Immaginare

782eff8d-0629-4a1a-bc91-8862912c9292_largeIl Washington Post ha dedicato un lungo editoriale alla transizione che coinvolge lettura e apprendimento (alto, basso, colto, da mediano di centrocampo): guardiamo i testi come un’ape su un prato, soffermandoci sui colori (parole, immagini) che ci attraggono, tralasciando tutto il resto dell’habitat complesso su cui volano i nostri occhi (tessuti di parole, trame, narrazioni, percorsi). La lettura flipper e d’istinto, non più mediata da una fila di parole disposte dall’autore-Pollicino per seguirne il pensiero, è causa (o effetto) anche del crescente peso dato alle immagini nella comunicazione di ogni ordine, grado e qualità.

Sotto l’impulso della lettura online e della sempre più facile ed economica disponibilità di potenti strumenti di grafica (o di significazione visiva, per dirla con più tono), c’è chi inizia a riflettere sul fatto che “Il cervello non è progettato per leggere”, come racconta la traduzione italiana dell’editoriale apparsa su Il Post. “Non ci sono geni per la lettura come ce ne sono per il linguaggio o la vista. Ma spinto dall’emergere dei geroglifici egizi, dell’alfabeto fenicio, dalla carta cinese e, infine, dalla stampa di Gutenberg, il cervello si è adattato a leggere. Prima di internet, leggeva soprattutto in modi lineari: a una pagina ne seguiva un’altra, e così via. Certo, ci potevano essere immagini mescolate al testo, ma tendevano a esserci poche distrazioni”.

Ora evidentemente questo primato vacilla e il risultato è che le immagini stanno rientrando dalla porta della trasmissione di concetti dopo essere state piazzate (in realtà “solo” per due secoli circa) alla finestra, a incorniciare e abbellire un paesaggio senza aver diritto di parola. Come spiega il numero di Progetto Grafico disponibile in libreria da qualche giorno (PG 25: Scrittura e immagini nel dominio della scienza), la questione non riguarda solo romanzi e narrativa ma anche le scienze e tutti quei sistemi in cui si vuole comunicare un dato o una dimostrazione.5ab8602e05700f6595edcf3706b76e21

Come anticipato tra i vari contributi (sull’uso delle immagini nella fisica) ne compare anche uno del sottoscritto, che prende le mosse dalla conferenza autunnale al Festival della Scienza di Genova. E per quanti -coerentemente con lo spirito dell’epoca e con la loro genetica- non avessero voglia di leggere un intero testo, c’è una board di Pinterest espressamente dedicata al tema e aggiornata periodicamente.

 

 

 

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Pubbliche apparizioni

17664_296217580507917_1283512885_nCredo non avrò mai più una locandina così fashionable. Venerdi Giovedi 28 mi manifesterò in una delle mie cometarie apparizioni pubbliche, in occasione del caffé scientifico organizzato dal WWF di Bologna presso Alce Nero Café in Via Petroni 9. Il piano sarebbe quello di conversare amabilmente, tra uno scaffale, un tavolino e una cucina, della sostenibilità ambientale dei prodotti erboristici, dei problemi posti dalla raccolta di piante medicinali allo stato spontaneo e di come queste cose si intreccino in qualche modo con la struttura delle aziende e con la validazione dei rimedi fitoterapici. Per gli assenti, qualche post a tema nei prossimi giorni.

La scienza in politica: le risposte

Alla fine, ecco le (lunghe) risposte dei candidati alle primarie del centrosinistra in tema di scienza, organizzate con cura sul sito di Le Scienze. Va rimarcato con piacere come tutti e 5 i candidati abbiano dedicato risorse e tempo per soddisfare una richiesta giunta da un numero esiguo, ancorché agguerrito, di cittadini e che lo abbiano fatto accettando regole del gioco (scadenze, forma delle domande, modalità di divulgazione) decise e concordate da quegli stessi cittadini. Evidentemente questo tipo di temi non è considerato orfano e si sente il bisogno di motivare le proprie posizioni al di là di fantomatici programmi e relativi slogan. Analoghe domande verranno poste ai candidati alle primarie degli altri schieramenti e successivamente ai candidati alle elezioni politiche, il tutto sarà poi coordinato attaverso un sito web dedicato, esterno a gruppi editoriali, che diventerà operativo nelle prossime settimane.

Qualche commento sull’iniziativa e non sulle riposte (sulle quali la deriva caciaron-dietro-ideo-logica è quasi inevitabile, ogni navigatore senziente può farsi la propria opinione senza bisogno di guru): l’obiettivo non era quello di scoprire se il candidato x era un sostenitore della disciplina y, quanto piuttosto verificare l’approccio a temi di interesse pubblico con un forte contenuto tecnologico e scientifico. In altre parole, l’intento era verificare se e quanto  i candidati conoscono il meccanismo con cui opera la validazione scientifica, se sanno che tipo di evidenze propone la scienza e se e quanto tali criteri sono per loro opportuni nel discriminare cosa è giusto fare per il bene della collettività e cosa no. Anche se può essere ostico da accettare in una società prona ai manicheismi come la nostra, in questo caso conta più il percorso logico seguito dal candidato nel rispondere che la risposta in sè, perché rivela il criterio con cui verranno operate anche altre scelte che ci riguardano (forse anche più importanti).

Per chi volesse, domattina alle 11.00  RadioTre Scienza dedicherà uno spazio alla discussione di queste domande ed al percorso condiviso che ha portato alla loro formulazione, nato da un’idea di Moreno Colaiacovo e Marco Ferrari.

Atlanti cibografici

Per un amante di geografia, illustrazione, infografica e piante commestibili, immagini come quella qui sopra rappresentano una tentazione irresistibile. Così stamattina mi sono svegliato generoso e ho fatto una una piccola donazione al progetto di cartografia alimentare no-profit che le ha generate; se la raccolta fondi raggiungerà la quota che si è prefissata (termina il 23 ottobre), riceverò una copia di Food: An Atlas. Niente cartine orografiche e mappe di sentieri, ma una collezione di circa 100 cartografie che riassumono graficamente i percorsi della produzione alimentare, del commercio dei cibi e delle materie prime (ovviamente anche vegetali), della sicurezza alimentare e delle mille coniugazioni del verbo mangiare che sono racchiuse nel sostantivo “cucina”. Oltre alla pagina dedicata su Kickstarter, è possibile saperne di più e sbirciare qualche cartina in anticipo leggendo questa bella intervista fatta da Nicola Twiley di Edible Geography all’ideatrice del progetto, una docente di Berkeley chiamata Darin Jensen.

I fiori di vetro

Tra i vari passatempi che si possono portare avanti in un blog c’è anche quello di costruire una wunderkammer 2.0, versione virtuale della teca tardo-rinascimentale per oggetti bizzarri, raccolti al fine di stupire l’osservatore e dare pregio al possessore di un unicum quasi irripetibile, di solito un ricco collezionista. A differenza dei loro omologhi più antichi, le wunderkammern moderne ospitano oggetti comunque inattingibili ai comuni mortali, ma almeno apprezzabili senza bisogno di essere introdotti all’amicizia del nobile o dell’eminente scienziato. Più democraticamente, si può giocare ad assemblare un protomuseo, online ed a costo zero, raccogliendo mirabilia a tema da condividere con altri appassionati, ad esempio, dello stupore vegetale. Ed allora, dopo aver messo nella teca di Erba Volant le xiloteche artistiche, i francobolli, le stampe di arte botanica e persino le figurine Liebig, questa volta è il turno dei fiori di vetro. E non stiamo parlando dell’Impatiens sul davanzale della zia, ma di vero vetro e di veri fiori.

La guida virtuale al cabinet delle curiosità non può esimersi, prima di introdurre i visiatori all’esposizione, dal raccontare la storia di rito, che ha inizio su un veliero bloccato dalla bonaccia. Un mastro vetraio tedesco passa il tempo osservando le meduse che fluttuano ai bordi della nave ed inizia a disegnarle, pensando che il loro aspetto traslucido ben si presterebbe ad essere riprodotto in vetro. Vinto il tedio imposto da Eolo, il vetraio rientra a casa ed inizia a produrre -esclusivamente per proprio diletto e passatempo- riproduzioni di invertebrati e piante, che espone in casa ed in bottega. Siamo alla metà dell’800 ed all’epoca lo studio comparato degli esseri viventi incontrava ostacoli che la tecnologia odierna ha reso pressoché nulli. Ora è facile fotografare una pianta, filmarla, raccogliere campioni e crearne modelli in materiale plastico pressoché identici all’originale ed usarli per fini didattici e dimostrativi. All’epoca tutto questo era impossibile e l’unico modo per mostrare agli studenti degli esseri viventi non impagliabili era quello di conservarli in qualche liquido. Quando un accademico di deesda vide le opere del nostro vetraio, che si chiamava Leopold Blaschka, ebbe un’illuminazione e capiì che sarebbero state perfette per i suoi studenti. Passò all’artigiano ed a suo figlio Rudolf una serie di immagini, campioni in formalina, individui vivi ed allestì con le copie dal vero in vetro un ricco laboratorio didattico, fatto di veri e propri gioielli.

Lavorando con incredibile perizia attorno a strutture in filo di ferro  e colorando il vetro a mano o con ossidi metallici, Leopold e Rudolf Blauscka iniziarono poi a creare anche specimen botanici per conto dell’Università di Harvard, che aveva capito l’utilità didattica e di ricerca del repertorio di invertebrati dei colleghi di Dresda. Conservare un campione d’erbario era certamente più facile che mantenere in forma una medusa, un’anemone marina o un polipo, ma la rapida perdita dei colori, della tridimensionalità e soprattutto la degradazione degli organi e delle strutture più delicate (eppure più importanti all’identificazione ed all’analisi botanica, si pensi ai pezzi fiorali) faceva dell’erbario uno strumento didattico parziale, che non si avvicinava suffficientemente all’osservazione dal vero. Per averla garantita, non potendo sempre coltivare le piante in un orto botanico e non potendole avere a disposizione sempre nello stadio fenologico desiderato, erano necessari modellini di massimo realismo, conservabili a lungo ed osservabili permanentemente. A partire dal 1886 i Blaschka dunque realizzarono su commissione dei botanici di Harvard circa 4.400 campioni in vetro pressoché perfetti e filologicamente ineccepibili di oltre 800 specie vegetali e loro parti, spaziando dall’Iris all’ Echinocactus sino alla mela affetta da ticchiolatura o alla finezza della yucca, immortalata al momento dell’aggressione da parte del suo partner coevolutivo, appartenente al genere Tegeticula. Quasi tutto questo materiale incredibile è stato intelligentemente conservato e preservato sino a divenire un’esposizione permanente presso l’Harvard Museum of Natural History, anche perché con lungimiranza l’ateneo americano si era garantito l’esclusiva completa sulla manifattura dei Blaschka. La storia completa del loro lavoro è ben raccontata sul Journal of Antiques and Collectibles.

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Le camere delle meraviglie avevano il ruolo primario di lasciare l’osservatore a bocca aperta per lo stupore dell’incredibile e dell’inatteso e per chi non avesse voglia di leggere preferendo la magia visiva delle figure, oltre alla gallery qui sopra sono disponibili due video. Riassumono la storia del museo di Harvard e soprattutto del genio della famiglia Blaschka. Il secondo è in tedesco, ma le immagini nella parte finale rendono merito della perfezione di questi manufatti in vetro, che paiono più veri del  reale ed impossibili da ottenere con un materiale fragile ed effimero nella lavorazione come il vetro. Al punto che la prima reazione davanti ad essi è, invariabilmente quella del visitatore della wunderkammer: “non è possibile, non ci credo“.

Sono rimaste in quattro?

La recente revisione della nomenclatura botanica sta mettendo mano anche a piante alimentari vicine alla nostra quotidianità. La potatura è consistente, ma liberatoria: degli oltre 600 nomi assegnati in giro per il mondo alle patate coltivate dall’uomo per scopi alimentari, solo 3 sono rimasti a far compagnia a Solanum tuberosum. Più numerose e meno ridimensionate le specie selvatiche, passate da circa 500 a 100 denominazioni distinte. L’articolo che illustra motivi, ragioni ed effetti di questa enorme semplificazione tassonomica spiega come secoli di studi frammentati e di scarse verifiche ex-post tra erbari troppo autonomi nel trattare una pianta così tanto manipolata, abbiano portato ad una bulimia di specie con conseguente confusione negli studi agronomici, nutrizionali, botanici e chimici. Esiste anche un’altra motivazione all’entropia botanica del caro tubero: l’eccesso di zelo dei sistematici desiderosi -spesso inconsapevolmente- di caratterizzare come entità uniche le varietà locali andine, in realtà espressione variegata di un unico ceppo. Anche le modalità di lavoro hanno facilitato l’opera. Ad esempio, molte specie precedentemente descritte come uniche erano state classificate da botanici sovietici che le avevano osservate e studiate dopo aver portato semi e tuberi dalle Ande in Russia, senza considerare che le diverse condizioni di clima, altitudine e latitudine potevano determinare interferenze alla descrizione.

L’articolo riporta anche le chiavi dicotomiche per il riconoscimento delle quattro specie superstiti, sebbene le ResearchBlogging.orgtre specie minori (Solanum ajanhuiri, S. curtilobum, S. juzepczukii) siano coltivate esclusivamente nella culla della papa, sugli altipiani delle Ande centrali tra Perù e Bolivia. Come ben spiega questa recensione, il nuovo ordine permetterà di far convergere sulle debite specie le informazioni sinora raccolte ma frammentate su una miriade diverse denominazioni. Un esempio su tutti: ricostruire al meglio le origini filogenetiche delle patate attualmente utilizzate dall’uomo, per gestire adeguatamente le banche di germoplasma ora a disposizione, fondamentali per migliorare e garantire nel tempo il prodotto disponibile sul mercato. Una conseguenza che ha riflessi diretti più per chi studia che per chi mangia patate.

Questo processo di semplificazione tassonomica infatti non implica affatto che le patate disponibili in commercio siano tutte uguali, anzi la loro variabilità intraspecifica ed interspecifica è notevolissima e questo si traduce in un’offerta potenzialmente proteiforme, fatta salva la tendenza all’omologazione dei mercati. Come visto recentemente con le mele, anch’esse tutte raccolte sotto un’unica specie botanica ma nient’affatto uguali tra loro, la selezione ormai millenaria condotta dall’uomo e la propensione del genere Solanum per le ibridazioni ha portato a sviluppare circa 4000 tra cultivars ed ibridi e migliaia di varietà di patate che ricadono sì sotto pochi nomi botanici (anzi, praticamente tutte sotto S. tuberosum), ma sono estremamente diversificate per caratteristiche fitochimiche, tecnologiche ed agronomiche (resistenza alle malattie, abbondanza di amido, presenza o assenza di metaboliti secondari specifici, aumento di micronutrienti come il ferro, dimensione, forma e consistenza dei tuberi, proprietà nutrizionali). Tutta questa variabilità è funzione del comportamento del metabolismo secondario e primario della pianta ed è macroscopicamente visibile nella maggiore e minore presenza di determinati composti chimici. Esistono ad esempio mille sfumature di patate amilacee e farinose (più adatte alla frittura) o cerose e compatte (più resistenti alla lessatura ed allo sfaldamento) a seconda della prevalenza rispettivamente di amilosio o amilopectina nel loro amido. Chi volesse toccare vitualmente con mano questo concetto può fare un giro sull’European Cultivated Potato Database e sulle sue oltre 5000 schede, sfogliare il British Variety Potato Database o se avventuroso e fortunato, andare a visitare di persone il Parque de la papa dalle parti di Cuzco in Perù.

Un esempio di immediata fruizione è garantito dalla colorazione della polpa del tubero caro a Van Gogh ed ai pubblicitari in vena di allusioni spinte, in quanto può coprire un ampio spettro cromatico. Siamo assuefatti al colore più o meno giallo della polpa delle patate del supermercato, legato alla maggiore o minore presenza di carotenoidi, ma esistono anche patate blu-viola o rosse, ricche in antociani, come la Negresse nota sin dagli anni ’30 in Europa o le varietà Adirondack, Azul Toro, Vitelotte, All Blue o Blue  Congo illustrata qui sopra. Tutte figlie di qualche campionamento nelle Ande nei secoli passati, poi radicate in zone geografiche precise soprattutto grazie al loro esotismo (ne vengono coltivate su piccola scala anche dalle parti di Cavalese), queste varietà combinano il colore scuro della polpa ad un gusto più dolciastro, vagamente “nocciolato”. Per gli amanti del cöté salutistico della faccenda queste varietà di patate quaresimali contengono anche più flavonoidi ed acidi fenolici delle loro omologhe pallide e seguendo alcuni accorgimenti in cottura possono perdere solo parte dei loro benefici antiossidanti, grazie al fatto di contenere antocianine acilate, più resistenti di altre al calore. La quantità di pigmenti può variare considerevolmente e bastano pochi mg/grammo per impartire colore alla polpa ma in alcuni casi, come nella neozelandese Urenika, questa può arrivare a contenere più antocianine di alcune bacche rosse come more e lamponi. Grazie alla elevata resa in peso ed all’abbondanza di pigmenti queste varietà, assieme alle carote nere Black Knight ed Indigo, sono in realtà la principale fonte commerciale di antocianine per uso alimentare (coloranti, additivi, antiossidanti).  Il lancio di patate fritte rosse, arancio, lilla o rosa già avvenuto sui mercati anglosassoni non rappresenta quindi un evento innaturale ma una manifestazione di diversità interna ad una unica specie e funzione della quantità e del tipo di antociani (malvidine e petunidine per le cultivar blu-viola, pelargonidine per quelle rossastre).

Il 2008 è stato per la FAO l’anno internazionale del tubero più amato del mondo ed il sito realizzato per l’occasione (da cui proviene il disegno in apertura) contiene tutto il desiderabile circa le caratteristiche delle cultivar più o meno diffuse in commercio o disponibili solo nelle zone in cui l’enorme biodiversità intraspecifica di Solanum tuberosum, S. ajanhuiri, S. curtilobum, S. juzepczukii è massima. Quattro del resto è un numero solido ed efficace: i quattro moschettieri, i quattro cavalieri dell’Apocallisse, i quattro evangelisti e persino i quattro dell’Ave Maria sembravano pochi, ma hanno prodotto risultati potenti e plurimi. Ci saranno anche solo quattro specie di patate commestibili, ma fuori dal seminato circoscritto della sistematica valgono come più quattromila.

Rodríguez F, Ghislain M, Clausen AM, Jansky SH, & Spooner DM (2010). Hybrid origins of cultivated potatoes. TAG. Theoretical and applied genetics. Theoretische und angewandte Genetik, 121 (6), 1187-98 PMID: 20734187
OVCHINNIKOVA, A., KRYLOVA, E., GAVRILENKO, T., SMEKALOVA, T., ZHUK, M., KNAPP, S., & SPOONER, D. (2011). Taxonomy of cultivated potatoes (Solanum section Petota: Solanaceae) Botanical Journal of the Linnean Society, 165 (2), 107-155 DOI: 10.1111/j.1095-8339.2010.01107.x
Lewis, C., Walker, J., Lancaster, J., & Sutton, K. (1998). Determination of anthocyanins, flavonoids and phenolic acids in potatoes. I: Coloured cultivars ofSolanum tuberosum L Journal of the Science of Food and Agriculture, 77 (1), 45-57 DOI: 10.1002/(SICI)1097-0010(199805)77:13.0.CO;2-S
Brown, C., Wrolstad, R., Durst, R., Yang, C., & Clevidence, B. (2003). Breeding studies in potatoes containing high concentrations of anthocyanins American Journal of Potato Research, 80 (4), 241-249 DOI: 10.1007/BF02855360

Piante che suonano

Uomini che suonano piante. C’era una volta un tempo in cui le mamme, con cipiglio asburgico, ammonivano i pargoli: “Smetti subito di giocare col cibo. E mangia quelle verdure, che fanno bene“. Poi accadde una cosa. Alcuni bambini viennesi scoprirono che con le verdure si poteva suonare, andando oltre l’ovvio uso percussivo. E trasformarono un peperone in una tromba, un sedano in un basso, una melanzana in una drum machine, una carota in uno xilofono o in un flauto. E non paghi costruirono un didgeridoo ortofrutticolo con un rafano ed un violino sperimentale con l’epidermide di un porro, un corno inglese con una zucca, sino a mettere insieme un’intera orchestra dal fruttivendolo. Credo sia nata così, la Vegetable Orchestra, da un impellente desiderio infantile di giocare a tavola, trasmutando l’odiato broccolo dapprima in un passatempo fanciullesco e poi in una passione che pare restare fresca come appena colta. Sul sito di questa unica -e diciamolo, meravigliosamente nerdissima- orchestra a Km zero sono illustrati anche tutti gli strumenti sinora inventati al reparto ortofrutta e le date dei concerti (a proposito, a marzo suonano presso l’Auditorium di Castel Sant’Elmo di Napoli). Alla fine dello show, l’orchestra è lieta di invitare gli spettatori ad un ricco buffet a base di pinzimonio e minestrone.

Una volta tolto l’uso di prodotti freschi, l’idea ludica dei simpatici viennesi vede stingersi parte della sua unicità, poichè i musicologi insegnano che da sempre l’uomo si è rivolto alle piante ed ai loro organi per produrre strumenti (i flauti di bambù, la korà maliana in cui la cassa di risonanza è costituita da una zucca o le maracas, sempre derivate da qualche peponide). In alcuni casi però l’estro ortaggiofonico si è spinto oltre (citofonare Cage) e si è giovato dell’elettronica semplice, andando ad amplificare cactus o altre piante e registrando i suoni che si producono per vibrazione, pizzicando spine e rami come fossero corde di un’arpa. In tutti questi esempi tuttavia il suono è generato dall’uomo e la pianta è appunto un semplice strumento, di nome e di fatto.

Krautrock. Crescendo di complessità si incontrano anche altri sistemi strumentali, più esoterici, aleatori e spesso origine di devianze nella lettura del fenomeno, per ottenere suoni da un vegetale. Queste forme creative partono curiosamente sempre da spine, elettriche stavolta, poichè sfruttano in modo più massiccio l’elettronica ed impiegano input fisici generati dai vegetali (differenze di potenziale tra suolo e pianta, in genere), li convertono in dati tramite un sistema DSP e processano i segnali digitali così ottenuti con software appositi, in cui ad ogni valore in ingresso corrisponde un tono o un semitono preciso. Più la variazione a monte è graduale e più facile è ricostruire a valle un effetto musicale armonico. Il risultato non è un fenomeno mistico ma una una semplice traduzione di segnali, ottenibile interfacciando una qualunque sorgente variabile ed un convertitore, come onestamente racconta questa super-esoterica ed avanguardissima nota di copertina della Stereofernic Orchidstra (circa 1974).

“Side One of this record represents a non-scientific effort to record the complex electro-chemical activity of an Indian azalea, a philodendrom, a Boston fern and an amaryllis… They were recorded using a specially constructed ‘plant amplifier’ at the U.S. Botanical Gardens… Side Two uses the same recording; however, each of the plants’ signals have been fed into a massive electronic music synthesizer. The result is presented as musique concrete. Both the human wave form musician and the plants control the synthesizer’s output. We hope this record stimulates your imagination and sensitivity to the stereofernic world of plants.”

La Stereofernic Orchidstra era il frutto delle sperimentazioni di un giovane  fisico statunitense di nome Norman Lederman, al lavoro nei primi anni settanta presso l’US Botanical Garden e la storia dei suoni prodotti da queste “plugged plants può essere ascoltata in questo divertente real audio dell’emittente americana WAMU (leggenda vuole che persino i Rolling Stones abbiano commentato il risultato sonoro delle sue prove). Alla base di questo fenomeno piantacustico la presenza, in ogni organismo vivente, di gradienti ionici tra l’interno e l’esterno di cellule, organi, tessuti e nel caso delle piante anche tra la parte radicale, in cui gli ioni vengono assorbiti dal terreno e le foglie, dove gli ioni svolgono le loro funzioni fisiologiche. Ogni volta che si hanno due zone separate con diverse concentrazioni di ioni, lo dice la chimica generale, si ha un potenziale elettrico ed una differenza di potenziale misurabile con appositi strumenti. Nel caso delle piante questa differenza è di qualche milionesimo di volt e come ha spiegato lo stesso Lederman nel 1974, basta produrre un amplificatore che sia in grado di ingrandire questo segnale sino al mezzo Volt necessario a produrre un suono nello spettro dell’udibile ed il gioco è fatto. Anzi, attualmente per avere un segnale da processare via DSP basta molto, molto meno. Le sperimentazioni di Lederman sul ponte di Wheatstone per produrre suoni dalle piante hanno poi preso una china più cara al CICAP, al punto da diventare elemento di proselitismo da parte di alcune sette esoteriche italiane, ma lo studio degli aspetti fisiologici dei segnali elettrici all’interno dei vegetali è continuato -tra alti e bassi- nella comunità scientifica e nel tempo si sono raccolte molte informazioni su come funzionino e perchè vi siano delle differenze di potenziale nelle piante, anche inducibili a seguito di eventi precisi. Le piante non producono variazioni di potenziale come manifestazione di simpatia per l’uomo nè per comunicare con l’esterno e tanto meno il fluttuare del loro potenziale elettrico è manifestazione animistica, neurologica o di gusto estetico musicale. Pochi anni fa è apparso un lungo commento sull’argomento sulla rivista New Phytologist, fortunatamente ad accesso libero e molto discorsivo, che riassume a grandi linee questi concetti: a seguito di lesioni fisiche o termiche, le piante possono produrre segnali elettrici più intensi, probabilmente per segnalare a livello sistemico un allarme ed attivare risposte fisiologiche che per via chimica sarebbero indotte più lentamente. In condizioni normali questi segnali hanno intensità più bassa e variazioni meno drastiche, indotte da risposte fisiologiche normali legate ad un’ampia serie di stimoli ambientali che includono la pressione, la luce, il calore, lo stress osmotico e la disponibilità di acqua. Nel caso di alcune piante, nel girasole ad esempio, queste variazioni del potenziale sono ottenute dalla pianta per semplice modifica della pressione del flusso xilematico, ovvero della colonna d’acqua e ioni trasportata dalle radici verso le foglie. Un aumento o diminuzione della pressione causano una variazione nel trasporto attivo di ioni attraverso le membrane cellulari, con cambiamento della concentrazione ionica tra l’interno e l’esterno delle cellule. Niente segnali elettrici veri e propri, più che altro una conseguenza idraulica, ma sufficientemente intensa da determinare variazioni registrabili da uno strumento e convertibili da un sintetizzatore audio.

Da questa parte, ho sentito qualcosa! Scaricando per un attimo a terra l’elettricità dei viventi e le aure paranormali che rischia sempre di evocare, possiamo scoprire che le piante in realtà emettono effettivamente suoni -suoni veri, onde acustiche reali- in modo autonomo e indipendente dall’uomo. Solo che lo fanno molto sottovoce e, se potessero, cercherebbero di non farsi sentire da nessuno, perchè qualunque suono nella foresta diventa un segnale per i predatori in agguato. A John Cage sarebbe piaciuto un sacco, ad esempio, sapere che gli alberi ad alto fusto in condizioni particolari di evotraspirazione producono suoni ritmici a causa della cavitazione inerziale che si genera durante il trasporto dell’acqua nelle piante. La cavitazione è un fenomeno fisico legato ai fluidi in pressione ed in movimento, due condizioni presenti anche nei vasi xilematici delle piante ad alto fusto, quelli che trasportano acqua e nutrienti dalle radici verso le foglie. Questi vasi sono rigidi, formati da cellule morte e lignificate e si comportano come cannucce, nelle quali la traspirazione della chioma opera come un aspiratore dall’alto e la pressione radicale come una pompa dal basso. Il fenomeno della cavitazione si presenta nelle piante quando la tensione di vapore all’interno dello xilema diventa abbastanza grande da portare all’evaporazione parte dei gas disciolti nell’acqua trasportata, formando bolle e producendo un suono caratteristico. Un esempio registrato può essere ascoltato qui, è ottenuto a circa 47 Hz, rallentato sette volte e potremmo chiamarlo uno xilemofono.

Questo concertino va in scena in modo particolare durante i periodi di siccità, quando il potenziale idrico delle radici non è in grado di compensare adeguatamente la perdita d’acqua della chioma, generando uno squilibrio. Gli emboli che si formano a seguto della cavitazione bloccano tuttavia il transito dell’acqua e se la pianta non riesce a riparare la situazione durante la notte, va incontro ad un danno e ad un progressivo indebolimento. Molte cavitazioni producono molti schiocchi e molti schiocchi da una pianta significano quindi pianta in difficoltà. Il suono della cavitazione è debole e quasi inudibile dall’uomo ma una buona parte dell’emissione acustica ha luogo nel range degli ultrasuoni e pare possa essere percepiuta distintamente da diversi insetti xilofagi, per i quali questo suono è dolce musica, perchè segnala una preda.  E la gazzella malata che si distingue dal branco, si sa, è la prima ad essere notata dai predatori. La musica dello “xilemofono”, così curiosa per noi umani, può quindi diventare un segnale pericoloso per la pianta, attraendo su di sè diversi parassiti, come raccontano gli entomologi e gli esperti di bioacustica.

Spogliati delle loro motivazioni fisiologiche e delle spiegazioni razionali, per gli orecchi romantici di un uomo i suoni diretti o indiretti delle piante restano un evento in grado di riattivare i circuiti infantili della curiosità e dello stupore, come una giostra. Gli stessi che si accendono a chi scopre la Vegetable Orchestra, a chi vede John Cage suonare un cactus, a chi sente un suono sintetico “uscire da una pianta”. Sono elementi che possono essere usati per creare fascino, spiegare concetti e relazioni tra uomini e vegetali  che senza un buon apripista farebbero fatica ad aprirsi la strada. Giusto pochi anni fa l’artista inglese Luke Jerram ha organizzato un’installazione notturna presso l’Orto Botanico di Cambridge proprio con questi scopi, amplificando i suoni della cavitazione delle piante in serra, del fruscio della linfa nei vasi xilematici e portando i bambini ad esplorare suoni e sensazioni che stanno al di fuori dello spettro della nostra normale capacità. Il risultato è il suono accorcia le distanze, apre al gioco, all’esplorazione e con ogni probabilità alla fatidica domanda: “mamma, perchè le piante suonano? Ci posso giocare?

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L’immagine del 7″ della Stereophernic Orchidstra viene da qui.

Carnevale della Biodiversità – Il sequel

La prossima edizione del carnevale della biodiversità è programmata per il 12 Febbraio 2011. La data, come ben sapete, non è casuale: è la ricorrenza del 202° compleanno di Charles Darwin, e ci piace l’idea di poterlo celebrare con voi tutti, anche attraverso la pagina Facebook del carnevale. Il tema portante di questa edizione sarà:

Biodiversità e adattamenti – La lotta costante per il cibo e lo spazio

tema intorno a cui ruoteranno tutti i post che i vari blogger svilupperanno in base al loro stile e inclinazioni personali. Questo blog ad esempio parlerà di muschi e spingarde. Questa seconda edizione del carnevale sarà ospitata dal blog Leucophaea, al cui autore, Marco Ferrari, andranno indirizzati i post per consentirgli la stesura della review.

In questa edizione la biodiversità sarà arricchita dalla partecipazione di ulteriori blogger che desiderano partecipare insieme con noi al Carnevale, per cui, signori blogger, siete sicuramente in tempo a candidarvi.

Non ci resta che aspettare con ansia di leggere i contributi che arricchiranno questa seconda edizione e augurare a tutti gli autori buon lavoro.

I blog che hanno aderito per ora sono

Biosproject: Earth
Continuo proceso de cambio
Erba volant
Gravità Zero
I divagatori scientifici
Il pollice del panda
Leucophaea
L’orologiaio miope
Paperfish fish biology in progress
Mahengechromis Divagazioni di un ciclidofilo
Theropoda

Il gruppo coordinatore

Livio Leoni
Marco Ferrari
Lisa Signorile