Le piante non si muovono

Il titolo è uno dei luoghi comuni più spesso associati -anche su questi schermi- alle povere piante.  Eppure se il movimento è il cambiamento della posizione di un corpo in funzione del tempo, forse basta un bel fast-forward per far ricredere gli scettici, soprattutto quelli che pensano allo scorrere dei minuti solo in funzione delle urgenze umane. Saranno anche rivettate al suolo dalle radici, ma con la loro componente epigea le piante sanno fare più di uno spostamento quando serve. Ad esempio, calandoci ad altezza ed a velocità di pianta, noteremmo come durante la sua crescita un ramo di rovo sappia muoversi da destra a sinistra in cerca di appigli ed ostacoli, esplorando il terreno come il bastone di un non vedente.

Il movimento è un concetto relativo e la tecnica del time-lapse permette di smascherare la falsa immobilità delle piante, traendo giovamento dagli stivali delle sette leghe garantiti ultimamente da una tecnologia sempre più accessibile. Bastano una fotocamera digitale ben equipaggiata ed una buona dose di pazienza per ottenere filmati non solo affascinanti ma anche utili a capire le dinamiche della biologia fiorale, ad esempio. Neil Bromhall è un cameramen e naturalista inglese specializzato in questo tipo di immagini e sul suo canale Youtube il romantico, lo scienziato ed il perditempo possono rifarsi gli occhi con circa 140 sequenze filmate dedicate quasi esclusivamente all’antesi di decine di fiori.

Tra le mie preferite, Anemone blanda ed il suo valzer della fioritura e, per grazia simmetrica, l’apertura scalare dei fiori tubulosi su un capolino di Echinops.

Alcune sequenze poi sono meravigliosamente adatte ad accompagnare la didattica delle scienze, come nel caso della germinazione dei fagioli e della fioritura di un ramo di melo, in quanto permettono di condensare in circa un minuto eventi che in genere coprono alcuni giorni.

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Botanica quiztematica

Pure un caprone come il sottoscritto ha fatto en plein, per cui forse giova più all’autostima che alla crescita delle conoscenze, ma il biofotoquiz che permette di giocare studiare cazzeggiare con il riconoscimento di piante appartenenti diversi habitat è un perfetto complemento per la pausa pranzo.

Into the groove

Se esistono segni tangibili degli effetti del mutamento climatico, questi non sono di esclusiva pertinenza glaciale ma possono essere ben evidenti anche a latitudini tropicali. Un esempio, con annesso meccanismo, è rappresentato dall’ erosione subìta dalla fascia costiera delle mangrovie in alcune zone dell’Africa occidentale. Le mangrovie sono habitat dalla costituzione cagionevole, formati da più specie (circa 70) appartenenti a generi distinti ma accomunati dalla capacità di resistere a condizioni di elevata salinità del suolo (alofilia). La loro disposizione rispetto al fronte del mare rispecchia un adattamento quasi militaresco alle condizioni di terreno ed acqua, con le specie più arcigne in prima fila seguite via via dalle altre, in un equilibrio dinamico. Tuttavia, se questa organizzazione viene meno in qualche sua parte, la resilienza del sistema cade come un castello di carte. Ad aprile di quest’anno uno studio congiunto ha fatto presente la criticità della situazione in varie aree del pianeta e successivamente i dati pubblicati in estate sullo stato di salute delle mangrovie non sono confortanti, tutt’altro: le mangrovie arretrano ovunque lungo le coste tropicali, per vari motivi: pressione antropica e deforestazione, uso aggressivo da parte di allevamenti di gamberetti e pesce. E conseguenze del mutamento climatico, come avviene da alcuni anni lungo le coste occidentali dell’Africa.

Mi hanno recentemente spedito dal Senegal le ultime mappature disponibili e risalenti al 2008 per gli arretramenti della fascia di mangrovie nella zona delle isole Sine-Saloum, un ampio delta fluviale al confine tra Senegal e Gambia. La loro lettura è semplice: in verde le zone residue di mangrovia, in rosa le aree che non sono più abitate da mangrovie e vengono definite tannes, porzioni di territorio ad alta salinità, semidesertiche ed aride, non coltivabili. Una delle cause del fenomeno è da ricercarsi nella diminuita portata dei fiumi conseguente alle diminuite piogge nella zona, che determina una maggiore salinità delle acque nei delta palustri a causa dell’aumentato cuneo salino, ovvero a causa della maggiore penetrazione dell’acqua oceanica lungo i corsi dei fiumi. A causa del sistema cooperativo di difesa dal sale, una volta caduta la prima linea l’ecosistema si sfalda come un castello di carte con una reazione a catena. Tannes e mangrovie in condizioni normali coesistono in una forma di equilibrio dovuta a fluttuazioni fisiologiche, se però le condizioni di salinità permangono troppo a lungo, le mangrovie non hanno più la forza di recuperare il terreno perso. In zona sono in corso tentativi di riforestazione, ma l’operazione è resa ardua dalla salinità eccessiva, ormai intollerabile per gli alberi pur alofiti di Sommeratia, Avicenna e Rhizophora che compongono l’ecosistema mangrovia.

Dei tanti pregi associati alle mangrovie (protezione fisica contro ondate e tsunami e contro l’erosione costiera, fitodepurazione di acque stagnanti, ospitalità per specie migratorie e per la fauna ittica), uno è spesso omesso. La loro scomparsa priva le popolazioni che vivono nei loro pressi di risorse fondamentali per l’alimentazione in primis e per il commercio in seconda battuta, oltre a degradare la qualità ambientale in generale. La presenza di pesci d’acqua dolce e di risorse vegetali spontanee, la minore disponibilità di acque adatte all’irrigazione indebolisce enormemente la possibilità di autonomia alimentare e rende le genti dipendenti da aiuti esterni.

Se questo fenomeno ci pare poco vicino come ricaduta sulle nostre più egoistiche utilità, si pensi che negli ultimi anni il cuneo salino del fiume Po è avanzato sino a raggiungere le vicinanze di Ferrara, con una capacità di penetrazione di circa 50 km dalla foce e con conseguenze sensibili sull’irrigazione e sulle possibilità di fertilizzazione dell’agricoltura delle province di Ferrara e Rovigo. In questo caso, a peggiorare la situazione, giunge l’eccesso di nitrati reflui che scendono dal resto della Valpadana e le conseguenti norme restrittive che vincolano le fertilizzazioni azotate alle colture. Contare sull’effetto diluizione non è più possibile neppure da noi.

Pere e mele (una faccia una razza)

Ok, non è OGM nel senso comunemente percepito del termine. Ok, probabilmente contiene grandi quantità di antocianine, sostanze trendy dell’anno. Ok, probabilmente non sa di farina pressata e da vedere a fette fa una gran scena. Ok, sembra una roba mai vista. Però questa mela inglese dalla polpa rossa, la Redlove Era di cui parla il Corriere clonando una notizia del Daily Mail, non è altro che la versione tonda della pera cocomerina, varietà antica tipica dell’appennino tosco-romagnolo e già nota da secoli.  In più la pera cocomerina non è  un frutto proprietario, commercializzato da un unico vivaista che ha verosimilmente registrato e “brevettato” la cultivar come nel caso della Redlove. E’ li’ a disposizione di chi la vuole coltivare e vendere, senza bisogno di spendere soldi e risorse dietro qualcosa di posticciamente innovativo.

Prima o poi qualcuno inizerà a fare controinformazione piazzando dentro all’alveolo dell’espositore banco frutta, visibile al consumatore che solleva il pomo, un foglietto che instilla il dubbio: ne hai davvero bisogno? Sai che con la stessa cifra puoi avere il doppio di quello che cerchi nel frutto che hai in mano?

Bacche e radici #2

Tra le tante differenze che li separano, cosa distingue un cuoco da un improvvisatore ai fornelli? Il primo agisce come un ingegnere:  ha padronanza degli utensili e soprattutto ha a portata di mano tutti gli ingredienti necessari per portare a compimento un lavoro appositamente pianificato (la ricetta) e frutto di un lungo affinamento sull’abbinamento di gusti, sapori, aromi, comportamenti (il sapere gastronomico). Seppur artista nell’animo, il cuoco è consapevole delle sue azioni e sebbene ogni tanto lavori a braccio – soprattutto quando è in cerca di qualcosa di nuovo-  ancora applica al suo agire un bagaglio culturale ed un vissuto esperienziale pregresso. L’improvvisatore invece apre il frigo e guarda cosa ha a disposizione, combina cibi a sentimento con lo scopo primario di riempirsi la pancia con quel che trova. Il suo approccio è inizialmente fortuito, basato più sul disponibile e meno sul possibile. Tuttavia, il suo “far nozze con le lumache” assume col tempo i tratti di un’abitudine (cercherà di combinare soluzioni già sperimentate e riconosciute come gradevoli o soddisfacenti) e probabilmente riempirà il frigo di cibi che rispecchino questa sua esigenza dando luogo a sua volta ad un codice, ovvero ad una fonte potenziale di conoscenza utile anche per chi lavora “a progetto”.

Vista in una prospettiva storica, la storia dell’alimentazione umana e delle sue relazioni con l’ambiente segue in parte questa stessa dicotomia. Soprattutto se ad essere studiata è la relazione tra uomo e cibo e se questa viene allargata da una prospettiva strettamente alimentare verso un’inclusione di altri vantaggi meno evidenti nel breve termine, come la prevenzione delle malattie e la salute in senso lato (o il modo in cui abbiamo manipolato la diffusione delle specie vegetali, ma questa è un’altra storia). Le scienze moderne della nutrizione lavorano infatti secondo un modus operandi più simile a quello del cuoco, raccogliendo saperi certi e dimostrati ed impastandoli tra loro al fine di ottenere un risultato prefissato: hanno individuato il problema, l’esigenza ed i rapporti causa-effetto e ricostruiscono i tasselli con un fine. Lo fanno avendo a disposizione una serie quasi infinita di caselle già riempite, compresa quella degli obiettivi. Spesso però queste nozioni non sono state codificate in tasselli di conoscenza da sempre, ma loro status è stato a lungo quello di un sapere tacito che prendeva le mosse da “quello che c’era in frigo”, ovvero dalle piante disponibili nei campi, fossero essi agricoli o incolti. Come spesso capita, tasselli di sapere legati alle relazioni uomo-pianta che consideriamo definiti sono in realtà frutto di un’indagine a ritroso che parte dall’analisi dei comportamenti inconsapevoli dell’improvvisatore davanti al frigo ed arriva con un corredo di spiegazioni sul bancone degli utensili dei pianificatori.

Prendiamo ad esempio la dieta mediterranea, la cui definizione ha tra i capisaldi gli studi condotti nelle isole greche – Creta in primis– nell’immediato dopoguerra, quando l’erosione culturale della tradizione alimentare aveva inciso minimamente sulle abitudini degli isolani. Qui a fianco è riportata la classica piramide degli alimenti che fanno parte di questa dieta, delle loro porzioni e delle relative frequenze consigliate. Questa versione è una delle più vicine alle indicazioni degli studi antropologico-nutrizionali, è prodotta dal Ministero greco per la salute ed ha una differenza rispetto a quelle più comunemente disponibili. Nel settore dedicato alle verdure è infatti specificato a chiare lettere “including wild greens“, ovvero “verdure spontanee incluse“, una nota che in genere è omessa a favore delle verdure coltivate, più comunemente disponibili sul mercato e quindi più accessibili ai consumatori. Evitando di fare del barocco ulteriore sull’evidenza: nella dieta mediterranea cretese originaria (ma come dimostrabile anche in quella siciliana e di altre zone) le piante commestibili spontanee avevano un ruolo consistente e come vedremo di seguito il loro contributo è stato nel corso di questi decenni in parte oscurato dalla rilevanza sinora data a vino rosso, olio d’oliva, acidi grassi insaturi e porzioni di frutta e verdura, tutti ingredienti e prodotti più affini al mondo commerciale e quindi più attentamente scandagliati.

Alla dieta mediterranea sono stati ascritti diversi vantaggi, non ultimo quello di contribuire alla prevenzione di alcune patologie croniche. Quando i ricercatori studiano l’efficacia della dieta mediterranea tradizionale nella prevenzione di malattie la cui eziologia coinvolge processi ossidativi (forme tumorali e patologie cardiovascolari su tutte), correlano indicazioni epidemiologiche contemporanee e passate dando quasi per scontato che le caselle della piramide siano rimaste invariate. Non mi risulta siano stati fatti confronti diretti e questa affermazione è ancora ipotetica per diversi autori, ma è tuttavia possibile che l’effetto protettivo della dieta mediterranea contemporanea sia diverso da quello della dieta mediterranea tradizionale anche per il diverso apporto garantito dalle piante spontanee. Un apporto che la perdita di sapere tacito e la trasformazione dell’approccio culturale all’alimentazione ed al rapporto tra uomo e pianta hanno sostanzialmente silenziato.

La presenza di un numero consistente di piante spontanee nei ricettari greci (circa 150) ed in generale il loro numero elevato in molte ricette anche italiane (piatti come il pistic friulano ed il prebuggiun ligure ne annoverano diverse decine) si spiega lungo linee differenti, che mescolano opportunità e casualita. La pianta spontanea è, per sua definizione, trovata “per caso” (in realtà il raccoglitore abituale sa perfettamente dove andare) e questo implica la sua facile sostituzione/intercambiabilità nella ricetta. Non è neppure trovata in quantità, salvo rare eccezioni, per cui è più facile raggiungere la “massa critica saziante” combinando specie diverse: più specie si conoscono e si possono includere e meglio è. Questo implica conoscenza, tempo ed accettazione della variabilità, tutti parametri il cui rendimento è andato in drastico calo negli ultimi 150 anni. Queste piante alimentari spontanee quindi non sono propriamente considerabili come alimurgiche, nel senso che rientravano nell’alimentazione quotidiana e non solo in casi di emergenza. Vi rientravano in genere all’interno di torte e paste ripiene, un elemento importante che può portare a sua volta a due tipi di riflessioni. La prima è che molte ricette tradizionali italiane attualmente preparate con un singolo ingrediente vegetale forse sono l’evoluzione moderna di piatti anticamente cucinati a partire da più specie spontanee mescolate tra loro (penso all’erbazzone reggiano, ai tortelli di erbette, alla pasta con i tenerumi, tanto per spaziare lungo la penisola), dato che hanno molti elementi in comune con le torte cretesi (amido e grassi nella parte esterna ottenuta da piante coltivate, fibre e micronutrienti dal ripieno vegetale). Il secondo è che questi piatti hanno continuato ad essere consumati anche quando l’agricoltura aveva una forte dominanza e si era ormai imposta come fonte primaria di nutrimento. Siamo in genere abituati a porre una cesura pratica e culturale netta tra epoca della caccia/raccolta ed epoca dell’allevamento/coltivazione, come se vi fosse stato un switch-off netto nell’uso delle piante spontanee una volta nata l’agricoltura. In realtà i due sistemi approvvigionamento del cibo hanno tranquillamente continuato a coesistere sino a circa 70-80 anni fa, nei paesi occidentali. Per restare  nella terminologia usata per la transizione da digitale ad analogico nella televisione odierna, il periodo di switch-over è stato lunghissimo e quelle abitudini che Calvino considerava “serbate nel lento ruminio delle coscienze contadine sino a noi” hanno continuato ad abbinare i vantaggi energetici e palesi delle farine amilacee e dei grassi con altri vantaggi, quelli inconsapevoli e protettivi delle piante spontanee.

Quali sono queste piante e soprattutto quali caratteristiche hanno dal punto di vista alimentare/salutistico? Si tratta in genere di piante molto ricche di fibre, con un buon contributo in zuccheri a lenta assimilazione e molto ricche di antiossidanti. Ad esempio, due fette di una torta tradizionale cretese a base di erbe spontanee hanno un contenuto in flavonoidi di 12 volte superiore ad un bicchiere di vino rosso e varie piante quasi sempre incluse nella ricetta hanno un contenuto in quercetina paragonabile a quello delle cipolle ed una, Rumex obtusifolius, ne contiene il doppio a parità di peso. Molte altre specie “da cicoriari” come Sonchus oleraceus, Asparagus acutifolius e Diplotaxis erucoides si posizionano tra i primi posti nella classifica della protezione antiossidante, se confrontate con le piante alimentari più usate in Italia. Un loro consumo costante e regolare, si ipotizza, potrebbe costituire un elemento importante nella “fitness alimentare” garantita dalla dieta mediterranea tradizionale, al punto che alcuni suggeriscono di considerare queste piante come l’equivalente mediterraneo del tè nella dieta orientale. Le “edible wild greens” della piramide greca non sarebbero quindi da considerare come un semplice alimento, ma quasi alla stregua di un proto-integratore alimentare assunto con regolarità, creato senza una reale pianificazione dagli improvvisatori ma potenzialmente in grado di compensare la perdita di micronutrienti dovuta alla progressiva selezione e raffinazione delle specie agricole. Le quali sono state nei secoli ottimizzate per massimizzare gusto e contributo calorico a scapito dei metaboliti secondari antiossidanti e delle fibre, come raccontato in questo eccellente articolo, a mio avviso uno dei migliori approfondimenti disponibili sulla piazza.

Nelle prossime puntate: perchè in alcune popolazioni il passaggio da un’alimentazione basata sulle spontanee a cibi ad alto rendimento nutritivo ha causato disastri; perchè le piante spontanee commestibili sono in genere erbacee e che relazione hanno con quelle coltivate e quali strumenti tecnologici sono disponibili per identificarle.

Noccioline

Per la vs. pausa pranzo.

L’alto, il grosso, il duro ed il vecchio. Alberi tosti sul National Geographic.

Virus vegetali patogeni per l’uomo? Prevedo casini.

Nuovi strumenti per tassonomi e farmacognosti: il DNA Barcoding.

Tableau vivant

Clima grigio, gente triste, seasonal affective disorder a-go-go, barbari senza gusto. Però capaci di organizzare questo, di realizzare una composizione cosi’ viva di piante e vivida di colori da far pensare che in fondo, quelli sulla britannica barbarie son tutti preconcetti.

Nel video, il making of del tripudio galleggiante e qui, la gigantografia navigabile nello splendore del technicolor digitale.

Caffeina, one shot

Volete comunicare in un battito di ciglia le informazioni di questo post? Il tempo di un espresso ed eccovi serviti.