Oliver Sacks e la narrativa per giovani esploratori

9781426201608_p0_v1_s260x420Un buon libro di narrativa può favorire lo sviluppo di varie forme di crescita, come la conoscenza di nuove parole, la consapevolezza del reale e della sensibilità estetica, la creazione di collegamenti informali tra materie diverse, o almeno così dice chi ne sa.  L’operazione potrebbe anche includere aspetti scientifici, naturalistici e tecnici, non esclusivamente lessicali, antologici o umanistici, aggiungerei. Quando l’età lo permetteva, adoravo l’ora di narrativa e il suo angolo libero alle esplorazioni fantastiche dal testo, a giocare nella mente con le briglie sciolte, trovando e usando elementi non chiusi in grammatiche precotte. Il viaggio, la scoperta e la riflessione venivano più facili, partendo da un racconto coi binari sghembi e componibili a piacere. Forse sono stato fortunato, altri non raccontano esperienze simili. Però, quando ho messo gli occhi su questo libricino di Oliver Sacks in cui c’è questo vecchietto scienziato curioso che se ne va con gli amici del club delle felci a trascorrere una settimana naturalistica dalle parti di Oaxaca in Messico, ho pensato che poterlo avere come testo di narrativa sarebbe stato molto diventente.

Col fare (fintamente) ingenuo del turista affabile, modesto e un po’ goffo ma circondato di esperti nello scibile scientifico di ogni sorta, Sacks incastra in un semplice diario di viaggio una serie di micro approfondimenti sulla manifattura della tequila, sulla produzione di coloranti a base di cocciniglia, sulla lavorazione del cacao, sulla storia del mesoamerica precolombiano, impastandoli in una matrice a base di osservazioni di campo sulle felci spontanee, sulla botanica, sull’erosione degli habitat per effetto della pressione antropica, sulla coevoluzione. Niente di pesante, niente di particolare forse per chi quese cose le mastica di professione ma spiegazioni semplici, sassolini di Pollicino per chi abbia l’età per seguire i sogni da esplorare (o per chi abbia il compito di indicare strade da approfondire). Un po’ come andare in gita, con una guida d’eccezione che apre finestre sulle diverse materie seguite in classe, facendo vedere cose che da toccare, assaggiare, annusare, portare a casa per raccontarle a chi non c’era.

Il vecchio Anacleto che alberga nelle pieghe del mio pessimo carattere, tuttavia, non resiste ad avanzare un paio di lamentele all’editore italiano. Diario di Oaxaca non è un racconto di viaggi turistici, ma di botanica, di uomini e piante. Perché mettere in copertina delle rovine Maya anziché delle super fotogeniche felci, come fatto in quasi tutte le altre edizioni anglosassoni e spagnole? E dato che si parla estesamente di piante e di botanica, perché non far rivedere la traduzione a un occhio esperto? Giusto per evitare che una Rosacea come il biancospino (hawthorn o più raramente thornapple) venga messo tra le Solanacee velenose, solo perché thornapple in inglese è anche il nome comune delle specie Datura, o che si parli ripetutamente di una inesistente disciplina chiamata Botanica Sistemica (al posto di Botanica Sistematica), per colpa del correttore di bozze di Word.

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Atlanti cibografici

Per un amante di geografia, illustrazione, infografica e piante commestibili, immagini come quella qui sopra rappresentano una tentazione irresistibile. Così stamattina mi sono svegliato generoso e ho fatto una una piccola donazione al progetto di cartografia alimentare no-profit che le ha generate; se la raccolta fondi raggiungerà la quota che si è prefissata (termina il 23 ottobre), riceverò una copia di Food: An Atlas. Niente cartine orografiche e mappe di sentieri, ma una collezione di circa 100 cartografie che riassumono graficamente i percorsi della produzione alimentare, del commercio dei cibi e delle materie prime (ovviamente anche vegetali), della sicurezza alimentare e delle mille coniugazioni del verbo mangiare che sono racchiuse nel sostantivo “cucina”. Oltre alla pagina dedicata su Kickstarter, è possibile saperne di più e sbirciare qualche cartina in anticipo leggendo questa bella intervista fatta da Nicola Twiley di Edible Geography all’ideatrice del progetto, una docente di Berkeley chiamata Darin Jensen.

Nativi vegetali, ovvero dei biologi in erba nel silicocene

Certi dilemmi non invecchiano rapidi come le tecnologie. Come avviciniamo le nuove generazioni alle scienze naturali, si chiedono i soloni preoccupati di fronte all’evidenzadi un sapere che non costituisce un fattore spiritosantesco di irresistibile fascinazione. Come appassioniamo i nostri figli alla natura, si domandano i genitori che vorrebbero una prole dedita al carbonio organico più che al silicio virtuale. Come tenere viva l’attenzione dei discenti digitali, si arrovellano gli insegnanti alle prese con piattaforme informatiche, lavagne interattive e studenti che roteano ipad e startphones come pistoleri del selvaggio west. Tutti vorrebbero piantare uomini capaci di crescere i progetti secolari della società e giustamente tutti i volenterosi del silicocene cercano strumenti e idee che permettano loro di non piantare solo grano annuale o al meglio alberi. Per farlo però bisognerebbe innanzitutto saper mettere le mani nel fango, rotolarsi nei prati, sporcare le cucine, regalare ore cristalline e stimoli empatici, come raccontano le 50 cose da fare prima di compiere 12 anni elencate dal National Trust. In realtà non basta fare. Occorre -credo- assicurare uno spazio pratico in cui il nostro interlocutore possa proiettarsi, soddisfare il suo bisogno di lasciare tracce non solo nell’argilla o sulla carta. Per farlo a dovere bisogna ardire, schiacciare le distanze improvvisando la didattica sul campo avverso; Vittorio De Seta, purtroppo scomparso quest’anno, lo aveva fatto assieme a Bruno Cirino mettendosi letteralmente sulla strada borgatara dei suoi allievi, riuscendo ad impartire lezioni di vita democratica sulla sopravvivenza di una lucertola catturata da un manipolo di futuri romanzi criminali ed ottenendo, con la sua improvvisazione sul reale vissuto di quei ragazzi, sicuramente più risultati e più valore che rivettandoli ai banchi per una lezione convenzionale di storia. La borgata di oggi è qui, su questo schermo ultrapiatto ed è qui il campo su cui accorciare le distanze, agganciare l’interlocutore ed inserire significato.

Le risorse per farlo, a casa ed in classe, non mancano ed alcune sono particolarmente brillanti, specie nelle conseguenze. Planting Science è una piattaforma aperta, purtroppo solo in inglese, per fornire supporto didattico e di laboratorio ad insegnanti non necessariamente a formazione scientifica grazie a tutorial molto dettagliati. Una delle soluzioni più brillanti che contiene è il diario online delle esperienze in corso in ogni classe, in cui gli studenti formulano le ipotesi, pianificano gli esperimenti, caricano le foto, riportano i risultati, li commentano con altri in diretta, come se fosse una pagina Facebook. Il sito ne ospita già a decine, sia di scuole primarie che secondarie e se ne annoverano di più e di meno ortodossi: c’è chi ha invano tentato di far germogliare della soia nel Gatorade, chi ha valutato l’influenza dei suoni sulla crescita Brassica rapa,  chi più convenzionalmente ha osservato i legami tra qualità della luce e del pH sulla fotosintesi e sulla germinazione. Alcuni esperimenti sono più evoluti, includono elementi di statistica e mostrano come una conclusione reale non sia raggiungibile con campioni troppo ridotti, altri sono giochi per abituare lo studente a provare, a ricercare ed osservare. I diari sono aperti ed altri docenti possono agire da mentori intervenendo con suggerimenti, incoraggiamenti, correzioni di rotta, ma agli studenti è lasciata carta bianca per quasi tutto ciò che riguarda il segno da lasciare, dalla creazione del team al logo, alla scelta dell’esperimento. Oltre che in classe, Planting Science può diventare un’utile ispirazione anche per genitori intenzionati a blandire il pargolo sul suo terreno immateriale, prima di condurlo più o meno gradualmente su quello manuale (o per portarlo alle medesime riflessioni e conclusioni già su quello immateriale, che non è casa del diavolo).

E quando la propensione a giocare con le mani sporche c’è già o non è ancora stata inibita da altro, lo strumento digitale può elegantemente essere sostituito da un libro. Guarda e coltiva edito da Corraini ad esempio è un testo semplice e sofisticato, ma pieno di charme, eleganza e semi di scienza. Non esplicita l’aspetto scientifico, ma ne anticipa alcune magie. La grafica seduce il genitore ed avvicina l’erede anche in piccola età, stimolato dal contenuto e dall’attenzione esclusiva garantita dal lavoro a quattro mani. Senza ostacoli insormontabili offre una scaletta mensile di esperienze sugli strani comportamenti delle piante, così diversi da quelli animali: la talea, la germinazione, la fioritura forzata, la fertilizzazione, la propagazione assessuata da foglie, l’erbario, l’abbinamento cromatico sul davanzale diventano un playground di condivisione genitore-figlio, su cui costruire le prime nozioni di fisiologia vegetale, di botanica, di ecologia, di fascinazione in verde, di gusto. E poi non è detto che i ruoli non abbiano bisogno di un ribaltamento, dato che esistono spazi  e compiti in cui gli adulti devono essere (ri) portati dai bambini per saper affascinare e spazi ibridi come i giardini in cui i bambini possono essere introdotti dagli adulti, per sperimentare nuovi divertimenti che aiutino a mescolare la cultura e le scienze. Questo libro fa esattamente questo.

Ma se proprio il discente digitale recalcitra nel trovarsi le unghie sporche di terra, provate a partire ancora una volta dal suo terreno virtuale per portarlo (dentro e fuor di metafora) sul vostro: giocate con lui con una delle applicazioni di The Joy of Plants, emanazione online del testo -molto fashionista- Me and My Plant edito dal Flower Council of Holland e scaricabile anche in pdf. Il libro ha un pregio essenziale, anzi due: è divertente e pieno di trovate creative, incastonate nelle quali si trovano spiegazioni tecniche adatte ad un bambino, come quella sulla fotosintesi clorofilliana. L’applicazione più carina consente di pianificare on line i tempi di irrigazione di diverse piante ornamentali, con avvisi spediti via Facebook, attribuendo alla loro cura la stessa attenzione e responsabilità di solito racchiusa nella comune capitolazione genitoriale “ok, prendiamo il cane. Ma ti occuperai di lui“. Certo, giocare con una specie di tamagotchi clorofilliano non è immediato e montessoriano quanto studiare lo sviluppo del un germoglio di una pianta commestibile o osservare la morfologia interna di un frutto con i timbri inchiostrati a base di cavolo cappuccio e peperone di Roses in the Salad di Bruno Munari, né essenziale nello spiegare le basi dell’architettura vegetale come Drawing a Tree dello stesso autore, ma è sempre un punto di partenza più vicino al nostro interlocutore basato sul silicio che a noi insegnanti basati sulla cellulosa.

Do plants dream of green sheep?

Un commento al carnevale appena trascorso ha ricordato un vecchio adagio: le piante sono i veri alieni del nostro pianeta, al punto che non le consideriamo esseri viventi come gli altri. Sono intorno a noi e in mezzo a noi, ma funzionano secondo ritmi e meccanismi così diversi e talmente inattingibili agli umani che risulta difficile accettarle come pari. Un libro appena uscito sembra affrontare di petto la questione, chiedendosi quali siano le basi filosofiche e non solo biologiche con cui gli esseri umani si approcciano in modo così differente al Regno Vegetale. Certo, c’è chi abbraccia i tronchi degli alberi in un afflato di fratellanza e chi parla alla petunia mentre la annaffia con amore materno ma solitamente, nelle nostre culture almeno, le piante non sono viste come persone, non godono della stessa considerazione riservata agli animali e se l’amata petunia stenta a darci soddisfazione non esitiamo a sopprimerla senza alcuna remora o senso di colpa. Gli esempi comportamentali a riguardo sono numerosi e forse talmente inconcepibili da apparire dei sofismi: la vivisezione animale è apertamente condannata da molti mentre l’uso sperimentale delle piante non è  reputato neppure vagamente condannabile dal punto di vista etico così come non lo è l’estirpare una pianta che ha terminato di darci i suoi frutti. Strappare un’erbaccia o sopprimere un gattino non sono cose equivalenti, a meno che non siate giainisti.  Oppure ancora, non abbiamo remore nel potare alberi e siepi sebbene si tratti di una sorta di amputazione gratuita, necessaria a scopi estetici o produttivi. Questioni capziose, si dirà, dato che le piante non possiedono un sistema nervoso, non percepiscono dolore e per di più possono rapidamente ripristinare quanto perso in sfalci e potature, eppure sono indicative di come le piante siano di fatto escluse dalla medesima sfera morale con cui l’uomo si approccia agli altri viventi e questo in qualche modo determina la nostra visione della natura nel complesso.

Il libro in questione, Plants as persons di Mattew Hall, è per ora disponibile solo in lingua inglese ed è generosamente consultabile su Google Books, ma si preannuncia interessante per chi ha a cuore una maggiore comprensione del modo con cui l’uomo, al variare delle convenzioni sociali e delle dinamiche culturali che ha creato, vede e considera le piante che lo circondano. Stando ai propositi dell’autore, il libro desidera spiegare come la percezione dell’inferiorità delle piante, cieche, sorde, mute ed imperfette in quanto non dotate della medesima intelligenza riconosciuta agli animali superiori, abbia basi filosofico-religiose proprie di alcune culture e non concrete motivazioni fisiologiche o biologiche né tantomeno evolutive. Certo, sembra essere un libro di filosofia morale più che di scienza ma potrebbe essere una lettura interessante se vi occupate del rapporto tra noi e l’ambiente circostante.

Pianta un seme, qualcosa crescerà

Supponiamo abbiate un amico, un figlio, un parente appassionato di biologia, botanica ed evoluzione, magari acerbo di rudimenti scientifici di base ma bramoso di capire meglio le piante attraverso le storie del loro adattamento a questo pazzo, pazzo mondo. Potreste regalargli I Segreti dei Semi di Jonathan Silvertown, fareste bella figura. Si tratta della versione discorsiva ma non banale di un testo didattico, di cui peraltro sarebbe eccellente compendio, ed è diviso in brevi capitoli ideali per una lettura non troppo affaticante. Nel nutrito cast spiccano gli episodi dedicati a Cupressus dupreziana – il cipresso macho del Sahara; Leodicea maldivica, il cocco col sedere pesante; Alsomitra macrocarpa ed il suo seme leonardesco; Yucca filamentosa e la sua generosa offerta di vitto e alloggio; le annate di pasciona dei boschi ed i loro effetti sulle popolazioni animali. Alcune storie descritte da Silvertown sono senza dubbio già note a chi di queste cose ne mastica un minimo (Mendel ad esempio, la segale cornuta, i semi oleaginosi e quelli del caffè), ma i racconti sulle peripezie evolutive ed ecologiche dei semi e dei frutti sono sempre gradevoli e prodighe di divagazioni, ideali per perdersi galleggiando nell’argomento senza farsi venire il mal di testa.

Per motivi puramente personali, inoltre, ho particolarmente apprezzato il capitolo sulle ariste di alcune Graminaceae/Poaceae come Hordeum murinum (forasacco o grano matto) e non solo perchè l’abbrivio consiste nella descrizione di queste piante fatta da Steinbeck in Furore. Narra infatti la leggenda familiare che il mio primo incontro ravvicinato del quinto tipo con una pianta sia avvenuto proprio con il grano matto, che mi fece un rapido crash course sulla funzione delle ariste, quelle protuberanze filamentose, scabrose e dentate che accompagnano le cariossidi nelle spighe di alcune specie del genere Hordeum, tra cui H. murinum. Come ogni bambino crescuito sa, le spighe del forasacco sono freccette assai divertenti, lanciarle e vederle aderire al bersaglio (la maglia di lana dei compagni di giochi) è uno spasso e suggerisce una loro funzione nella dispersione zoocora dei semi. Ma nel mio caso l’età era ancora quella delle sperimentazioni solitarie e l’esito più simile a quello che un veterinario incontra quando un forasacco si conficca nella zampa di un cane. Avevo- mi raccontano- tre anni ed ero pervicacemente dedito a scoprire il funzionamento di quanto mi capitasse a tiro, incluse quelle strane spighe verdi. Ne inghiottii una intera e le ariste portarono a termine un altro dei loro doveri evolutivo-ecologici: favorire la penetrazione unidirezionale della cariosside d’orzo in una fessura del terreno, per evitare che il vento la porti altrove e portarla là dove la germinazione è più redditizia. I dentelli seghettati delle ariste difatti lavorano come una trivella per conficcare il loro tesoro di geni nel suolo, favorendo la presa della dimora ed il successivo avvio della germinazione e fanno tutto questo allargandosi a contatto con l’umidità ed opponendo strenua resistenza alle forze contrarie. Il seme deve entrare dritto nella terra e nulla deve poterlo estrarre dal suolo e l’uomo ha già da millenni copiato questa idea: basta pensare alle punte delle frecce e degli arpioni da caccia. Come avrete intuito c’era un problema: la mia gola d’infante non era una fessura nel terreno ed il medico del pronto soccorso faticò non poco ad estrarre la spiga e le sue ariste, che nel frattempo avevano fatto illoro lavoro di trivellazione arrivando fin quasi alla trachea.

Chissà se tutto ha avuto inizio lì’, per colpa di un seme andato a dimora in attimo di distrazione del nonno.

L’Ylang e la persistenza (fragrante) della memoria

Il fanciullino. Sarà perchè alla rabdomanzia professionale non si sfugge, ma quando in un negozio di libri per ragazzi ho trovato La Notte dell’Ylang-Ylang di Frederic Toussaint (illustrato da Anne Romby) non ho potuto resistere all’acquisto d’impulso, fingendo goffamente che fosse per un destinatario meno cresciutello (almeno per l’anagrafe). Si tratta di un breve racconto di scoperta, ben disegnato, in cui un giovane nipote si avventura alla ricerca del passato del nonno e delle sue innovazioni nel mondo profumiero di inizio secolo. Nella versione originale edita in Francia era accluso un segnalibro, profumato con l’olio essenziale al centro della storia ed ottenuto dai fiori di Cananga odorata (l’Ylang-ylang, appunto) un albero coltivato in terre storicamente legate ai cugini d’oltralpe come le isole Reunion e il Magadascar. L’editore italiano, più sparagnino, ha purtroppo glissato sul gadget  indebolendo uno dei punti di forza del testo, ovvero il triangolo tra la naturalità della matrice di partenza, l’evocazione del ricordo e l’umanissimo ricorso ad artifici tecnico-scientifici, che nel mondo profumiero raggiungono (e superano) ogni vetta di voluttà e parossismo. Per introdurre al delicato equilibrio tra arte e scienza che rende i profumieri veri eredi degli alchimisti, risultano azzeccate sia la scelta dell’ylang-ylang (esotico, suadente, variabile, chimicamente diverso dalle essenze mediterranee, con un ruolo olfattivo ma anche chimico-fisico) che l’attenzione per la parte chimica e sintetica (i fissativi, il laboratorio, l’azione modificatrice dell’uomo che forgia le risorse naturali alle sue esigenze).

Arte e/o scienza del profumo. Qual’è il dietro le quinte di queste scelte e quali elementi tecnici sono stemperati nel racconto? Le esigenze artistico-scientifiche della profumeria (non me ne vogliano i puristi dell’una e dell’altra, nella profumeria si ha una specie di compenetrazione di queste due letture del reale)  sono particolari e complicate. Prendiamola larga: in La persistenza della memoria Salvador Dalì ha giocato con il contrasto tra la percezione psicologica del tempo (dilatata, soggettiva, ondivaga, dipendente da emozioni e stati d’animo) ed il suo trascorrere, misurabile con scientifica precisione ed eppure non ripetibile. Il gioco dei profumieri è simile e complementare: rievocare un’emozione, giocare con la sociologia degli odori attraverso uno strumento in realtà perfettamente scientificabile, perchè fatto di molecole definibili per struttura, calibrabili nelle quantità e con un comportamento che segue precise leggi chimiche e fisiche circa evaporazione, diffusione, interazione con sistemi biologici. Per farlo, i profumieri amano giocare di fino, selezionando e sezionando con precisione chirurgica le fonti da cui attingono in gran copia molecole olfattivamente attive, per poi ricombinare i pezzi con precisione creativamente ingegneristica e dipendente a sua volta da uno strano mix di emozioni e neuroscienze, chiralità e studi recettoriali.

Questioni di classe. Cananga odorata offre un bell’esempio di frazionamento chirurgico dell’emozione. Dai suoi fiori si ottengono oli essenziali di differente aroma, qualità -e conseguentemente valore- in funzione della procedura di distillazione. La prima frazione della distillazione (pari a circa il 40% del potenziale estrattivo) prende il nome di Ylang Extra e rappresenta il prodotto di prima fascia, utilizzato  nei cosmetici di gamma più alta e soprattutto in profumeria. In questa frazione predominano le sostanze più volatili anche a temperatura ambiente (che volatilizzano in genere già per contatto con la pelle, grazie alla sola temperatura corporea) e la fragranza è più simile a quella originale e delicata del fiore. Le sostanze responsabili di questi tratti sono note e ben definite: emiterpeni, linalolo, geraniolo, benzil acetato ed esteri dall’aroma fruttato. Allungando i tempi di estrazione si ottengono rispettivamente gli oli denominati Ylang 1, 2 e 3 nei quali i costituenti più volatili e floreali sono presenti in percentuali inferiori ed in modo progressivo cresce la presenza di sostanze chimiche pur presenti nella pianta, ma olfattivamente “coperte” dalle precedenti a temperatura ambiente. Queste sostanze, soprattutto sesquiterpeni come il cariofillene ed i derivati del cadinene, hanno un profumo più simile a quello del legno ed impartiscono all’olio ottenuto una fragranza più calda e meno simile a quella del fiore, pertanto meno gradita dai consumatori e dai formulatori. La frazione così ottenuta però è più persistente, impiega più tempo ad evaporare e questo comportamento costituisce altro elemento chiave sia nella fisica della profumeria che nel racconto di Toussaint. Queste tre classi vengono impiegate in cosmesi di base per la profumazione di saponi, shampoo ed altri prodotti da toeletta proprio per via della loroforte persistenza, che rende meno effimera la fragranza (ed il suo ricordo, oltre alla percezione di aver speso bene i propri soldi…). L’ultimo prodotto in ordine di qualità è denominato Ylang Completa e corrisponde al distillato totale non frazionato (o ad un blend delle ultime frazioni), in cui i sesquiterpeni citati sopra sono ancora più abbondanti. In commercio questo prodotto è noto anche con il nome di Cananga Oil. Mentre gli oli di gamma più bassa vanno incontro a fluttuazioni di mercato (ingresso di nuovi produttori, speculazioni, deprezzamenti legati alla stagionalità delle mode nei mercati di largo consumo e medio-bassa qualità), l’Ylang Extra tende a mantenere il suo valore stabile nel tempo, come tutti i beni di pregio ed è quindi oggetto di sofisticazioni.

Non una formalità, ma una questione di qualità. Per i compratori del settore profumiero l’ylang è uno degli oli essenziali più difficili da scegliere, in quanto la composizione dell’olio può differire enormemente non solo in funzione della tecnica di distillazione ma anche a causa della inevitabile variabilità della fonte vegetale (esistono almeno due varietà: Cananga odorata var. genuina, di maggior pregio e Cananga odorata var. macrophylla, meno considerata e l’olio può essere isolato anche da altre specie dello stesso genere) e dell’origine geografica. Per questo motivo la comparazione dei prezzi avviene in presenza di una serie di informazioni precise sulla composizione dell’olio, anche perchè la tendenza alla sofisticazione è altissima data l’ampia forbice di prezzo tra le diverse classi citate prima. Da decenni sono disponibili diversi parametri di riferimento per il controllo di qualità, riassunti nella tabella seguente e raccolti in schede normative emesse dalle associazioni di commercianti e dai certificatori (AFNOR ad es., ma anche ISO).

Le tecniche di misurazione citate in questa tabella sono principalmente fisiche. Storicamente si fa ricorso ad esse non tanto per la loro precisione o per la loro assoluta corrispondenza con la composizione chimica dell’olio essenziale ma per diversi fattori concomitanti: a) sono rapide da effettuare e possono quindi essere fatte in tempo reale durante la distillazione, per scegliere il momento giusto per la raccolta del campione; b) non necessitano di strumentazioni sofisticate raramente disponibili nei paesi di produzione e, anzi, sono basate su sistemi abbastanza antiquati e semplici da usare; c) hanno un costo molto limitato. In termini di rapporto efficacia-prezzo il loro utilizzo è vantaggioso e tutta la base della filiera ricorre ad esse per definire la qualità iniziale del prodotto e pertanto il loro impiego è consolidato sin dall’epoca in cui è ambientato il nostro racconto. Alcuni traders poi usano incrociare i dati dell’indice di rifrazione, della densità e del potere rotatorio per ottenere un indicatore “medio” che confrontano con quelli ottenuti da altri lotti da loro piazzati sul mercato a buon prezzo, per definire la qualità del prodotto al momento dell’acquisto e di conseguenza per “fare il prezzo d’acquisto” al produttore. Man mano che si sale lungo la piramide commerciale, dalla produzione ai traders locali sino a quelli internazionali per giungere infine alle aziende, il ricorso a queste osservazioni fisiche viene sostituito o quantomeno integrato da analisi più accurate ma più costose, svolte per verificare l’effettiva qualità del prodotto. Questo può avvenire attraverso due tecniche simili, ma diverse: l’analisi olfattiva svolta da un “naso”, ovvero un sommellier dei profumi naturali, oppure l’analisi chimica strumentale, svolta attraverso un apparecchio che separa, quantifica ed identifica le sostanze presenti nell’olio essenziale. L’industria profumiera fa riferimento, internamente, a questo tipo di misurazioni per decidere se un olio di Ylang vale il prezzo pagato o no. I traders come detto fanno riferimento alle altre misurazioni per definire il prezzo d’acquisto, salvo poi analizzare per via strumentale l’olio al momento di definire il prezzo di vendita al successivo anello della catena commerciale. Lo stesso schema è seguito per tutte le altre commodities pregiate del settore profumiero come il patchouli, il sandalo, la rosa damascena o la melissa.

Come per i dati chimico-fisici della tabella precedente, anche per quelli chimico-analitici sono disponibili dati che permettono di discriminare le diverse qualità di Ylang, una delle quali è qui riportata


Presistere, persistere, persistere. Ma l’avventura del giovane protagonista del racconto non si limita alla materia prima ed è centrata su una pietra filosofale della profumeria: il fissativo. Punto primo: le fragranze naturali non sono nate per profumare la pelle umana e ci dobbiamo adattare agli stratagemmi scelti dalla natura per altri scopi. Punto secondo: alcuni casi del punto primo aiutano a risolvere i problemi di adattamento, ovvero c’è chi ha già risolto l’equazione. Punto terzo: la chimica e la fisica sono più che cugine. Punto quarto: un profumo che svanisce dopo pochi minuti vale quanto una gomma americana che perde sapore dopo tre masticate. Messi i paletti, si può spiegare che uno dei punti critici delle fragranze floreali come l’ylang sta nella loro scarsa persistenza e nella necessità di fissarle riducendone la volatilità. L’Ylang extra, si diceva, è deliziosamente floreale, ma più effimero delle altre frazioni “pesanti” ed un buon profumo deve durare tutta la serata, non solo nel tragitto dalla toeletta al foyer del teatro. In natura le miscele di sostanze chimiche che formano le fragranze nascono per conferire ad un fiore un profumo intenso, ma breve e circoscritto ad una finestra di pochi giorni se non di poche ore, corrispondenti in genere al periodo di fertilità. Le sostanze che lo compongono devono evaporare in fretta, saturare l’aria nei dintorni e disperdersi abbastanza lontano da poter essere captate da un potenziale impollinatore, attraendolo al fiore perchè compia la funzione scelta dalla pianta. Questo deve avvenire già a temperatura ambiente e spiega perchè molte di queste molecole siano formate da pochi atomi e siano lipofile, poco polari e soprattutto giustifica perchè le piante le producano in strutture di secrezione “a perdere”, nelle quali le molecole profumate sono prodotte in continuazione man mano che evaporano (Una specie di Principio di Le Chatelier: nelle ore calde più molecole evaporano e più se ne producono). Alcune delle doti citate poco sopra sono in accordo con le leggi fisiche che favoriscono una ridotta tensione di vapore: la loro temperatura di evaporazione deve essere la minima possibile, il loro “decollo” dai fiori deve avvenire con pochissima energia e la loro diffusione nell’aria deve fare altrettanto (ovvero le molecole piccole sono favorite, in accordo con la legge di Graham). Per un profumiere questo è un problema: se applicate su un corpo a 36°C, come il nostro, queste sostanze scompaiono dopo poche ore ed il cliente non gradisce.

Mettersi in scia. La soluzione all’evaporazione troppo rapida delle frazioni più volatili la natura l’ha già trovata ed anzi, è spesso già presente negli stessi oli essenziali, che altro non sono se non miscele complesse  di sostanze terpeniche e fenilpropanoidiche formulate per ovviare agli stessi problemi del profumiere: se i componenti più volatili evaporano troppo in fretta, la pianta deve spendere un eccesso di energie per sintetizzarli nuovamente. Meglio optare per un sistema in grado di fornire una sorta di rilascio controllato, più graduale e protratto nel tempo, che si giova di un’altra legge fisica. La velocità con cui una molecola evapora è funzione di vari parametri, ma su due in particolare di può giocare con facilità se si ha a disposizione un buon pool di enzimi (o un buon chimico sintetico): la dimensione e la polarità. Molecole piccole ed apolari evaporano molto prima di molecole grandi e polari ma soprattutto la presenza di queste ultime in una miscela rallenta l’evaporazione delle prime, approfittando di quelle che i chimici-fisici chiamano deviazioni negative rispetto alla Legge di Raoult. Quando i profumieri effettuano la distillazione frazionata dei fiori di Ylang separano la parte più fragrante e volatile da quella sesquiterpenica, formata da molecole più grosse ed in alcuni casi più polari, che nella realtà dei fiori si trovano miscelate: il ruolo delle seconde è proprio quello di rallentare in parte l’evaporazione delle prime, aumentando la durata della profumazione del fiore ed estendendo così al massimo la finestra del suo ruolo attrattivo verso gli impollinatori. I profumieri fanno la stessa cosa utilizzando le cosiddette note di base, ovvero aggiungendo ad un ingrediente volatile e floreale una “zavorra” profumata di complemento. Un trucco simile è stato messo da punto molti animali, che usano sostanza profumate (si fa per dire) per marcare il territorio: le molecole da essi prodotte devono essere volatili, ma devono diffondersi lentamente per lasciare il segno più a lungo possibile. Gatti, furetti, zibetti e vari cervidi, come è noto, producono sostanze usate come fissativi per i profumi o come ispirazione per la loro sintesi (con buona pace degli animali: si stima che negli anni ’60 circa 70.000 esemplari di questa bestiola fossero uccisi ogni anno prima dell’avvento della prima generazione dei cosiddetti “muschi di sintesi”). Del resto la loro efficacia era garantita: molti “muschi” hanno una tensione di vapore di 2-5 ordini di grandezza (3000-5000 volte) inferiore rispetto a quella dell’eucaliptolo (quello delle caramelle Halls). 

E poi. Se dopo aver letto dei risultati del giovane nipote con i fissativi e l’ylang-ylang del nonno vi viene voglia di approfondire il tema della profumeria, delle sue regole e della sua storia in bilico tra tecnica, scienza ed emozione, rimando ad un altro libro recentemente pubblicato da Marika Vecchiattini per Castelvecchi. L’arte del profumo ha un enorme pregio oltre ad una competenza che io mi sogno: non cede nè al fascino della matrice vegetale nè a quello della sintesi chimica a tutti i costi, ma riesce a spiegare come questi due mondi spesso descritti come antitetici ed antagonisti abbiano una ragione d’essere intima e formino uno spazio liquido in cui è possibile prendere da entrambi le cose che servono, solo quando servono. Per chi volesse invece un testo che spieghi il ruolo della chimica e della fisica nel funzionamento, nella scoperta e nella formulazione dei profumi, il riferimento è The Chemistry of Fragrances, di Charles Sell.

Minestrone di verdure

Quando gli ingredienti vari selezionati con cura per gli ospiti restano in frigo troppo a lungo, il minestrone è l’unica via di fuga prima della compostiera e lo stesso capita con gli argomenti da cucinare qui. Il risultato tuttavia non può essere esente dal caveat dell’Artusi: “Vi avverto però che questa non è minestra per gli stomachi deboli“.

Il fertilizzante fonemico. Secondo un esperimento ben poco scientifico ma molto simpatico, le piante d’appartamento che i botanici chiamano Chlorophytum comosum sembrano apprezzare in modo particolare l’accento di Liverpool. Non è chiaro se l’ascolto reiterato di Cilla Black in serra garantisce i medesimi risultati. I Beatles pare non siano indicati, troppo poco “scouse” per i puristi della dialettologia britannica.

Banana preistoricamente modificata – Probabilmente è il frutto più citato in doppi sensi ed allusioni, eppure la povera banana non solo è un frutto sterile figlio di genitori di fatto asessuati ma deve la sua diffusione principalmente all’ingegneria genetica ante-litteram dei nostri antenati. Quello che abbiamo per le mani ora pare sia dovuto all’azione manipolatrice di coltivatori tradizionali di qualche migliaio di anni fa, che si sono messi a smanettare ed hackerare i geni delle banane per trovare la combinazione migliore ai loro (e nostri) bisogni. E le esigenze della pianta (avere semi fertili) andavano in rotta di collisione con le nostre (avere un frutto commestibile), per cui si è fatto un tacito patto: noi la propaghiamo e la coltiviamo ovunque si possa e lei ha accettato di subire una serie di backcrossing (quando ancora questa parola non stava nella bocca dei genetisti e dei biologi molecolari), rinunciando alle gioie del sesso. Roba da mandare in crisi il mito della virilità a Banana Republic. Versione scientifica e links agli articoli specifici, qui.

In fin dei conti c’è un azzurro che fa piangere – Cosa c’è di più infantilmente delizioso di una tintoria in cui il cliente può fare Tsutsugaki e pasticciare con le foglie di Polygonum tinctorium (l’indaco giapponese, da non confondersi con quello indiano, estratto da Indigofera tinctoria seppur chimicamente omologo) colorando di blu i tessuti con le sue manine? Peccato che sia a Tokyo, oltre le nubi, al di là di Gibilterra. Domanda: perchè la pianta non è blu? Perchè contiene solo il precursore incolore del pigmento, un glucoside chiamato indicano. Quando si stropiccia la foglia la sostanza esce dal vacuolo in cui è rinchiusa ed entra in contatto con enzimi idrolitici che eliminano la parte zuccherina e liberano una molecola azotata sensibile all’ossigeno chiamata indossile. A contatto con l’aria questa molecola si ossida e si mette a manina con una compagna dando vita all’indaco, colorandosi gradualmente di blu. Proprio per questo, a differenza di altri pigmenti naturali l’indaco non ingrigisce col tempo: è già un prodotto di degradazione di suo.

Stat rosa pristina nomine – Cosa succede se diamo un nome alle cose, ma queste cose poi non hanno quel nome? Un gran casino, se ad esempio si studiano le proprietà nutrizionali e medicinali o la presenza di determinate sostanze in piante che non sono quello che crediamo che siano. La colpa è della scarsa attenzione prestata alla tassonomia da parte dei ricercatori applicati, certo, ma anche dell’abbandono della disciplina e di una certa confusione stratificata nel definire chi-è-chi. Per metterci una pezza tra i circa 500.000 nomi dati alle piante note si sta facendo il controllo dei doppioni (che come in tutte le collezioni corpose abbondano, pare siano circa un quarto del totale)

La mappa non è il laboratorio – però un atlante delle scienze aiuta a tracciare la rotta ed a seguire connessioni, collegamenti, mashup e rilanci. Magari Babbo Natale ci pensa, eh?

Tanto tempo fa, in una galassia lontana, lontana…

Ho messo le mani sulla copia anastatica degli atti del congresso di erboristeria tenutosi a Modena nel 1954 e ne ho caricati alcuni estratti su Scribd. La lettura è istruttiva non solo per le note vintage, per l’inevitabile patina di modernariato scientifico e per le tante cose che uno crede di sapere ed invece, ma anche per valutare cosa è cambiato e cosa da allora resta inalterato nel mercato dei prodotti salutistici.

Ad esempio, parlando di liquirizia un relatore lamentava la scarsa capacità di trasformazione del prodotto sul territorio nazionale: produciamo molta materia prima, ma la esportiamo tale e quale -racconta- ed il profitto lo fanno tutto gli inglesi e le altre nazioni con un’industria di trasformazione. Curioso notare come nello stretto recinto erboristico noi si sia nel frattempo passati dall’altra parte delle barricate, lasciando il campo -di nome e di fatto- ad altri paesi che ora foraggiano le nostre macchine ed i nostri consumi. Spesso lamentando la stessa sperequazione nella distribuzione dei profitti in un settore che, almeno nella percezione del consumatore, appare tenere in alta considerazione il fattore etico.

A proposito di mercati e di norme, si scopre poi leggendo l’intervento del fondatore della Bonomelli, la vendita di camomilla sfusa era un appannaggio commerciale esclusivo del canale farmacia fino al 1940. E sebbene -vedi sopra- la fascia adriatica offrisse allora come ora un terreno favorevole alla sua coltivazione, già in quei tempi valutazioni di carattere strettamente commerciale facevano preferire il prodotto estero. Non tanto per i costi, per l’aroma o l’efficacia, quanto per la qualità merceologica: il capolino delle varietà italiane aveva la tendenza a sfaldarsi durante le fasi di post-raccolta e distribuzione e questo era malvisto in termini di immagine e di percezione da parte del consumatore, per il quale il fiore sfuso valeva (e vale tuttora per abitudine) molto meno . Ora come allora il driver del mercato è la consistenza della droga e non tanto la sua composizione chimica quindi, come forse inevitabile per un prodotto essenzialmente alimentare e gli odierni conflitti di marketing tra camomilla in fiore sfuso e capolino intero hanno radici più commerciali che scientifiche.

La querelle sulla quantificazione dei principi attivi nei prodotti alimentari del resto esisteva già illo tempore, come racconta tra le righe un esperto di rabarbaro, che conclude la sua relazione con un palatabile “fidatevi del gusto, perchè non è detto che il buon rabarbaro da liquoristeria sia quello più ricco di antrachinoni“. Per sua e nostra buona pace, la lotta tra sommelier, degustatori e sostenitori di chemiometria e nasi elettronici permane a nuovo millennio inoltrato. La parte più interessante del suo intervento però verte sulle affannose ricerche del “vero rabarbaro”. Molti secoli dopo Marco Polo,  dato che la circolazione delle informazioni botaniche viaggiava su un binario ben più lento rispetto a quello che portava in Europa la droga, ancora non si sapeva quale specie o varietà di Rheum producesse il rabarbaro cinese. Mercato e scienza, anche oggi, vivono a due velocità.

E’ forse sulla retorica in tema di fitocosmesi che si raggiunge invece il cortocircuito definitivo tra la modifica del linguaggio, della forma, del significante e la persistenza anche attuale del contenuto e del significato. Questo intervento sulle nuove progressive sorti della fitocosmesi alberga vette notevoli in tema di invecchiamento della forma e peterpanismo del contenuto, al punto da sembrare un illuminante saggio di marketing ante litteram per il comparto fitocosmetico. Va rigorosamente letto con voce da Cinegiornale e rappresenta, non me ne vogliano i discendenti dell’estensore, l’archetipo del rappresentante di cosmetici moderno più attento alle volute di fumo che alla cottura dell’arrosto ed alla qualità delle carni. Non un richiamo all’efficacia è presente nel suo scritto, mentre abbonda la cura per attrarre aspettative e proiezioni di sé.

Delineatasi attraverso una reazione a norme antigieniche una nuova condotta di vita, anche  l’estetica, e specialmente  la cosmetica, hanno subìto un rapido processo evolutivo:  tutto si  è semplificato. Poichè essere sani significa essere belli è naturale che si rifugga dalla innumerevole serie di prodotti che i commercianti di belletti avevano saputo creare per nascondere  imperfezioni del  fisico ed insoddisfazioni morali. Si ritorna alla contadinella che rientrando dai campi ravíiva il colore delle sue labbra col succo del geranio, al quale la cornice del volto bronzato dal sole dà maggior risalto. Fuggire dai prodotti sintetici, ricercare prodotti cosmetici naturali è divenuta la preoccupazione di ogni donna che vuole conservarsi avvenente e sana (correva l’anno 1954, ricordo). L’occhio corre sempre alla natura e il desiderio di avvicinarsi ai fiori diviene ognora piu prepotente: quei fiori che ristabiliscono la funzione degli organi e ripristinano la freschezza dei tessuti.

Il modernismo, portandosi appresso una più sana concezione della Vita, ha tolto la donna dall’oscurità della casa:l’ha portata al sole ed all’aria, le ha fatto godere i privilegi della salubrità delle spiaggie e dei monti, togliendola dall’artiflcio, esaltandone i pregi naturali,  sottolineandone l’avvenenza, mettendola a contatto con quei fattori propri alla sanità del corpo. Ritornati, dopo un lungo  periodo di abbandono, alla formula  ( salute e bellezza  n, Ia donna  in  funzione della sua grande missione di madre, non deve più il suo fascino alla fragilltà  del corpo, al languore del viso, al pallore che sembrava trasudarle da ogni  poro, sempfe in forse se svenire o  sedere, paurosa del sole e dell’aria, ma all’agilità delle membra, alla resistenza  del fisico, al sano colorito delle guance, alla morbida e vellutata patina che il sole fa sbocciare sulla sua pelle.”

Su un paio di trends il relatore aveva la vista lunga, senza dubbio. A conferma, la sua percezione dell’erboristeria come un punto vendita “che ha lasciato il posto a miriadi di confezioni che non accontentano più neppure il medico che le prescrive, perchè cose morte” e che si trova “tra la poesia ed il più basso commercio [… ] soffocato dalla lotta di tanti elementi avversi che vedono l’avanzare dell’erboristeria come un pericolo per le loro tasche“. Uno scenario che molti erboristi di oggi ben hanno a mente.

Per riportare il tema su terreni più pratici e con un minimo di concretezza tecnica, magari per la gioia di qualche spignattatore di cosmetici home-made, il contributo di Paolo Rovesti offre per contro qualche spunto interessante, visto che è dedicato a droghe vegetali di facilissima e quasi autarchica reperibilità.

Se qualche cultore dell’erboristeria storica o qualche curioso è interessato ad altri spezzoni, è disponibile l’indice completo. Con pazienza posso caricare altro su Scribd, anche se alcuni materiali rientreranno già nei prossimi post.