li percepiscono.

Francis, C., Kleist, N., Ortega, C., & Cruz, A. (2012). Noise pollution alters ecological services: enhanced pollination and disrupted seed dispersal Proceedings of the Royal Society B: Biological Sciences DOI: 10.1098/rspb.2012.0230

Piantare il carbonio in città

In un passo del Bell’Antonio, un nobile decaduto siciliano ammattisce allorché il sindaco ne oltraggia -a suo dire- la residenza cittadina, piantumando una fila di platani nella piazza prospiciente. Per l’anziano catanese l’ombra e la perdita del panorama risultavano intollerabili, al punto che gli alberi vennero fatti ammalare dalla fedele servitù, divenuta incapace di sopportare le lamentele del barone di Paternò. Circa un secolo dopo, fortunatamente, i cittadini e le loro amministrazioni sembrano avere maggiore cura del verde urbano, al punto che in molti comuni l’abbattimento di piante d’alto fusto deve essere preventivamente denunciato ed in alcuni casi va previsto un piano di sostituzione che compensi la perdita di vari benefits. Oltre alle considerazioni meramente estetiche e di benessere locale (qualità dell’aria e della vita cittadina), alberi e giardini svolgono infatti la loro piccola ma sensibile parte anche su scala planetaria nel compensare l’emissione di anidride carbonica in atmosfera, un problema che nell’Italia d’anteguerra di Vitaliano Brancati certo era ben lungi dal presentarsi.

Ora che invece l’andiride carbonica preoccupa, si cerca di valutare la capienza di qualunque ripostiglio in cui stoccare l’indesiderato gas e nel computo vengono inserite anche le aree urbane, sino ad ora scarsamente considerate o mappate in modo grossolano. L’operazione serve anche a determinare, in base ai protocolli di Kyoto, quale sia il debito carbonico di ogni nazione nei confronti del resto del pianeta ed ogni amministrazione è quindi attenta a non perdere “depositi” per disattenzione, anche quelli cittadini. Nonostante qualcuno parli a sproposito di “enorme contributo”, il verde urbano pare assorbire più di quanto sinora preventivato e gli effetti dell’antropizzazione del territorio su questo specifico fattore potrebbero essere più miti, sebbene con molti caveat. Il dato di partenza è la mappatura di una città  inglese di medie dimensioni (Leicester, circa 300.000 abitanti), che ha permesso di scoprire come la quantità di carbonio accumulata dal verde urbano pubblico e privato sia circa dieci volte superiore rispetto alle stime precedenti. Tale valore potrebbe essere incrementato se le amministrazioni locali mettessero in atto politiche virtuose in merito. Certo, si potrebbe migliorare ulteriormente il contributo delle aree urbane al carbon sink  incentivando la piantumazione di alberi da parte dei privati ed offrendo in cambio piccoli sgravi sul costo della loro manutenzione o lievi sconti alle tasse sui rifiuti, ma non è il caso di eccedere nell’ottimismo. Nella realtà però più che un sostegno al verde privato i dati dell’articolo paiono suggerire la creazione di tessuti urbani più laschi ed inseriti in ampie aree verdi semiboschive a bassa densità demografica, se l’obiettivo è quello di fissare più anidride carbonica e minimizzare i costi collettivi.

La capienza del ripostiglio urbano è infatti nettamente diversa tra giardini privati (circa 0,8 kg/m2) e parchi pubblici (29 kg/m2) e questa differenza porta direttamente ad un limite nella divulgazione della notizia e nel suo uso.  Il dato complessivo infatti non è facilmente estendibile a qualunque area urbana, in quanto il rapporto tra aree edificate ed aree a giardino privato/verde pubblico varia considerevolmente in funzione dell’urbanistica. Risalendo dai lanci di stampa all’articolo originale è possibile infatti verificare come l’indagine inglese abbia identificato per Leicester una superficie a verde pari al 64% (a sua volta diviso in 75% pubblico e 25% privato) dell’estensione della città, un valore che  in molte città italiane rappresenta una pia illusione. Ad esempio, in città di analoghe dimensioni come Verona o Bari, il verde urbano pubblico è pari rispettivamente ad un misero 9 e 4% dell’estensione comunale. La tabella qui sotto riporta poi le capacità di assorbimento di alcune tipologie di territorio, sui quali l’intervento umano è più o meno marcato. Presupponendo che le misurazioni siano state svolte con il medesimo criterio e convertendo il dato di Leicester nella stessa unità di misura si ottengono per la media urbana della città inglese circa 12 tonnellate per acro, ovvero un valore inferiore a quello delle aree semidesertiche (ammesso che se nel computo sia stato incluso anche il contributo del suolo) .

Alieni tra noi, al carnevale della biodiversità – quarta edizione

La copertina di una parata come questa, ospitata per giunta qui tra le erbette, non poteva essere diversa da quella qui a lato: un feroce trifide invasore (o invadente) che minaccia l’uomo ed il suo pianeta. Avrà anche un’anima verde, ma spaventa come tutto ciò che è ignoto. Ogni carnevale vanta, oltre ai coriandoli ed alle stelle filanti, una sua sfilata variopinta di carri più o meno allegorici e mettendo mano alla cartapesta di parole quasi tutti i partecipanti hanno pescato nell’immaginario fantascientifico per raccontare storie di alieni ed alienazioni negli ecosistemi che ci circondano. Anzi, negli ecosistemi di cui l’uomo fa parte integrante ed attiva, in qualche modo. La parata è fastosa e festosa ma non vacua e come ogni sfilata allegorica offre più piani di lettura che superano il semplice aspetto ludico ed estetico. I carri ospitano figure di alieni da altri tempi ed altri pianeti, di alieni nelle forme e nei costumi, di alieni nel piatto e nel fosso e relative conseguenze. Non ultimo, ricordano il ruolo dell’uomo rispetto al tema centrale delle “specie aliene”, al punto che non mi stupirebbe se qualcuno, vedendo sparire l’ultimo carro della parata dietro la curva in fondo al viale,  pensasse che questi extraterrestri sono in realtà il frutto della mente o del lavoro dell’uomo, più che della natura e del suo divenire continuo e bizzarro.

La street parade dedicata ad alieni e biodiversità si apre in musica, con un carro in piena tradizione brasiliana, di quelli affollati di ballerini agitati dal ritmo di samba. Il sound però è dato da reggae e calypso ed il corpo danzante è composto dalle 67 specie estinte (su 76) di mammiferi terrestri un tempo endemici delle isole caraibiche. Il travestimento carnascialesco scelto da Lisa dell’Orologiaio miope, sebbene il tema sia per nulla allegro, è completato da un anfitrione i cui modi devono molto a Melville ma esperto non in balene ma in bradipi di ogni taglia, testimone in passato di un’invasione aliena giunta dal mare. Dato che nell’effluvio creativo e nella carnascielasca confusuione c’è il rischio serio di perdersi, dopo una partenza pirotecnica occorre dare qualche definizione precisa. Ci pensa Paperfishbiology a spiegare cosa si intende per alloctono e quali differenze misurabili esistano dal punto di vista ecologico tra una specie aliena invasiva ed una semplice new entry. E delle conseguenze non solo ambientali ma anche umane e sociali di un’invasione aliena su un ecosistema chiuso ne parla Mahengechromis, che declina i noti problemi ittici del Lago Vittoria con le capacità di riequilibrio del sistema. I ciclidi, dapprima sfrattati dalla perca del Nilo, stanno apparentemente tornando, sebbene i costi pagati per questo incubo di Darwin difficilmente pareggeranno i danni alla biodiversità ed alle persone che abitabno le sponde di quel grande lago africano.

Il carro successivo segue al traino questo concetto, espandendolo al largo del Canale di Suez ed osservandolo dal punto di vista dell’ecosistema invaso: quali condizioni ostacolano l’invasione di specie viventi da un ecosistema all’altro? Ed al netto dei particolarisimi locali qual’è la risultante totale sulla biodiversità dello spostamento ? E quali risposte dovrebbe dare l’uomo anche alla luce della Conciliation biology dei suoi propositi predittivi, a fronte di spostamenti che non sono esclusivamente negativi dal punto di vista ambientale, ma anche utilitaristici? Il carro di Leucophaea in particolare si dedica alle ipotesi più recenti circa la valutazione del danno ambientale causato dalle invasioni e del punto di pareggio tra gli investimenti e ritorni nella lotta contro di esse. Dal viale della parata spunta ora Maurizio Casiraghi di Continuo Proceso de Cambio, che riprende un tema che mi è stato per certi versi caro in passato, quello della “normalità” dello spostamento di specie viventi da una parte all’altra del mondo e della difficoltà nel discernere quali siano dannose per l’uomo e quali no e di quali comportamenti e controlli sono auspicabili in materia. Il suo post è sicuramente collegabile a quello di Leucophaea dal momento che cerca di collegare l’alloctonia con le caselle definite dal naturalista e con l’evoluzione ed i suoi meccanismi.

Forse proprio perché la distinzione tra alieni ed introdotti non è sempre netta,  Oryctesblog ha invece scelto di mettere in fila alcune tra le specie alloctone più comuni dalle nostre parti, giocando con lo strano equilibrio nella percezione umana tra gli alieni dell’ultim’ora e quelli più stagionati o utili, per i quali l’invasione non solo è più accettata ma pure amplificata sotto forma di varietà e selezioni. Come in altri casi, l’uomo sa difatti essere antropocentrico anche quando parla di altri ed è soprattutto l’azione dell’Homo sapiens nella creazione e nella pratica aliena ad essere al centro di questo contributo. Che l’uomo faccia ogni tanto confusione nel decidere cosa è alieno e cosa no lo ricorda anche il carro successivo allestito da Horty, dal quale vengono lanciati, a guisa di omaggio per il pubblico , prodotti alimentari a base di patate, pomodori, mais, cacao, fichi d’india, cotone ed altre specie non autoctone delle aree del pianeta in cui vengono ora coltivate (e magari di cui ora rappresentano “endemismi gastronomici”).

Un popolo di piccoli roditori squittisce e corre sui palchi del carro di Natura & Matematica: si tratta di 7 nuove specie scoperte di recente nelle Filippine. Erano tra noi, e non lo sapevamo. Segno che la biodiversità terrestre è già di per sè sufficientemente sconosciuta all’uomo da contenere ancora una buona dose di alieni e di ospiti che tuttora sfuggono alla nostra conoscenza.Per l’uomo tutto ciò che si pone al di fuori del già osservato o del culturalmente (o scientificamente) digerito è di diritto un entità aliena e così rientrano di diritto nel novero degli extraterrestri in terra tutte quelle forme di vita che nell’aspetto o nei comportamenti sfuggono a qualche clichè che ci siamo preconfezionati. Ce lo ricorda Evolve or Die, che sceglie un animale-totem come Ambistoma mexicanum per il suo contributo alla sfilata e lo riprende Biosproject earth! che ci rammenta come l’alienità sia una mera questione di morfologie inconsuete, frutto di adattamenti a nicchie ecologiche altamente specifiche, seppur distanti dalla nostra. Soprattutto questo tema lo mette bene a fuoco Stefano dalla Casa di OggiScienza, rievocando quello che lui giustamente definisce “un prolifico topos della fantascienza cinematografica” (e prima ancora, di quella letteraria), ovvero l’alieno che controlla le menti ed i comportamenti altrui per portare a termine i suoi sporchi fini. Fini che hanno mezzi orrorifici e splatter ritenuti “disumani” o “innaturali” dai più sensibili e dai meno avvezzi alle dinamiche evolutive, ma che in natura non fanno altro che obbedire alle severe leggi dell’evoluzione, che paiono spaziare dalla difesa dei geni a quella dei memi.

Anche il ribaltamento prospettico è un prolifico topos fantascientifico ed è Theropoda a sfruttare questo artificio retorico per raccontarci le stranezze di alcune specie viventi, giunte a noi da un pianeta remoto nel passato più che nelle coordinate galattiche. Tecnico e puntuale è poi il carro di Mauro Mandrioli, sul quale troneggia un’enorme vongola di cartapesta, più vorace che verace: Corbicula fluminea. Partendo dalle caratteristiche genetiche di questa specie cinese d’origine ma occidentale d’adozione ecologica, l’autore di Scimmia da parte paterna spiega meglio come sono fatti, quesi benedetti aieni invasivi, ovvero quali tratti li rendono più competitivi rispetto a specie da sempre insediate in un determinato habitat.

Al blog ospitante spetta infine la chiusura della parata, quando ormai nei sacchetti dei coriandoli è rimasto poco e gli occhi sono pieni di immagini e colori. Ho quindi preferito dedicarmi ad un aspetto dell’alienità in natura meno esplicito, raccontando la storia di una pianta caduta sulla terra e della sua vita extra-evolutiva, garantita solo ed esclusivamente dalle simpatie che l’uomo ha nei suoi confronti. Perché, come si diceva all’inizio, il concetto di alieno in ogni sua declinazione è un figlio dell’uomo più che della natura e dell’evoluzione.

La pianta che cadde sulla terra

Sympathy for the alien. L’alieno della fantascienza e della cronaca possono riempire caselle diverse. Quella del mostro cattivo ed implacabile, giunto dalle profondità siderali per spazzare via noi onesti cittadini del pianeta Terra o quella del nume tutelare, che dall’alto della sua superiorità tecnologica osserva noi onesti cittadini del pianeta Terra cercando di non interferire, più o meno come fanno i bravi mirmecologi quando studiano i formicai. Una terza categoria è invece quella dell’uomo che cadde sulla terra o meglio dell’alieno finito -per una concatenazione di avversità- prigioniero del pianeta blu e dei suoi onesti cittadini, lontano da casa ed affetti, afflitto da saudade intergalattica. Quando si parla di alieni e biodiversità la prassi è di riferirsi spesso ai primi, ai trifidi, ai mostri della palude, agli space invaders aggressivi della guerra dei mondi. Qualche volta, invece, ci sono anche gli ET, gli eternatuti abbandonati su un pianeta sconosciuto da fratelli distratti, da missioni fallite o semplicemente rimasti soli, ultimi testimoni di forme di vita divenute aliene alla terra che le ha cresciute. Per ragioni empatiche facilmente comprensibili, queste figure non ci appaiono minacciose e repellenti, ma godono i benefici di abbondanti proiezioni emotive dato che tutti,  consapevoli e non, ci immedesimiamo nella paura di essere abbandonati da qualche parte o in un qualche modo. La sensazione dell’inadeguatezza è del resto tra le più appiccicose e non potendo lavarcela via dalla pelle col sapone cerchiamo di sublimarla con l’empatia del dolore, trovando soggetti in qualche modo inadeguati nei quali immedesimarci e per cui tifare controtuttoecontrotutti. La loro salvezza è la nostra, anche se si tratta di fatto di extraterrestri per le regole di natura.

E.W. telefono casa. Encephalartos woodii è un perfetto esemplare di alieno solitario, una pianta che cadde sulla terra o, meglio ancora, una pianta lasciata sola da tutti i suoi simili e per questo beniamina di tutti noi. Se ne conosce un solo esemplare al mondo, un individuo maschio scoperto nel 1895 in Sud Africa quando un botanico lo avvistò nella foresta di Ngoya e lo portò con sé per capirne di più. Cercava piante rare il signor John Medley Wood, e senza dubbio ci sapeva fare perché dopo oltre un secolo di caccia non è mai stato trovato un altro esemplare di questa specie dioica (in cui fiori maschili e femminili stanno su individui distinti), tanto meno un rappresentante femminile. E così il nostro ET clorofilliano se ne resta tuttora triste, solitario y final, senza una compagna, a languire solingo negli orti botanici di mezzo mondo o nei giardini di qualche facoltoso appassionato, che ha pagato a caro prezzo per possedere la malinconia fatta pianta. Pur essendo unico dal punto di vista genetico, E. woodii ha infatti più di un padrone perché l’uomo si è dato presto da fare per clonarlo e così ne esistono circa 500 “copie”, ottenute per via asessuata dai ricacci alla base del fusto. In quanto pezzo unico ed alieno in terra, il nostro Encephalartos è infatti divenuto in fretta l’ossessione di alcuni, un freak da esporre ed un business da alimentare, esattamente come la sua coeva e conterranea venere ottentotta. Del resto io stesso con questo post non faccio altro che amplificarne l’epopea, promuovere il voyerismo vegetale e la curiosità dei potenziali collezionisti, affascinati dal fatto che questa pianta non è più presente in alcuna forma allo stato spontaneo -dove probabilmente si sarebbe definitivamente estinta da decenni- ed è cresciuta in cattività, per umano diletto e curiosità.

Le ragioni della solitudine. L’alieno di turno, solo in apparenza simile ad una palma, è in realtà un relitto evolutivo così come tutte le Cicadi (o Cicadine), phylum che si ritiene abbia ancora le medesime caratteristiche di quando si impose sulla terraferma oltre 250 milioni di anni fa, quando ancora i continenti erano riuniti in Pangea. Avanzo del Giurassico, quando il pianeta era loro, le Cicadi sono state gradualmente scalzate dagli habitat più fertili per effetto dell’arrivo delle Angiosperme, ben più competitive ed aggressive. Di millennio in millennio queste specie sono state segregate in nicchie ecologiche sempre più piccole e distanti tra loro tanto da separare le popolazioni con distanze non percorribili da parte dei coleotteri che le impollinano, sino al punto che alcune di esse hanno perso la possibilità di riprodursi e si sono estinte. O ci sono ben vicine. Il risultato finale è che molte Cicadine le conosciamo studiandone i fossili e le poche specie tuttora in vita sono considerate a loro volta fossili viventi. Tra queste E. woodii è probabilmente la più solitaria (e nota, assieme a quelle portate in auge da Oliver Sacks ne L’Isola dei senza colore) e la sua storia, la sua presenza sul pianeta ha assunto toni alieni poprio a causa dell’incontro con l’uomo, giusto quando l’ultimo esemplare stava per salutare la Terra.

Accanimento evolutivo. L’uomo spesso si comporta come un demiurgo che trasforma le cose della natura senza crearle, che plasma la realtà secondo la sua concezione e le sue esigenze non solo commerciali, ma anche empatiche ed ancestrali. Asfalta e disbosca, estingue ed inquina ma di fronte all’alieno abbandonato e trovatello, come detto, l’empatia dilaga. Proprio come ogni rispettabile alieno caduto sulla terra Encephalartos woodii negli anni è divenuto quindi oggetto di attenzioni particolari che è difficile non definire in un certo senso quasi perverse o contronatura, eppure profondamente umane: l’ossessione per il possesso dell’unicità e la bramosia di creazione, di manipolazione e controllo dei processi evolutivi. Come l’ET di Spielberg questa cicadina è inseguita per sviscerarne presunti segreti e misteriose parentele ed è assillata di domande: è una specie vera o è un ibrido? e chi sono i suoi genitori? posso obbligarla a fiorire? non pensa che la sua esistenza sia stata un fallimento? sua madre appena germogliato la picchiava? Farebbe sesso con un’altra specie? Tutte domande che sanno di accanimento terapeutico applicato al fluire crudo e spietato dell’evoluzione, ammettiamolo. Ad esempio, sfruttando la sua capacità di incrociarsi con altre specie Encephalartos ed applicando tecniche di backcrossing, si sta tentando di ricreare una femmina non più presente in natura, in maniera tale da ottenere nuovamente una progenie. Il processo prevede l'”accoppiamento” di E. woodi con femmine di altri Encephalartos interfertili (come E. natalensis) ed il successivo reincrocio degli individui femminili ottenuti con l’unico E.woodi maschio di partenza, proseguendo sino ad ottenere un individuo a fiori femminili dotato di un corredo genetico quasi identico a quello della pianta trovata da John Medley Wood. Spesso questi ibridi sono peraltro messi in commercio come “originali” e venduti a caro prezzo come se fossero cloni dell’individuo di partenza. L’alienazione sa facilmente diventare un valore: nel 2004 un clone ufficiale è stato venduto all’asta per circa 43.000 euro, una cifra che giustifica forse anche moralmente il mercato del falso… Empatia per empatia, ce ne sarebbe abbastanza da organizzare una fuga, travestendo E.woodii da palma e nascondendolo nel cestino di una bicicletta. L’alieno ha però in se anche altre sfumature, come il mistero e la doppiezza spesso riconosciuta a cio che è diverso e l’ET sudafricano non sfugge a nessuno di questi cliché. Studi genetici recenti hanno confrontato l’individuo scoperto nel 1895 con altre piante morfologicamente simili e potenzialmente parenti ed hanno suggerito che questa pianta sia a sua volta un ibrido e non una vera specie a sé stante. Una piccola rivincita dell’evoluzione sul desiderio umano di classificare, dare nomi e caselle ad un sistema dinamico come quello che governa la biodiversità.

Solitudine in compagnia. E. woodii è dunque una pianta estinta in natura ma conservata in vita dall’uomo per esigenze ornamentali, di ricerca e soprattutto di empatia. La sua storia non è casuale ed esistono altri esempi, forse non tutti così “alieni” ma comunque segnati dall’intervento umano sui processi spontanei di estinzione ed evoluzione. Questo particolare status alieno e le conseguenti attenzioni annesse sono condivise ad esempio con Erica verticillata, Holarrhena pubescens, Pitcarnia undulata, Tacirus bellus, Astragalus robbinsii, Franklinia alatamaha, Pritchardia affinis, tutti vicoli ciechi dell’evoluzione che l’uomo preserva nei parchi e nei giardini tropicali e temperati, fondamentalmente per diletto. Molte di loro peraltro non appartengono a taxa preistorici come le Zamiacee e le Cicadi ma a sezioni più evolute del regno vegetale.

In questa edizione del Carnevale della Biodiversità molti hanno inevitabilmente trattato il tema dell’alienità come una minaccia per gli ecosistemi e per l’uomo, perché l’alieno invasivo e cattivo è sempre il primo della lista. Nel caso di Encephalartos woodii (e delle altre ornamentali estinte in natura), questo tratto risulta ribaltato e questa tozza pianta preistorica è ancora tra noi per effetto di una passione per la conservazione il cui motore non è propriamente ambientale, ma di simpatia e di proiezione. E’ forse opinabile la motivazione di tanta cura, in quanto spinta dall’attenzione per il singolo e non per il sistema naturale o per la sua comprensione, ma al tempo stesso è una spinta così profondamente umana che risulta difficile etichettarla come “sbagliata” o “innaturale” a priori. Solitudine, abbandono e privazione sono del resto già presenti nel termine alienazione, che dal concetto di diverso ci porta a quello di estraniato, privato, fuori contesto richiamando minacce più psicologiche che fisiche. L’alienato è chi è costretto a cedere una parte dei suoi privilegi o delle sue prerogative a un mondo o a un contesto di cui non può più fare parte, finendo così ai margini sociali. Margini che talvolta aprono anche le porte della notorietà e della fama, perché a noi normali tanta unicità affascina pure. Questi margini esistono anche nella società delle piante, la cui evoluzione non lesina nel porre in disparte i meno adatti, cercando di metterli alla porta in ogni modo attraverso il meccanismo dell’estinzione. E’ poi l’uomo, fragile ed empatico, che pensa a far rientrare dalla finestra i reietti della selezione evolutiva influendo sullo scorrere “naturale” degli eventi. Quando incontriamo piante ecologicamente alienate, istintivamente, proiettiamo su di loro il nostro disagio per lo smarrimento, per l’estraneità che temiamo come un abbandono ed una privazione. Ed è proprio perché si tratta di specie fuori dal mondo che ci appassiona la loro storia ed investiamo risorse ed energie per salvarle dall’oblio dell’evoluzione, facendone delle star e persino cercando di combinare matrimoni impossibili. Cosa che purtroppo raramente avviene quando lo status è banalmente “terrestre”.