Si può curare la malaria con una tisana?

L’illustratrice Inkspinster, nella strip che ho preso in prestito per la copertina, ironizza sull’efficacia millantata da certe tisane. Non tutti gli infusi e non tutti i decotti in realtà sono mendaci e sebbene siano molti i produttori e i pasionari desiderosi di spararla grossa, è possibile discriminare tra obiettivi raggiungibili e mistificazioni. Talvolta con buon senso, talvolta con due calcoli. Ad esempio, quando l’azione non necessita di principi attivi dosati al milligrammo, quando le dichiarazioni rientrano nel novero del possibile e fino a che non si entra nel trattamento di patologie gravi o sensibili, una data tisana può aiutare a stare meglio. Tuttavia, oltre ai casi non-terapeutici illustrati nella strip (le balle del marketing colpiscono meglio quando il bersaglio è soggettivo e volubile, come la vanità umana), la forma-tisana è al centro di discussioni accese anche per applicazioni mediche assai più serie, come nel caso delle terapie antimalariche. E visto che questa settimana è stato assegnato il premio Nobel per la medicina proprio a chi decenni fa ha introdotto la scienza medica occidentale all’uso di Artemisia annua e del suo metabolita artemisinina, la questione è tornata di grande attualità. E visto che la cosa solleva dal fondo del bicchiere vari corpuscoli sedimentati nel tempo, rendendo le acque torbide, per vederci chiaro può servire un piccolo riassunto di quel che i ricercatori hanno scoperto sull’uso di Artemisia annua in forma di decotto.

Una molecola da Nobel. Da diversi anni tra le terapie consigliate dall’Organizzazione Mondiale per la Sanità contro la malaria sono presenti alcuni derivati vegetali, identificati a partire da una pianta di origine cinese chiamata Artemisia annua o qīnghāo. Il principio attivo più abbondante in questa pianta si chiama artemisinina ed è accumulato in peli secretResearchBlogging.orgori presenti sulle foglie (più in quelle giovani, meno in quelle vecchie), che nella medicina tradizionale cinese erano impiegate come febbrifugo in miscela con altri ingredienti. Per i chimici l’artemisinina è un sesquiterpene lattonico dotato di un originale struttura perossidica effettivamente molto attivo nei confronti di varie tipologie di malaria e soprattutto adatto ad essere combinato con altri farmaci nei casi in cui Plasmodium falciparum e i suoi fratelli responsabili della malattia hanno sviluppato resistenza alle terapie farmacologiche tradizionali. In particolare, come suggerito dall’OMS nelle sue linee guida, l’artemisinina e i suoi derivati possono essere usati nel trattamento (ma non nella profilassi, ovvero nella cura e non nella prevenzione) della malaria non complicata sia per via orale che per via endovenosa. Il consiglio, per limitare il rischio di insorgenza delle temutissime resistenze al farmaco, è quello di usare l’artemisinina pura esclusivamente in combinazione con altri principi attivi: in questa maniera si rallenta la probabilità che il plasmodio trovi il modo di svicolare dal veleno con un artificio evolutivo. Sfortunatamente, Artemisia annua produce poca artemisinina, o meglio non ne produce abbastanza da soddisfare le nostre esigenze terapeutiche attuali e inoltre lo scenario è reso più complicato dalla variabilità produttiva della pianta, che accumula artemisinina in quantità diverse a seconda delle latitudini, delle altitudini, del momento di raccolta e delle varietà coltivate: in alcune condizioni l’accumulo è pari a zero e al massimo raggiunge l’1,5% del peso secco nelle varietà più produttive. Raramente si superano i 70 kg per ettaro, sufficienti a curare circa 10.000 tra i 400 milioni di malati annui.  Come sempre, non è la pianta a curare ma quel che ci sta dentro, come ben sapeva Youyou Tu quando ha avviato i suoi studi. Per questi motivi molti gruppi di ricerca sono al lavoro per ottenere varietà più produttive o sviluppare vie di sintesi artificiale (ad alta resa e baso costo) del composto, tali da permettere un accesso al farmaco anche da parte dei meno abbienti. L’artemisinina e i suoi derivati attualmente non hanno però un prezzo e una diffusione tali da essere facilmente accessibili a tutte le popolazioni che vivono là dove la malaria è un problema endemico, luoghi nei quali la sovrapposizione tra povertà e incidenza della malattia è purtroppo un dato di fatto. Questo stato delle cose ha indotto alcuni a suggerire l’impiego di forme più economiche, promuovendo la coltivazione di Artemisia annua nelle aree più povere del pianeta e suggerendo l’uso di tisane e decotti anche per la profilassi antimalarica, oltre che per il suo trattamento. Questa idea, che coincide con un ritorno alle pratiche etnomediche da cui la neo-Nobel Youtou Tu era partita per scoprire l’artemisinina, ha purtroppo limiti seri e controindicazioni da non trascurare.

nm.3077-F2La tradizione ha i suoi limiti. Il primo ostacolo a questo approccio è di tipo puramente chimico: l’artemisinina non è completamente idrosolubile, al punto che uno dei derivati semi-sintetici in commercio (la diidroartemisinina) è stato sviluppato apposta per aumentare la solubilità in acqua. Questo significa che una ridotta parte della già poca artemisinina presente nelle foglie viene estratta dall’acqua, anche calda. Inoltre, le condizioni di preparazione dell’infuso influenzano sensibilmente la quantità di principio attivo estraibile: nelle migliori condizioni si ottengono circa 85 mg di artemisinina per litro di infuso e mediamente le quantità ottenibili con una procedura casalinga raggiungono i 50 mg di artemisinina per litro. Ovviamente questi valori possono aumentare incrementando la quantità di erba usata, operazione che però riduce la resa di estrazione e porta a ottenere un massimo di 200 mg per litro. Il punto critico di questa operazione non è però la quantità estraibile, quanto la mancanza di uniformità: il tempo di infusione e la temperatura dell’acqua influiscono, come è intuitivo, in modo consistente e già 10 °C in meno nell’acqua usata causano riduzioni di 8 volte, cosa che rende assai ostica una standardizzazione della somministrazione. La dose di artemisinina somministrata non in combinazione con altri farmaci dovrebbe permettere di raggiungere quantità comprese tra i 3 e i 5 grammi in 5 giorni, ovvero sarebbe necessario far bere giornalmente numerosi litri del migliore infuso possibile al paziente. Migliore in senso farmacologico e non certo organolettico, dato che la bevanda è terribilmente amara. La probabilità che i pazienti così trattati non assumano la corretta quantità di principio attivo è altissima: la pianta di partenza, se non standardizzata (ovvero se non monitorata per il suo contenuto in artemisinina) potrebbe esserne troppo povera, andrebbe usata dopo pochi giorni dalla standardizzazione (l’artemisinina è instabile e si degrada durante la conservazione), i tempi e la temperatura di preparazione potrebbero variare, il quantitativo di erba potrebbe essere insufficiente, la quantità bevuta dell’amarissimo decotto potrebbe essere troppo scarsa. L’altro grosso limite del decotto è nei risultati. Si è infatti visto che questo riesce sì ad eliminare i sintomi della malaria e a ridurre nei malati i parassiti al di sotto dei limiti “rivelabili”, ma non riesce sempre a eliminarli del tutto. Il paziente sta bene, ma è probabile che quei pochi parassiti che scampano e che sfuggono anche alle maglie delle misurazioni meno precise siano anche i più resistenti all’artemisinina e agli altri composti estratti durante l’infusione della pianta. Questo sembra avvenire perché il parassita ha più stadi vitali e l’artemisinina non pare ugualmente efficace nel colpire il plasmodio in ciascuno di essi, col rischio tra l’altro che lo stesso paziente apparentemente guarito vada incontro a gravi recrudescenze della malattia in futuro. Analogamente a quanto avviene con le cure antibiotiche parziali, questo trattamento potrebbe sì coadiuvare il trattamento di alcuni pazienti, ma aumenterebbe un rischio che non ci possiamo permettere, ovvero che il plasmodio della malaria sviluppi resistenza anche a questo rimedio rendendolo inefficace nel futuro. La soddisfazione di curare alcuni singoli nel presente può trasformarsi in una condanna per milioni di futuri malati.

In sintesi. Le indicazioni disponibili convergono nel dire che i dosaggi ottenibili con una tisana o con un decotto sono in genere al di sotto di quelli terapeuticamente efficaci. Inoltre, confermano che la modalità di preparazione dell’infuso può essere molto variabile e quindi la somministrazione reale di artemisinina può essere estremamente fluttuante, cosa che facilita l’insorgenza di resistenza del patogeno al farmaco. E’ vero che nella tradizione medica cinese -da cui il recente Nobel è partito- la pratica prevede il decotto, ma l’uso che se ne faceva era come febbrifugo e non necessariamente come antimalarico, peraltro in presenza di altri ingredienti e in un contesto in cui l’aspettativa di sopravvivenza alla malattia era comunque molto più bassa dell’attuale. Soprattutto, ai tempi in cui si è imposta la pratica, non erano disponibili altre forme di somministrazione e preparazione: si faceva con quel che c’era e non si era consapevoli dei problemi connessi all’insorgenza delle resistenze.

Artemisia, Artemisinin, Wirkstoffe, Natur
Artemisia, Artemisinin, Wirkstoffe, Natur

L’unico scenario è quello di usare la molecola pura combinata ad altri farmaci? Attualmente le cosiddette ACTs (Artemisinin Combined Therapies) rappresentano l’unico approccio in grado di assicurare efficacia e tutela verso la resistenza. Determinate tipologie di combinazione superano il 95% di guarigioni e limitano enormemente il rischio di ricadute, per cui è evidente che il bisogno di forme alternative non è legato all’efficacia, bensì ai costi, all’accesso al farmaco nelle zone più povere e ad intenti più ideologici che terapeutici, cosa che ha portato diverse organizzazioni non governative a promuovere l’uso degli infusi e dei decotti nonostante le raccomandazioni contrarie dell’OMS. In questo contesto diversi ricercatori stanno valutando la percorribilità di altre strategie e negli ultimi tre anni sono comparsi alcuni studi preliminari, nei quali è stata testata l’ipotesi di somministrare direttamente una quantità calibrata di Artemisia annua essiccata, ad alto tenore di artemisinina. Il primo vantaggio di questa opzione sarebbe l’eliminazione della variabilità dovuta alla decozione, tramite la messa in commercio di compresse a base di foglie in grado di raggiungere i dosaggi sopracitati. Questo permetterebbe anche di migliorare l’aderenza del paziente alla terapia, limitando il rischio di assunzioni parziali a causa del cattivo sapore del decotto: secondo le stime preliminari circa 30 compresse da un grammo ogni giorno sarebbero sufficienti. Le valutazioni preliminari sono state condotte su animali e hanno evidenziato che questa forma di somministrazione potrebbe permettere di mandare in circolo nell’organismo una quantità di artemisinina superiore a quella raggiungibile con un infuso e anche con l’artemisinina pura, probabilmente grazie a una diversa dinamica di metabolizzazione e di assorbimento. Questa maggiore presenza nell’organismo si è tradotta in una più rapida eliminazione del plasmodio. Si è anche visto che a medio-lungo termine fornire Artemisia annua ricca in artemisinina per via orale permette di abbattere considerevolmente il rischio di recrudescenze rispetto alla terapia con la sola artemisinina non combinata ad altri farmaci, ma solo a patto che il dosaggio nell’erba sia abbastanzo alto. Tutte cose incoraggianti, ma tutto meno che definitive.

C’è sempre un “ma”. Prima di presentare  questi studi come un’alternativa percorribile, come ho già visto fare, occorre mettere in fila i caveat. Questi studi non hanno ancora riguardato l’uomo e i risultati positivi ottenuti sugli animali potrebbero, come spesso avviene, essere ridimensionati quando si passa al piano di sopra. Ad esempio, la specie di plasmodio usata nei test è un modello che nell’uomo fornisce una minore virulenza rispetto a Plasmodium falciparum e Plasmodium vivax. Inoltre, non è stato ancora fatto nessun confronto diretto nell’uomo tra gli ACTs e l’assunzione di queste compresse, cosa che impedisce di valutare compiutamente se e quanto la seconda opzione concorrenziale in termini di efficacia e garanzie a lungo termine. Questo approccio, anche qualora confermasse le premesse, non potrebbe poi prescindere da una produzione delle compresse di stampo farmaceutico, centralizzata e monitorata, pena ricadere nei rischi del sottodosaggio e della variabilità. In altre parole, non si presterebbe ad una somministrazione artigianale non controllata senza ricadere negli inciampi di dosaggio che favoriscono resistenze e recrudescenze. Può sembrare tedioso e complicato dover verificare e valutare un gran numero di variabili quando il tempo corre per milioni di malati di malaria nel mondo, persone spesso con scarsissimo potere contrattuale e ancor meno potere d’acquisto, ma il rischio è di condannare non solo loro, ma anche i futuri malati. E non è una cosa su cui si può scherzare con una vignetta.

  • Elfawal, M., Towler, M., Reich, N., Golenbock, D., Weathers, P., & Rich, S. (2012). Dried Whole Plant Artemisia annua as an Antimalarial Therapy PLoS ONE, 7 (12) DOI: 10.1371/journal.pone.0052746
    Elfawal MA, Towler MJ, Reich NG, Weathers PJ, & Rich SM (2015). Dried whole-plant Artemisia annua slows evolution of malaria drug resistance and overcomes resistance to artemisinin. Proceedings of the National Academy of Sciences of the United States of America, 112 (3), 821-6 PMID: 25561559
    van der Kooy F, & Verpoorte R (2011). The content of artemisinin in the Artemisia annua tea infusion. Planta medica, 77 (15), 1754-6 PMID: 21544776
    Atemnkeng, M., Chimanuka, B., Dejaegher, B., Heyden, Y., & Plaizier-Vercammen, J. (2009). Evaluation of Artemisia annua infusion efficacy for the treatment of malaria in Plasmodium chabaudi chabaudi infected mice Experimental Parasitology, 122 (4), 344-348 DOI: 10.1016/j.exppara.2009.04.004
    Carbonara, T., Pascale, R., Argentieri, M., Papadia, P., Fanizzi, F., Villanova, L., & Avato, P. (2012). Phytochemical analysis of a herbal tea from Artemisia annua L. Journal of Pharmaceutical and Biomedical Analysis, 62, 79-86 DOI: 10.1016/j.jpba.2012.01.015
    Dondorp, A., Fairhurst, R., Slutsker, L., MacArthur, J., M.D., J., Guerin, P., Wellems, T., Ringwald, P., Newman, R., & Plowe, C. (2011). The Threat of Artemisinin-Resistant Malaria New England Journal of Medicine, 365 (12), 1073-1075 DOI: 10.1056/NEJMp1108322
    de Ridder S, van der Kooy F, & Verpoorte R (2008). Artemisia annua as a self-reliant treatment for malaria in developing countries. Journal of ethnopharmacology, 120 (3), 302-14 PMID: 18977424
    Towler MJ, & Weathers PJ (2015). Variations in key artemisinic and other metabolites throughout plant development in Artemisia annua L. for potential therapeutic use. Industrial crops and products, 67, 185-191 PMID: 25729214
    van der Kooy, F., & Sullivan, S. (2013). The complexity of medicinal plants: The traditional Artemisia annua formulation, current status and future perspectives Journal of Ethnopharmacology, 150 (1), 1-13 DOI: 10.1016/j.jep.2013.08.021
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Il fagiolo disinfestatore

ResearchBlogging.orgReynaldo è un tipo simpatico e fa il portiere nello stabile in cui ha sede l’agenzia. Sveglio e intraprendente, arrivato dalle Filippine molto tempo fa, parla ormai un eccellente italiano e si sbatte come un demonio per tenere pulite scale e androni, gestire i contenitori della differenziata, placcare rompiscatole sulla soglia del palazzo. Ogni tanto lo incrocio per le scale armato di secchio e se c’è tempo intavoliamo animate discussioni gesticolanti sul mio lavoro e sulle sventurate piante nella buia grotta dell’androne. Durante uno di questi pianerottoli salottieri, ho scoperto che Reynaldo ha un sogno e qualche idea. “Qui da voi è tutto pulito, avete ambienti igienizzati e la guerra contro insetti e topi si può fare con armi efficaci. Avete la ricchezza per permettervelo e fate profilassi con gli strumenti adatti. Al mio paese in molte città non c’è ricchezza, non ci sono strumenti, non c’è igiene e i topi ballano. Mica solo loro, anche le cimici nei letti, brrr. Pungono! Succhiano sangue!” Grosso problema, mima agitando le mani. “Mi ha detto l’ingegnere del sesto piano, che gira il mondo per lavoro, di aver trovato un po’ ovunque letti pieni di vita indesiderata e non solo nei paesi poveri. Dice che dormire in certe stanze significa farsi il segno della croce e combattere con pulci e cimici che arrivano dal pavimento”. Lo rincalzo mentre si dedica a passare lo straccio: “In effetti, le statistiche recenti indicano una recrudescenza del problema anche nei paesi ricchi, quelli con gli strumenti, l’igiene e la profilassi. Le cimici dei letti sono tornate a farsi vive persino in America, addirittura a New York. Stanno nascoste di giorno ed escono la notte, strisciano puntando direttamente al posto in cui si dorme. Anche loro godono dei molti viaggi che facciamo e della resistenza sviluppata dagli insetti a molti antiparassitari”. Intanto penso al lato oscuro del mio lavoro, in cui le risposte sono sempre in moto, figlie di adattamenti reciproci tra piante, animali e microrganismi, mutazioni a cui ogni tanto anche il mondo della biomimicry si deve adeguare. Reynaldo sorride e strizza lo straccio nel secchio, appendendosi a peso morto al manico con un sospiro “Sa dottore, vorrei tornare a casa mia un giorno e aprire un’azienda che produca qualcosa di ecologico contro le cimici, quelle dei letti. Secondo me è un bell’affare, c’è da fare della grana, l’igiene è il secondo lavoro più vecchio del mondo. Chissà se c’è qualche idea buona nei suoi schedari”. Salito in ufficio ho deciso che per una buona causa l’azienda poteva anche rinunciare a qualche informazione, regalando a Reynaldo una cartella del mio catalogo, quella del fagiolo di Lima.

baby-limaAnche Phaseolus lunatus ha dovuto fare fronte al problema degli insetti che lo vogliono mangiare o anche solo pungere per succchiargli il sangue la linfa, da ben prima che l’uomo passasse dalle amache ai materassi. Altre piante hanno optato per la difesa chimica con sostanze repellenti o hanno chiesto aiuto ai nemici del nemico, nel fagiolo di Lima l’evoluzione ha invece portato in dote una difesa passiva molto efficace per insetti di piccole dimensioni. Le cimici da letto (Cimex lectularius) per nostra buona sorte ne patiscono in modo particolare, evidentemente perché di proporzioni analoghe a qualche avversario ecologico del fagiolo. La strategia, comune a molte altre piante, è quella del reticolo di filo spinato (peraltro prodotto per la prima volta dall’uomo su scala industriale mimando la forma delle spine di un albero, Maclura pomifera) e impiega piccole cellule specializzate dell’epidermide della foglia, con forma variamente appuntita. Sono cave e morte all’interno ma rivestite da una tenace parete esterna di cellulosa, rinforzata da dura lignina. Queste cellule si chiamano tricomi e nel caso di Phaseolus lunatus la loro forma è quella di un uncino ricurvo estremamente acuminato all’estremità. Avete messo anche voi dei vetri rotti sul muro di cinta del giardino? Vi piacerebbe camminare su un pavimento di lamette e chiodi? Mordereste un riccio di mare? Fate volentieri una passeggiata in un cespuglio di rovi spinosi? Ecco, le piante come il fagiolo mandano agli insetti sgraditi lo stesso messaggio deterrente. Gli esempi di varietà in termini di punte, lame, uncini e rasoi nei tricomi vegetali si sprecano: semplici dissuasori appuntiti in gerani, tabacco e Coleus, giungle impenetrabili nelle foglie di verbasco, tricomi aguzzi e rinforzati della Cannabis, che addirittura irrigidisce la base mineralizzandola con carbonato di calcio, corna di cervo del genere Lavandula fino alle affilate picche di Arabidopsis, taglienti come un coltello in ceramica se siete un bruco o un insetto. Tutti ostacoli al movimento, su cui molti insetti vorrebbero applicare ondate di napalm prima di poter muovere con agio le truppe di terra. Un fattore fondamentale perché la cosa funzioni è però la proporzione, la dimensione calibrata tra il deterrente e l’animale da bloccare. Il cespuglio di rovi, ad esempio, è perfetto per respingere un mammifero, ma una lucertola o un topolino lo possono frequentare con agio e senza grossi timori di esserne feriti. Allo stesso modo i tricomi di Phaseolus lunatus sono stati calibrati dalla pressione evolutiva a impigliare e impalare le zampette di insetti grandi come le cimici, e a quanto pare lo fanno con estrema efficienza.

sn-bedbugsRicordo di essermi informato su questo aspetto non commestibile del fagiolo partendo da una frase letta da qualche parte: “la scienza ufficiale deve dialogare coi saperi tradizionali”. Alcuni studiosi di biomimicry in camice d’ordinanza erano infatti partiti da una pratica tradizionale delle aree rurali dei Balcani, dove i contadini più poveri all’inizio del 1900 erano ancora soliti spargere a terra, nella camera da letto, foglie di fagiolo. La mattina raccoglievano le foglie e le bruciavano, dicendo che al loro interno erano rimaste intrappolate le cimici. Qualcuno aveva indagato, settant’anni fa, ipotizzando che l’azione potesse essere dovuta alla presenza di tricomi, ma poi la guerra e i successi degli insetticidi avevano fatto fermare le ricerche. La cosiddetta scienza ufficiale ha poi ripreso quel sapere traducendolo nella possibilità di imitare quella soluzione naturale per risolvere un piccolo, forse non fondamentale ma in alcune circostanze assai fastidioso, problema contemporaneo: la lotta alle cimici dei letti. Armati di microscopio elettronico i ricercatori della scienza ufficiale avevano studiato il rimedio tradizionale appoggiando sulle umili foglie di fagiolo alcune cimici e guardando cosa succedeva. Dopo soli sei movimenti delle zampe, ovvero già dopo un paio di secondi, tutte le bestiole risultavano intrappolate e più si dimenavano per liberarsi e più la loro situazione peggiorava: mezz’ora dopo il primo contatto con la superficie della foglia le cimici non riescono a percorrere più di 3 millimetri, ferendosi seriamente a zampe e addome. Anche deponendo 20 cimici su una singola foglia, nessuna di esse è in grado di uscire dal labirinto-trappola dei tricomi. Insomma, un incubo in cui l’insetto non muore direttamente, ma viene intrappolato per sempre o almeno fino a che un contadino non getta la foglia nel fuoco, confermando l’efficacia della pratica tradizionale e aprendo nuovi scenari per impieghi pratici, come quelli sognati da Reynaldo.

hoja judía 4La difesa del fagiolo è efficace perché i tarsiomeri delle zampe cursorie delle cimici presentano due unghie incurvate, che servono per far presa sulle superfici, per ostacolare le quali la selezione naturale ha progressivamente favorito piante con uncini sempre più calzanti, fino ad arrivare a forme perfettamente proporzionate (10 micrometri di diametro per 100 di lunghezza). Praticamente, delle tagliole su misura. E la tenacia dei materiali con cui i tricomi sono composti è stata oggetto di una altrettanto precisa selezione, tarata con cura sulle forze delle cimici, che difatti non sono in grado di rompere fisicamente il vincolo. Insomma, pensando a Reynaldo, copiare la natura in questo caso permetterebbe di produrre una superficie che l’evoluzione ha già calibrato per contrastare un nemico assolutamente identico al nostro, risparmiando la fatica di progettare un modello e far prove con misure e materiali. Nella cartella che regalerò a Reynaldo non ci sarà solo questa descrizione teorica, ma anche la prima ipotesi pratica di imitazione naturale, da provare a convertire su amplia scala. La foglia infatti può essere usata come un calco, per generare un negativo da riempire con materiali plastici dotati della stessa resistenza meccanica dei tricomi, creando così una superficie in grado di intrappolare le mefitiche cimici e qualsiasi altro insetto con zampe e forza simili. Per ora, le prove dell’uomo non hanno ancora raggiunto lo stesso grado di efficienza delle foglie del fagiolo: siamo pur sempre degli artigiani dilettanti nei confronti della raffinatezza e dell’efficienza naturale. Basterebbe solo, e magari ci penserà Reynaldo, fare l’ultimo passo, ovvero trovare il giusto equilibrio tra densità degli uncini, forma e dimensione per produrre una striscia adesiva da stendere attorno al giaciglio, o lungo i corridoi dei cinema, sulle cui poltrone pare che le cimici si trovino particolarmente comode. Si potrebbe pensare anche a una versione da viaggio per turisti ardimentosi, da far aderire ai piedi del letto quando si dorme in ambienti non proprio specchiati.

Certo, in amore come nell’evoluzione nulla è per sempre e prima o poi un cambiamento nella frequenza genica delle cimici e di altri insetti striscianti favorirà quelle con arti abbastanza lunghi o grossi da non incastrarsi nelle tagliole o permetterà la formazione di “scarpe” di peli cheratinosi efficaci per galleggiare indenni tra le tagliole vegetali. E’ il bello e il brutto del mio lavoro con la biomimicry e con i continui adattamenti tra piante, insetti e microrganismi. Ma, almeno per ora, la soluzione dei tricomi casca a fagiolo anche per noi e magari anche per la startup filippina di Reynaldo.

Szyndler MW, Haynes KF, Potter MF, Corn RM, & Loudon C (2013). Entrapment of bed bugs by leaf trichomes inspires microfabrication of biomimetic surfaces. Journal of the Royal Society, Interface / the Royal Society, 10 (83) PMID: 23576783

Cold case: kava kava, micotossine ed epatotossicità

ResearchBlogging.orgTra i vantaggi di una dieta variata, ma con elevati contenuti di libri gialli e detective-story televisive, c’è l’attenzione per i vuoti investigativi. Sceneggiatori e scrittori sanno bene che esistono due modi per tenere sulla corda il pubblico: coinvolgerlo nell’indagine rivelando il colpevole solo alla fine o svelarne l’identità da subito centrando poi la narrativa sulla caccia e sugli indizi. Lo studio delle due tipologie, una volta che lo schema dell’indagine entra in testa, fa saltare subito agli occhi eventuali lacune o asimmetrie, che come i sassolini di Pollicino portano alla soluzione e insegnano a non trascurare nessuna pista. I casi irrisolti, del resto, non appassionano solo per la scoperta del responsabile, ma anche per la ricerca degli errori degli investigatori. Nella storia che sto per raccontare non si svelano responsabili impuniti e non ci sono scoop di cronaca nera, ma si spiega quanto un’indagine che ha di mezzo piante e uomini possa essere complicata, suggerendo possibili sospetti da non sottovalutare sulle scene di crimini analoghi. I colpevoli dei cold case seguenti sono infatti ancora ignoti a piede libero e potrebbero colpire di nuovo. 

Il crimine e la scena del delitto. Negli ultimi lustri il mondo dell’erboristeria, della fitoterapia e degli integratori alimentari è stato colpito da alcuni importanti fatti di cronaca, che hanno messo sul banco degli imputati droghe vegetali di buon successo commerciale. Cimicifuga racemosa (ora chiamata Actaea racemosa dai botanici) è una pianta nordamericana i cui rizomi trovano uso come blando fitoestrogeno per trattare i sintomi della menopausa. Piper methysticum (kava-kava) viene invece dalla Polinesia e le sue radici vantano una riconosciuta azione nella modulazione dell’umore e nella cura degli stati ansiosi. Nel 1998 sono state segnalate in occidente alcune decine di intossicazioni epatiche legate al consumo di prodotti a base di kava-kava e a seguito di un decesso e di quattro trapianti di fegato, la pianta nel 2002 è stata ritirata dal mercato quasi ovunque. Varie aziende che avevano fondato il loro business su questa materia prima hanno subito drastici cali di reddito e sono state di fatto vittime indirette degli eventi. Nel 2006-2007 è avvenuto un fenomeno analogo, fortunatamente meno drammatico negli esiti, che ha interessato la cimicifuga. Dopo le prime segnalazioni ne sono arrivate altre (capita sempre così: quando il primo alza la mano poi tutti si sentono liberi di fare domande e raccontare la propria storia) e nel tempo sono state registrate ulteriori epatiti più o meno gravi per altri preparati, alcuni formati da singole piante (Pelargonoium sidoides, Chelidonium majus), altri da miscele (come alcuni prodotti Herbalife) altri ancora da ingredienti comuni come il té verde. Tutti i casi di tossicità epatica riguardanti farmaci (vegetali e di sintesi, non c’è differenza) sono peraltro raccolti e descritti nella banca dati LiverTox della National LIbrary of Medicine americana, in cui si spega anche la complessità dei sintomi e delle cause che possono nascondersi dietro la banale definizione di “danno epatico”. La gamma dei sintomi, la gravità dell’intossicazione e anche il lasso di tempo dopo cui questa si manifesta è infatti molto ampia e complica le indagini, dal momento che difficilmente tutto è sempre riconducibile ad una singola causa scatenante.

56367A scanso di equivoci, non si sta parlando di epidemie o di rischi elevati per i consumatori: i numeri delle segnalazioni avverse per la relazione droghe vegetali-danno epatico sono piccoli rispetto al numero di dosi consumate e di pazienti trattati e successivamente si è riscontrato che quasi il 50% dei casi riportati non era in alcun modo imputabile direttamente al prodotto ingerito dagli intossicati. Secondo molti ricercatori le epatiti causate da piante e farmaci costituiscono un fenomeno sovradiagnosticato, eppure un morto e vari trapianti tra i consumatori di kava reclamano attenzione e non vanno trascurati per impedire nuove vittime e attuare il possibile per ridurre rischi futuri ai consumatori. Pertanto, per ambedue le piante citate la giusta reazione iniziale delle autorità ha previsto il blocco preventivo alla vendita e l’avvio di indagini per capire cosa fosse successo. L’obiettivo, duplice, era limitare sul nascere il numero delle potenziali vittime e “arrestare” rapidamente l’eventuale responsabile. Come vedremo le indagini sono state lunghe, per certi versi infruttuose e viziate, a posteriori, da qualche negligenza.

Confronto all’americana, indizi, alibi, prove e scagionamenti. Fin qui la scena del delitto, quella subito circondata nei telefilm da nastri gialli e neri e sagome di gesso sull’asfalto, con dati noti a chi di queste cose si occupa per professione. Le indagini vennero condotte sui soliti sospetti studiando innanzitutto la tossicologia delle piante interessate. Prima però è stata scandagliata la vita privata delle vittime, spesso sfortunatamente in possesso di un quadro sanitario critico con più malattie pregresse e concomitanti, che potevano aver contribuito a scatenare la reazione. Questo ha portato al citato ridimensionamento dei casi (l’epatite fulminante era dovuta ad altre cause) e ad una critica dell’enfasi data al fenomeno, come già ben raccontato da altri. Nel caso della cimicifuga, ad esempio, l’ipotesi attualmente più probabile (ma non certa) è quella di una “comune” reazione idiosincratica di tipo autoimmune, analoga agli shock anafilattici talora causati in soggetti predisposti da vari cibi comuni come frutta a guscio, pesche, mele, peperoncino, crostacei. Un evento non prevenibile se non informando i soggetti che già sanno di soffrire del problema specifico.

Forse però, e non è affatto infrequente, gli imputati vegetali contenevano sostanze tossiche sintetizzate dalle piante stesse e qualche partita di materia prima ne conteneva al punto da scatenare riposte anomale in alcuni soggetti. Tutte le piante interessate, tuttavia, vantano una lunga e consolidata tradizione d’uso popolare e non erano stati registrati in precendenza eventi di questo tipo. Va detto che l’uso popolare delle piante non offre garanzie tossicogiche assolute, soprattutto è fragile per i danni cronici in cui una correlazione causa-effetto non è di immediato riscontro, ma per i fenomeni acuti con sintomi evidenti a breve termine è un informatore abbastanza attendibile. Inoltre, nei trial clinici svolti per dimostrare l’efficacia di kava-kava e dei kavalattoni che contiene, non si erano notati nei pazienti danni epatici di alcun tipo. L’assenza di segnalazioni precedenti per piante molto usate è quindi un indizio a favore dell’imputato. Diceva Agatha Christie che “un indizio è un indizio, due indizi sono una coincidenza, ma tre indizi fanno una wall_of_crime_scene_tape_1600_clr_8537prova, per cui si sono cercati i due mancanti a favore o contro per via chimica e tossicologica. Di Piper methysticum si usano radici e rizomi, anche perché le parti aeree della pianta contengono un alcaloide e un flavonoide (pipermetistina e flavokavaina B) non immacolati per i loro effetti sul fegato. Tuttavia, dai controlli fatti sul mercato e sulla pianta stessa, queste sostanze o non sono mai state trovate in quantità tali da giustificare il fenomeno nocivo, o le prove tossicologiche hanno dato sempre semaforo verde. In tutti i casi citati lo studio della tossicità dei principi attivi isolati, delle droghe grezze e anche degli estratti di Piper methysticum ha quindi portato a concludere che il loro diretto coinvolgimento nei danni al fegato sarebbe da escludere, almeno a dosaggi comunemente usati e anche oltre. Le lunghe investigazioni sui metaboliti secondari non hanno quindi portato a nulla e la distribuzione è stata rapidamente ripristinata per la cimicifuga, mentre per il kava ancora si attende un via libera definitivo che pare possa arrivare a breve anche in Europa, dopo che altre nazioni ne hanno già riammesso l’uso.

56368Scotland Yard brancola nel buio. Per gli investigatori l’uscita di scena dei soliti sospetti e il ritorno a piede libero delle piante incriminate ha creato una certa confusione, ma occorre comunque risolvere la trama. Fino a che il cold case resta aperto, la criminal mind di turno resta libera di agire, e non è bene. L’analisi dettagliata del caso kava-kava aiuta a capire meglio come andarono le indagini, quali furono gli esiti e quali possono essere stati gli errori dei detective. Alcuni investigatori negli ultimi anni hanno quindi messo tutti gli indizi e tutti i reperti del crimine su una lavagna e hanno iniziato ad osservarli, per costruire il profiling dell’assassino così come avviene nelle serie televisive. Le epatiti fulminanti avevano colpito soprattutto in Germania e in Svizzera, in modo abbastanza localizzato e non diffuso, come ci si aspetterebbe da una materia prima distribuita su scala planetaria: se è la pianta in sé a far male, dovrebbe democraticamente colpire ovunque. Anche la zona di produzione della droga è limitata geograficamente, in quanto Piper methysticum per ecologia e tradizione è tipico dell’isola di Vanuatu e delle aree polinesiane circostanti: coltivatori, esportatori e traders sono un numero ristretto. Altre colpe erano state attribuite all’abitudine occidentale di impiegare estratti concentrati, ottenuti con solventi anziché la bevanda acquosa diluita della tradizione polinesiana. Potevano essere presenti residui, potevano essersi concentrati composti strani e imprevisti. Tutte le indagini successive a riguardo non hanno però portato da nessuna parte: alle concentrazioni di normale consumo nessuna effettiva tossicità è stata riscontrata e i diversi estratti si comportavano in modo identico, senza causare danni comparabili a quelli che avevano causato l’apertura dell’indagine. Inoltre, la tossicità riscontrata per il kava non è mai stata riprodotta in laboratorio, neppure su animali, come se si fosse trattato di un evento unico. Insomma, la droga vegetale in sé e le sostanze che il kava produce hanno un alibi che pare di ferro e davanti a un giudice sarebbero assolte per non aver commesso il fatto. Bisogna ripartire da zero: rimettere al lavoro la Unità di Analisi Comportamentale, rifare il profiling, riverificare le azioni del Soggetto Ignoto.

Altri indizi, altre piste, altre supposizioni, altri possibili indagati. Negli ultimi anni qualcuno ha iniziato a suggerire che forse si stava cercando nel posto sbagliato e che i colpevoli potevano essere altri. O meglio, si cercava nel posto giusto (la droga vegetale) ma questa poteva essere solo un agente passivo, un complice inconsapevole con un coinvolgimento al massimo colposo. Molte micotossine, come le famigerate aflatossine e ocratossine su cui sempre si discute in campo alimentare, così come altre tossine prodotte da funghi e muffe, vantano ad esempio sintomi simili a quelli riscontrati nei casi citati, qualora assunte in grosse quantità in un breve tempo. Inoltre, le fasi di post raccolta dei rizomi di Piper methysticum avvengono in paesi caldo-umidi, spesso con scarsa qualità di conservazione e la materia prima non viene estratta e processata in loco ma sopporta lunghi viaggi via mare prima di arrivare nei paesi di consumo. Tutti questi sono fattori predisponenti al rischio di fermentazioni indesiderate ed è possibile che si possano sviluppare micotossine. A partire dal 2002 le indagini sulla presenza di csiqueste ed altre tossine fungine nelle materie prime erboristiche si sono fatte più puntuali, rivelandone la presenza in molti più casi del previsto, incluse le radici di kava. Eppure, se come riportato nello studio, il 100% di erbe e spezie commerciate contiene micotossine, perché non siamo tutti morti? In realtà le quantità effettivamente assunte con spezie e droghe erboristiche sono molto limitate: il rinvenimento di analoghe concentrazioni di micotossine in mais e grano o in pepe e peperoncino ha due significati totalmente diversi in termini di rischio, dato che le quantità poi ingerite non sono assolutamente comparabili. Lo stesso vale per le erbe essiccate come il kava e la cimicifuga: l’esposizione giornaliera in caso di consumo è di fatto limitatissima e difficilmente causa di danni acuti gravi. Inoltre, le micotossine rinvenute sono quasi sempre in quantità abbondantemente al di sotto dei limiti permessi per materie prime come grano, mais e arachidi, ma ciò non esclude che in condizioni precise se ne possano produrre quantità critiche, che difficilmente spariscono dalla filiera. Chi si occupa di farine, cereali e frutta secca lo sa: le micotossine sono pericolose non solo per la loro potenza e per gli effetti cronici, ma anche per la loro quasi indistruttibilità, dato che non si degradano col caldo o col freddo e restano stabili nel tempo. Quando l’evoluzione sviluppa qualcosa lo fa prova di bomba e non conosce obsolescenza programmata. Alcune partite di kava mal conservate e contaminate da micotossine, in altre parole, potrebbero essere sfuggite alle maglie del controllo e aver fatto danni. Inoltre, all’epoca dei casi citati i controlli erano ancora meno capillari di quelli odierni e non si teneva in dovuto conto la presenza trasversale delle micotossine in prodotti di nicchia come i fitoterapici.

Una rosa è una rosa, ma un estratto di rosa no. Mentre le quantità rivenute delle erbe essiccate non è critica, qualora con esse si producano degli estratti la cosa cambia, perché eventuali tossine vengono concentrate sensibilimente nel processo. Così sulla lavagna del detective incaricato del caso è anche annotato che, nel caso del kava, gli estratti tradizionali sono basati su infusi a base di acqua prodotti da radice fresca, mentre sul mercato occidentale sono disponibili estratti concentrati ottenuti da radici conservate, spesso dopo lunghi viaggi. L’estrazione porta a concentrare i principi attivi, ma potrebbe aumentare anche la quantità di eventuali tossine sviluppate da funghi cresciuti durante trasporto e stoccaggio. Sarebbe dunque utile, a questo punto dell’investigazione, cercare di capire se questa ipotesi delle micotossine è supportata da prove indiziali concrete.

man-96869_1280Sherlock Holmes sosteneva che “di solito sono proprio le cose non importanti che offrono il migliore campo di osservazione” e chi ha seguito le indagini di Salvo Montabano conosce l’importanza delle indicazioni del burbero anatomopatologo legale Pasquano sulle indagini del commissario di Vicata. Purtroppo i due ispettori letterari non sono stati tenuti in grande considerazione da medici e tossicologi all’epoca degli eventi e per kava e cimicifuga alcune indicazioni preziose sono state trascurate. A molti anni di distanza la scena del delitto è andata persa, i controlli sui tessuti lesionati non si possono fare in modo più mirato, i prodotti assunti dai malati di allora non ci sono più, le controanalisi non sono possibili e non è quindi dato sapere se le micotossine più comuni o altre più rare hanno svolto il ruolo in genere attribuito al maggiordomo. Anzi, anche per un investigatore da telecomando come il sottoscritto è curioso scoprire che non solo le micotossine ma neppure il contenuto in pipermetistina, in flavokavaina B e in nessun altro comune agente epatotossico è stato mai controllato negli integratori assunti dagli intossicati dell’epoca. Tutte le prove a disposizione sono esclusivamente di tipo medico e riguardano le analisi cliniche fatte sui pazienti e mai su quello che hanno ingerito. Di fatto, tutto l’impianto investigativo su questi casi si basa su ricerche di laboratorio svolte su prodotti e radici di altra origine e non sui reperti ufficiali, con relativa ipertrofia di teorie e illazioni. Naturalmente non tutti sono d’accordo con l’ipotesi investigativa -perchè tale rimane- delle micotossine, che in effetti presenta alcune lacune a sua volta, ma l’errata procedura investigativa iniziale ha precluso ogni chance di verifica, a meno che l’assassino misterioso non torni in azione lasciando ulteriori tracce. Da verificare con cura, stavolta.

Prevenzione sul territorio. In assenza di pistole fumanti, prevenire la reiterazione del crimine, anche quello perpetrato da un ipotetico sospetto, è importante e porta ad istruire un’altra pratica al commissariato. Questo anche perché alcuni sospettano che, oltre al rischio acuto, queste sostanze potrebbero giocare un ruolo nel rischio di tossicità epatica cronica riscontrata in chi consuma certi tipi di integratori alimentari. La normativa europea sul monitoraggio delle micotossine nel settore erboristico esiste, ma ha maglie ancora abbastanza larghe, forse troppo alla luce delle informazioni raccolte nell’ultimo decennio. All’epoca dello scoppio della querelle-kava e fino a pochi mesi fa, essa si limitava ad equiparare queste materie prime agli alimenti e valevano le stesse soglie della frutta secca e del caffé, senza considerare la possibile concentrazione delle tossine a seguito della produzione di estratti. Inoltre, solo l’ocratossina A e le aflatossine totali erano oggetto di controllo. Ad esempio, alcuni campioni di kava analizzati negli ultimi 10 anni hanno fornito dati di ocratossina A pari a circa 20 µg/kg, il doppio del limite valido per gli alimenti, ma va considerato che il loro uso per produrre estratti porterebbe a un drastico aumento di questo valore. Per tutte le altre micotossine la legge europea attualmente non raccomanda nè definisce limiti massimi in erboristeria e per le molte micotossine note e regolamentate su altre derrate alimentari (cerali, frutta secca, ecc) non vige un obbligo di controllo in campo erboristico. I controlli sono fatti a campione in dogana sul materiale importato e la loro attuazione è responsabilità di chi commercia, che giustamente si attiene alle disposizioni di legge. Tuttavia, solo nel 2013 la Farmacopea Europea ha definito limiti specifici per alcuni ingredienti, ad esempio fissando un massimo di 20 µg/kg per la radice di liquirizia e di 80 µg/kg per il suo estratto, ma non è ancora affatto chiaro se questi parametri sono da considerare universali o da definire in futuro droga per droga e, soprattutto alla luce di quanto evidenzato sopra, estratto per estratto. 

In campo erboristico c’è evidentemente una minore pressione dei controlli rispetto a quello alimentare, figlio di consumi meno abbondanti ma anche di una certa reticenza del settore nel far sapere ai consumatori il segreto di Pulcinella della presenza di possibili rischi, che sono invece trasversali e prescindono le segmentazioni di mercato. Attualmente EFSA e la Comunità Europea stanno lavorando per verificare l’effettiva soglia di rischio delle micotossine nelle droghe vegetali, monitorare il mercato europeo e decidere quali altre tossine vadano monitorate e in che prodotti, per cui è possibile che nei prossimi anni si assista ad un aumento delle sostanze normate e delle analisi richieste alle aziende. La risposta del mercato a questo aumento dei controlli e della pressione normativa è in genere un brontolio più o meno sommesso di lamentela per presunti danni d’immagine presso i consumatori. Eppure, sebbene limitato, il rischio di contaminazioni da micotossine esiste e non va trascurato, nè da chi legifera nè da chi controlla e men che meno, direi, da chi si guadagna da vivere operando nel settore. Anche la percentuale dei crimini gravi è bassa in proporzione alla popolazione totale, ma questo non rende affatto inutile cercare i colpevoli e prevenire loro future azioni, a tutela della comunità. Spesso invece l’argomento è polarizzato a difesa dello status quo commerciale e raramente trattato in maniera razionale, come se affermando l’esistenza di un pericolo o dicendo che i controlli sono troppo pochi si minasse un mercato più di quanto non avvenga diffondendo false indicazioni di sicurezza ed efficacia.

Il caso kava è ancora cold. E’ ormai abbastanza chiaro che la colpa degli eventi tossici associati ad alcuni ingredienti erboristici come il kava stia in parte in diagnosi allarmistiche ma anche in parte in lotti di materiale qualità scadente, mal conservati o mal trattati, contenenti al loro interno qualcosa di non prodotto dalla pianta, assai tossico e sfuggito ai controlli doganali e alle verifiche aziendali. Eventi tossicologici analoghi potranno purtroppo ripetersi in futuro sugli stessi o su altri ingredienti erboristici e se chi indagherà presterà maggiore attenzione alle micotossine e soprattutto agli indizi oggettivi raccolti sulla scena, forse si potranno riaprire i cold case precedenti. Se le indagini iniziali in merito fossero state più rapide e gli investigatori avessero avuto da subito un’idea chiara dei responsabili, si sarebbero potute mettere in atto rapide soluzioni e la pianta sarebbe potuta tornare in commercio prima, limitando i danni per le aziende coinvolte. Tra l’altro, nel caso delle tossicità epatiche come quelle descritte, una eventuale conferma del rischio derivato dalle micotossine presenterebbe agli operatori commerciali un problema prevenibile con una più attenta gestione delle materie prime. Con l’esclusione di chi lavora solo per profitto immediato senza curarsi delle responsabilità verso i consumatori, un’indagine ben fatta ed una serie di controlli più stringente avrebbe aiutato tutti, chi vende e chi compra, e anche implicando la perdita di una mai posseduta verginità tossicologica delle piante, avrebbe permesso di costruire business più stabili e consumi più certi nel tempo.

Teschke R, Qiu SX, & Lebot V (2011). Herbal hepatotoxicity by kava: update on pipermethystine, flavokavain B, and mould hepatotoxins as primarily assumed culprits. Digestive and liver disease., 43 (9), 676-81 PMID: 21377431

Rowe A, & Ramzan I (2012). Are mould hepatotoxins responsible for kava hepatotoxicity? Phytotherapy research : PTR, 26 (11), 1768-70 PMID: 22319018

Teschke R, Sarris J, & Lebot V (2013). Contaminant hepatotoxins as culprits for kava hepatotoxicity–fact or fiction? Phytotherapy research : PTR, 27 (3), 472-4 PMID: 22585547

Trucksess, M., & Scott, P. (2008). Mycotoxins in botanicals and dried fruits: A review Food Additives & Contaminants: Part A, 25 (2), 181-192 DOI: 10.1080/02652030701567459

Navarro, V., & Seeff, L. (2013). Liver Injury Induced by Herbal Complementary and Alternative Medicine Clinics in Liver Disease, 17 (4), 715-735 DOI: 10.1016/j.cld.2013.07.006

La verità, vi prego, sul raspberry ketone

ResearchBlogging.orgUno slogan nato in tutt’altro contesto ma ben diffuso, come ogni sintesi che coglie nel segno, recita: “Dont’ believe the hype”, non credere alla moda, alle montature, non farti fregare. Chi lo cantava teneva una sveglia al collo, forse per sottolineare il messaggio. In un contesto dominato dagli aspetti di marketing come quello della salute e del benessere, lo stesso mantra dovrebbe essere tenuto sempre ben presente da consumatori e operatori professionali. Consuetudine infatti vuole che i nuovi ingredienti salutistici siano presentati con toni enfatici, che esagerano la realtà dei benefici facendo leva su vocabolari mirati più a distogliere l’attenzione che a far capire. Ad esempio, pur con un background di evidenze scientifiche interessanti per alcune precise applicazioni e non scarno come quello di altre piante anche più vendute, Rhodiola rosea (altra pianta che ha da poco cambiato nome, ora dovremmo chiamarla Sedum roseum) non è esente da descrizioni e iperboli che ne esagerano le potenzialità, mirate a colpire l’aspetto su cui siamo tutti più deboli: quello emotivo.

Come si coltiva un mito. Per esempio, questa pianta è descritta come capace di apportare “straordinari benefici per lungo tempo considerati segreto militare sovietico”, ma al tempo stesso “il suo impiego ha una storia leggendaria: antiche popolazioni siberiane ne tramandavano l’uso di generazione in generazione” e “medici mongoli prescrivevano l’estratto di Rhodiola per il trattamento della tubercolosi e del cancro” al punto che “gli imperatori cinesi hanno organizzato numerose spedizioni in Siberia orientale con il compito di reperire i luoghi in cui tale pianta cresceva spontaneamente poiché le popolazioni locali custodivano gelosamente il segreto”. Nella generazione del mito associato a una droga vegetale gli elementi esotici, arcani, lontani nel tempo, mai quantificabili e legati ai presunti aspetti positivi (e impossibili da verificare) sono spesso amplificati. Così come i riferimenti contraddittori, tra ipotetici segreti occultati alla gente comune e tuttavia al tempo stesso base di saperi millenari tramandati oralmente, che lasciano intuire poteri ai confini del magico anche su malattie (il cancro) che in passato non erano codificate dal punto di vista terapeutico. Un’altra strategia della comunicazione meno corretta è invece di segno completamente opposto: l’uso insistente, ma privo di spiegazioni adeguate, del linguaggio medico-farmacologico e dei tecnicismi del suo gergo. E così, per esempio, la rodiola viene descritta al consumatore come capace di aumentare “i livelli di adenosintrifosfato – ATP – e di creatinfosfato – CP – nel tessuto muscolare striato, aumenta i livelli plasmatici di betaendorfine, mentre a livello del SNC inibisce la COMT, con una possibile attività antidepressiva”, una delle molte espressioni che possono dire tutto e nulla circa la validazione scientifica di una droga vegetale. Come la storia del Cargo Cult insegna, questo metodo gioca con la percezione “magica” che l’uomo moderno più acritico conferisce a tutto ciò che è scienza o tecnologia. Tutto questo, in letteratura e nel marketing, va a finire sotto al nome di mitopoiesi, che non è altro che la versione culturalmente alta dell’hype. E se questo accade per una pianta come la rhodiola, per la quale abbiamo a disposizione diversi plichi di evidenze scientifiche, figuriamoci cosa avviene per molecole ed estratti per i quali gli studi si contano sulle dita di una mano.

raspberry in zoomIl lampone dimagrante. Questo preambolo per arrivare al nostro hype e per capire come leggere tra le pieghe del mito. Da circa cinque anni è proposto sul mercato, soprattutto online e con un marketing estremamente aggressivo, un agente dimagrante a base di una sostanza chiamata “raspberry ketone” o “chetone di lampone”. Viene presentato alternativamente come una miscela di chetoni non ben precisata, come un estratto concentrato di lampone o come una miscela di enzimi. Viene venduto in compresse che lo contengono da solo o in miscela con altri 4-5 composti o estratti vegetali. Già la grossa confusione mediatica sulla sua composizione chimica dovrebbe mettere in guardia i consumatori: chi non ha una faccia precisa e un recapito certo raramente è affidabile e se un principio attivo è mescolato ad altri composti in dosaggi sempre diversi, significa che la sua capacità è limitata. La molecola è indicata come capace di “bruciare i grassi e gli zuccheri”, di “accelerare il metabolismo” e di “operare un effetto termogenico sui grassi stoccati, con effetti anti-obesità“. Seguono foto di prammatica con silhouette prima/dopo il trattamento.

La fonte vegetale non viene risparmiata nella presentazione del prodotto, descritto come derivato dal lampone e quindi implicitamente naturale, nell’accezione naif cui sempre si ricorre in questi casi. I frutti del lampone abbondano su brochure e confezioni, a suggerire che si tratti di un diretto derivato vegetale. Quel che conta però è il contenuto e non la copertina e in effetti il raspberry ketone (il cui nome chimico corretto sarebbe  4-(p-idrossifenil) butan-2-one) è presente nei frutti del lampone, nei quali costituisce uno dei componenti dell’aroma a maturità. Tuttavia, le quantità disponibili nel frutto sono del tutto irrisorie ai fini nutrizionali e farmacologici. L’uso del lampone non solo come fonte estrattiva ma anche come contributo alla dieta non può neppure essere preso in considerazione: per ottenere i 100 mg delle dosi vendute del composto servirebbe ingerire ogni giorno circa 40 kg di frutti (di cui circa 4 sarebbero zuccheri). Per le versioni d’urto, che arrivano a 1000mg, fate voi i calcoli. Malgrado si incontri spesso la dicitura “estratto puro di lampone”, il raspberry ketone inserito negli integratori alimentari non è estratto da frutti bensì ottenuto totalmente per via sintetica o a massimo per biotrasformazione usando microrganismi o sistemi biocatalitici, nè più ne meno che un qualunque altro farmaco “di sintesi”1-s2.0-S0024320505001281-gr1

Quanto pesa la storia? Un ulteriore elemento da considerare nella valutazione di questi prodotti è la loro storia. La presenza di una pianta nella tradizione medica passata non è affatto una garanzia di efficacia certa, ma la sua completa assenza è per certo segnale di forti lacune nel suo studio, con tutti i peccati e i limiti degli eccessi di gioventù. Nel caso di Rhodiola rosea citato in precedenza, l’uso tradizionale ne ha determinato l’interesse di decine di ricercatori per diversi decenni e l’insieme di dati a disposizione del mondo medico è ampio. Lo stesso uso tradizionale ha permesso di avere un’idea dei possibili dosaggi, delle quantità che si possono assumere senza effetti collaterali e così via. C’è carne con cui fare l’arrosto per decidere se la ricetta è buona e degna per gli ospiti, insomma. Nel caso del raspberry ketone invece è tutto il contrario: questo è apparso sulla scena scientifica come possibile agente termogenico solo nel 2004 e dopo pochi mesi è passato direttamente -e senza passare dal via- alle ribalte televisive e al pressante tam-tam commerciale.

Le parole sono importanti, ma anche le molecole. Il razionale di impiego di questo composto è spesso presentato per traslazione, usando una specie di sillogismo secondo il quale chimica, fisiologia e farmacologia dovrebbero dipendere dalla proprietà transitiva. Il raspberry ketone vanta una struttura molecolare simile a quella della sinefrina, uno pseudoalcaloide presente nelle arance amare e dotato di una leggera azione anoressizzante. L’uso dimagrante della sinefrina a sua volta deriva da quello dell’efedrina, un composto anch’esso simile strutturalmente e per certo altamente snellente, ma anche in grado di causare gravi danni alla salute ai medesimi dosaggi, come le anfetamine che a sua volta richiama. Senza scendere nei tecnicismi legati alla sostituzione di un azoto con un ossigeno e alla scomparsa di un ossidrile, la semplice similitudine strutturale non implica infatti il possesso delle stesse proprietà (sia nel bene che nel male): esistono zuccheri con strutture molecolari praticamente identiche eppure dotati di sapore assai diverso (amaro o dolce) e piccolissime modifiche possono rendere una molecola benefica o terribilmente tossica. La logica secondo la quale il raspberry ketone sarebbe efficace in quanto simile alla sinefrina è sbagliata: le somiglianze strutturali possono essere indizi da cui partire con ipotesi sperimentali e non giustificazioni di efficacia, per le quali sono necessarie evidenze dirette e specifiche. Per dire se il 4-(p-idrossifenil) butan-2-one è dimagrante occorrono studi mirati in condizioni controllate e monitorate, possibilmente sull’uomo e possibilmente in soggetti in leggero sovrappeso.

0007524100E-565x849Le molecole sono importanti, ma anche i numeri. Per quantificare, mentre nel solo 2013 Rhodiola rosea è stata oggetto di 563 ricerche destinate a valutare i suoi effetti sulla salute di uomini o animali, il raspberry ketone può vantare sulle sue proprietà solamente 5 lavori in tutto dal 2005 ad oggi, usati ripetutamente verso i consumatori come prova della sua efficacia.

Esiste uno studio in cui questa molecola è stata somministrata ad esseri umani, ma non aiuta a capire: ai pazienti è stata somministrata una miscela di 6 tra sostanze e piante in polvere e non è possibile dedurre il contributo effettivo del raspberry ketone agli effetti riscontrati. Al massimo si può dire se il prodotto nella sua interezza ha o meno qualche effetto. Altri due studi hanno utilizzato sistemi in vitro, ovvero con somministrazione del raspberry ketone a diverse concentrazioni arbitrarie in cellule isolate e la misurazione di alcuni parametri biochimici legati all’accumulo di grasso. L’uso della parola “arbitrario” va spiegato, perché è la chiave per capire i limiti di tutti gli studi di questo tipo: l’obiettivo dei ricercatori è verificare a quali dosi si registra un’attività certa, ma questo avviene a prescindere dalla coerenza con la fisiologia umana, per la quale le quantità usate potrebbero essere assolutamente inverosimili. Nel caso specifico -ma il ragionamento vale per quasi tutti gli studi in vitro– non abbiamo la più pallida idea di quale sia la concenrazione di raspberry ketone nel sangue umano dopo la somministrazione di qualsivoglia dosaggio. Non lo sappiamo perché nessuno ha mai fatto neppure una prova. Tentando un’approssimazione generosa in base a dati su molecole simili, la concentrazione usata in questi studii è almeno 100 volte più elevata di quella probabile. Non sappiamo nè se è raggiungibile nell’uomo nè, qualora lo fosse, se comporta effetti collaterali. Non sappiamo neppure come venga metabolizzato il chetone di lampone nell’uomo nè se può avere un effetto tossico di qualche tipo a breve o a lungo termine, perché nessuno l’ha mai studiato e nessun dato ci può venire in aiuto dall’uso tradizionale. Senza nessuna valutazione pregressa di tipo storico e di tipo contemporaneo, questo composto è venduto come integratore alimentare per il semplice motivo che se ne conosce la presenza in tracce nel frutto del lampone e in qualche altra bacca rossa.

Il lavoro più spesso citato a supporto consiste in uno studio su animali nutriti con una dieta fissa basata sul 40% di grasso bovino (che non riproduce certo la realtà di una dieta normale) e addizionata con quantità di 1- 2% di raspberry ketone. Considerando che una dieta normale nell’uomo prevede l’ingestione giornaliera di circa 1,2 kg di cibo solido e facendo leva sui parametri allometrici che consentono di convertire i parametri dal topo all’uomo, un uomo adulto di 70 kg di peso dovrebbe teoricamente ingerire almeno 36 grammi di questa sostanza purificata al dì per 10 settimane (con una dieta costituita da almeno 300 g di grasso animale) per riprodurre le medesime condizioni sperimentali. L’obiettivo dei ricercatori che hanno condotto questo studio era verificare quali dosi di chetone di lampone fornivano un risultato evidente, per cui hanno scelto una situazione estrema per dieta e dosi, senza valutarne l’equivalenza nell’uomo. Sempre perché i numeri hanno un peso e dato che questo peso è da valutare in un contesto, ho fatto altri due conti osservando i risultati ottenuti e il costo del raspberry ketone sul internet. I topi, innanzitutto, non sono dimagriti durante il trattamento e non hanno mantenuto il peso, ma sono solo ingrassati di meno. Dopo 10 settimane di cura quelli che hanno seguito la dieta all’ingrasso addizionata di chetone di lampone pesavano 50g, mentre quelli che non l’hanno assunto ne pesavano 55. I topolini con una dieta normale pesavano 45 g. Sempre ammettendo i limiti della conversione animale-uomo e azzardando un paradosso, i 36 grammi al giorno di chetone di lampone (dosaggio per il quale non sappiamo assolutamente nulla in termini di effetti tossici) potrebbero permettere un mancato aumento di peso del 10% circa. Ho visto online prezzi sui 30 euro al grammo, farebbero 1000 euro al giorno. Un ultimo lavoro ha usato i medesimi dosaggi e una dieta meno aggressiva, per monitorare gli effetti a difesa del fegato. Valgono le stesse considerazioni.

In altre parole, come concluso da chi ha riassunto le poche ricerche effettivamente fatte su questa sostanza in tema di salute e dimagrimento, non sono disponibili informazioni attendibili sull’efficacia del raspberry ketone nell’uomo e gli studi fatti sugli animali, pur dando qualche indicazione vagamente promettente, non rispecchiano situazioni realistiche. Chi cantava don’t believe the hype teneva una sveglia al collo, l’ho già scritto?

Lopez HL, Ziegenfuss TN, Hofheins JE, Habowski SM, Arent SM, Weir JP, & Ferrando AA (2013). Eight weeks of supplementation with a multi-ingredient weight loss product enhances body composition, reduces hip and waist girth, and increases energy levels in overweight men and women. Journal of the International Society of Sports Nutrition, 10 (1) PMID: 23601452

Ulbricht, C., Catapang, M., Conquer, J., Costa, D., Culwell, S., D’Auria, D., Isaac, R., Le, C., Marini, E., Miller, A., Mintzer, M., Nguyen, M., & Salesses, K. (2013). Raspberry Ketone: An Evidence-Based Systematic Review by the Natural Standard Research Collaboration Alternative and Complementary Therapies, 19 (2), 98-100 DOI: 10.1089/act.2013.19201

Morimoto, C., Satoh, Y., Hara, M., Inoue, S., Tsujita, T., & Okuda, H. (2005). Anti-obese action of raspberry ketone Life Sciences, 77 (2), 194-204 DOI: 10.1016/j.lfs.2004.12.029

Park KS (2010). Raspberry ketone increases both lipolysis and fatty acid oxidation in 3T3-L1 adipocytes. Planta medica, 76 (15), 1654-8 PMID: 20425690

Wang, L., Meng, X., & Zhang, F. (2012). Raspberry Ketone Protects Rats Fed High-Fat Diets Against Nonalcoholic Steatohepatitis Journal of Medicinal Food, 15 (5), 495-503 DOI: 10.1089/jmf.2011.1717

Dati etnomedici, bioprospezioni e drug discovery: a pesca di molecole

Per trovare nuove molecole con cui arrichire il nostro arsenale farmaceutico abbiamo  -a grandi linee- due strade: fare da soli sintentizzando ex novo di molecole “artificiali”, oppure ispirarci alla natura facendo indagini chiamate bioprospezioni. Questa seconda via di drug-discovery, che come scritto non è affatto in disuso, può essere condotta in modalità random (provo tutte le piante che trovo, a caso, su tutte le malattie che conosco) oppure seguendo un sentiero magari incerto ma almeno sommariamente tracciato. Ovvero, valuto solo le piante che le medicine popolari di ogni angolo del pianeta hanno selezionato nel corso del tempo e cerco in quei cataloghi le molecole che mi interessano. La scelta dell’approccio più vantaggioso non è ancora ben chiara, soprattutto perché intervengono fattori economici che rendono difficile definire il miglior rapporto costo-risultato e perché i saperi etnomedici non sono sempre affidabili. Su questo tema all’inizio di settembre è uscito un interessante articolo su PNAS, intitolato “Phylogenies reveal predictive power of traditional medicine in bioprospecting” ovvero, detto a pane e salame, “lo studio della parentela tra piante conferma che il ricorso al sapere etnomedico aumenta la probabilità di fare centro nelle bioprospezioni“.
I contenuti. Immaginando che sarebbe stato ripreso e commentato a più riprese, ho fatto quello che un ricercatore può (e deve) fare: mi sono preso il tempo necessario a digerirlo, ho annotato qualche divagazione nata nel frattempo ed ho provato ad inserire il tutto nel contesto di altre pubblicazioni simili. Già altri hanno spiegato a grandi linee il contenuto dell’articolo. In estrema sintesi e per il lettore refrattario ai link, gli autori hanno operato come segue: hanno preso le flore di 3 zone culturalmente, botanicamente e geograficamente distinte: Nepal, Nuova Zelanda e punta meridionale del Sudafrica. Le hanno incrociate con le informazioni etnobotaniche disponibili per quelle stesse aree, suddivise per patologie e per sistematica. Poi hanno incrociato quanto ottenuto con un albero filogenetico costruito ad hoc per le piante di ogni nazione, ovvero hanno analizzato il DNA di 20.000 piante e ricostruito la loro distanza reciproca su base genetico-evolutiva. Infine, hanno preso un elenco di piante presenti nelle tre flore per le quali esistono evidenze scientifiche di efficacia e lo hanno sovrapposto ai precedenti incroci. Se fosse un gioco di insiemistica potremmo dire che sono andati a vedere se le aree di sovrapposizione tra diversi insiemi erano buoni bacini di pesca per molecole farmacologicamente attive.
La logica. Pescare in un laghetto pieno di pesci rende più facile portare a casa la cena rispetto a buttare l’amo nell’oceano: la densità dei possibili risultati è nettamente maggiore. Pescare una molecola attiva nel mare magnum della flora del pianeta è peggio che pescare col galleggiante nell’Oceano Pacifico e difatti, ad esempio, attualmente abbiamo scandagliato a dovere solo il 20% della flora planetaria (e solo l’1% di quella tropicale, dove i dati etnomedici sono ancora “puri”). Sulla carta affidarsi al sapere tradizionale può permettere di restringere il bacino di pesca, ma questo sinora non ha fornito i risultati sperati: se (e sottolineo se) l’obiettivo è quello di trovare molecole attive, il bacino resta troppo ampio in quanto circa un quarto delle piante del pianeta è citata in almeno un repertorio etnobotanico con fini terapeutici. Inoltre, i cataloghi etnobotanici includono un gran numero di piante in realtà non attive o attive solo in combinazione con altre. Per capire se l’etnobotanica può essere di aiuto alla bioprospezione occorre dunque tenere in conto alcuni fattori. L’indipendenza della scoperta, ad esempio, è un buon indicatore. Se molte persone che non hanno contatti (né culturali né geografici) tra loro giungono la stessa soluzione per un problema analogo, significa che hanno ritenuto la soluzione valida. Da qui, la scelta delle tre aree geografiche distinte e culturalmente separate. Se poi questa soluzione è una pianta e se questa pianta cresce solo in una delle tre zone ma ha dei parenti stretti nelle altre, allora l’indicatore si rinforza ulteriormente. Da qui, la scelta di tre flore con poche specie in comune. Inoltre, se partendo dai parenti già scelti come soluzione potessimo risalire ai loro cugini di secondo e terzo grado, sarebbe ancora meglio in quanto potremmo prendere in considerazione anche piante che per la loro scarsa diffusione non sono finite nelle liste etnobotaniche. Ergo, se siamo in cerca di una soluzione ci conviene cercare all’interno di questi gruppi di “parenti” piuttosto che pescare a caso nella speranza di vincere la lotteria. Da qui però le cose si complicano, perché definire i gradi di parentela nelle piante è complicato. Soprattutto, è difficile definire la distanza reale tra specie e generi diversi. La botanica sistematica classica infatti ha definito gli “alberi genealogici” di relazione evolutiva tra le specie ma ci restituisce solo indicazioni binarie e non qualitative circa la reale distanza tra una specie e l’altra. O in parole molto semplici, mette specie e generi vicini alle stessa distanza tra loro, cosa che non corrisponde alla realtà naturale e non ci dice quali siano le reali reciproche differenze tra due specie vicine: due piante vicine per la sistematica possono essere molto distanti per l’evoluzione e viceversa. Per questo motivo gli autori dell’articolo hanno avuto bisogno di raccogliere, analizzare ed organizzare la “distanza genetica” tra ventimila specie botaniche: hanno ricostruito le relazioni parentali tra le specie e le hanno messe alla giusta, reale, distanza tra loro. E spesso, questa maggiore vicinanza implica una paragonabile quantità e diversità nella produzione di metaboliti secondari. In questo modo, se gli insiemi si sovrappongono, si avranno molte più probabilità di capire quale sia il gruppo di “parenti” da investigare per trovare potenziali farmaci.
I risultati. L’incrocio dei dati etnobotanici e filogenetico-evolutivi nelle tre zone ha permesso di individuare alcuni gruppi particolarmente interessanti, scoperti in modo indipendente dalle tre culture. Ad esempio, le piante medicinali scelte per trattare alcune specifiche patologie sono molto vicine tra loro nell’albero filogenetico, a prescindere dall’area geografica in cui sono state individuate e contengono molte più piante già oggetto di indagini farmacologiche rispetto ad altre porzioni di flora prese a caso. In pratica, pescare una pianta  in questi laghetti offre il 133% di probabilità in più di portare a casa molecole biologicamente attive rispetto a buttare l’amo a caso nell’oceano della flora.
Le interpretazioni. Leggendo i commenti ed anche certi lanci di stampa, alcuni non hanno ben capito né l’obiettivo né i risultati di questa ricerca. Ad esempio, gli autori non intendevano scoprire quali rimedi naturali fossero efficaci e quali no e non hanno prodotto evidenze circa i vantaggi terapeutici delle medicine tradizionali: hanno invece dimostrato che la probabilità di trovare nuove molecole da usare come farmaci è più elevata se cerchiamo all’intersezione tra sapere etnobotanico ed evoluzione. Ossia, indicano dove andare a fare bioprospezione senza sprecare troppi soldi, non suggeriscono che le medicine tradizionali siano migliori o peggiori di altre nel curare malattie. A costo di risultare antipatici va inoltre ricordato che la percezione della validità non implica necessariamente la sua oggettiva efficacia: l’etnomedicina usa l’uomo come strumento di misura della malattia e del benessere ed in alcuni casi l’uomo è uno strumento fallace, ingannato dalle sue stesse sensazioni. L’esistenza di scoperte indipendenti può non implicare automaticamente la loro efficacia ma, al contrario, può limitarsi a confermare che il criterio di percezione dell’efficacia è il medesimo.
Il contesto. Ovviamente questo lavoro non giunge dal nulla. Da anni molti ricercatori sono a caccia di filtri che permettano di selezionare gruppi ristretti di piante su cui concentrare tempo e risorse, al punto che l’etnobotanica non è più solo una disciplina romantica di catalogazione e descrizione svolta sul campo con interviste ed elenchi di piante e malattie associate, bensì un settore che fa ampio uso di dati quantitativi basati su modelli matematici e statistici. Studi di questo tipo, sebbene assai meno potenti nei numeri e nei mezzi, avevano già quantificato i vantaggi derivanti dall’incrocio di diverse farmacopee tradizionali, sottolineando come i risultati non siano sempre positivi in termini generali ma vadano considerati patologia per patologia. Ad esempio, incrociando il sapere etnomedico di popolazioni tra loro completamente separate come quelle del Mali e del Perù il vantaggio (leggResearchBlogging.orgasi: il laghetto in cui conviene pescare) emerge solo per il trattamento delle parassitosi. Altre indagini hanno dimostrato che la scelta delle piante appartenenti ad una farmacopea tradizionale non è casuale ma basata su criteri oggettivi, razionalmente legati alla presenza (inconsapevole in chi opera la scelta) di molecole bioattive. Gli stessi autori avevano già pubblicato alcune indagini simili ed avevano evidenziato la validità del loro modello in più piccola scala, andando ad individuare quali specie dell’intero genere Pterocarpus siano le migliori candidate ai fini di bioprospezione. La vera novità apportata in questo caso è rappresentata dalla distanza genetica come fattore discriminante su un’enorme scala, che permette di includere tra i pesci da pescare anche piante endemiche rare o perse per strada dai saperi tradizionali. L’obiettivo a medio-lungo termine è quello di costruire dei modelli predittivi, che permettano di individuare le zone più pescose di nuovi potenziali farmaci nel mare di una flora incognita, ricca di endemismi e di piante che non sono rientrate sotto la lente d’ingrandimento dell’etnobotanica.

Saslis-Lagoudakis CH, Savolainen V, Williamson EM, Forest F, Wagstaff SJ, Baral SR, Watson MF, Pendry CA, & Hawkins JA (2012). Phylogenies reveal predictive power of traditional medicine in bioprospecting. Proceedings of the National Academy of Sciences of the United States of America PMID: 22984175

Ma dove sei finito?

Come mai tutto questo silenzio? La risposta è qui. In autunno con colleghi di altre università ho ottenuto un finanziamento ministeriale per lo studio di cinque droghe vegetali usate nella medicina ayurvedica (Hemidesmus indicus R.Br. (Ranunculaceae; radici), Azadirachta indica A. (Meliaceae; foglie), Boerhavia diffusa L. (Nictaginaceae; radici),  Convolvulus  pluricaulis  Choisy  (Convolvulaceae;  pianta intera), Curculigo orchioides Gaertn. (Amarillidaceae/Hypoxydaceae; radici tuberizzate) e l’inizio delle attività ha causato un aumento frenetico degli impegni e delle cose da seguire. Una è stata la realizzazione del sito di cui sopra, che oltre a fungere da copertina per il progetto avrà il compito di raccontare in corso d’opera le attività di laboratorio, spiegando i diversi passaggi, i metodi scelti e fornendo piccoli approfondimenti sugli argomenti che orbitano attorno ad un progetto di ricerca su piante d’uso etnomedico. Le pagine sono ancora imbastite, sicuramente piene di refusi e di limatura di ferro ma col tempo si lisceranno le sbavature, si completeranno le informazioni descrittive e cresceranno i post da “ricerca in diretta”. Intanto però si parte.

Etnobotanici illustri

L’etnobotanica, ovvero lo studio dei mille usi delle piante da parte dell’uomo ha vissuto epoche avventurose e floride durante il Novecento, quando il fascino delle esplorazioni ha potuto coniugarsi con l’immaginario amplificato della divulgazione mediatica e con la compenetrazione tra l’approcio umanistico e quello scientifico. Richard Evans Schultes è stato probabilmente uno dei più famosi etnobotanici di sempre, grazie al suo spirito da esploratore ed all’appeal della sua specialità -le piante allucinogene- che si addentellava alla perfezione con molte realtà culturali e sociali del suo tempo. La sua importanza fu figlia di un cocktail elaborato e ben calibrato: una parte di scienziato (suoi i primi lavori su peyote, yajé, ebéna e curaro negli anni ’40, sua la scoperta e classificazione di un enorme numero di specie botaniche tra cui oltre 2000 di uso medicinale), parti uguali di Colonnello Kurtz, Indiana Jones, Fitzcarraldo e Castaneda (sparì in fuga solitaria per 12 anni tra Venezuela e Brasile, vivendo presso le popolazioni amazzoniche e sperimentando le loro pratiche enteogene basate sull’uso di piante), una parte di comunicatore di successo (The Plants of the Gods: Their Sacred, Healing, and Hallucinogenic Powers è tutt’ora in stampa ad oltre 30 anni dalla prima edizione), una parte chioccia (fondatore ed editore della rivista Economic Botany per lunghi decenni)  ed una parte  Cartier-Bresson (con la sua Rolleiflex ha perpetuato viaggi, esperienze e culture ed una selezione delle sue foto è raccolta in questo bel libro, giustamente segnalato anche dalla guida Lonely Planet del Brasile).

L’epopea di questo protagonista poliedrico della relazione tra uomini e piante è stata poi raccontata in un recente documentario di History Channel, disponibile in versione integrale in lingua spagnola su Youtube.

Ora, a dieci anni dalla sua scomparsa è stato reso di pubblico dominio il corpus integrale delle sue pubblicazioni, una risorsa fondamentale per chi volesse cimentarsi in una tesi interdisciplinare sulla sua figura. Per tutti gli altri, il contributo migliore per comprendere il personaggio ed il suo ruolo nel definire il baricentro di una disciplina ibrida per definizione è questo bel reportage del New Yorker del 1992.

Farmaci a mandorla

Poco prima di partire alla volta delle ospitali terre del Senegambia, ho fornito a Sylvie Coyaud un parere sullo stato attuale della ricerca etnofarmacologica in Cina. In particolare servivano informazioni utili a motivare il ricco sbarco di aziende farmaceutiche in suolo cinese, finalizzato allo studio delle piante della complicata farmacopea di quel paese. La fusione tra medicina tradizionale cinese e chimica combinatoriale sembra difatti essere una frontiera su cui aziende occidentali e governo cinese investono di comune accordo, per spostare il baricentro dei nuovi farmaci verso oriente.

Ne è venuto fuori un articolo apparso ora su Ventiquattro, il magazine mensile de Il Sole 24 Ore in edicola in questi giorni, in cui si toccano i temi della drug discovery a partire da dati etnomedici, dei problemi connessi alla qualità delle droghe vegetali per aziende e consumatori, della validazione della medicina tradizionale cinese e della sua redditività in termini terapeutici ed economici. Tutte cose che si ritrovano sparse in forma più dettagliata su questo blog, ma che saltate sulla padella di un bravo cuoco prendono tutt’altra efficienza comunicativa. Anche vedere questi temi su quel mezzo di comunicazione non dispiace affatto. Al veicolo cartaceo manca però la possibilità di approfondire direttamente le citazioni ed i rimandi (purtroppo l’articolo non è presente nella versione online della rivista), esigenza per la quale è possibile ovviare qui, seppure parzialmente. Il numero speciale della rivista Planta Medica dedicato alla Medicina Tradizionale Cinese ad esempio è questo mentre qui è disponibile l’indice del suo omologo presso Combinatorial Chemistry and High Throughput Screening. Sfortunatamente entrambi sono dietro paywall.