Dottore, mi si è infiammata la curcuma

Saltellando e sacramentando su una caviglia dolorante a causa di una fastidiosa tendinite, un bel giorno la mia amica Lisa è andata in farmacia in cerca di sollievo. Possibilmente immediato. Memore di esperienze precedenti ha chiesto dell’ibuprofene, ovvero un analgesico di cui già conosceva pro e contro e si è quindi parecchio innervosita quando il farmacista ha tentato di farle cambiare idea, insistendo zelante affinché acquistasse un integratore alimentare a base di curcuma, a suo avviso altrettanto efficace ma meno pericoloso in quanto “meno chimico”. Mi sono preso un paio di giornate per leggere quel che si sa sull’argomento e distillarlo di seguito; contrariamente al solito stile creativo, questo post sarà più lineare e schematico. Vorrei infatti evitare letture polarizzate di quel che scriverò, dato che districarsi in questi argomenti è complesso sia per i professionisti che (ancor più e per ovvie ragioni) per i consumatori e l’adesione tribale a un’idea tende a prevalere sul ragionamento caso per caso.

Primo: perché la mia amica ha chiesto ibuprofene. Innanzitutto perché ne aveva già esperienza e sapeva cosa aspettarsi, sia in termini di effetti collaterali che di efficacia nel contenere il dolore. Anche per questo già sapeva di non soffrire di allergie o ipersensibilità. In secondo luogo perché su questa sostanza esiste una serie mirata di studi che ne hanno dimostrato l’efficacia anche in caso di tendiniti e dolori articolari, sia per applicazione topica (pomate, gel) che per via orale. In particolar modo quello che si sa è che con dosaggi attorno a 1200-2000 mg giornalieri di ibuprofene o altri farmaci analoghi (i cosiddetti FANS) si può spesso ma non sempre ridurre il dolore già dopo pochi giorni, mentre in assenza di altri interventi non si ottengono effetti sulla causa dell’infiammazione tendinea e non si ripristina la funzionalità dell’articolazione interessata. Si sa anche che la loro somministrazione ha senso solo quando la tendinite è al massimo del suo dolore mentre gli effetti sono limitati in caso di somministrazione anticipata, ad esempio per prevenire ricadute. Questo apre una prima parentesi: un farmaco non funziona quasi mai risolvendo un problema con l’approccio magico proposto dalle pubblicità. Non assicura mai la completa guarigione sempre e comunque, ma offre maggiori probabilità di guarire in un tempo più breve. Come vedremo però, rispetto all’integratore il farmaco ci assicura in anticipo quale sia l’entità di questa probabilità. Complessivamente sono disponibili circa una ventina di studi sull’uomo, alcuni dei quali di discreta qualità, condotti trattando circa un migliaio malati affetti da tendiniti di vario tipo e quindi per queste sostanze conosciamo dosaggi, modalità, pregi e difetti sullo stesso problema della mia amica. Li possiamo leggere in apposite pubblicazioni sintetiche, che agevolano l’interpretazione dei dati e risolvono inevitabili ambiguità.

turSecondo: sulla base di cosa il farmacista ha proposto la curcuma. E’ da diverso tempo che si studia l’uso della curcuma e di alcune sostanze chimiche da essa prodotte (i curcuminoidi) come antinfiammatori e prima che si scaldino gli animi va detto che in alcuni casi ci sono stati risultati incoraggianti, ovvero l’efficacia dei curcuminoidi contro alcune infiammazioni nell’uomo non pare del tutto trascurabile e risulta superiore al placebo, talvolta comparabile a qualche farmaco di riferimento. Nel nostro caso però la prima chiave sta nel termine “alcuni”. Gli studi sono infatti molto limitati per numero e qualità (pochi malati seguiti, scarsi confronti, impostazioni deboli), molti tra essi hanno riguardato sistemi molto più semplici o diversi rispetto all’organismo umano e soprattutto nessuno ha riguardato le tendiniti; tuttavia ne possiamo dedurre qualche indicazione utile al caso di Lisa. Ad esempio sono disponibili studi di scarsa qualità condotti su pochi pazienti, che indicano una discreta efficacia dei curcuminoidi nel trattare infiammazioni croniche a livello intestinale, solo però a seguito di trattamenti abbondanti e protratti per molte settimane. Quello che sinteticamente si deduce è che i curcuminoidi inibiscono molto intensamente l’infiammazione in vitro, ma replicano nell’uomo questa attività in modo più modesto, solo per alcuni tipi di patologie infiammatorie e solo quando vengono assunti regolarmente per lungo tempo. Esiste un buon numero di ricerche sugli animali, nelle quali l’azione di curcuminoidi e FANS nel trattare le infiammazioni articolari è simile. Tuttavia queste sostanze sono assorbite diversamente tra animali e uomo e gli esiti andrebbero confermati in quest’ultimo, per cui il loro valore è limitato. Nella speranza ovviamente che possano essere presto ottenuti risultati analoghi in pazienti veri. Questa differenza è dovuta allo scarso assorbimento dei curcuminoidi a livello intestinale e alla grande velocità con cui il nostro metabolismo si sbarazza di essi, in quanto li considera sostanze chimiche estranee alla stregua di qualunque farmaco di sintesi. Questo spiega i risultati positivi citati sopra: nell’intestino i curcuminoidi arrivano comunque in gran quantità durante la digestione e solo un’assunzione molto frequente e a lungo termine può permettere di raggiungere effetti tangibili. In questi studi si è anche riscontrato che i curcuminoidi sono sì comparabili ai FANS come effetto antinfiammatorio, ma lo sono molto di meno nel ridurre il dolore e agiscono meglio nel prevenire l’insorgenza di una fase infiammatoria grave rispetto a ridurne una già in corso, cosa che li rende potenzialmente interessanti nel trattare solo alcune e non tutte le infiammazioni. Ad esempio, potrebbero essere indicati per quelle con un andamento ciclico e ricorrente, per prevenire ricadute. E’ probabile che il farmacista avesse in mente questo tipo di studi, che però non si adattano all’esigenza di Lisa: avere sollievo rapido al dolore causato dal suo tendine già infiammato.

Terzo: sezionare le prove. Superiore al placebo significa, più o meno, “meglio di niente”. Ma quando esistono già trattamenti di nota efficacia sarebbe molto interessante valutare se il nuovo rimedio -ad esempio i curcuminoidi- è effettivamente meglio non solo di “niente”, ma anche di quelli già usati e in caso affermativo, sapere di quanto è meglio o peggio. Solo così è possibile valutare dati alla mano l’eventualità della sostituzione proposta dal farmacista. Muoversi in questo campo da esperto, professionista o consumatore è difficile e la confusione è aumentata spesso da gravi difetti negli studi, i cui colpevoli sono quei ricercatori che per scarsa competenza o sciatteria trascurano alcune operazioni fondamentali. L’assenza di alcuni passaggi e scelte “furbe” nelle pubblicazioni scientifiche complicano la vita non solo dei farmacisti e dei medici, ma anche di tutti quelli che poi fanno il lavoro di tradurre i risultati a un pubblico di consumatori. Un esempio calzante riguarda una ricerca che il farmacista avrebbe potuto portare a testimonianza della sua opera di convincimento presso la mia amica. Si tratta di uno studio clinico (ovvero condotto su pazienti reali) in cui persone con artrosi al ginocchio sono state curate con curcuma e con ibuprofene, dimostrandone l’equivalenza dopo quattro settimane di cura. In apparenza un ottimo puntello per chi vuole dimostrare che un integratore a base di curcuma e un farmaco analgesico “funzionano uguale”. La patologia valutata è simile ma non identica a quella che ha portato Lisa in farmacia: l’artrosi è un problema cronico e permanente, mentre la tendinite ha almeno nelle fasi iniziali aspetti più acuti. Nella prima il paziente accetta anche un trattamento che garantisce i primi risultati dopo settimane di cura ed è più propenso a preferire i prodotti con meno effetti collaterali (limitato beneficio a breve termine, basso rischio a lungo termine), nella seconda al contrario il paziente si attende un sollievo quasi immediato e per questo è disposto a sopportare eventuali complicazioni (elevato beneficio a breve termine, maggiore rischio a breve-medio termine). Lo studio in questione ha poi diversi limiti esemplari nel campo delle sostanze naturali, ovvero non ha previsto la misura dei curcuminoidi presenti nella droga usata e ha, per stessa ammissione di chi lo ha condotto, somministrato una dose di ibuprofene inferiore a quella in genere consigliata per le infiammazioni articolari (800 mg contro 1200-2000 mg). La combinazione dei due fattori porta a un risultato spendibile in campo accademico ma non risponde a domande pratiche: che risposta avremmo avuto con il dosaggio corretto di ibuprofene? E dato che la quantità di curcuminoidi varia naturalmente anche più del 110% a seconda delle caratteristiche della pianta di partenza, che cosa mi devo aspettare da una curcuma o da un estratto diverso da quello usato nello studio? E che legame può esistere tra questi studi e il prodotto suggerito dal farmacista? Con un caso che vi assicuro essere più unico che raro in letteratura, gli stessi autori hanno poi pubblicato un secondo studio in cui hanno risposto alle domande e colmato le lacune del primo: quantificazione dei curcuminoidi a 1500 mg al giorno, dosaggio giusto di ibuprofene, controlli più ravvicinati e maggior numero di pazienti. I risultati, almeno per l’artrosi, hanno visto ancora un’equivalenza nei due trattamenti. E’ tuttavia l’unico studio con un confronto ben fatto e riguarda una patologia diversa dalla tendinite.

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Quarto: che differenze ci sono tra il farmaco e l’integratore. Pur non trattandosi della stessa patologia e pur esistendo un unico studio con tali risultati possiamo azzardare l’ipotesi che gli studi stiano parzialmente dalla parte del farmacista. Quanto chiesto da Lisa e quanto da lui proposto appartengono tuttavia a due categorie di prodotti per la salute molto diverse tra loro e le differenze che ci interessano si basano sulle diverse norme e leggi che ne regolano la vendita. Per poter essere registrato come farmaco un prodotto deve contenere (e garantire la presenza entro la data di scadenza) di quantità di principio attivo congruenti con l’efficacia dimostrata nell’uomo per la patologia che si dichiara di voler curare. Ovvero: in un farmaco a base di ibuprofene che ha la tendinite tra i suoi bersagli terapeutici deve essere garantita la quantità di principio attivo che si è dimostrata efficace per trattare il dolore muscolo-scheletrico in persone effettivamente malate. Al contrario, un prodotto registrato come integratore alimentare non è tenuto a dimostrare alcuna efficacia prima della messa in commercio e non è tenuto a garantire livelli di principi attivi coerenti con quanto dimostrato da eventuali studi. Per legge inoltre il suo bersaglio sono le persone sane, non quelle malate. In altre parole, il produttore può lecitamente formulare un prodotto a base di curcuma inserendo la quantità che vuole, senza indicare il contenuto in curcuminoidi a patto di non dichiarare in modo esplicito alcuna efficacia sulla confezione (cosa che di fatto viene poi demandata a comunicazioni implicite come il nome del prodotto, illustrazioni, giochi di parole e consigli verbali dati dal venditore). Ovvero: anche se fosse confermato che 1500 mg di curcuminoidi sono efficaci nel trattamento acuto della tendinite, non è affatto garantita la presenza delle medesime quantità negli integratori in vendita, non solo durante la loro vita commerciale ma anche al momento stesso della loro produzione. Lo stesso vale per qualsiasi tipo di infiammazione: gli studi che suggeriscono l’azione antinfiammatoria a livello intestinale, ad esempio, indicano dosaggi pari a circa 2000 mg giornalieri di curcuminoidi, ma in commercio i prodotti possono (lecitamente) contenerne tra 3 e 400 mg per compressa senza alcun obbligo che questo venga dichiarato in etichetta. Data la scarsa biodisponibilità dei curcuminoidi (meno del 10% di quel che si ingerisce va in circolo) molti produttori hanno poi realizzato sistemi per ovviare a questo limite, ad esempio combinandoli con lecitina o con piperina, o miscelando ad essi altri ingredienti. Prodotti con quantità di principio attivo e formulazioni così diverse non possono garantire la stessa “potenza” né un’efficacia comparabile con quella di studi condotti con dosi e combinazioni ancora diverse. Tuttavia, non essendo obbligatorio presentare testimonianze scientifiche di efficacia prima della messa in commercio degli integratori, non esistono quasi mai studi indipendenti sulle formulazioni effettivamente vendute: potrebbero anche funzionare, ma nulla ce lo assicura.

Quinto: in sintesi. Nel caso specifico delle tendiniti, per principi attivi come l’ibuprofene sono disponibili studi mirati che ne hanno quantificato l’efficacia, mentre per curcuma e curcuminoidi ancora non ci sono e ci si basa su deduzioni da altre patologie, non sempre attinenti. Non è escluso che compaiano in futuro, ma attualmente non si può garantire un’equivalenza di risultato. Gli integratori non devono, al contrario dei farmaci, dimostrare obbligatoriamente alcuna efficacia prima di essere mesi in vendita e questa è misurata solo in base al gradimento soggettivo post-vendita dei consumatori. Non devono neanche rispettare contenuti minimi di principi attivi, anche quando la loro efficacia è conclamata a determinati dosaggi e ciò porta a un’enorme diversificazione dell’offerta commerciale, rendendo sicuramente difficile la vita del farmacista e anche quella del consumatore. Eppure in questa apparente contraddizione esiste una congruenza: se la curcuma è più efficace nel prevenire un’infiammazione che nel curarla quando questa è nel suo pieno, i curcuminoidi saranno più adatti a un integratore alimentare destinato a persone sane che ad un prodotto mirato a soggetti già malati. Cosa avrebbe potuto fare l’amica di fronte alla proposta del farmacista? Chiedere se il dosaggio in curcuminoidi dell’integratore consigliato era in accordo con studi clinici sul trattamento a breve termine della tendinite e chiedere lumi sul tipo e sulla velocità dell’effetto, scegliendo in base alla competenza della risposta del farmacista e alla sua volontà di spesa.

Fuori sacco: perché secondo me il farmacista ha sbagliato. Questa è chiaramente un’opinione personale, che parte dal compito professionale del farmacista di fornire un consiglio a un cliente, e necessita di una premessa. La farmacia è un’impresa commerciale e giustamente non è un luogo in cui si fa beneficenza: chi ci lavora deve fidelizzare il cliente, offrirgli un servizio e un’attenzione che magari altri non garantiscono al fine di farlo tornare. Questo in alcuni casi può significare anche anticipare le aspettative e gli umori di chi sta dall’altra parte del banco e battere sullo stesso tamburo del marketing, che negli ultimi decenni ha molto promosso prodotti per la salute di origine vegetale. Se il consumatore medio chiede integratori e altri prodotti naturali, o se ha introiettato una malcompresa fobia per tutto ciò che è chimico, il farmacista che deve far tornare i conti a fine mese si può adeguare alle richieste di chi entra nel suo negozio, vendendo aspettative. A mio avviso però se il cliente entra con una precisa richiesta, cercare di fargli cambiare idea sulla base di indicazioni non scientificamente solide è scorretto. Così come è a lungo termine controproducente dare consigli non supportati da evidenze o descrivere un integratore alimentare come se offrisse le medesime garanzie di efficacia e di contenuto di un farmaco. Pur capendo l’occhio al fatturato, un minimo di strabismo sarebbe auspicabile per spiegare al cliente che nel caso degli integratori si propone un’efficacia in alcuni casi possibile ma non misurata e quindi non definibile. Un paragone che viene bene è di tipo finanziario: il farmaco è per sua natura come un bond che offre un rendimento definito e calcolato prima della sottoscrizione. Può essere alto o basso, ma è noto. L’integratore, per carenze di ricerca e di normativa, propone invece un rendimento in larga parte ignoto all’atto dell’acquisto e non rivelarlo corrisponde a un comportamento che nella recentissima storia bancaria nazionale non ha propriamente dato lustro e futuro a certi istituti finanziari. E a proposito di finanze: sempre assumendo un’equivalenza (non dimostrata, almeno finora) in termini di velocità e intensità di risposta antidolorifica tra i due trattamenti, la mia amica avrebbe speso circa 8 euro per un trattamento di due settimane a base di ibuprofene e circa 30 euro, per lo stesso periodo, qualora avesse scelto l’integratore a base di curcuma.

Fonti e riferimenti

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La botanica dello sciroppo d’acero – Parte seconda

[prima parte]

Come si raccoglie? Quando i coloni europei hanno messo piede sul suolo nordamericano non hanno ereditato dai nativi molte pratiche agricole, ma hanno anzi imposto le loro. Una però l’hanno adottata, ed è la raccolta della linfa dell’acero tramite fori nel tronco profondi circa 10 cm, praticati alla fine dell’inverno su alberi di almeno 40 anni di età e tenuti aperti con tubi del diametro di mezzo centimetro, a cui appendere secchielli di metallo da recuperare ogni sera. La profondità del foro è quella giusta per arrivare a intercettare i vasi dello xilema; trascorse circa 6 settimane cessa di emettere linfa e viene sigillato, per ridurre il rischio che la pianta si ammali. Dopo centinaia 749196_22440404di anni di questo sistema, nel corso degli ultimi tre decenni la raccolta della linfa di Acer saccharum e la sua trasformazione in sciroppo sono andate incontro a numerosi cambiamenti, dettati dalla disponibilità di nuove tecnologie, dal bisogno di abbattere costi di produzione e manodopera, di aumentare i volumi di produzione (ogni anno si producono 28 milioni di litri di sciroppo) e, più recentemente, dalla necessità di contrastare gli effetti del cambiamento climatico. Nella produzione industriale il sistema tradizionale basato su secchielli è stato velocemente soppiantato dalla possibilità di usare tuberie in gomma, che convogliano contemporaneamente la linfa da molti alberi a cisterne poste nel mezzo dei boschi. Questo ha ovviamente ridotto il costo della manodopera e ha permesso la gestione di foreste naturali di aceri assai estese: esistono “fattorie dello sciroppo” che nella stagione opportuna “mungono” contemporaneamente diverse migliaia di alberi spontanei, tutti collegati da una sorta di estensione idraulica del sistema xilematico. Nelle foreste più ricche di aceri si estrae linfa da circa 100-200 alberi per ettaro con una produzione giornaliera media di circa 5-600 litri, che nei picchi ottimali durante la stagione può arrivare sino 7-8 litri al giorno per albero; ogni pianta può reggere più punti di prelievo senza subirne troppo danno.

Talvolta, per facilitare il flusso verso le cisterne da distanze superiori a centinaia di metri vengono applicate leggere pressioni aspiranti per mezzo di pompe, altrimenti la linfa stagnerebbe troppo a lungo nei tubi. Da un paio di anni, complice la combinazione di cambiamento climatico e di economia di scala, questo approccio è stato potenziato e vengono proposti sistemi di raccolta più spinti, basati sulla silvicoltura intensiva e sul ricorso a pompe a vuoto più potenti. Mentre il metodo tradizionale si avvale di boschi naturali e non di piantagioni, la diminuita resa dei primi ha recentemente portato alla nascita di un nuovo modello di produzione, con aceri piantati ad hoc come fitti frutteti ai quali vengono applicate pompe a vuoto ad alta efficienza. Le pompe risucchiano la linfa dai rami sezionati con una potenza tale da non richiedere la presenza del ciclo gelo notturno/calore diurno messo in crisi dal climate change e permettono di usare piante giovani. Con questo metodo gli alberi vengono coltivati, favorendo con potature un portamento abustivo e ogni anno un paio di fusti laterali vengono capitozzati e collegati alle pompe. Si tratta di un sistema che ha dei pro e dei contro e pur ricordando l’equivalente forestale di un allevamento

(Photos: Dave Pape/Flickr; Sally McCay/University of Vermont)
(Photos: Dave Pape/Flickr; Sally McCay/University of Vermont)

in batteria non induce disturbo antropico nelle foreste, evita che gli scoiattoli si mangino le tuberie e che i cervi vi restino impigliati, riduce il terreno utilizzato a un decimo, permette di mantenere la produzione nelle zone tradizionali nonostante il clima più caldo e fornisce un prodotto con la medesima composizione organolettica. Certo, parte della poesia della lavorazione va persa.

Cosa contiene e come si produce? Dato il suo scopo nella pianta (portare nutrimento concentrato dalle radici alle foglie), la linfa che sgorga dai tronchi di Acer saccharum è di fatto una soluzione zuccherina in acqua: contiene circa il 2-4% di zuccheri e il 96-98% di acqua. Inodore e incolore, va lavorata per ottenere un prodotto conservabile a lungo e dotato del caratteristico aroma dello sciroppo d’acero, nel quale si ha invece un 66-75% di zuccheri, concentrazione tale da permetterne la conservazione. Il processo di concentrazione avveniva un tempo per sola evaporazione a caldo ma attualmente ha 1024px-Syrup_grades_largeluogo in due fasi, che prevedono una prima riconcentrazione dei soluti tramite osmosi inversa e una successiva evaporazione per riscaldamento, che causa la degradazione di alcuni metaboliti secondari presenti in piccole quantità nella linfa e genera l’aroma, mentre una minima parte della frazione zuccherina diventa caramello determinando il colore. Se ci limitasse a una semplice disidratazione senza riscaldamento si otterrebbe una polvere bianca, dello stesso sapore del normale zucchero raffinato di barbabietola. Occorrono circa 40-50 litri di linfa per ottenere un solo litro di sciroppo e questo aspetto costituisce una nota dolente per la sostenibilità ambientale della produzione: l’energia necessaria per eliminare tutta l’acqua in eccesso non è trascurabile. Si stima che senza la recente introduzione dell’osmosi inversa il metodo tradizionale basato sul solo riscaldamento consumasse circa 65 litri di metano per produrre due cucchiaini di sciroppo, una quantità ora diminuita del 60-70% circa ma comunque tale da determinare un costo e una carbon footprint maggiori rispetto al miele, prodotto simile per caratteristiche e mercato, che invece è raccolto già in forma concentrata.

Lo sciroppo così ottenuto viene messo in commercio con una gradazione di qualità che ha subito una revisione proprio a partire dal gennaio 2015. Il vecchio metodo basato esclusivamente sulla colorazione è stato modificato introducendo anche una componente legata all’intensità dell’aroma e dipendente in parte dal protocollo di produzione ma soprattutto dalla composizione al momento dello spillaggio dall’albero. La prima linfa raccolta durante la stagione ha infatti in genere una maggiore concentrazione zuccherina, mentre quella emessa dagli alberi nelle settimane successive viene progressivamente diluita dall’acqua captata dalle radici e inviata alle foglie. La linfa può essere diversa allo spillaggio, ma il prodotto finito deve avere la medesima concentrazione zuccherina e quindi la prima viene bollita meno a lungo e quindi risulta meno caramellizzata, producendo uno sciroppo più chiaro e meno forte nel sapore, al contrario di quella più diluita all’origine che ha bisogno di trattamenti termici più drastici. Inoltre, con l’avanzare della stagione di raccolta aumenta la presenza di aminoacidi e composti proteici, che innescano un maggior numero di reazioni di Maillard contribuendo ulteriormente al colore scuro e al sapore più deciso dello sciroppo più tardivo.maple-syrup-grades-are-changing-page-0Quali zuccheri? La tipologia degli zuccheri presenti non è stata finora menzionata, ma è importante soprattutto per gli usi che si fanno dello sciroppo d’acero. La frazione zuccherina dello sciroppo è difatti quasi completamente formata da “normale” saccarosio, con percentuali variabili tra lo 0,5 e l’1% di glucosio e fruttosio. Una composizione zuccherina così uniforme è rara nei prodotti grezzi di origine naturale ed è dovuta al fatto che la linfa è estratta solo dallo xilema e contiene solo carboidrati derivati dall’amido. In altri dolcificanti vegetali liquidi si ha invece una miscela complessa di più zuccheri e di più metaboliti, in quanto ottenuti per spremitura o per macerazione di più tessuti, cosa che impone diverse fasi di purificazione prima di avere un prodotto analogo, come avviene con il melasso di canna da zucchero e barbabietola. L’unica diffeResearchBlogging.orgrenza rispetto alla forma disidratata dello zucchero bianco o di canna alla fine è data dal 30% di acqua che resta nello sciroppo. I metaboliti secondari prodotti dall’acero (soprattutto polifenoli e lignine) o generati per degradazione di altre sostanze durante la bollitura sono assai numerosi come tipologia (ovvero ci sono diverse decine di composti tra loro diversi) e sono presenti in quantità variabili durante la stagione di raccolta della linfa, tuttavia la loro abbondanza nello sciroppo finale non supera i pochi decimi di milligrammo per grammo (ovvero sono presenti in quantità talmente minime che il loro totale si misura in parti per milione). Anche se assolutamente irrisoria, questa quantità è alla base di una dei principali malintesi sullo sciroppo d’acero.

Stuckel, J., & Low, N. (1996). The chemical composition of 80 pure maple syrup samples produced in North America Food Research International, 29 (3-4), 373-379 DOI: 10.1016/0963-9969(96)00000-2

Perkins TD, & van den Berg AK (2009). Maple syrup-production, composition, chemistry, and sensory characteristics. Advances in food and nutrition research, 56, 101-43 PMID: 19389608

La verità, vi prego, sul raspberry ketone

ResearchBlogging.orgUno slogan nato in tutt’altro contesto ma ben diffuso, come ogni sintesi che coglie nel segno, recita: “Dont’ believe the hype”, non credere alla moda, alle montature, non farti fregare. Chi lo cantava teneva una sveglia al collo, forse per sottolineare il messaggio. In un contesto dominato dagli aspetti di marketing come quello della salute e del benessere, lo stesso mantra dovrebbe essere tenuto sempre ben presente da consumatori e operatori professionali. Consuetudine infatti vuole che i nuovi ingredienti salutistici siano presentati con toni enfatici, che esagerano la realtà dei benefici facendo leva su vocabolari mirati più a distogliere l’attenzione che a far capire. Ad esempio, pur con un background di evidenze scientifiche interessanti per alcune precise applicazioni e non scarno come quello di altre piante anche più vendute, Rhodiola rosea (altra pianta che ha da poco cambiato nome, ora dovremmo chiamarla Sedum roseum) non è esente da descrizioni e iperboli che ne esagerano le potenzialità, mirate a colpire l’aspetto su cui siamo tutti più deboli: quello emotivo.

Come si coltiva un mito. Per esempio, questa pianta è descritta come capace di apportare “straordinari benefici per lungo tempo considerati segreto militare sovietico”, ma al tempo stesso “il suo impiego ha una storia leggendaria: antiche popolazioni siberiane ne tramandavano l’uso di generazione in generazione” e “medici mongoli prescrivevano l’estratto di Rhodiola per il trattamento della tubercolosi e del cancro” al punto che “gli imperatori cinesi hanno organizzato numerose spedizioni in Siberia orientale con il compito di reperire i luoghi in cui tale pianta cresceva spontaneamente poiché le popolazioni locali custodivano gelosamente il segreto”. Nella generazione del mito associato a una droga vegetale gli elementi esotici, arcani, lontani nel tempo, mai quantificabili e legati ai presunti aspetti positivi (e impossibili da verificare) sono spesso amplificati. Così come i riferimenti contraddittori, tra ipotetici segreti occultati alla gente comune e tuttavia al tempo stesso base di saperi millenari tramandati oralmente, che lasciano intuire poteri ai confini del magico anche su malattie (il cancro) che in passato non erano codificate dal punto di vista terapeutico. Un’altra strategia della comunicazione meno corretta è invece di segno completamente opposto: l’uso insistente, ma privo di spiegazioni adeguate, del linguaggio medico-farmacologico e dei tecnicismi del suo gergo. E così, per esempio, la rodiola viene descritta al consumatore come capace di aumentare “i livelli di adenosintrifosfato – ATP – e di creatinfosfato – CP – nel tessuto muscolare striato, aumenta i livelli plasmatici di betaendorfine, mentre a livello del SNC inibisce la COMT, con una possibile attività antidepressiva”, una delle molte espressioni che possono dire tutto e nulla circa la validazione scientifica di una droga vegetale. Come la storia del Cargo Cult insegna, questo metodo gioca con la percezione “magica” che l’uomo moderno più acritico conferisce a tutto ciò che è scienza o tecnologia. Tutto questo, in letteratura e nel marketing, va a finire sotto al nome di mitopoiesi, che non è altro che la versione culturalmente alta dell’hype. E se questo accade per una pianta come la rhodiola, per la quale abbiamo a disposizione diversi plichi di evidenze scientifiche, figuriamoci cosa avviene per molecole ed estratti per i quali gli studi si contano sulle dita di una mano.

raspberry in zoomIl lampone dimagrante. Questo preambolo per arrivare al nostro hype e per capire come leggere tra le pieghe del mito. Da circa cinque anni è proposto sul mercato, soprattutto online e con un marketing estremamente aggressivo, un agente dimagrante a base di una sostanza chiamata “raspberry ketone” o “chetone di lampone”. Viene presentato alternativamente come una miscela di chetoni non ben precisata, come un estratto concentrato di lampone o come una miscela di enzimi. Viene venduto in compresse che lo contengono da solo o in miscela con altri 4-5 composti o estratti vegetali. Già la grossa confusione mediatica sulla sua composizione chimica dovrebbe mettere in guardia i consumatori: chi non ha una faccia precisa e un recapito certo raramente è affidabile e se un principio attivo è mescolato ad altri composti in dosaggi sempre diversi, significa che la sua capacità è limitata. La molecola è indicata come capace di “bruciare i grassi e gli zuccheri”, di “accelerare il metabolismo” e di “operare un effetto termogenico sui grassi stoccati, con effetti anti-obesità“. Seguono foto di prammatica con silhouette prima/dopo il trattamento.

La fonte vegetale non viene risparmiata nella presentazione del prodotto, descritto come derivato dal lampone e quindi implicitamente naturale, nell’accezione naif cui sempre si ricorre in questi casi. I frutti del lampone abbondano su brochure e confezioni, a suggerire che si tratti di un diretto derivato vegetale. Quel che conta però è il contenuto e non la copertina e in effetti il raspberry ketone (il cui nome chimico corretto sarebbe  4-(p-idrossifenil) butan-2-one) è presente nei frutti del lampone, nei quali costituisce uno dei componenti dell’aroma a maturità. Tuttavia, le quantità disponibili nel frutto sono del tutto irrisorie ai fini nutrizionali e farmacologici. L’uso del lampone non solo come fonte estrattiva ma anche come contributo alla dieta non può neppure essere preso in considerazione: per ottenere i 100 mg delle dosi vendute del composto servirebbe ingerire ogni giorno circa 40 kg di frutti (di cui circa 4 sarebbero zuccheri). Per le versioni d’urto, che arrivano a 1000mg, fate voi i calcoli. Malgrado si incontri spesso la dicitura “estratto puro di lampone”, il raspberry ketone inserito negli integratori alimentari non è estratto da frutti bensì ottenuto totalmente per via sintetica o a massimo per biotrasformazione usando microrganismi o sistemi biocatalitici, nè più ne meno che un qualunque altro farmaco “di sintesi”1-s2.0-S0024320505001281-gr1

Quanto pesa la storia? Un ulteriore elemento da considerare nella valutazione di questi prodotti è la loro storia. La presenza di una pianta nella tradizione medica passata non è affatto una garanzia di efficacia certa, ma la sua completa assenza è per certo segnale di forti lacune nel suo studio, con tutti i peccati e i limiti degli eccessi di gioventù. Nel caso di Rhodiola rosea citato in precedenza, l’uso tradizionale ne ha determinato l’interesse di decine di ricercatori per diversi decenni e l’insieme di dati a disposizione del mondo medico è ampio. Lo stesso uso tradizionale ha permesso di avere un’idea dei possibili dosaggi, delle quantità che si possono assumere senza effetti collaterali e così via. C’è carne con cui fare l’arrosto per decidere se la ricetta è buona e degna per gli ospiti, insomma. Nel caso del raspberry ketone invece è tutto il contrario: questo è apparso sulla scena scientifica come possibile agente termogenico solo nel 2004 e dopo pochi mesi è passato direttamente -e senza passare dal via- alle ribalte televisive e al pressante tam-tam commerciale.

Le parole sono importanti, ma anche le molecole. Il razionale di impiego di questo composto è spesso presentato per traslazione, usando una specie di sillogismo secondo il quale chimica, fisiologia e farmacologia dovrebbero dipendere dalla proprietà transitiva. Il raspberry ketone vanta una struttura molecolare simile a quella della sinefrina, uno pseudoalcaloide presente nelle arance amare e dotato di una leggera azione anoressizzante. L’uso dimagrante della sinefrina a sua volta deriva da quello dell’efedrina, un composto anch’esso simile strutturalmente e per certo altamente snellente, ma anche in grado di causare gravi danni alla salute ai medesimi dosaggi, come le anfetamine che a sua volta richiama. Senza scendere nei tecnicismi legati alla sostituzione di un azoto con un ossigeno e alla scomparsa di un ossidrile, la semplice similitudine strutturale non implica infatti il possesso delle stesse proprietà (sia nel bene che nel male): esistono zuccheri con strutture molecolari praticamente identiche eppure dotati di sapore assai diverso (amaro o dolce) e piccolissime modifiche possono rendere una molecola benefica o terribilmente tossica. La logica secondo la quale il raspberry ketone sarebbe efficace in quanto simile alla sinefrina è sbagliata: le somiglianze strutturali possono essere indizi da cui partire con ipotesi sperimentali e non giustificazioni di efficacia, per le quali sono necessarie evidenze dirette e specifiche. Per dire se il 4-(p-idrossifenil) butan-2-one è dimagrante occorrono studi mirati in condizioni controllate e monitorate, possibilmente sull’uomo e possibilmente in soggetti in leggero sovrappeso.

0007524100E-565x849Le molecole sono importanti, ma anche i numeri. Per quantificare, mentre nel solo 2013 Rhodiola rosea è stata oggetto di 563 ricerche destinate a valutare i suoi effetti sulla salute di uomini o animali, il raspberry ketone può vantare sulle sue proprietà solamente 5 lavori in tutto dal 2005 ad oggi, usati ripetutamente verso i consumatori come prova della sua efficacia.

Esiste uno studio in cui questa molecola è stata somministrata ad esseri umani, ma non aiuta a capire: ai pazienti è stata somministrata una miscela di 6 tra sostanze e piante in polvere e non è possibile dedurre il contributo effettivo del raspberry ketone agli effetti riscontrati. Al massimo si può dire se il prodotto nella sua interezza ha o meno qualche effetto. Altri due studi hanno utilizzato sistemi in vitro, ovvero con somministrazione del raspberry ketone a diverse concentrazioni arbitrarie in cellule isolate e la misurazione di alcuni parametri biochimici legati all’accumulo di grasso. L’uso della parola “arbitrario” va spiegato, perché è la chiave per capire i limiti di tutti gli studi di questo tipo: l’obiettivo dei ricercatori è verificare a quali dosi si registra un’attività certa, ma questo avviene a prescindere dalla coerenza con la fisiologia umana, per la quale le quantità usate potrebbero essere assolutamente inverosimili. Nel caso specifico -ma il ragionamento vale per quasi tutti gli studi in vitro– non abbiamo la più pallida idea di quale sia la concenrazione di raspberry ketone nel sangue umano dopo la somministrazione di qualsivoglia dosaggio. Non lo sappiamo perché nessuno ha mai fatto neppure una prova. Tentando un’approssimazione generosa in base a dati su molecole simili, la concentrazione usata in questi studii è almeno 100 volte più elevata di quella probabile. Non sappiamo nè se è raggiungibile nell’uomo nè, qualora lo fosse, se comporta effetti collaterali. Non sappiamo neppure come venga metabolizzato il chetone di lampone nell’uomo nè se può avere un effetto tossico di qualche tipo a breve o a lungo termine, perché nessuno l’ha mai studiato e nessun dato ci può venire in aiuto dall’uso tradizionale. Senza nessuna valutazione pregressa di tipo storico e di tipo contemporaneo, questo composto è venduto come integratore alimentare per il semplice motivo che se ne conosce la presenza in tracce nel frutto del lampone e in qualche altra bacca rossa.

Il lavoro più spesso citato a supporto consiste in uno studio su animali nutriti con una dieta fissa basata sul 40% di grasso bovino (che non riproduce certo la realtà di una dieta normale) e addizionata con quantità di 1- 2% di raspberry ketone. Considerando che una dieta normale nell’uomo prevede l’ingestione giornaliera di circa 1,2 kg di cibo solido e facendo leva sui parametri allometrici che consentono di convertire i parametri dal topo all’uomo, un uomo adulto di 70 kg di peso dovrebbe teoricamente ingerire almeno 36 grammi di questa sostanza purificata al dì per 10 settimane (con una dieta costituita da almeno 300 g di grasso animale) per riprodurre le medesime condizioni sperimentali. L’obiettivo dei ricercatori che hanno condotto questo studio era verificare quali dosi di chetone di lampone fornivano un risultato evidente, per cui hanno scelto una situazione estrema per dieta e dosi, senza valutarne l’equivalenza nell’uomo. Sempre perché i numeri hanno un peso e dato che questo peso è da valutare in un contesto, ho fatto altri due conti osservando i risultati ottenuti e il costo del raspberry ketone sul internet. I topi, innanzitutto, non sono dimagriti durante il trattamento e non hanno mantenuto il peso, ma sono solo ingrassati di meno. Dopo 10 settimane di cura quelli che hanno seguito la dieta all’ingrasso addizionata di chetone di lampone pesavano 50g, mentre quelli che non l’hanno assunto ne pesavano 55. I topolini con una dieta normale pesavano 45 g. Sempre ammettendo i limiti della conversione animale-uomo e azzardando un paradosso, i 36 grammi al giorno di chetone di lampone (dosaggio per il quale non sappiamo assolutamente nulla in termini di effetti tossici) potrebbero permettere un mancato aumento di peso del 10% circa. Ho visto online prezzi sui 30 euro al grammo, farebbero 1000 euro al giorno. Un ultimo lavoro ha usato i medesimi dosaggi e una dieta meno aggressiva, per monitorare gli effetti a difesa del fegato. Valgono le stesse considerazioni.

In altre parole, come concluso da chi ha riassunto le poche ricerche effettivamente fatte su questa sostanza in tema di salute e dimagrimento, non sono disponibili informazioni attendibili sull’efficacia del raspberry ketone nell’uomo e gli studi fatti sugli animali, pur dando qualche indicazione vagamente promettente, non rispecchiano situazioni realistiche. Chi cantava don’t believe the hype teneva una sveglia al collo, l’ho già scritto?

Lopez HL, Ziegenfuss TN, Hofheins JE, Habowski SM, Arent SM, Weir JP, & Ferrando AA (2013). Eight weeks of supplementation with a multi-ingredient weight loss product enhances body composition, reduces hip and waist girth, and increases energy levels in overweight men and women. Journal of the International Society of Sports Nutrition, 10 (1) PMID: 23601452

Ulbricht, C., Catapang, M., Conquer, J., Costa, D., Culwell, S., D’Auria, D., Isaac, R., Le, C., Marini, E., Miller, A., Mintzer, M., Nguyen, M., & Salesses, K. (2013). Raspberry Ketone: An Evidence-Based Systematic Review by the Natural Standard Research Collaboration Alternative and Complementary Therapies, 19 (2), 98-100 DOI: 10.1089/act.2013.19201

Morimoto, C., Satoh, Y., Hara, M., Inoue, S., Tsujita, T., & Okuda, H. (2005). Anti-obese action of raspberry ketone Life Sciences, 77 (2), 194-204 DOI: 10.1016/j.lfs.2004.12.029

Park KS (2010). Raspberry ketone increases both lipolysis and fatty acid oxidation in 3T3-L1 adipocytes. Planta medica, 76 (15), 1654-8 PMID: 20425690

Wang, L., Meng, X., & Zhang, F. (2012). Raspberry Ketone Protects Rats Fed High-Fat Diets Against Nonalcoholic Steatohepatitis Journal of Medicinal Food, 15 (5), 495-503 DOI: 10.1089/jmf.2011.1717

Orientarsi tra prodotti esotici

ResearchBlogging.org Un paio di anni fa su queste colonne avevo presentato la raccolta fondi a favore di un atlante dedicato al cibo, Food: an atlas. Nel frattempo, l’opera definitiva è stata pubblicata e distribuita, e merita un commento essendo ora liberamente scaricabile in pdf. Forse un po’ troppo centrato sulla realtà nordamericana e con pochi contributi europei, il volume ospita decine di mappe che spaziano dalla distribuzione del compost autoprodotto in città alla protezione delle tipicità gastronomiche, fino alle infografiche dedicate all’uso agricolo del suolo o alla diffusione degli alimenti fermentati nel mondo. Due le cartine arricchite di dettagli su piante esotiche di interesse etnobotanico: una più semplice sulle Aracee usate ai tropici come cibo e una più dettagliata sulla palma amazzonica Oenocarpus bataua, che potrebbe a breve arrivare sugli scaffali di erboristerie e parafarmacie come la next big thing dei cosiddetti superfruits, quelli che per i guru del marketing dovrebbero dare un boost alla vostra fintess migliorando il vostro confort, la vostra compliance con la vita e naturalmente dando un taglio hipster al vostro lifestyle così ordinario.

aroQuelle delle Aracee, tra cui la più nota è il taro (Colocasia esculenta), di fatto sono le più antiche coltivazioni avviate dall’uomo a fini alimentari, circa 30.000 anni fa, quando ancora riso e grano erano poco più che piante selvatiche. Noi italiani non siamo abituati a notare i rizomi tuberosi di taro o di specie Alocasia, Amorphophallus, Xanthosoma e Cryptosperma se non in qualche negozio etico con un mercato di immigrati, ma in altre parti del mondo il loro contributo al fabbisogno alimentare è enorme e assicura calorie a quasi mezzo miliardo di persone. Queste piante, parenti delle calle e del calamo aromatico, sono perenni, facili da coltivare, con rizomi infrossati a forma di cilindro, ricchi di amido; le foglie in alcune zone sono usate come sostituto proteico. Tutte le specie della famiglia hanno una controindicazione non trascurabile: crude sono tossiche. Non che cotte offrano un profilo sulla carta perfetto, ma la loro cottura o l’immersione in acqua per varie ore riducono per dissoluzione il contenuto in ossalato di calcio, il cui contenuto nei vegetali avevo già descritto in passato.

L’ossalato in particolare può causare sia effetti acuti (ipocalcemia, con sintomi sia psichici che neurologici e soprattutto gravi irritazioni alle mucose della bocca per effetto meccanico) che cronici (lesioni renali, aumentato rischio di calcolosi) e quindi vi è forte interesse per varietà più povere in questo composto. Sebbene, va detto, non vi siano evidenze epidemiologiche certe di una maggiore incidenza di patologie renali nelle popolazioni che si nutrono di taro e piante affini. Esiste un’enorme variabilità in funzione delle cultivar usate, ma con i loro 400-600 mg circa ogni 100 grammi di parte edibile, i rizomi di taro non rappresentano neppure la fonte alimentare più ricca in ossalato (il rabarbaro e gli spinaci possono arrivare fino a 1300, la portulaca fino a 1700 mg/100 g, i tuberi di patata dolce ne contengono anch’essi circa 600 mg/100 g, le foglie del taro stesso possono arrivare a 4000 mg ogni 100 g), ma è la quantità per porzione media che porta in alto le quantità ingerite: 400 grammi di taro si mangiano più facilmente di un’uguale quantità di rabarbaro o portulaca. Andrebbero comunque evitati da chi ha già un pregresso di calcolosi. Nel caso di Colocasia & friends, però, è la forma di conservazione dell’acido ossalico a fare la differenza in virtù della sua ridotta biodisponibilità. Mentre in molte piante esso è presente in soluzione acquosa nel vacuolo delle cellule o in cristalli microscopici di forma irregolare, nelle Aracee esso è quasi tutto cristallino e solidifica nelle cellule per effetto del pH e della concentrazione formando grossi cristalli a forma di ago o di freccia estremamente appuntita, che se ingeriti inteTaro-Rootgri si conficcano nelle mucose, irritandole violentemente. Che combinasse dolorosissimi disastri se consumato crudo lo avevano purtroppo scoperto anche i negrieri nordamericani, che per punire schiavi ribelli li obbligavano a masticare le foglie di piante ricche di questi cristalli, con effetti devastanti sulla bocca e sul tratto gastro-esofageo. Nel taro l’ossalato cristallino è circa 10 volte superiore a quello solubile e il trattamento per immersione prolungata, la cottura e soprattutto la bollitura in presenza di sostanze leggermente basiche come il bicarbonato di sodio o il semplice latte, portano alla sua dissoluzione e dilavamento nell’acqua di cottura, con un crollo drastico del problema. In particolare, con la bollitura se ne perde il 50% mentre al vapore solo il 25%. Ovviamente con al disgregazione dei cristalli e al dilavamento dell’ossalato se ne vanno anche molte altre componenti nutrizionali e restano disponibili praticamente solo le calorie fornite dall’amido.

La mappa sulle piante commestibili aliene alle nostre radizioni alimentari come le Aracee è un elegante promemoria per ricordare che eventuali problemi di sicurezza alimentare e di accesso al cibo non riguardano solo (e non si risolvono solo con) la resa per ettaro di grano, mais e altri cereali dei climi temperati. La storia del taro dice anche altre due cose, a chi ama leggere tra le righe: la prima è che l’uomo nella sua storia, a fronte della necessità, non teme di coltivare piante che offrono vantaggi ma anche rischi, senza farsi paralizzare a priori dall’esistenza di possibili effetti collaterali. La seconda è che le tecnologie alimentari anche più banali sono forse nate prima dell’agricoltura, in quanto verosimilmente prima di decidere che le Aroidee erano degne di essere coltivate i melanesiani di 30.000 anni fa dovevano aver già messo a punto sistemi rudimentali ma efficaci per aggirare almeno in parte i rischi della tossicità (perlomeno acuta) dell’ossalato di calcio vegetale.

La seconda mappa porta invece su strade in parte già battute. Oenocarpus bataua (unghurahua, patawa o sejé al variare delle zone) si era già vista da queste parti, quando avevo raccontato i problemi legati alla sostenibilità della raccolta di questa palma allo stato spontaneo e dei nuovi sistemi introdotti recentemente a riguardo, peraltro illustrati proprio nell’infografica a lei dedicata.oeno

Questa pianta forma nell’oriente amazzonico fitti palmeti localizzati nella mappa e assomiglia alla commercialmente più nota palma Açai (Euterpe oleracea, guarda caso anche lei ospite in passato), con la quale condivide analogie sia per la composizione chimica che per il possibile rischio di sovraesposizione mediatica rispetto ai reali benefici nell’uso come integratore alimentare in campo salutistico. L’açai ha già fatto il salto alla grande distribuzione globale (già visto persino in gelateria, per dire), vedremo se l’unghurahua la seguirà.

Anche nell’aspetto le due piante si assomigliano, i frutti di unghurahua sono più allungati e grossi di quelli di açai, che hanno forma tondeggiante. Sono grandi circa 3 – 5 cm e hanno la forma di un’oliva, con mesocarpo molto sottile e duro che avvolge uno strato fibroso che a sua volta ricopre il seme. I frutti sono raccolti in infruttescenze curve a forma 32366di coda di cavallo lunghe circa un metro che si formano solo ogni 2 anni, ma ognuna assicura diversi kg di materia prima. Tradizionalmente se ne ricava un olio usato come alimento e come cosmetico, in special modo per curare la bellezza e la lucentezza dei capelli. La parte esterna del frutto, quindi non l’olio, ha una intensa colorazione viola a causa della presenza di antociani. Questi, va detto, non sono particolarmente diversi da quelli presenti nei normali mirtilli, ma come avviene per l’açai dati i grandi volumi di raccolta e ai bassi prezzi della manodopera locale, il costo di questi estratti rispetto a quelli di mirtillo è altamente concorrenziale e sono possibili vantaggiose economie di scala. Spesso, ben più della qualità intrinseca e dell’efficacia, sono il costo e i volumi a dettare il successo di una materia prima in ambito salutistico. Solo quest’anno è stata descritta la composizione precisa degli estratti ottenuti dai frutti dell’unghurahua, che ha mostrato un’azione antiossidante maggiore o simile a quella dell’açai e rispetto alla cugina Euterpe oleracea sembra contenere più vitamina E, meno vitamina C e più polifenoli, (fino a 25mg/g, soprattutto procianidine e acidi clorogenici). Per quel che vagono queste indicazioni ai fini della salute umana, l’articolo racconta anche altre cose già dette, ovvero che i test per valutare l’attività antiossidante degli alimenti vegetali sono ampiament erratici e difficili da intepretare singolarmente. Curiosamente, e a differenza sia dei mirtilli che dell’açai, i frutti di unghurahua contengono derivati del resveratrolo in abbondanza (circa 100 volte più che l’uva rossa). Facile prevedere che la leva del marketing usi nel futuro prossimo questo dato per proporre i frutti di Oenocarpus bataua sul mercato occidentale.

Rezaire, A., Robinson, J., Bereau, D., Verbaere, A., Sommerer, N., Khan, M., Durand, P., Prost, E., & Fils-Lycaon, B. (2014). Amazonian palm Oenocarpus bataua (“patawa”): Chemical and biological antioxidant activity – Phytochemical composition Food Chemistry, 149, 62-70 DOI: 10.1016/j.foodchem.2013.10.077

Oscarsson, K., & Savage, G. (2007). Composition and availability of soluble and insoluble oxalates in raw and cooked taro (Colocasia esculenta var. Schott) leaves Food Chemistry, 101 (2), 559-562 DOI: 10.1016/j.foodchem.2006.02.014

Massey, L. (2007). Food Oxalate: Factors Affecting Measurement, Biological Variation, and Bioavailability Journal of the American Dietetic Association, 107 (7), 1191-1194 DOI: 10.1016/j.jada.2007.04.007

Nuovi studi animali (o studi su nuovi animali)

Ho il sospetto che i costi elevatissimi necessari per la gestione di uno stabulario, ormai insostenibili per molte strutture accademiche, uniti ai vincoli etici (personali e di percepito pubblico, ma anche di terribile burocrazia connessa) stiano determinando alcune curiose derive negli studi pre-clinici compiuti su animali. A fianco degli studi classici su topi e ratti ed oltre a quelli zoologicamente più esotici su zebrafish e nematodi, negli ultimi mesi stanno diventando più frequenti studi su animali alquanto eccentrici per un laboratorio dedicato alle molecole naturali. Ad esempio, in questo articolo gli effetti sulla memoria dell’epicatechina (uno dei polifenoli di cacao e tè) sono stati testati su gasteropodi come le lumache della specie Lymnaea stagnalis. Oppure in quest’altro caso sono state usate delle api per valutare il ruolo del resveratrolo nella riduzione dell’appetito.

Per la cronaca, in entrambi i casi le indicazioni sono state favorevoli, ovvero le lumache ricordano più a lungo quale sia il comportamento più opportuno di fronte ad uno stress e le api mangiano meno zucchero, lavorano uguale e vivono più a lungo del 30%. Secondo gli autori la scelta delle api è legata al fatto di essere animali sociali come l’uomo, mentre le lumache sono indicate come un possibile buon modello per gli studi cognitivi. Viene però spontaneo chiedersi che traducibilità sull’uomo possano avere questi dati stante la differenza fisiologica enorme tra “noi” e  “loro” e quanto la scelta dei ricercatori sia influenzata dalla scarsa proiezione affettiva che nutriamo verso queste nuove cavie, raramente percepite come carine e coccolose.

Nell’oscurità della pancia accadono cose meravigliose

Ricordo ancora l’accesa discussione che si scatenò durante la ricreazione in uno dei primi anni delle elementari, appena terminato il pranzo nel refettorio scolastico. Qualche medico in erba si chiese con candore cosa potesse mai capitare al cibo appena mangiato: voleva sapere che fine faceva, come si comportava dentro ai nostri corpi impossibili da aprire e neppure ispezionabili come l’allegro chirurgo del fratello maggiore. Noi mettiamo in bocca la pasta scotta delle suore e poi? Che succede? Si aprì un contenzioso tra più partiti, ognuno armato di un’inoppungabile e definitiva verità in tasca, costruita sovrapponendo vari livelli di realtà e di fantasia, di sentito dire parentali e visioni dedotte da qualche libro illustrato e chissà, magari assorbito da cugini precocemente iniziati alla visione di Viaggio allucinante. Il tutto con abbondante guarnitura di leggende metropolitane sul fato degli alimenti. Un primo partito, debole e poco convinto, sosteneva che le patate fritte della mensa giravano intere in tubi posti sotto alla pelle. Un secondo partito propugnava pervicacemente che l’idea del primo partito era bislacca, perchè le patatine bisognava masticarle ed il budino, per giunta, si scioglieva nella saliva. Pensare ad oggetti interi era inaudito e la verità rivelata era un’altra -che diamine!- a girare nei tubi era cibo ridotto ad una poltiglia liquida ed i tubi erano in profondità, perchè “quella volta che mi sono tagliato la mano non è uscita pasta masticata“. Poi c’era la terza fazione, senza dubbio più evoluta ed interessante, secondo cui le viscere del nostro corpo erano popolate da un nutrito esercito di piccoli gnomi organizzati in squadroni specializzati nel tritare, impastare, trasportare e trasformare il cibo in qualcos’altro secondo un processo che avendo acquisito abbastanza vocabolario sarebbe stato definito come alchemico. Tra le azioni svolte dalle allegre brigate gnomiche, oltre a muovere i muscoli, ad impartire gli ordini ed a soffiare aria, c’era anche quella di selezionare cosa tenere e cosa buttare via (“non fate mica la cacca solo quando mangiate cioccolata“, avrà probabilmente sostenuto il capo della mozione in risposta ai detrattori). A tutt’oggi, resto convinto che l’alfiere primo di questa terza fazione avesse un legame di parentela con qualcuno coinvolto nella realizzazione di Siamo fatti così.

Da bambino -e credo di non essere l’unico- ero convinto che quel che mangiavo (frutta, bistecche, verdura) circolasse più o meno tale e quale dentro di me. Nel sangue giravano bocconi di carne e maccheroni, patate fritte e fragole. Era lapalissiano, neanche discuterne. Poi quel giorno una piccola riflessione davanti all’ennesima sbucciatura ha suggerito che la mia interpretazione faceva acqua. Niente fette di mela. Niente popcorn. Anche se era dura da ammettere a causa della rinomata indigeribilità della consapevolezza, doveva succedere qualcosa di oscuro, affascinante e magico dentro la pancia. Quello che vale in grande per i cibi, ho poi scoperto diversi anni dopo quell’epifania, si applica anche nel piccolo micromondo delle molecole che li compongono. Prendiamo ad esempio il tè verde. Uno si aspetterebbe di sorseggiare la sua bella tazza fumante, di far arrivare nell’intestino polifenoli e catechine assieme a tutto il resto, di assorbirle e di andare a trovare quelle stesse catechine nel suo sangue, dopo qualche ora. E invece non è sempre e solo così e lo stesso vale per le mele, per il vino, per il cacao, per tutte le piante medicinali ed alimentari che assumiamo con la dieta o per integrare l’alimentazione ed i cui polifenoli vengono aperti, smontati, rimontati ed assorbiti in forme completamente diverse da quelle che abbiamo bevuto e masticato. Nell’oscurità della pancia accadono cose meravigliose, di cui la ricerca sta raccontando gli esiti solo da pochi anni, che influenzano l’effettto fisiologico e preventivo di molti -se non tutti- i polifenoli della dieta ed hanno conseguenze inattese non solo sulla nostra salute ma anche sulla lettura dei dati degli studi clinici che cercano di validare l’azione delle piante medicinali, sul modo con cui dovremmo studiare queste cose in futuro e non ultimo, sull’efficacia dei prodotti commerciali che le contengono. Nelle prossime settimane mi occuperò di questo argomento con una serie di post dedicati alla trasformazione post-ingestione dei metaboliti secondari vegetali (altrimenti noti come “principi attivi”) ed alle conseguenze del lavoro degli squadroni di piccoli gnomi -a-hem! – della flora batterica intestinale.

Vietato toccare: fototossicità e dermatiti da contatto

A molte piante non piace essere mangiate. Vari frutti sono commestibili per “loro” scelta, ma si tratta di esempi isolati e talvolta validi solo per quell’organo specifico, destinato alla dispersione del seme da parte di un vettore che può essere anche l’uomo. In vari casi poi le piante neppure gradiscono il contatto, chiedendo agli animali il rispetto di uno spazio vitale ampio imposto con la forza dei loro principi attivi, se necessario. Una delle strategie più sottili attuate per mantenere questa sorta di no-fly zone è quella di causare irritazioni cutanee, dermatiti ed ustioni di varia entità negli incauti animali che si azzardano a toccarle o ad ingerirle. L’ortica non è tipa da confidenze e neppure la ruta, molte Apiaceae o certe Euforbiacee non si lasciano certo mettere le mani addosso senza colpo ferire.

L’armamentario delle sostanze irritanti è vario sia chimicamente (lattoni sesquiterpenici, tiofeni, acetileni, diterpeni come il forbolo, furocumarine come gli psoraleni o addirittura proteine come nel caso del latice fresco di Hevea brasiliensis) che nei meccanismi d’azione. In alcuni casi i composti offensivi si depositano sulla pelle dell’animale per semplice contatto con la pianta ed una volta giunti sullo strato corneo penetrano nel derma ove vengono attivati dalla luce solare, trasformandosi in un feroce manipolo di radicali liberi o di attivatori della cascata infiammatoria. L’esito ultimo, con vari gradi di sensibilità individuale, è quello di nuocere causando prurito, arrossamenti, dolore, vesciche, eczemi, scottature ed altre piacevolezze. Altre sostanze, come gli psoraleni, sfruttano sempre l’attivazione dei raggi ultravioletti ma si legano direttamente al DNA delle cellule della pelle creando addotti che provocano dermatiti. In altri casi ancora l’irritazione non è di tipo diretto, topicamente localizzata nell’area di contatto, ma si manifesta in alcune aree dell’epidermide a seguito di ingestione di quantità più o meno grandi di pianta o infine viene indotta gradualmente, causando dapprima una sensibilizzazione e poi una reazione di tipo allergico, come avviene con i componenti di molti oli essenziali.

L’uomo, dentro e fuori dalla metafora, è un animale e paga dazio come qualunque erbivoro al pascolo se si strofina su un Croton, su un Rhus, su un Toxicodendron, su certe Primule o se assume troppo Iperico e poi prende la tintarella. Queste ritrosie al contatto fisico di molte piante hanno quindi ripercussioni pratiche anche nei rischi professionali (giardinieri, operai di certi comparti industriali) e sull’uso commerciale che facciamo delle piante, come si deduce dal commento lasciato da una sfortunata lettrice che si è trovata con una dermatite dopo aver consumato una tisana dagli ingredienti esotici. Il continuo tourbillon di ingredienti vegetali in erboristeria, in farmacia ed in cosmesi non sempre permette di avere la risposta pronta, anche perché l’elenco delle specie e delle famiglia botaniche potenzialmente dermotossiche è lungo come un elenco del telefono. Di conseguenza, per un professionista del settore (un farmacista, un erborista ma anche un medico) questi casi risultano spesso difficili da gestire: chi arriva con una forte reazione cutanea è giustamente di pessimo umore e chiede un riscontro veloce, le possibili cause sono tante quante le piante in commercio e la ricostruzione del quadro sepolta in un dedalo di articoli, pubblicazoni e segnalazioni anedottiche pressoché inestricabili. Le banche dati sono però nate apposta per galleggiare nel mare magnum dell’informazione e per le dermatiti di origine vegetale il Botanical Dermatology Database può rappresentare un ottimo salvagente, in quanto pur con inevitabili limiti condensa lo scibile in materia di reazioni allergiche a carico della pelle causate da piante per contatto o per ingestione. Cosa importante, è aggiornato frequentemente.