Vietato toccare: fototossicità e dermatiti da contatto

A molte piante non piace essere mangiate. Vari frutti sono commestibili per “loro” scelta, ma si tratta di esempi isolati e talvolta validi solo per quell’organo specifico, destinato alla dispersione del seme da parte di un vettore che può essere anche l’uomo. In vari casi poi le piante neppure gradiscono il contatto, chiedendo agli animali il rispetto di uno spazio vitale ampio imposto con la forza dei loro principi attivi, se necessario. Una delle strategie più sottili attuate per mantenere questa sorta di no-fly zone è quella di causare irritazioni cutanee, dermatiti ed ustioni di varia entità negli incauti animali che si azzardano a toccarle o ad ingerirle. L’ortica non è tipa da confidenze e neppure la ruta, molte Apiaceae o certe Euforbiacee non si lasciano certo mettere le mani addosso senza colpo ferire.

L’armamentario delle sostanze irritanti è vario sia chimicamente (lattoni sesquiterpenici, tiofeni, acetileni, diterpeni come il forbolo, furocumarine come gli psoraleni o addirittura proteine come nel caso del latice fresco di Hevea brasiliensis) che nei meccanismi d’azione. In alcuni casi i composti offensivi si depositano sulla pelle dell’animale per semplice contatto con la pianta ed una volta giunti sullo strato corneo penetrano nel derma ove vengono attivati dalla luce solare, trasformandosi in un feroce manipolo di radicali liberi o di attivatori della cascata infiammatoria. L’esito ultimo, con vari gradi di sensibilità individuale, è quello di nuocere causando prurito, arrossamenti, dolore, vesciche, eczemi, scottature ed altre piacevolezze. Altre sostanze, come gli psoraleni, sfruttano sempre l’attivazione dei raggi ultravioletti ma si legano direttamente al DNA delle cellule della pelle creando addotti che provocano dermatiti. In altri casi ancora l’irritazione non è di tipo diretto, topicamente localizzata nell’area di contatto, ma si manifesta in alcune aree dell’epidermide a seguito di ingestione di quantità più o meno grandi di pianta o infine viene indotta gradualmente, causando dapprima una sensibilizzazione e poi una reazione di tipo allergico, come avviene con i componenti di molti oli essenziali.

L’uomo, dentro e fuori dalla metafora, è un animale e paga dazio come qualunque erbivoro al pascolo se si strofina su un Croton, su un Rhus, su un Toxicodendron, su certe Primule o se assume troppo Iperico e poi prende la tintarella. Queste ritrosie al contatto fisico di molte piante hanno quindi ripercussioni pratiche anche nei rischi professionali (giardinieri, operai di certi comparti industriali) e sull’uso commerciale che facciamo delle piante, come si deduce dal commento lasciato da una sfortunata lettrice che si è trovata con una dermatite dopo aver consumato una tisana dagli ingredienti esotici. Il continuo tourbillon di ingredienti vegetali in erboristeria, in farmacia ed in cosmesi non sempre permette di avere la risposta pronta, anche perché l’elenco delle specie e delle famiglia botaniche potenzialmente dermotossiche è lungo come un elenco del telefono. Di conseguenza, per un professionista del settore (un farmacista, un erborista ma anche un medico) questi casi risultano spesso difficili da gestire: chi arriva con una forte reazione cutanea è giustamente di pessimo umore e chiede un riscontro veloce, le possibili cause sono tante quante le piante in commercio e la ricostruzione del quadro sepolta in un dedalo di articoli, pubblicazoni e segnalazioni anedottiche pressoché inestricabili. Le banche dati sono però nate apposta per galleggiare nel mare magnum dell’informazione e per le dermatiti di origine vegetale il Botanical Dermatology Database può rappresentare un ottimo salvagente, in quanto pur con inevitabili limiti condensa lo scibile in materia di reazioni allergiche a carico della pelle causate da piante per contatto o per ingestione. Cosa importante, è aggiornato frequentemente.

Annunci

Di ritenzione idrica, polisaccaridi, mucillagini e semi

Un basilico con ghiaccio, per favore! Niente batteri giganti, niente aureole e niente foto kirlian di semi di kiwi, ma comunque qualcosa di vivo, vegeto e mutevole: gli esserini che galleggiavano nella pinta dell’altro giorno erano, per l’appunto, esserini in attesa di conquistare lo spazio-tempo. In particolare si trattava di acheni di Ocimum canum, Ocimum basilicum o altra non precisata specie di basilico, galleggianti all’interno di una bevanda thailandese venduta come “Sweet basil seed drink” e disponibile da subito, sia in lattina che in forma “fai da te”, nei migliori negozi etnici della vostra città. Meno commerciati per ovvie ragioni distributive, esistono anche due varianti iraniano-afghane aromatizzate con petali di rosa chiamate sharbat o faloodeh, a seconda che siano servite a temperatura ambiente o come sorbetto. Per fugare i dubbi degli itegralisti liguri avviso subito: la bibita thai non ha il gusto di un pesto alla genovese e non si abbina alle trenette, anche perchè le strutture di secrezione che producono l’aroma del basilico si trovano solo sull’epidermide delle parti aeree (foglie, fiori, brattee, raramente sul fusto). Tuttavia, l’achenio di basilico deve la sua particolarità sempre all’epidermide ed è li’ che ci fermeremo sorseggiando la dolce bibita.

Semi che bevono come spugne. Il rivestimento esterno degli acheni di basilico presenta una caratteristica copertura, formata da un sottile strato di mucillagini igroscopiche capaci di assorbire e trattenere una quantità d’acqua molto maggiore al proprio volume (un’alto indice di rigonfiamento, WHC o Water Holding Capacity, per i tecnici). L’alone biancastro che avvolge i semi/frutti facendoli galleggiare nel liquido non è una manifestazione esoterica ma una gelatina composta da fibre altemente idratate, che a contatto con l’acqua producono un sistema viscoso capace di lavorare come una spugna. Non è inusuale trovare mucillagini nei semi di piante adattate a climi asciutti (si pensi al lino, a molte Asteracee, alla piantaggine, allo psillio) e quasi sempre l’originalità sta nella loro collocazione, che non è all’interno del seme ma sul tegumento, il rivestimento esterno. Durante la maturazione del seme le cellule epidermiche dei tegumenti subiscono infatti una trasformazione drastica, mutando gradualmente da un tessuto indifferenziato ad un insieme di grosse cellule con pareti molto sottili, altamente permeabili ed internamente piene di mucillagini. Queste talvolta sono anche estruse all’esterno, nella zona extracellulare.

Acqua impigliata nelle reti. Per “mucillagine” non si intende una classe precisa, bensì una vasta gamma di sostanze composte da polisaccaridi di varia forma e struttura miscelati a proteine, accomunate da una serie di proprietà reologiche e fisiche come la capacità di assorbire acqua e formare gel stabili, divenire idrocolloidali, viscoelastiche. Nel caso del nostro basilico la cuticola gelatinosa è formata da due frazioni di polisaccaridi: una, pari a circa il 40% del totale, composta da un polimero di glucosio e mannosio (glucomannano) in rapporto 10:2 ed una, pari a circa il 30%, formata da xilani ramificati con residui acidi. Il resto è dato da beta-glucani, arabinogalattani (5%), acqua (5%)  e proteine (15%). Tutta la struttura è funzionale all’obiettivo: facilitare l’assorbimento e l’ingresso di acqua nel seme, ma solo a determinate, precise e vantaggiose condizioni. In natura il loro ruolo primario è infatti quello di operare come carta moschicida idrofila, che al primo accenno di umidità  intrappola molecole d’acqua all’interno del reticolo polisaccaridico permettendo così la germinazione del seme, anche in condizioni di scarsa disponibilità idrica. Basta infatti un’umidità anche minima e la spugna mucillaginosa si rigonfia, rendendo sufficiente un poco di rugiada mattutina. Se l’effetto visivo del loro rigonfiamento è quello che più resta impresso, il loro ruolo ecologico è in realtà più sfaccettato e raffinato e permette di ragionare sulla flessibilità con cui la natura ha sviluppato soluzioni plastiche ed adattive ai problemi modulando opportunamente miscele di molecole multifunzionali.

I semi di Mosè. Molte delle piante con tegumenti mucillaginosi sono adattate a climi desertici o semiaridi in cui non manca solo l’acqua, ma latitano anche volonterosi aiutanti che possano dare una mano alle navicelle colonizzatrici, desiderose di conquistare il territorio circostante. Quando però nelle zone semidesertiche piove, piove con forza e per breve tempo e l’energia di un rivolo d’acqua può essere sufficiente per andare a spasso, in cerca di un posticino buono per mettere radici. Esiste una categoria di piante per le quali la dispersione dei semi è definita idrocora proprio perchè sfrutta l’acqua (come ad esempio zoocora ed anemocora sono le dispersioni che impiegano animali e vento, rispettivamente). Quando si descrive questo tipo di disseminazione gli esempi portati evocano immagini di semi galleggianti sui flutti oceanici, come nel caso del cocco (Cocos nucifera) e del fagiolo marino (Entada gigas), mentre nel loro piccolo anche piante più “terrestri” si muovono con escamotages simili, in particolare grazie all’acqua piovana ed ai rivoli che forma. In questi casi ci si esprime in termini di dispersione imbro-idrocora e la tabella qui sotto ne elenca alcune, a mero titolo di esempio.

La funzione igroscopica non si limita però agli habitat aridi ed infatti anche alcune specie tipiche di contesti umidi presentano semi con cuticole mucillaginose. Questo avviene per partire avvantaggiati rispetto ai competitors all’inizio della stagione delle piogge in ambienti ad alta densità abitativa in cui la competizione per risorse (suolo, luce) è spinta al massimo. Dotare i propri semi di un buffer di umidità disponibile in anticipo permette di crescere prima e più in fretta degli altri, facendo ombra agli avversari simpatrici e dotando il nuovo individuo di un apparato radicale già sviluppato al momento delle piogge.

Una capsula, mille usi. Per le specie imbro-idrocore le mucillagini possono quindi svolgere anche un secondo ruolo oltre a dare acqua al seme, quello di creare una sorta di giubbotto autogonfiabile (come quelli disponibili sugli aerei), che permette ai semi di galleggiare e sfruttare i rivoli d’acqua durante le rare ma intense piogge, in cerca di un futuro migliore. Come la culla di Mosè sulle acque del Nilo, inoltre, il rivestimento mucillaginoso igroscopico vanta eccellenti doti viscoleastiche e consente di attutire  eventuali urti durante il trasporto nei corsi d’acqua, attraverso un effetto-airbag. La scelta della fonte di energia ha però una serie di effetti collaterali. Innanzitutto, se a contatto con l’acqua il seme germina, come evitare il rischio che questo avvenga nel bel mezzo di una pozzanghera, di uno stagno, di un fiume o di una pozza d’acqua troppo profonda per permettere alle radici di raggiungere il suolo? Le mucillagini risolvono anche questo problema, in quanto se la “spugna” che formano è completamente inzuppata esse bloccano il passaggio di ossigeno verso l’interno del seme, un fattore che inibisce la germinazione. Inoltre, in presenza di un eccesso d’acqua lo strato superidratato è meno vischioso di quello che ha iniziato ad asciugarsi e difatti i semi iniziano ad essere appiccicosi e ad aderire al suolo o ad altri corpi solo quando l’acqua inizia ad evaporare. Due dei motivi per cui, ad esempio, nella lattina della nostra bibita non c’erano germogli di basilico ed i semi, nonostante la mucillagine vischiosa, non si trovavano incollati tra loro. Altro punto critico: se le mucillagini polisaccaridiche assorbono umidità si rischia la fermentazione da parte di batteri e lieviti fitopatogeni, che con acqua e zuccheri ci sguazzano. Questo potrebbe mandare a monte i piani della pianta. La soluzione è ingegnosa e strettamente collegata alla digestibilità dei polimeri di molecole zuccherine che formano queste sostanze. Se ad esempio si prendono questi semi/frutti e si prova a farli germinare in un ambiente completamente asettico, essi restano dormienti anche se umettati ed analogamente è difficile farli fermentare in acqua, mentre se posti a contatto con un terreno non sterile la germinazione si avvia quasi subito. Questo fenomeno è spiegabile se si pensa al fatto che non tutte le fibre sono uguali nella struttura chimica e nel comportamento ed una delle differenze sta nel diverso grado di fermentiscibilità. O meglio, alla diversa sensibilità con cui si lasciano mettere le mani addosso dai microrganismi, dato che alcune si lasciano smontare solo da certi batteri/lieviti e non da altri, grazie al diverso tipo di ramificazioni con cui i mattoni zuccherini si tengono tra loro nel reticolo. Un esempio immediato, seppur collaterale: la cellulosa è un polisaccaride digeribile dai ruminanti ma non da altri mammiferi, perchè solo la flora batterica dei primi possiede gli enzimi adatti a “smontare” i polimeri cellulosici ed ottenere gli zuccheri che li compongono. Per tornare al caso citato in precedenza, esistono mucillagini refrattarie alla flora batterica delle acque e per contro assai sensibili all’azione della flora batterica terricola, al punto che i semi che le contengono iniziano a germinare solo dopo che i batteri del suolo hanno consumato lo strato di mucillagini che li avvolge, “scartando” il seme come una caramella.

Fermiamoci qui. L’immagine al microscopio qui a lato introduce un’altra funzione delle mucillagini poste sui tegumenti dei semi ed è tratta da questo bel libro sulle piante desertiche. Oltre ad essere viscoelastiche e gelatinose, le mucillagini bagnate sono descrivibili anche con un altro termine: idrocolloidali. Se l’acqua non è troppa (la gomma arabica sul dorso dei francobolli è una miscela di polisaccaridi, che diventa adesiva in presenza di acqua) o meglio se è in evaporazione, le mucillagini letteralmente incollano il seme alle particelle di suolo circostante, sigillando inoltre l’umidità del terriccio che si trova sotto la pancia del seme. Come un francobollo attaccato alla busta, un seme può viaggiare a sbafo e a lungo, se trova un animale a cui aderire. Al tempo stesso un seme incollato al suolo è ben ancorato alla sede che si è scelto e pertanto molto meno appetibile ad un predatore, come potrebbe essere una formica: il costo energetico del suo “scollamento” lo rende una preda meno interessante. Eventuali agenti fisici (vento, pioggia ulteriore) devono essere infine molto intensi per farlo sloggiare dall’angolo di mondo che si è scelto per diventare grande, perchè le fibre mucillaginose lavorano come i picchetti di una tenda canadese.

Transito senza consumo, figlio di un autostop. Tornando alla bibita a base di semi di basilico è però la questione della fermentazione selettiva a toccarci da vicino ed a portare ancora una volta sulla nostra bocca un’esigenza ecologica applicata ai bisogni umani. Sugli scaffali di ogni erboristeria, di ogni reparto dietetico di supermercati e negozi alimentari, le “fibre” occupano un abbondante spazio e la loro richiesta da parte dei consumatori pare non conoscere soste.  Le indicazioni prevalenti di questi integratori alimentari riguardano l’aumento della massa fecale, l’accelerazione del transito intestinale e l’induzione di uno stato di sazietà con un ridotto contributo calorico, tra le altre cose. Ancora una volta l’uso di sostanze vegetali da parte dell’uomo è conseguenza diretta di una serie di soluzioni evolutive precise per le piante che le producono, al punto che a ben vedere non si capisce mai bene chi è l’utilizzato e chi l’utilizzatore. Ad esempio, nell’eventualità (voluta o fortuita, non complichiamoci la vita per una volta) che l’achenio venga ingerito da un animale, cosa succede? La navicella deve essere in grado di essere espulsa con le feci senza danni, perchè il risultato potrebbe essere vantaggioso: trovarsi nel mezzo di una matrice umida e ricca di nutrienti -ancorchè poco nobile- può essere un punto di partenza nient’affatto disprezzabile. Il percorso è tuttavia irto di prove da superare a causa dell’acidità gastrica e delle fermentazioni intestinali. L’igroscopia e la scarsa fermentiscibilità delle mucillagini del tegumento citata in precedenza tornano quindi nuovamente utili, in quanto a contatto con l’acqua presente nel tubo digerente attorno al seme/frutto si viene a formare una guaina protettiva in grado di modulare la resistenza a vari agenti. I polisaccaridi idratati creano innanzitutto un rivestimento gastroresistente e così il sistema viscoso della nostra navicella gelatinosa riesce a passare indenne le forche caudine del mare acido dello stomaco. Giunta nell’intestino la capsula vitale resiste anche all’azione enzimatica del primo tratto, che attraversa rapidamente anche per effatto della lubrificazione offerta dal gel ed infine incontra la flora batterica del colon. Qui possono avvenire due cose. La prima è che -come detto in precedenza- i semi mucillaginosi hanno in molti casi bisogno di essere liberati dal loro rivestimento per opera di batteri terricoli e farsi dare una mano da quelli intestinali può non essere male, se la cosa avviene con misura. La seconda è che, se alla pianta questo aiuto non serve, la capsula non si fa toccare o quasi perchè le fibre che la compongono non sono fermentiscibili. In ambo i casi il tempo di permanenza nell’intestino è un fattore critico ed è cosa buona e giusta (e fonte di salvezza) uscire alla svelta dal tubo digerente.  Ed ecco allora perchè la “capsula gelatinosa” a base di fibre assorbe acqua dalle pareti intestinali, aumenta la massa fecale e induce la muscolatura intestinale a lavorare con più celerità, accelerando il tempo di transito e riducendo ulteriormente il rischio di lesioni ai semi. Questa esigenza della pianta, ovviamente, coincide esattamente con quella di una persona costipata che ha bisogno di aumentare la peristalsi mentre la non digeribilità dei polisaccaridi implica che gli zuccheri che li compongono non divengono disponibili per l’organismo, creando di fatto degli ingredienti a calorie zero (o quasi). Come spesso avviene con gli alimenti vegetali e le ipotesi coevolutive, ddefinire chi è il manipolato e chi è il manipolatore e chi-ha-inventato-cosa è arduo.

Cotone idrofilo, c’è un perchè. La modulazione della ritenzione idrica non è un’esclusiva delle mucillagini ma anche di altri tipi di polisaccaridi, come quelli che formano le fibre che avvolgono i semi del genere Gossypium, fonte del cotone. Siamo abituati a pensare all’azione idrofila dei batuffoli di ovatta come ad un’invenzione umana, ma tanto per cabiare abbiamo solo copiato un adattamento messo a punto da varie piante di climi aridi, che combinano sui loro semi mucillagini e peli. A questi ultimi è deputata un’azione fisica di trattenimento delle goccioline d’acqua per scopi analoghi a quelli sin qui descritti la presenza degli uni o degli altri è stata in alcuni casi correlata al clima. I cultivar più primitivi di cotone Pima, diffusi negli USA, sono ad esempio dotati di uno strato di mucillagine quasi nullo rispetto ai loro discendenti acclimatati a condizioni meno continentali ed il seme viene tenuto imbibito “da lontano” attraverso la fitta peluria che li avvolge, senza un contatto diretto con il tegumento. Se il compito delle mucillagini è quello di trattenere acqua, questo deve avvenire con iudicio: il rischio che arrivi una gelata è più elevato nelle praterie americane e nullo lungo il Nilo ed in quei casi è meglio restare all’asciutto. Sempre meglio evitare il rischio di fare la brutta fine del tubo che avete lasciato pieno d’acqua nella casa di montagna, l’inverno scorso.

Il trucco di Sisifo

Quando vengo trascinato alla via crucis dei grandi magazzini ho poche vie di scampo. Posso entrare nella spirale del maschio medio ed armeggiare tediato col cellulare  o inventarmi un passatempo creativo, che non sia fantasticare per ripicca sulle ragazze che provano i trucchi. Per ora ho risolto con un riempitivo innocuo, una nuova forma di collezionismo: il plantspotting negli ingredienti dei cosmetici. Come ogni forma di compulsione il raggiungimento della soddisfazione è impossibile, ragion per cui il tempo impegnato è virtualmente inesauribile e la buffer zone che ne nasce è perfetta alla bisogna. Devo dire che a rendere più tollerabile la permanenza tra gli scaffali concorre in modo encomiabile la profusione di novità garantite ogni settimana dalle case cosmetiche. Solo nella scorsa catarsi ehm, calvario, insomma, solo nell’ultima uscita ho arricchito la raccolta con una lista che mette alla prova tanto il più accanito sostenitore del consumo consapevole quanto il più avverso detrattore dell’uso commerciale della biodiversità botanica: Phellodendron amurense, Hibiscus sabdariffa, Boswellia sacra, Porphyra umbilicalis, Lapsana communis, Euglena gracilis, Epilobium fleisheri, Lantana camara, Codium tomentosum, Pueraria lobata, Enteromorpha compressa, Tarktogenos kurzii, Lens esculenta, Leptospermum scoparium, Brassica campestris, Dunaliella salina, Aleurites moluccana, Polymnia sonchifolia, Plumeria rubra, Poria cocos, Phellodendron amurense, Bletilla striata, Imperata cylindrica, Eriobotyra japonica, Filipendula ulmaria, Visnaga vera, Annona reticulata, Cyathea medullaris, Theobroma grandiflorum, Citrus ichangensis × C. reticulata, Litchi chinensis, Scutellaria baicalensis, Tephrosia vogelii, Perilla frutescens, Undaria pinnatifida, Nuphar japonica, Mirabilis jalapa, Lupinus albus, Ziziphus ziziphus. Ce n’è abbastanza per realizzare che il tentativo di restare aggiornati nel dettaglio è una patetica lotta sisifea e che le aziende hanno perfettamente capito quel’è il trucco per mandare in sovraccarico l’utente pignolo. Per capire se questa profusione di biodiversità ha un senso in ogni singola formulazione e confrontarla con i claims relativi occorrerebbe infatti una settimana di duro lavoro per una persona esperta, non basta certo una breve riflessione durante un acquisto che, inevitabilmente, rischia di tornare ad essere d’impulso o guidato dai lustrini teleguidati del marketing. E’ però possibile individuare alcuni trend, che possono aiutare a capire cosa succede.

Trend di varietà. Alcune grandi case internazionali hanno scelto la differenziazione estrema come un trademark, andando a spulciare con attenzione fonti vegetali assenti nel resto del mercato, al punto che in termini di “biodiversità” la loro offerta è di gran lunga più varia quella ottenibile sommando molte piccole case produttrici. La loro potenza di fuoco si avvale del lavoro delle case di ingredientistica, che nel settore si sono calate con forza da circa un lustro.  Si tratta di un’operazione diffusa in campo profumiero ed ora applicata sempre più anche in quello più strettamente cosmetico e determina la nascita di un sotto trend degli ingredienti “mee too, che è poi l’aspetto più interessante su cui riflettere. In molti casi infatti sono presenti degli omologhi vegetali, ovvero piante inserite per apparire come alternative nuove ad altri ingredienti, con cui però condividono buona parte dei principi attivi. La fonte vegetale cambia, insomma, ma il motivo della sua efficacia (vera o presunta) è il medesimo in quanto assai simile è la composizione chimica degli estratti che se ne ottengono. Altre aziende hanno imposto ingredienti ricchi in catechine o in carotenoidi: troviamo anche noi piante nuove che li contengano e lavoriamo sulla loro presentazione commerciale. Questo avviene perchè se il consumatore è già abituato ad una tipologia di prodotto, proporre quello che in farmaceutica si chiama me-too è molto facile: si ottiene l’effetto novità senza perdere quello della fiducia già acquisita per quella categoria di ingredienti. L’esempio tipico è sulle alghe: il mercato accetta e conosce il genere Fucus , noi ci differenziamo con Codium tomentosum, Dunaliella salina, Undaria pinnatifida, Entermorpha compressa o con Euglena gracilis. La comparabilità dell’efficacia è però spesso affidata ad una traslazione, raramente ad una vera e propria validazione nata da un confronto diretto, che permetta di asserire con chiarezza la superiorità di una fonte sull’altra. Lo stesso vale per i lipidi (Aleurites moluccana equivalente alla borragine, ma di origine polinesiana), gli frutto-oligosaccaridi umettanti (Polymnia sonchifolia equivalente a molte altre Asteracee, regolando i dosaggi), i beta-glucani delle mucillagini (il fungo giapponese Poria cocos come alternativa al lievito di birra ed alle alghe, o semplicemente come alternativa ad altri gelificanti noti ed inflazionati) o di alcuni oli essenziali ad azione funzionale (Leptospermum scoparium come succedaneo di Melaleuca alternifolia).

Trend del noto. La concorrenza punta sulla novità esotica, sul nome nuovo? Di rimbalzo si crea una nicchia di potenziali consumatori storditi dalla confusione, che si rifugiano sull’ingrediente vicino e riconoscibile, percepibile come sicuro per la sua diffusione in campo alimentare: carote, pomodori, lenticchie, giuggiolo e recentemente tanti cavoli. Che siano esotici o nostrani, alimentari o medicinali questi ingredienti fitocosmetici devono il loro ruolo alla presenza di metaboliti secondari che si ripetono, ancora una volta: polifenoli e carotenoidi, lipidi eudermici e steroli, acidi organici e polisaccaridi. Non è quindi per forza la qualità dei componenti, quanto la loro reale quantità nei formulati a fare la differenza tra i prodotti.

Trend di validazione: non è una novità nel settore, ma per quasi tutte le specie citate la bibliografia pubblicamente disponibile ed indipendente è poca se non nulla. Questo significa che anche volendo non è quasi mai possibile giudicare con chiarezza la coerenza tra claim ed ingrediente. Quindi le piamnte vengono inserite a caso? Assolutamente no -o meglio non è detto- ma molte sono le autocertificazioni basate su investigazioni proprietarie compiute dalle aziende stesse, raramente divulgate e sottoposte al vaglio della ricerca indipendente per ovvi motivi di riservatezza industriale. Questa è una caratteristica elettiva del settore cosmetico, si spera sempre che non diventi la prassi anche in altri contesti ben più sensibili.

Tanto tempo fa, in una galassia lontana, lontana…

Ho messo le mani sulla copia anastatica degli atti del congresso di erboristeria tenutosi a Modena nel 1954 e ne ho caricati alcuni estratti su Scribd. La lettura è istruttiva non solo per le note vintage, per l’inevitabile patina di modernariato scientifico e per le tante cose che uno crede di sapere ed invece, ma anche per valutare cosa è cambiato e cosa da allora resta inalterato nel mercato dei prodotti salutistici.

Ad esempio, parlando di liquirizia un relatore lamentava la scarsa capacità di trasformazione del prodotto sul territorio nazionale: produciamo molta materia prima, ma la esportiamo tale e quale -racconta- ed il profitto lo fanno tutto gli inglesi e le altre nazioni con un’industria di trasformazione. Curioso notare come nello stretto recinto erboristico noi si sia nel frattempo passati dall’altra parte delle barricate, lasciando il campo -di nome e di fatto- ad altri paesi che ora foraggiano le nostre macchine ed i nostri consumi. Spesso lamentando la stessa sperequazione nella distribuzione dei profitti in un settore che, almeno nella percezione del consumatore, appare tenere in alta considerazione il fattore etico.

A proposito di mercati e di norme, si scopre poi leggendo l’intervento del fondatore della Bonomelli, la vendita di camomilla sfusa era un appannaggio commerciale esclusivo del canale farmacia fino al 1940. E sebbene -vedi sopra- la fascia adriatica offrisse allora come ora un terreno favorevole alla sua coltivazione, già in quei tempi valutazioni di carattere strettamente commerciale facevano preferire il prodotto estero. Non tanto per i costi, per l’aroma o l’efficacia, quanto per la qualità merceologica: il capolino delle varietà italiane aveva la tendenza a sfaldarsi durante le fasi di post-raccolta e distribuzione e questo era malvisto in termini di immagine e di percezione da parte del consumatore, per il quale il fiore sfuso valeva (e vale tuttora per abitudine) molto meno . Ora come allora il driver del mercato è la consistenza della droga e non tanto la sua composizione chimica quindi, come forse inevitabile per un prodotto essenzialmente alimentare e gli odierni conflitti di marketing tra camomilla in fiore sfuso e capolino intero hanno radici più commerciali che scientifiche.

La querelle sulla quantificazione dei principi attivi nei prodotti alimentari del resto esisteva già illo tempore, come racconta tra le righe un esperto di rabarbaro, che conclude la sua relazione con un palatabile “fidatevi del gusto, perchè non è detto che il buon rabarbaro da liquoristeria sia quello più ricco di antrachinoni“. Per sua e nostra buona pace, la lotta tra sommelier, degustatori e sostenitori di chemiometria e nasi elettronici permane a nuovo millennio inoltrato. La parte più interessante del suo intervento però verte sulle affannose ricerche del “vero rabarbaro”. Molti secoli dopo Marco Polo,  dato che la circolazione delle informazioni botaniche viaggiava su un binario ben più lento rispetto a quello che portava in Europa la droga, ancora non si sapeva quale specie o varietà di Rheum producesse il rabarbaro cinese. Mercato e scienza, anche oggi, vivono a due velocità.

E’ forse sulla retorica in tema di fitocosmesi che si raggiunge invece il cortocircuito definitivo tra la modifica del linguaggio, della forma, del significante e la persistenza anche attuale del contenuto e del significato. Questo intervento sulle nuove progressive sorti della fitocosmesi alberga vette notevoli in tema di invecchiamento della forma e peterpanismo del contenuto, al punto da sembrare un illuminante saggio di marketing ante litteram per il comparto fitocosmetico. Va rigorosamente letto con voce da Cinegiornale e rappresenta, non me ne vogliano i discendenti dell’estensore, l’archetipo del rappresentante di cosmetici moderno più attento alle volute di fumo che alla cottura dell’arrosto ed alla qualità delle carni. Non un richiamo all’efficacia è presente nel suo scritto, mentre abbonda la cura per attrarre aspettative e proiezioni di sé.

Delineatasi attraverso una reazione a norme antigieniche una nuova condotta di vita, anche  l’estetica, e specialmente  la cosmetica, hanno subìto un rapido processo evolutivo:  tutto si  è semplificato. Poichè essere sani significa essere belli è naturale che si rifugga dalla innumerevole serie di prodotti che i commercianti di belletti avevano saputo creare per nascondere  imperfezioni del  fisico ed insoddisfazioni morali. Si ritorna alla contadinella che rientrando dai campi ravíiva il colore delle sue labbra col succo del geranio, al quale la cornice del volto bronzato dal sole dà maggior risalto. Fuggire dai prodotti sintetici, ricercare prodotti cosmetici naturali è divenuta la preoccupazione di ogni donna che vuole conservarsi avvenente e sana (correva l’anno 1954, ricordo). L’occhio corre sempre alla natura e il desiderio di avvicinarsi ai fiori diviene ognora piu prepotente: quei fiori che ristabiliscono la funzione degli organi e ripristinano la freschezza dei tessuti.

Il modernismo, portandosi appresso una più sana concezione della Vita, ha tolto la donna dall’oscurità della casa:l’ha portata al sole ed all’aria, le ha fatto godere i privilegi della salubrità delle spiaggie e dei monti, togliendola dall’artiflcio, esaltandone i pregi naturali,  sottolineandone l’avvenenza, mettendola a contatto con quei fattori propri alla sanità del corpo. Ritornati, dopo un lungo  periodo di abbandono, alla formula  ( salute e bellezza  n, Ia donna  in  funzione della sua grande missione di madre, non deve più il suo fascino alla fragilltà  del corpo, al languore del viso, al pallore che sembrava trasudarle da ogni  poro, sempfe in forse se svenire o  sedere, paurosa del sole e dell’aria, ma all’agilità delle membra, alla resistenza  del fisico, al sano colorito delle guance, alla morbida e vellutata patina che il sole fa sbocciare sulla sua pelle.”

Su un paio di trends il relatore aveva la vista lunga, senza dubbio. A conferma, la sua percezione dell’erboristeria come un punto vendita “che ha lasciato il posto a miriadi di confezioni che non accontentano più neppure il medico che le prescrive, perchè cose morte” e che si trova “tra la poesia ed il più basso commercio [… ] soffocato dalla lotta di tanti elementi avversi che vedono l’avanzare dell’erboristeria come un pericolo per le loro tasche“. Uno scenario che molti erboristi di oggi ben hanno a mente.

Per riportare il tema su terreni più pratici e con un minimo di concretezza tecnica, magari per la gioia di qualche spignattatore di cosmetici home-made, il contributo di Paolo Rovesti offre per contro qualche spunto interessante, visto che è dedicato a droghe vegetali di facilissima e quasi autarchica reperibilità.

Se qualche cultore dell’erboristeria storica o qualche curioso è interessato ad altri spezzoni, è disponibile l’indice completo. Con pazienza posso caricare altro su Scribd, anche se alcuni materiali rientreranno già nei prossimi post.

Catene corte e filiere lunghe – Alternative all’olio di palma?

Su Elaeis guineensis, pianta da cui si estraggono gli oli di palma, c’è da tempo un bersaglio grosso così. La luce rossa lampeggiante non sta sulla povera specie -al solito senza colpe- quanto sulle sue piantagioni sempre più estese, sempre più aggressive, sempre più nemiche della biodiversità e sempre più a rischio greenwashing.  Sull’olio di palma da anni viene combattuta una battaglia mediatica che vede in prima fila le più grosse associazioni ambientaliste, che hanno fatto del tema uno degli stendardi della loro azione, volta in primis a combattere la struttura e l’estensione della filiera. Dall’altra parte del campo, l’agroindustria (alimentare, cosmetica e delle risorse rinnovabili in senso lato) che letteralmente divora volumi ciclopici di olio di palma per destinarli ad una gran varietà di prodotti che tutti noi utilizziamo ogni giorno: saponi e detergenti, alimenti, biofuels, derivati chimici e lubrificanti. Indubbiamente il grafico che descrive i volumi di produzione di olio di palma e la loro esportazione presenta, negli ultimi decenni, delle pendenze da Mortirolo.

Gli istogrammi che illustrano la distribuzione planetaria e locale della produzione (dati FAO 2008) sembrano invece partoriti dalla mente verticale di qualche architetto di Dubai.

La produzione, come illustrano le immagini, è concentrata quasi esclusivamente in Indonesia ed in Malesia, tigri asiatiche che ospitano anche una buona quota delle foreste tropicali in quell’area del pianeta e la combinazione tra aumento della richiesta e crescita delle coltivazioni determinerà, secondo le previsioni, un’erosione proporzionale di aree forestali anche nelle zone meno popolate e più ricche in biodiversità, come Papua ed il Borneo.

La produzione è dunque localizzata, mentre il consumo degli oli di palma è invece assai più diffuso, sebbene in buona parte concentrato nei paesi più sviluppati. Il dibattito sull’olio di palma di solito verte quindi su due punti cardinali: la filiera lunga e la deforestazione. Per fare spazio alle piantagioni si abbattono ettari di foresta tropicale, si distruggono habitat e si depaupera la biodiversità. Per portare l’olio dall’Indonesia ai mercati di consumo/trasformazione in occidente si impiegano tonnellate di combustibili, accrescendo l’emissione di gas-serra. Questo scenario, giusto o sbagliato, implica in realtà l’esistenza di un mercato vivo e di una serie di esigenze: gli oli vegetali composti da acidi grassi a catena media come l’acido laurico, miristico e caprico hanno un mercato fiorente, come confermato anche dalle cifre e dai volumi di questo grafico FAO per il 2007. Insomma, ci servono per un sacco di cose e se proprio non vogliamo convincerci ad una serie di rinunce, occorre valutare alternative. L’industria li chiede a grandi quantità, grazie al loro basso prezzo li infila ovunque, ma al contempo i consumatori diventano sempre più scettici circa la loro sostenibilità ambientale e sono attenti ed interessati a soluzioni diverse.

Per capire se le alternative esistono, bisogna spendere qualche riga sui motivi del successo dell’olio di palma. In particolare, questo è dovuto alla sintesi tra due fattori, uno legato alla quantità ed uno alla qualità. Il primo è che Elaeis guineensis garantisce una resa per ettaro di gran lunga superiore a quasi tutte le piante oleaginose coltivate. Per avere la stessa quantità di olio di soia o di girasole occorrerebbe una superficie coltivata di dieci volte maggiore e come illustrato dal grafico qui a fianco la superficie delle pantagioni di palma è ben meno estesa di altre oleaginose. L’alternativa deve essere competitiva a questo riguardo. Il secondo motivo è derivato dalla composizione soprattutto di uno dei due oli prodotti da questa palma. Mentre l’olio ricavato dalla spremitura della polpa del frutto è composto da un mix di acidi grassi saturi ed insaturi e trova soprattutto uso nel settore alimentare, quello derivato dal nocciolo è estremamente ricco di acidi grassi saturi a catena di media lunghezza (12-16 atomi di carbonio), come l’acido miristico e laurico. La reologia dei trigliceridi così composti risulta perfetta per due impieghi: la produzione di saponi, detergenti, surfattanti e cosmetici e la produzione di derivati plastici, lubrificanti o combustibili. Per le loro caratteristiche strutturali questi acidi grassi ad esempio sono ideali per i saponi solidi e per la produzione di una lunga serie di derivati di semisintesi, per ottenere i quali un tempo si ricorreva a sottoprodotti della raffinazione del petrolio. Proprietà ed impieghi sono condivisi con un altro olio di origine tropicale, quello di cocco, che di conseguenza vive un trend di espansione assolutamente analogo.

Il riassunto quindi è: gli oli vegetali ricchi di acidi grassi saturi a catena corta ci servono in quantità, ma vengono da lontano e per produrli occorre usare terreno “biodiversamente ed ecologicamente pregiato”. Una possibile soluzione al problema potrebbe essere quella di accorciare le distanze tra gli estremi della filiera, utilizzando terreni già destinati all’uso agricolo, limitando gli spostamenti via nave e riducendo la pressione sulle aree forestali dei tropici.  Magari, si può aggiungere, trovando nuova destinazione a terreni ora coltivati con scarso reddito a causa della concorrenza internazionale e tenuti in piedi con una politica basata su sussidi. Ma le palme del genere Elaeis non sono d’accordo e si rifiutano di crescere negli USA e non ne vogliono sapere neanche dell’Europa. Esistono alternative? Esistono piante coltivabili in zone temperate del pianeta, dove l’agricoltura estensiva ha già creato spazi e la meccanizzazione può assicurare prezzi ridotti?

Il genere Cuphea ed i suoi semi a riguardo possono dire qualcosa. Le sue specie crescono bene anche al freddo, nei climi continentali e presentano una notevole variabilità nei lipidi presenti nei loro semi. Sono anche facilmente ibridabili, cosa che non guasta affatto quando si tratta di selezionare linee più produttive o uniformi. Alcune specie Cuphea, come C. carthagenensis, C. stigulosa, C. viscosissima ed i suoi ibridi, presentano una composizione in trigliceridi assolutamente comparabile a quella dell’olio di palm kernel o dell’olio di cocco. L’ennesima tabella di questo post parla di abbondante laurico, miristico ed anche caprico e caprilico, ancora più appetibili per l’industria dei lubrificanti. Queste piante però sono studiate da poco, da quando l’interesse per il biodiesel ha fatto aumentare gli investimenti per la ricerca di questo tipo di oli. Perchè non compaiono ancora campi violetti nelle pianure d’Europa? Niente complotti ma semplici limiti nelle conoscenze e negli studi agronomici. Fino a pochi anni fa queste specie erano spontanee o al più coltivate a scopo ornamentale e poco è stato ancora fatto per adattarle alle esigenze della coltivazione intensiva. In particolare il processo di addomesticazione non ha ancora domato una caratteristica assai utile per le piante selvatiche, ma poco gradita dall’uomo: la fruttificazione scalare. Una grossa percentuale del raccolto va persa perchè le piante coltivate non sono ancora state selezionate abbastanza da fruttificare tutte assieme. Se la composizione è molto interessante, sulla resa ancora c’è da lavorare: si viaggia attorno ai 1200 kg per ettaro ma si prevede di raddoppiare a breve. La resa estrattiva dell’olio è del 30% circa, il che equivale a 0.3-0.4 tonnellate per ettaro, ancora lontano dall’efficienza produttiva di Elaeis guineensis.

Questo giustifica il fatto che la coltivazione  di Cuphea su scala industriale sia ancora agli albori, ma non esclude che qualche pioniere provi a mettere in commercio piccoli lotti di olio di Cuphea e non mi stupirei di vedere presto saponi solidi a “km zero” fatti con questo derivato vegetale. Intanto, per eventuali pionieri, è disponibile un dettagliato studio agroeconomico, comprensivo di breakeven per una coltivazione meccanizzata in clima temperato-freddo.

Mille bolle blu

Oggi primo giorno di scuola. Si riparte dallo schema qui a lato, che illustra lo stato dell’arte nella validazione scientifica dei prodotti erboristici/integratori alimentari. E’ stato costruito, come racconta l’autore, prendendo in considerazione circa 1500 trials clinici (da PubMed e Cochrane) ed assegnando diametri proporzionali al successo di ogni prodotto, determinato sulla base del numero di citazioni su Google, anche se sarebbe stata interessante una versione costruita sui volumi di vendita. D’altro canto, con una certa sorpresa, sono proprio i prodotti salutistici a fare la parte del leone nell’e-commerce e negli acquisti online, per cui una correlazione può esserci.

Come ogni riassunto schematico è perfettibile e probabilmente non scevro da limiti ed approssimazioni, ma rende bene l’idea. Semiologicamente ottima l’idea delle bolle, che comunicano all’istante un dinamismo estremo, un continuo emergere di nuove materie prime e nuovi ingredienti in un mercato caleidoscopico come quello dei prodotti della salute. Al tempo stesso però le bolle possono essere di sapone e scoppiare di colpo, oppure essere finte mongolfiere dai piedi di cobalto, destinate a non galleggiare mai a causa della zavorra data dall’assenza di evidenza scientifica.

Lo schema è disponibile anche in versione interattiva, consente di selezionare gli ingredienti in base alla tipologia di impiego ed ha abbinato un foglio excel contenente i dati con cui è stato creato, il che rende lo schema aggiornabile in un batter di ciglia. Dato che l’impiego di alcune droghe può essere sufficientemente validato in alcuni casi e non in altri, si possono avere bolle doppie. Nel caso del tè verde, ad esempio si ha una bolla per l’azione ipocolesterolemizzante ed una separata per la prevezione antitumorale.

Comprate il mio specifico, per poco io ve lo do

Giulio Forno ed il suo Bogumil ad un certo punto della storia televisiva del nordest erano diventati un must della tv del sommerso, un binomio da Mai Dire TV, carne per Aldo Grasso. Lo stile della televendita del dimagrante vegetale, la scelta del target da balera, l’onnipresenza ad ogni fascia oraria e l’eloquenza del banditore lo avevano fatto diventare un mezzo idolo trash, anche se mi pregio di non conoscere nessun reale acquirente della mistura ungherese (ricetta rigorosamente ignota, ma probabilmente anticipatrice di Herbalife). Se non ricordo male Giulio Forno non usava sventolare studi scientifici o presunti tali davanti alla telecamera fissa che lo inquadrava a mezzobusto sullo sfondo in croma key. Udite udite o rustici, si affidava più alla testimonianza diretta o indiretta degli acquirenti soddisfatti: lettere di commossi ringraziamenti scritte da calligrafie incerte, interviste a bordo pista con mazurka in sottofondo alla sagra della polenta e osei. Anche lui era, come tanti altri ora come allora, la reincarnazione del Dottor Dulcamara messo in scena da Donizetti nell’Elisir d’Amore.

Ora neppure su internet si trova un’immagine del Bogumil, ma fosse vissuto nei secoli scorsi il signor Forno sarebbe finito di diritto negli archivi consultati con puntiglio da Aldo Cosmacini quando ha scritto Ciarlataneria e Medicina, excursus temporale della strana relazione di amore/odio tra scienza e millanteria. La parte anedottica è rigogliosa di esempi incredibili e mostra un’interazione tra il mondo scientifico ed il suo gemello diverso della pseudoscienza più simile alla porta girevole di un grand hotel che ad una separazione stile muro di Berlino. Dai medici ospedalieri che somministrano lucertole vive a pazienti cancerosi sino a sostenitori della pietra filosofale della salute, la storia è piena di bizzarrie su cui vale la pena di riflettere. Viene da pensare che il problema di questo strano ed eterno yin/yang tra metodo scientifico e ciarlataneria in tema di salute e benessere abbia radici terribilmente solide e si piazzi in una terra di confine metafisica in cui la ragione fatica a farsi largo a colpi di machete, perchè le radici avvolgono ben stretto un bisogno di consolazione d’innanzi a malattia, dolore, invecchiamento o semplice cambiamento delle fasi della vita che ragione non vuole -e forse in alcuni casi non può- sentire.

Emerge solo nella parte finale del saggio, ma nella contemporaneità la dicotomia tra i due mondi (quello ascientifico, umorale e irrazionale ed il suo opposto scientifico e razionale) si è fatta più labile, più confusa. Scienziati che usano la ciarlataneria per posizionarsi sul mercato della ricerca stanno allo specchio con ciarlatani che agitano a sproposito ricerche scientifiche o che addirittura le commissionano per farsi a loro volta largo sul mercato della salute. Visto in questa prospettiva il libro di Cosmacini smette i panni della ricerca storica e diventa un libro di testo per geni del marketing salutistico.

E giù botte

Sarà anche per via del gioco delle parti, del posizionamento sul mercato e dell’inevitabile concorrenza in una nicchia che si sta saturando, ma da quando è uscito lo standard COSMOS i rivali europei della certificazione bio/organica del cosmetico sono passati al contrattacco. Ultimo nell’ordine NaTrue, che ha rilasciato una lista di pecche e difetti che sarebbero presenti tra le righe del disciplinare rivale. L’impressione è che i redattori di Cosmos abbiano optato per alcune aperture, creando per un disciplinare meno ideologico e, per inevitabile riflesso, NaTrue ha deciso di approfittare dello spazio di mercato lasciato meno protetto dal concorrente. La cosa buffa è che mentre il primo ente è formato da certificatori -quindi teoricamente da entità controllanti super partes rispetto al mercato cosmetico-, il secondo ente è invece nato direttamente da un board di aziende del settore.