Nuovi studi animali (o studi su nuovi animali)

Ho il sospetto che i costi elevatissimi necessari per la gestione di uno stabulario, ormai insostenibili per molte strutture accademiche, uniti ai vincoli etici (personali e di percepito pubblico, ma anche di terribile burocrazia connessa) stiano determinando alcune curiose derive negli studi pre-clinici compiuti su animali. A fianco degli studi classici su topi e ratti ed oltre a quelli zoologicamente più esotici su zebrafish e nematodi, negli ultimi mesi stanno diventando più frequenti studi su animali alquanto eccentrici per un laboratorio dedicato alle molecole naturali. Ad esempio, in questo articolo gli effetti sulla memoria dell’epicatechina (uno dei polifenoli di cacao e tè) sono stati testati su gasteropodi come le lumache della specie Lymnaea stagnalis. Oppure in quest’altro caso sono state usate delle api per valutare il ruolo del resveratrolo nella riduzione dell’appetito.

Per la cronaca, in entrambi i casi le indicazioni sono state favorevoli, ovvero le lumache ricordano più a lungo quale sia il comportamento più opportuno di fronte ad uno stress e le api mangiano meno zucchero, lavorano uguale e vivono più a lungo del 30%. Secondo gli autori la scelta delle api è legata al fatto di essere animali sociali come l’uomo, mentre le lumache sono indicate come un possibile buon modello per gli studi cognitivi. Viene però spontaneo chiedersi che traducibilità sull’uomo possano avere questi dati stante la differenza fisiologica enorme tra “noi” e  “loro” e quanto la scelta dei ricercatori sia influenzata dalla scarsa proiezione affettiva che nutriamo verso queste nuove cavie, raramente percepite come carine e coccolose.

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Capirci un Acca (dai Fibra, facci un post futuristico)

Mentre i muratori finalmente cercano di capire da dove arrivi l’acqua che ad ogni pioggia cade allegramente nel mio studio all’università, organizzo i pensieri in vista delle cose da dire a Riva del Garda e raccolgo alla rinfusa materiali di varia origine. Parto da un editoriale di Cell del 2007, ma parto anche da Dan Cohen e dal suo intervento del 2006, che se fossi un critico di musica alternativa definirei seminale, per arrivare ad una sua reinterpretazione fatta da una letterata di Yale, che su un blog della Stanford University giustamente chiosaIn blogging, I’ve come around to the idea that academics need to do a lot more thinking in public if we want said public to have a clue as to what it is that we actually do. It really only seems fair.” Insomma, proviamo a lavorare sulla trasparenza, a spiegare quali meccanismi girano dentro la famigerata torre d’avorio. Magari mettendo in questo laboratorio aperto riflessioni su come evitare la Black box fallacy, ovvero la deriva che porta i nuovi sistemi di comunicazione a funzionare ricorsivamente con la stessa logica di quelli vecchi. E tra le scartoffie spunta il pdf di un articolo preistorico addirittura di due anni fa, roba da geologi del web, con una puntigliosa analisi della blogosfera accademica svedese (circa 70 blog curati a vario titolo da universitari, ma la metà sono studenti di dottorato). L’economista dietro Overcomingbias stacca le prime croste ai problemi che affliggono l’idea di un blog gestito da un docente universitario, perché si tratta di lavoro extra che non viene riconosciuto a nessun livello (talvolta, pure malvisto). Vari pro e contro sono ulteriormente sintetizzati -si fa per dire, sono più di 20 pagine- in un saggio a tema sulla scena blogademica polacca, che tocca tutti i fili scoperti della questione, inclusa la scarsa propensione degli universitari alla semplicità ed i loopholes che nascono quando un ricercatore scientifico deve parlare del suo lavoro (“I am a scientist and my opinion actually does not matter a bit. It is the data that matters and my interpretation of the data“).

Intanto i muratori hanno deciso che bisogna togliere tutto il controsoffitto, ed Internazionale porta addirittura in copertina la storia di Udacity, l’università online che sta trainando l’accademia americana ad accelerare sull’offerta di corsi online, spingendo ad una sempre maggiore presenza di blog gestiti da docenti. Un ricercatore in erba racconta ad un blog di Scientific American una cosa divertente che non farà mai più (si dice sempre così), ovvero andare ad un congresso scientifico. Sulla stessa piattaforma una giovane biologa di colore ha l’occasione di raccontare la sua personale parabola formativa e professionale, condividendola con qualunque studente alle prese con il cosa fare da grande. Un altro link mi lascia riflettere su quanto le affermazioni come queste: “It’s your taxes that fund the research, you should have access to the results without me or anyone else being a mediator“; “Scientific research operates best when you have sharing and transparency”, che partono dal dibattito sull’Open Access nella ricerca scientifica, si applichino anche al suo making of, all’aprire finestre e porte, a mettere personalmente in gioco quello che un ricercatore fa nel quotidiano. Mentre arranco verso la macchinetta del caffé, espulso dallo studio per colpa del trabatello dei muratori antipioggia, penso anche al ribaltamento della prospettiva tra Eloi (ricchi che che vivono nell’ozio, belli e soavi) e Morlock (abitanti sotterranei, indefessi lavoratori ed accaniti tecnofili scientisti, nerd smanettoni ante-litteram) ed a come i Morlock di una volta possano ad un certo punto de-evolversi in Eloi e viceversa divenire oggetto del loro odio, a forza di rimanere separati e distanti tra loro.

Ora si tratta di impastare tutti questi ingredienti e sceneggiarli in un cortometraggio decente, per spiegare in dieci minuti se davvero i blog gestiti da ricercatori possono aiutare a capire come funziona l’accademia e come l’accademia può dare una mano nell’era della ricerca privata. Hai detto niente, soprattutto ora che i calcinacci del controsoffitto hanno coperto la denuncia ai problemi dietro ai trial clinici fatta da Ben Goldacre nel suo Big Pharma: How drug companies mislead doctors and harm patients.

Do plants dream of green sheep?

Un commento al carnevale appena trascorso ha ricordato un vecchio adagio: le piante sono i veri alieni del nostro pianeta, al punto che non le consideriamo esseri viventi come gli altri. Sono intorno a noi e in mezzo a noi, ma funzionano secondo ritmi e meccanismi così diversi e talmente inattingibili agli umani che risulta difficile accettarle come pari. Un libro appena uscito sembra affrontare di petto la questione, chiedendosi quali siano le basi filosofiche e non solo biologiche con cui gli esseri umani si approcciano in modo così differente al Regno Vegetale. Certo, c’è chi abbraccia i tronchi degli alberi in un afflato di fratellanza e chi parla alla petunia mentre la annaffia con amore materno ma solitamente, nelle nostre culture almeno, le piante non sono viste come persone, non godono della stessa considerazione riservata agli animali e se l’amata petunia stenta a darci soddisfazione non esitiamo a sopprimerla senza alcuna remora o senso di colpa. Gli esempi comportamentali a riguardo sono numerosi e forse talmente inconcepibili da apparire dei sofismi: la vivisezione animale è apertamente condannata da molti mentre l’uso sperimentale delle piante non è  reputato neppure vagamente condannabile dal punto di vista etico così come non lo è l’estirpare una pianta che ha terminato di darci i suoi frutti. Strappare un’erbaccia o sopprimere un gattino non sono cose equivalenti, a meno che non siate giainisti.  Oppure ancora, non abbiamo remore nel potare alberi e siepi sebbene si tratti di una sorta di amputazione gratuita, necessaria a scopi estetici o produttivi. Questioni capziose, si dirà, dato che le piante non possiedono un sistema nervoso, non percepiscono dolore e per di più possono rapidamente ripristinare quanto perso in sfalci e potature, eppure sono indicative di come le piante siano di fatto escluse dalla medesima sfera morale con cui l’uomo si approccia agli altri viventi e questo in qualche modo determina la nostra visione della natura nel complesso.

Il libro in questione, Plants as persons di Mattew Hall, è per ora disponibile solo in lingua inglese ed è generosamente consultabile su Google Books, ma si preannuncia interessante per chi ha a cuore una maggiore comprensione del modo con cui l’uomo, al variare delle convenzioni sociali e delle dinamiche culturali che ha creato, vede e considera le piante che lo circondano. Stando ai propositi dell’autore, il libro desidera spiegare come la percezione dell’inferiorità delle piante, cieche, sorde, mute ed imperfette in quanto non dotate della medesima intelligenza riconosciuta agli animali superiori, abbia basi filosofico-religiose proprie di alcune culture e non concrete motivazioni fisiologiche o biologiche né tantomeno evolutive. Certo, sembra essere un libro di filosofia morale più che di scienza ma potrebbe essere una lettura interessante se vi occupate del rapporto tra noi e l’ambiente circostante.

Senza parole

(via)

Mutazioni possibili, progenitori falsi

Vorrei limitarmi ad indirizzare caldamente il lettore verso l’eccelso Edible Geography, senza aggiungere molto a quanto lì raccontato circa il Mutato Archive, collezione fotografica e concettuale di un artista tedesco nata raccogliendo (e mangiando) frutta e verdura variamente deforme venduta nei farmer’s markets di Berlino. Le immagini di corredo sono un estratto del bestiario, err, plantario assortito di agrumi, mele, pomodori, melanzane, zucchine, cetrioli, carote e compagnia selezionato da Uli Westphal, che definisce i suoi soggetti  “gli ultimi sopravvissuti della diversità agricola” e li descrive come “testimoni della soppressione della mutazione e del polimorfismo nel  nostro sistema agroalimentare“. Un sincero elogio al prodotto non standardizzato, alla biodiversità agricola ed in ultima proiezione alla variabilità di forme, geni e stili di vita come motore intimo della vita sulla terra (e dell’esistenza umana vissuta senza un copione ripetitivo, se vogliamo tirare la coperta fino al limite dello strappo).

Vorrei limitarmi, ma non ce la faccio proprio, perchè mi scatta una raffica di relè nella testa. Innanzitutto parte il cortocircuito per la strana percezione che abbiamo nei confronti di individui oggetto di mutazione genetica – dei mostri, assai volgarmente parlando-  assunti contemporaneamente a paladini dell’anti-omologazione ma anche del rischio portato dal diverso, dell’angelico bucolico biodiverso ma anche del demoniaco nocivo antropizzato, come è avvenuto per i limoni di Terzigno. Il mutante può essere al contempo vissuto come un orrore da reprimere e come parte integrante della natura e del suo funzionamento? E’ un elemento da valutare per merito (di gusto, sapore, nutrizione) o per impressione visiva? Questa lettura, viene applicata solo a frutti ed ortaggi? A David Lynch una simile ambigua dicotomia sul tema della diversità piacerebbe un sacco, me lo sento. Eppure uno dei punti in questione, come ricorda con la consueta maestria Nicola Twilley, è terribilmente pratico e non solo metafisico. Il confine tra l'”essere fragola“, l'”apparire fragola” ed “essere accettata in quanto fragola” determina il fato commerciale di tonnellate di frutti ed incide in modo consistente sugli sprechi alimentari, sulla perdita di cibo e risorse ambientali nonchè sui costi ultimi della merce sugli scaffali, se teniamo ai conti della serva. L’aumento della produttività agricola quanta tara paga agli effetti di questa percezione e quanto incude sulla sostenibilità? Il tutto avviene in cascata, a partire da un tilt semiotico che ci porta (tutti, nessuno si senta assolto, neanche i sostenitori dei GAS) a preferire il pomodoro perfettamente sferico e geneticamente fotoshoppato (percorso condotto senza OGM, assai raramente le piante “geneticamente modificate” lo sono per motivi estetici) a quello contorto, deforme o meglio anche solo minimamente non conforme alla normativa, eppure parimenti gustoso ed ugualmente nutriente. Ma la responsabilità, bisogna ammetterlo, non è solo delle esigenze di standardizzazione industriale e della passione del legislatore per il controllabile, per il definito. Noi stessi, al ristorante, valuteremmo il gusto del patto servito o la forma apollinea dell’ortaggio di partenza, come facciamo dall’ortolano? Se il cuoco usasse verdure dalla forma non ortodossa, che condizionamento avremmo nel valutare del risultato del suo lavoro?

I link interni ad altri articoli di Edible Geography sulla percezione che abbiamo del cibo e degli alimenti vegetali in particolare, sono altrettanto pregnanti ed esemplari. L’ortofrutta a cui siamo sempre più abituati è ormai figlia del design e di scelte eidetiche condizionate da fattori extralimentari e quindi solo apparentemente viene selezionata per contenuto, per qualità reale, per pregio alimentare o salutistico. La compriamo perchè è bella, sana, uguale a quella che abbiamo nella casella mentale degli stereotipi ed il simmetrico, il regolare, il corrispondente sono i nostri metri primari di scelta. Acquistiamo un ideale di zucchina. La pressione selettiva che esercitiamo e la forza con cui la sosteniamo sono spinte al punto tale che la definizione medesima di mutante andrebbe rivista. Le verdure sexy, umettate, perfettamente depilate, simmetricamente artificiose e glam come bambole gonfiabili (pornografia gastronomica al silicone commestibile?) che tendiamo a preferire sono mutanti, al pari delle loro omologhe eccentriche, perchè generate da un percorso teso a deformare l’azione della natura sulla base di criteri estetici umani. Eppure questi mutanti sexy appaiono assai più educati e tollerabili al nostro occhio e dominano il panorama dell’ortofrutta, guidano la nostra mano sullo scaffale come piccole sirene di Ulisse. Le loro cugine racchie vengono invece respinte alla dogana, anche perchè noi stessi le lasciamo, orfane, a marcire nel margine dell’espositore esercitando così il nostro contributo selettivo all’eugenetica estetica.

Una carrellata di forme eccentriche come il Mutato Archive ci ricorda che anomalia è forse bandita  prima nelle nostre menti e solo poi nei corridoi della grande industria, in nome della personale sicurezza alimentare (se è storto potrebbe essere marcio, malsano) e della sicurezza della ripetizione, il tutto attraverso un’operazione decodificabile come un antidoto formale contro la fallibilità della vita. Come se l’infallibilità apparente ispirata dalla serialità simmetrica dello stereotipo fosse una garanzia di sicurezza, di bene. Il più delle volte, o almeno in questo caso, il mainstream produttivo ci ritorna quello che noi stessi chiediamo: uniformità allo stereotipo. Il risultato ultimo è che la nostra non è una selezione di alimenti, ma di oggetti supernaturali, che ci proiettano e soddisfano l’icona umana di quello che dovrebbe essere un frutto, una radice, una foglia. Dovrebbe, ma non è nel reale, perché la realtà della natura è jazz, è una variazione sul tema improvvisata davanti ad una partitura costantemente riprocessata dalla jam session della ricombinazione genetica, customizzata ad ogni generazione. La propensione all’abitudine, all’uniforme, all’uguale è al contrario esiziale per le dinamiche naturali ed è assolutamente peculiare a riguardo la contraddizione tra la paura esercitata d’istinto dalla clonazione, dal geneticamente modificato e la propensione per l’omologato che guida invece le nostre scelte nei reparti ortofrutticoli dei supermercati e dei fruttivendoli.

Un’altra spallata al mio vano desiderio di contenermi la portano due tizi ben poco omologabili tra loro: Carlo Levi e Rem Koolhaas. Il primo, ne Il quaderno a cancelli, parlando di pulsioni e passioni alimentari separa l’umanità in soggetti allergici e diabetici, categorizzazione che davanti al Mutato Archive potremmo rileggere in molti modi. Gli allergici, timorosi della diversità e vagamente nevrotici, si relazionano con la varietà della natura cercando rifugio nella regolarità dei tabù, delle diete, delle normative e rifuggono le novità -materiali ed immateriali- trovando conforto nella monotonia, nell’immutabilità delle tradizioni, anche mentali e non solo di folklore. I secondi sono invece bulimici attrattori del vario, avidi rigattieri della diversità offerta dall’ambiente che li circonda, a prescindere dai rischi che potrebbe comportare l’abuso. Nell’abitudine normata dell’allergico, si direbbe, c’è qualcosa di infido come una pulsione di morte, ma suadente; al contrario, nella scoperta continua del diabetico qualcosa di sublime, ma prometeicamente rischioso. I primi, direbbe Westphal, prendono le distanze dal mondo reale scegliendo frutti regolari e standardizzati laddove i secondi accettano, inglobano, sperimentano forme non convenzionali optando per il contenuto e meno per la forma. Koolhaas è invece un architetto (e non solo), dedito a rielaborare la teoria dei “non-luoghi” sviluppandola attorno al concetto di junkspace. Cosa pone in relazione un architetto postmoderno ed una galleria di frutti malformati? Praticamente tutto: Junkspace è la lettura che consiglierei a chiunque volesse approfondire il tema lanciato da Uli Westphal con il Mutato Archive, perchè il reparto ortofrutta del supermercato così come la distesa di cassette del mio fruttarolo sotto casa si presentano “come un’apoteosi, spazialmente grandiosa, ma l’effetto della [loro] ricchezza è una vacuità estrema, una viziosa parodia di ambizione […] il dominio di un ordine finto, simulato, un regno del morphing” che alla fine offre “sensazioni deboli e rilassate, scarse e distanziate tra un’emozione e l’altra, tanto da creare uno stato ipnotico fatto di esperienze estetiche quasi impercettibili” e tra loro non distinguibili. Il cetriolo sempre uguale, il peperone dal gusto ovattato, la pesca dal profumo non troppo intenso hanno la stessa genesi della hall di un aeroporto in vetrocemento, del centro commerciale prefabbricato e dell’aiuola nella rotatoria della tangenziale. L”intensità del prodotto originale sedata dall’allergia con cui ci relazioniamo con la Natura, immaginandola come fonte di non-frutti, non-radici, non-verdure, ovunque uguali per forma e gusto e pertanto rassicuranti.

La variabilità delle forme e dei progenitori di quel che mangiamo è quindi una formalità da allergici o una questione di qualità per diabetici? Da che parte conviene stare? Durante un programma radiofonico, pochi giorni fa, un autore si interrogava sul valore della prima volta e sull’importanza delle piccole differenze del quotidiano come sale della vita: ci ricordiamo il primo giorno di lavoro, la prima vacanza, il primo bacio, la prima fetta d’anguria, poi la reiterazione dell’atto sfuma l’importanza dell’evento, diluendola nella consuetudine che tanto placa le ansie dell’allergico. Assuefarsi al comodo della ripetizione non è da semplici allergici, rischia di essere una questione di allergia all’esistenza. Eppure la salvezza dal Giorno della Marmotta può stare anche nelle piccole cose e la Natura offre al diabetico un amplificatore di queste sensazioni: l’esperienza di mordere una mela la prima volta si può rivitalizzare grazie alla varietà di colori, di gusti, profumi, di forme dei pomi.

Per molti l’abito non fa il monaco: l’abito è un abito ed il monaco un monaco. E un frutto, una verdura cosa sono?

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Immagini da Mutatoes, di Uli Westphal.

L’estetica delle trasformazioni

Yann Arthus-Bertrand è il celeberrimo autore di foto aeree di paesaggi incontaminati o più o meno manipolati dall’uomo. Alcuni suoi scatti sono entrati nell’immaginario collettivo al punto da consentire la rapida identificazione del settore fotografia/arte nelle librerie di mezzo mondo (cfr. la radura amazzonica a forma di cuore). Molte sue opere tendono verticalmente all’estetizzante e raccontano poco, oltre alla patina ed all’emozione a bassa persistenza. Se mi è concesso, ai miei occhi le foto di Athus-Bertrand mancano di cattiveria, non scartavetrano l’occhio ma si limitano ad appagarlo, consolatorie.

Poco prima di Natale è uscito, per opera di diverse università ed organizzazioni americane, un volume che impiega analoghe tecniche di ripresa dall’alto ma offre più cartavetrata, più attrito e più sugo per la rielaborazione. América Latina y el Caribe – Atlas de un ambiente en transformación è, per l’appunto, un atlante di foto aeree di 65 luoghi in 33 nazioni latinoamericane, scattate a distanza di alcuni decenni ed affiancate in un impietoso confronto prima/dopo. Per ogni località viene fornita una dettagliata descrizione di quanto illustrato nonché delle cause che hanno determinato la trasformazione ambientale, spesso drastica, spesso carnale ed oscena -nel senso estetico del termine. Per i più geek, l’atlante è consultabile anche in versione Google Earth e per i più pigri è disponibile anche un pdf con i 10 casi più significativi.

Le foto raccontano di un ambiente oggetto di una trasformazione intensa, per effetto di una pressione antropica sempre crescente e producono un flashback di processi identici, andati in onda qualche secolo e qualche millennio fa nelle aree del mondo che oggi definiamo sviluppate (Europa, America del Nord, Giappone, Australia). La riconversione agricola del Gran Chaco in Paraguay e delle campagne di Salta nell’Argentina settentrionale è quella della Pianura Padana in epoca romana e settecentesca, la deforestazione amazzonica è un film già visto in Europa Centrale, l’espansione di San Salvador è la rievocazione di ogni metropoli occidentale, il decadimento dell’ecosistema costiero per erosione della mangrovie nella baia di Parita, così come le sue conseguenze, ripete una storia andata in scena tante altre volte nel passato. Le persone che determinano ora quelle modifiche ambientali così palesi sono come galassie remote osservate dalla Terra ora: ci raccontano di una fase dello sviluppo umano che noi abbiamo già vissuto e goduto. Se interpellate a riguardo circa l’impatto del loro agire spesso -ma non sempre- ribattono che stanno semplicemente facendo quello che noi abbiamo già portato a termine e che i colpevoli di ieri non hanno diritto di giudicare chi agisce ora per dare un futuro migliore ai propri figli. Certo, circa gli effetti di questo modello di sviluppo c’è di mezzo una consapevolezza acquisita -ma non spesso spesa, non sempre convertita da ideale in potenza ad agire concreto- che cambia la lettura di pancia che diamo a queste immagini satellitari non appena le vediamo. Per chi ci vive è il sole di un avvenire migliore, per noi è una campana a lutto. Eppure mi stranisce pensare come, ad esempio, la ripresa dall’alto di una risaia balinesiana fatta da Arthus-Bertrand, pur essendo una manipolazione del territorio altrettanto impattante e drastica, non provochi un’analoga oscenità, ma al contrario comunichi una rassicurante, statica, sensuale certezza naturale. Forse, per riflettere sugli effetti ambientali dello sviluppo umano il sociologo, l’economista e lo scienziato non bastano. Ci vorrebbe anch un laureato in estetica.

Drowning by numbers – xmas edition

Numeri con cui potrete impressionare i commensali durante cene e pranzi festivi, soprattutto se il vostro proposito per il nuovo anno è trascorrere le festività 2011 da soli.

– Meditando davanti alla in vaso di Euphorbia pulcherrima che anche quest’anno dovete consegnare alla zia: “Mamma, sai quanta clorofilla viene prodotta annualmente dai coinquilini vegetali del pianeta Terra? 10 alla 9 tonnellate (dieci miliardi di tonnellate, hai capito bene. Sì, solo clorofilla, quella verde)“.

– Riflettendo d’innanzi al presepe, a casa di amici: “Sai quante spore rilascia una singola capsula di una pianta di muschio? Fino a 50 milioni. E tu ne hai messo un metro quadro in salotto, non ti inquieta?“.

– Sacramentando in ginocchio davanti all’albero di natale, possibilmente con un avambraccio avvolto nel groviglio di lucette intermittenti: “Amore, se solo potessimo usare le pigne al posto di queste stupide decorazioni, almeno potremmo mantenere intatta la simmetria della spirale della distribuzione dei rami, collegandoci alle regole auree della geometria. Dici che se appendiamo una serie di Fibonacci al posto delle palle di plastica tua madre si agita? […] Mi vuoi bene?

– A botta calda dando di gomito al vicino di posto, a tavola la sera della vigilia. “Sai quanti cromosomi ha un equiseto? Duecentoesedici. Io e te me abbiamo solo quarantasei, ci pensi? Ma dico, ce l’hai presente un equiseto?

– Pochi istanti prima del conto alla rovescia di capodanno, abbordate la biondina invitata dagli amici con un: “Ho letto che solo negli Stati Uniti le specie vegetali usate per ottenere etanolo sono 189. Ci pensi? Chissà se la vodka viene uguale con tutte.”

-Durante la tombola: “è inconcepibile che non esca mai il 137,5. Dovrebbero cambiare le regole, non può continuare così, è semplicemente inaudito“.

-Affettando l’ananas prima dell’ordalia ipercalorica: “Te l’ho già detto che anche in questa roba qui sono nascosti i numeri di Fibonacci? Si te l’ho già detto facendo l’albero l’altra settimana. Hai ragione cara, quest’anno sono arrivato al natale parecchio stanco“.

– Sui biglietti d’auguri ci si può sbizzarrire, ma un pensierino a:  “Si suppone che oltre ai 5000 flavonoidi noti, di cui 200 solo negli acini d’uva, in Natura ve ne siano circa 50000 ancora da scoprire. Mi auguro che lo stesso valga per i tuoi giorni lieti nel 2011“,  ecco, lo farei.

In ogni caso, fate come preferite circa i numeri con cui tediare amici e parenti. Già da questo Natale del resto la compagnia è meno numerosa che nei precedenti e più abbondante che in quelli a venire, per cui la prospettiva di trascorrere le festività da soli crescono comunque: stando ai dati della Red List IUCN su 47677 specie valutate nel 2009, 875 si sono estinte e 17291 rischiano di non arrivare ad uno dei prossimi panettoni.

Tanto tempo fa, in una galassia lontana, lontana…

Ho messo le mani sulla copia anastatica degli atti del congresso di erboristeria tenutosi a Modena nel 1954 e ne ho caricati alcuni estratti su Scribd. La lettura è istruttiva non solo per le note vintage, per l’inevitabile patina di modernariato scientifico e per le tante cose che uno crede di sapere ed invece, ma anche per valutare cosa è cambiato e cosa da allora resta inalterato nel mercato dei prodotti salutistici.

Ad esempio, parlando di liquirizia un relatore lamentava la scarsa capacità di trasformazione del prodotto sul territorio nazionale: produciamo molta materia prima, ma la esportiamo tale e quale -racconta- ed il profitto lo fanno tutto gli inglesi e le altre nazioni con un’industria di trasformazione. Curioso notare come nello stretto recinto erboristico noi si sia nel frattempo passati dall’altra parte delle barricate, lasciando il campo -di nome e di fatto- ad altri paesi che ora foraggiano le nostre macchine ed i nostri consumi. Spesso lamentando la stessa sperequazione nella distribuzione dei profitti in un settore che, almeno nella percezione del consumatore, appare tenere in alta considerazione il fattore etico.

A proposito di mercati e di norme, si scopre poi leggendo l’intervento del fondatore della Bonomelli, la vendita di camomilla sfusa era un appannaggio commerciale esclusivo del canale farmacia fino al 1940. E sebbene -vedi sopra- la fascia adriatica offrisse allora come ora un terreno favorevole alla sua coltivazione, già in quei tempi valutazioni di carattere strettamente commerciale facevano preferire il prodotto estero. Non tanto per i costi, per l’aroma o l’efficacia, quanto per la qualità merceologica: il capolino delle varietà italiane aveva la tendenza a sfaldarsi durante le fasi di post-raccolta e distribuzione e questo era malvisto in termini di immagine e di percezione da parte del consumatore, per il quale il fiore sfuso valeva (e vale tuttora per abitudine) molto meno . Ora come allora il driver del mercato è la consistenza della droga e non tanto la sua composizione chimica quindi, come forse inevitabile per un prodotto essenzialmente alimentare e gli odierni conflitti di marketing tra camomilla in fiore sfuso e capolino intero hanno radici più commerciali che scientifiche.

La querelle sulla quantificazione dei principi attivi nei prodotti alimentari del resto esisteva già illo tempore, come racconta tra le righe un esperto di rabarbaro, che conclude la sua relazione con un palatabile “fidatevi del gusto, perchè non è detto che il buon rabarbaro da liquoristeria sia quello più ricco di antrachinoni“. Per sua e nostra buona pace, la lotta tra sommelier, degustatori e sostenitori di chemiometria e nasi elettronici permane a nuovo millennio inoltrato. La parte più interessante del suo intervento però verte sulle affannose ricerche del “vero rabarbaro”. Molti secoli dopo Marco Polo,  dato che la circolazione delle informazioni botaniche viaggiava su un binario ben più lento rispetto a quello che portava in Europa la droga, ancora non si sapeva quale specie o varietà di Rheum producesse il rabarbaro cinese. Mercato e scienza, anche oggi, vivono a due velocità.

E’ forse sulla retorica in tema di fitocosmesi che si raggiunge invece il cortocircuito definitivo tra la modifica del linguaggio, della forma, del significante e la persistenza anche attuale del contenuto e del significato. Questo intervento sulle nuove progressive sorti della fitocosmesi alberga vette notevoli in tema di invecchiamento della forma e peterpanismo del contenuto, al punto da sembrare un illuminante saggio di marketing ante litteram per il comparto fitocosmetico. Va rigorosamente letto con voce da Cinegiornale e rappresenta, non me ne vogliano i discendenti dell’estensore, l’archetipo del rappresentante di cosmetici moderno più attento alle volute di fumo che alla cottura dell’arrosto ed alla qualità delle carni. Non un richiamo all’efficacia è presente nel suo scritto, mentre abbonda la cura per attrarre aspettative e proiezioni di sé.

Delineatasi attraverso una reazione a norme antigieniche una nuova condotta di vita, anche  l’estetica, e specialmente  la cosmetica, hanno subìto un rapido processo evolutivo:  tutto si  è semplificato. Poichè essere sani significa essere belli è naturale che si rifugga dalla innumerevole serie di prodotti che i commercianti di belletti avevano saputo creare per nascondere  imperfezioni del  fisico ed insoddisfazioni morali. Si ritorna alla contadinella che rientrando dai campi ravíiva il colore delle sue labbra col succo del geranio, al quale la cornice del volto bronzato dal sole dà maggior risalto. Fuggire dai prodotti sintetici, ricercare prodotti cosmetici naturali è divenuta la preoccupazione di ogni donna che vuole conservarsi avvenente e sana (correva l’anno 1954, ricordo). L’occhio corre sempre alla natura e il desiderio di avvicinarsi ai fiori diviene ognora piu prepotente: quei fiori che ristabiliscono la funzione degli organi e ripristinano la freschezza dei tessuti.

Il modernismo, portandosi appresso una più sana concezione della Vita, ha tolto la donna dall’oscurità della casa:l’ha portata al sole ed all’aria, le ha fatto godere i privilegi della salubrità delle spiaggie e dei monti, togliendola dall’artiflcio, esaltandone i pregi naturali,  sottolineandone l’avvenenza, mettendola a contatto con quei fattori propri alla sanità del corpo. Ritornati, dopo un lungo  periodo di abbandono, alla formula  ( salute e bellezza  n, Ia donna  in  funzione della sua grande missione di madre, non deve più il suo fascino alla fragilltà  del corpo, al languore del viso, al pallore che sembrava trasudarle da ogni  poro, sempfe in forse se svenire o  sedere, paurosa del sole e dell’aria, ma all’agilità delle membra, alla resistenza  del fisico, al sano colorito delle guance, alla morbida e vellutata patina che il sole fa sbocciare sulla sua pelle.”

Su un paio di trends il relatore aveva la vista lunga, senza dubbio. A conferma, la sua percezione dell’erboristeria come un punto vendita “che ha lasciato il posto a miriadi di confezioni che non accontentano più neppure il medico che le prescrive, perchè cose morte” e che si trova “tra la poesia ed il più basso commercio [… ] soffocato dalla lotta di tanti elementi avversi che vedono l’avanzare dell’erboristeria come un pericolo per le loro tasche“. Uno scenario che molti erboristi di oggi ben hanno a mente.

Per riportare il tema su terreni più pratici e con un minimo di concretezza tecnica, magari per la gioia di qualche spignattatore di cosmetici home-made, il contributo di Paolo Rovesti offre per contro qualche spunto interessante, visto che è dedicato a droghe vegetali di facilissima e quasi autarchica reperibilità.

Se qualche cultore dell’erboristeria storica o qualche curioso è interessato ad altri spezzoni, è disponibile l’indice completo. Con pazienza posso caricare altro su Scribd, anche se alcuni materiali rientreranno già nei prossimi post.