La scienza in politica: le risposte

Alla fine, ecco le (lunghe) risposte dei candidati alle primarie del centrosinistra in tema di scienza, organizzate con cura sul sito di Le Scienze. Va rimarcato con piacere come tutti e 5 i candidati abbiano dedicato risorse e tempo per soddisfare una richiesta giunta da un numero esiguo, ancorché agguerrito, di cittadini e che lo abbiano fatto accettando regole del gioco (scadenze, forma delle domande, modalità di divulgazione) decise e concordate da quegli stessi cittadini. Evidentemente questo tipo di temi non è considerato orfano e si sente il bisogno di motivare le proprie posizioni al di là di fantomatici programmi e relativi slogan. Analoghe domande verranno poste ai candidati alle primarie degli altri schieramenti e successivamente ai candidati alle elezioni politiche, il tutto sarà poi coordinato attaverso un sito web dedicato, esterno a gruppi editoriali, che diventerà operativo nelle prossime settimane.

Qualche commento sull’iniziativa e non sulle riposte (sulle quali la deriva caciaron-dietro-ideo-logica è quasi inevitabile, ogni navigatore senziente può farsi la propria opinione senza bisogno di guru): l’obiettivo non era quello di scoprire se il candidato x era un sostenitore della disciplina y, quanto piuttosto verificare l’approccio a temi di interesse pubblico con un forte contenuto tecnologico e scientifico. In altre parole, l’intento era verificare se e quanto  i candidati conoscono il meccanismo con cui opera la validazione scientifica, se sanno che tipo di evidenze propone la scienza e se e quanto tali criteri sono per loro opportuni nel discriminare cosa è giusto fare per il bene della collettività e cosa no. Anche se può essere ostico da accettare in una società prona ai manicheismi come la nostra, in questo caso conta più il percorso logico seguito dal candidato nel rispondere che la risposta in sè, perché rivela il criterio con cui verranno operate anche altre scelte che ci riguardano (forse anche più importanti).

Per chi volesse, domattina alle 11.00  RadioTre Scienza dedicherà uno spazio alla discussione di queste domande ed al percorso condiviso che ha portato alla loro formulazione, nato da un’idea di Moreno Colaiacovo e Marco Ferrari.

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Nuovi studi animali (o studi su nuovi animali)

Ho il sospetto che i costi elevatissimi necessari per la gestione di uno stabulario, ormai insostenibili per molte strutture accademiche, uniti ai vincoli etici (personali e di percepito pubblico, ma anche di terribile burocrazia connessa) stiano determinando alcune curiose derive negli studi pre-clinici compiuti su animali. A fianco degli studi classici su topi e ratti ed oltre a quelli zoologicamente più esotici su zebrafish e nematodi, negli ultimi mesi stanno diventando più frequenti studi su animali alquanto eccentrici per un laboratorio dedicato alle molecole naturali. Ad esempio, in questo articolo gli effetti sulla memoria dell’epicatechina (uno dei polifenoli di cacao e tè) sono stati testati su gasteropodi come le lumache della specie Lymnaea stagnalis. Oppure in quest’altro caso sono state usate delle api per valutare il ruolo del resveratrolo nella riduzione dell’appetito.

Per la cronaca, in entrambi i casi le indicazioni sono state favorevoli, ovvero le lumache ricordano più a lungo quale sia il comportamento più opportuno di fronte ad uno stress e le api mangiano meno zucchero, lavorano uguale e vivono più a lungo del 30%. Secondo gli autori la scelta delle api è legata al fatto di essere animali sociali come l’uomo, mentre le lumache sono indicate come un possibile buon modello per gli studi cognitivi. Viene però spontaneo chiedersi che traducibilità sull’uomo possano avere questi dati stante la differenza fisiologica enorme tra “noi” e  “loro” e quanto la scelta dei ricercatori sia influenzata dalla scarsa proiezione affettiva che nutriamo verso queste nuove cavie, raramente percepite come carine e coccolose.

L’unicorno di San Francisco

Una piccola anticipazione del Carnevale della Biodiversità, dedicato agli Alieni fra noi, che mercoledi 22 avrà la sua gran parata su queste strade. Cercando materiale per il mio contributo, mi sono imbattuto nella storia di Arctostaphylos hookeri ssp. ravenii  e della sua consorella A. hookeri ssp. franciscana, due ericacee del gruppo delle manzanitas delle quali è noto un solo esemplare dalle parti di San Francisco, incapace di auto-impollinazione e quindi destinato alla scomparsa allo stato spontaneo. Si tratta in entrambi i casi di simpatici cespuglietti prostrati e solitari e la ravenii era addirittura ritenuta estinta da circa 60 anni per effetto della pressione della metropoli californiana, che si è lentamente mangiata tutte le nicchie adatte alla sua crescita. La pianta infatti prospera solo su certi tipi di terreni ostici ed aridi e non è competitiva nei suoli fertili, da cui è stata rapidamente sfrattata da altre specie. Poi nel 2009 se ne è scoperto appunto un singolo esemplare in un’area destinata alla costruzione di un parcheggio ed il rinvenimento ha fatto nascere un gagliardo gruppo di sostegno, ripreso anche dalle televisioni locali, a difesa del cosiddetto  “presidio manzanita”. La costruzione del parcheggio ha subito dapprima un rinvio e successivamente la pianta è stata spostata in un’altra area consona alla sua crescita –come raccontano queste foto– e la comunità scientifica ed amatoriale ha iniziato a darsi da fare per propagare vegetativamente la pianta al fine di garantirne il ripopolamento, sebbene probabilmente anche gli individui clonali saranno tra loro sterili e quindi perennemente vincolati alla protezione umana.

Al di là della soddisfazione per il salvataggio, si può fare qualche considerazione proprio partendo da questo punto. Queste sottospecie di Arctostaphylos hanno infatti avuto alcune sfortune, che però sono diventate fortune ad un certo punto: crescere in una zona ad alta densità urbana (dove la presione, ma anche l’attenzione e l’attivismo sono più elevati), essere rappresentanti di un genere caratteristico della California e del chaparral (ovvero, è una pianta riconosciuta come “tipica”), essere tra i pochi colonizzatori di terreni difficili (tenacia e sfortuna chiamano empatia) e, cosa che non guasta, essere apprezzata esteticamente dall’uomo. La domanda sorge spontanea, diceva quello: tanta attenzione per una pianta a rischio estinzione da dove viene? E cosa determina il successo per il presidio manzanita rispetto ad altre specie vegetali ridotte a popolazioni di poche unità? L’aspetto estetico della pianta conta nelle scelte protettice dell’uomo? Non è che l’uomo interviene solo quando nella difesa ambientale si sente coinvolto da un mix di emozioni e simpatie? Alle piante brutte e senza epopee da raccontare chi ci pensa?

La ricerca scientifica ha dimostrato che…

Durante una delle scene iniziali del recente premio Oscar “Il discorso del re“, la macchina che trasporta i reali d’Inghilterra attraversa una zona industriale e passa davanti ad un alto edificio, che è poi quello della foto qui a lato. Sul muro di mattoni è affisso un enorme cartellone pubblicitario, ormai sbiadito, che promuove un prodotto capace di “nutrire e prevenire” contro l’influenza, chiamato Bovril. Che la pittura murale sia male in arnese è filologicamente corretto, in quanto lo slogan appartiene a qualche decennio prima rispetto agli eventi narrati, quando l’epidemia di influenza spagnola faceva strage e qualunque cittadino europeo era interessato a comprare una facile immunità dal flagello. Il concetto di nutraceutico o di alimento funzionale, ben prima dell’invenzione di tali espressioni, era già ben radicato nelle idee dei responsabili di marketing ai tempi dei nostri trisavoli. Il Bovril è tutt’ora in vendita, è anzi un marchio di proprietà di una grossa multinazionale dell’alimentare (che magari ha giustamente fruito del product placement nel film), ma viene ora commercializzato per la sua vera essenza e non attraverso false promesse di salute: si tratta infatti di un normale estratto di carne, leggermente più salato ed aromatico di altri, buono per insaporire pietanze. Non vanta più alcuna relazione con la ricerca medica né nutrizionale e tantomeno con le malattie infettive. La sua promozione come alimento salutistico ad inizio novecento rispondeva ad un’esigenza basata sulla paura e coltivata sulle scarse conoscenze dei consumatori dell’epoca, ai quali era probabilmente facile dar da bere parecchie cose, soprattutto a fronte di un vuoto legislativo che lasciava carta bianca alle aziende ed alle agenzie pubblicitarie. Poi già prima del 1940 sono arrivate le prime restrizioni sui claim e soprattutto sull’uso delle scoperte o delle semplici indicazioni scientifiche e qualcosa è cambiato, assieme alla consapevolezza ad alla cultura razionale dei consumatori. Forse.

Il consumatore odierno, ad esempio, guarderebbe con cinica tenerezza la placca qui a lato, secondo la quale il mentolo sarebbe in grado di proteggere taumaturgicamente dalle epidemie ed allo stesso i manifesti sui prodotti radioattivi segnalati da Dario Bressanini nei giorni scorsi strappano il sorriso alle generazioni attuali. Le mie nozioni di marketing si arenano alla visione di Mad Men, per cui non mi addentro più di tanto nelle dinamiche della nobile arte della vendita, eppure esempi come questi mi mettono curiosità. Come se la passa il senso critico del consumatore? Che opinione ne hanno avuto i copywriters?  Sono così andato in cerca di materiale pubblicitario legato al benessere ed alla salute ed è interessante misurare il trascorrere del tempo osservando quali siano stati i cambiamenti nel rapporto stretto tra ricerca scientifica e promozione pubblicitaria perchè evidenzia, a posteriori, i rischi e le correttezze ballerine di certe scelte. Ed al tempo stesso incoraggia ad avere un atteggiamento scettico di difesa anche nel presente. Sfogliando tra i manifesti pubblicitari d’epoca è capitato ad esempio di imbattermi in casi che da un lato mostrano come si sia evoluto il concetto di “salutare” e dall’altro spiegano meglio di molte parole come il dato scientifico e l’etica della ricerca possano essere piegate ad altre esigenze, perdendo completamente il loro valore originario di scoperta e di messa in dubbio. Coi dubbi, è noto, non si vende.

Ad esempio, negli anni ’50 l’associazione americana che raggruppava i produttori di bevande gasate non aveva remore nel consigliare il consumo di bibite effervescenti, zuccherate e contenenti caffeina a partire dallo svezzamento degli infanti ed alcune case traducevano questo invito in pubblicità mirate alle neo-mamme. Addirittura in questo caso i “test di laboratorio” venivano usati per sostenere che l’anticipo nei consumi garantiva un vantaggio -quasi una fitness– nel successo sociale dei futuri adolescenti. “Do yourself a favour. Do your child a favour. Start them on a strict regimen of sodas and other sugary carbonated beverages right now, for a lifetime of guaranteed happiness“, chiosa il finale di una di queste immagini.

L’uso dei numeri a scopi promozionali è una delle forme più semplici per vendere scienza anche dove non ce n’è. Un amico -ai vecchi tempi delle estati ruspanti in riviera- era solito fingere di essere medico per abbordare ragazze in vacanza: gli bastava sciorinare percentuali a caso sull’incidenza del diabete o sulla percentuale di guarigione dalla tubercolosi per fare colpo (a vent’anni si è stupidi davvero, a prescindere dal genere). La stessa idea l’ha avuta negli anni settanta qualche copy americano che aveva per le mani del succo di prugna ed ecco che un’indagine sull’opinione del prodotto da parte dei consumatori viene scritta in una forma tale da apparire come una conferma scientifica dell’efficacia del medesimo. In fondo, basta mettere dei numeri ed è fatta la scienza.

La promozione del fumo da parte della classe medica resta tuttavia l’esempio più eclatante di mercificazione del sapere scientifico ed annovera una vasta gamma di slogan e figure che sostengono una o l’altra marca di sigarette per presunti benefici per la salute o per l’assenza di effetti nocivi (dal mal di gola alle macchie sui denti) garantiti dall'”evidenza scientifica” o anche, più sottilmente dall’opinione di figure scientifiche usate come testimonial. Addirittura un’intera campagna pubblicitaria fu dedicata alla comparazione degli svantaggi dell’eccesso di cibo rispetto ai vantaggi del fumo: non esagerare col mangiare -che rovina la salute,- piuttosto fumati una sigaretta in più alla faccia della dieta.

Restando nel seminato della forma fisica, promuovere un alimento per la sua abbondanza di lipidi è attualmente prossimo alla blasfemia. Impensabile immaginare una bottiglia di olio di semi reclamizzata con un “contiene il 99% di grassi! Garantito! “. Eppure a cavallo tra le due guerre apparivano pubblicità che sostenevano il consumo di bevande a base di cioccolato attraverso i vantaggi che poteva dare “la presenza di oltre il 25%” di materia grassa. Ed il cioccolato era descritto come un eccellente sostituto della carne.

Ma i corsi ed i ricordsi dei trend pubblicitari possono stupire ed in un’epoca ossessionata dalla salute come la nostra anche il contromarketing può essere una strada da battere: far leva su chi è antagonista per carattere può rendere a prescidere. Ad esempio, a giudicare da una recente campagna pubblicitaria dedicata al recupero di vecchie lattine siamo già nel post-salutismo: la confezione sancisce in bella vista che, bando alle ipocrisie dietetiche, la fine dell’era dei dolcificanti ipocalorici è giunta. Finalmente, la bibita è di nuovo dolcificata con vero zucchero.

Tutti questi esempi fanno rabbrividire sia il ricercatore che il consumatore comune, oggigiorno, ma qualche decennio addietro i messaggi così veicolati erano concepiti come elementi positivi e distintivi per la vendita di un prodotto. Erano cose fighe, per capirci. Però son cose del passato, di quanto le conoscenze scientifiche dei consumatori erano prossime allo zero e la parola del medico valeva come quella del parroco, in quanto ambedue detentori di una verità inarrivabile ed impossibile da valutare per l’uomo della strada. Oggi, con la scolarizzazione e la pervasività della scienza e dei suoi saperi questo sarebbe impossibile, verrebbe da dire. A maggior ragione con il giro di vite sui claims salutistici, il rigore delle normative. Siamo sicuri? Ad esempio, chi volesse, potrebbe fare qualche riflessione su questa infografica relativa alla birra -alimento che amo e consumo abbondantemente- e dedicata ai suoi presunti effetti benefici sulla salute (magari incrociandola con questi dati sulla correlazione alcool-tumore in Europa).  Scoprirebbe che no, molte cose non sono affatto cambiate e chissà quali claim o slogan attualmente usati per promuovere prodotti alimentari o salutistici verranno osservati con un sorriso gelido dai nostri pronipoti, quando i tabù commerciali e salutistici avranno subìto l’ennesimo rimescolamento.

Mutazioni possibili, progenitori falsi

Vorrei limitarmi ad indirizzare caldamente il lettore verso l’eccelso Edible Geography, senza aggiungere molto a quanto lì raccontato circa il Mutato Archive, collezione fotografica e concettuale di un artista tedesco nata raccogliendo (e mangiando) frutta e verdura variamente deforme venduta nei farmer’s markets di Berlino. Le immagini di corredo sono un estratto del bestiario, err, plantario assortito di agrumi, mele, pomodori, melanzane, zucchine, cetrioli, carote e compagnia selezionato da Uli Westphal, che definisce i suoi soggetti  “gli ultimi sopravvissuti della diversità agricola” e li descrive come “testimoni della soppressione della mutazione e del polimorfismo nel  nostro sistema agroalimentare“. Un sincero elogio al prodotto non standardizzato, alla biodiversità agricola ed in ultima proiezione alla variabilità di forme, geni e stili di vita come motore intimo della vita sulla terra (e dell’esistenza umana vissuta senza un copione ripetitivo, se vogliamo tirare la coperta fino al limite dello strappo).

Vorrei limitarmi, ma non ce la faccio proprio, perchè mi scatta una raffica di relè nella testa. Innanzitutto parte il cortocircuito per la strana percezione che abbiamo nei confronti di individui oggetto di mutazione genetica – dei mostri, assai volgarmente parlando-  assunti contemporaneamente a paladini dell’anti-omologazione ma anche del rischio portato dal diverso, dell’angelico bucolico biodiverso ma anche del demoniaco nocivo antropizzato, come è avvenuto per i limoni di Terzigno. Il mutante può essere al contempo vissuto come un orrore da reprimere e come parte integrante della natura e del suo funzionamento? E’ un elemento da valutare per merito (di gusto, sapore, nutrizione) o per impressione visiva? Questa lettura, viene applicata solo a frutti ed ortaggi? A David Lynch una simile ambigua dicotomia sul tema della diversità piacerebbe un sacco, me lo sento. Eppure uno dei punti in questione, come ricorda con la consueta maestria Nicola Twilley, è terribilmente pratico e non solo metafisico. Il confine tra l'”essere fragola“, l'”apparire fragola” ed “essere accettata in quanto fragola” determina il fato commerciale di tonnellate di frutti ed incide in modo consistente sugli sprechi alimentari, sulla perdita di cibo e risorse ambientali nonchè sui costi ultimi della merce sugli scaffali, se teniamo ai conti della serva. L’aumento della produttività agricola quanta tara paga agli effetti di questa percezione e quanto incude sulla sostenibilità? Il tutto avviene in cascata, a partire da un tilt semiotico che ci porta (tutti, nessuno si senta assolto, neanche i sostenitori dei GAS) a preferire il pomodoro perfettamente sferico e geneticamente fotoshoppato (percorso condotto senza OGM, assai raramente le piante “geneticamente modificate” lo sono per motivi estetici) a quello contorto, deforme o meglio anche solo minimamente non conforme alla normativa, eppure parimenti gustoso ed ugualmente nutriente. Ma la responsabilità, bisogna ammetterlo, non è solo delle esigenze di standardizzazione industriale e della passione del legislatore per il controllabile, per il definito. Noi stessi, al ristorante, valuteremmo il gusto del patto servito o la forma apollinea dell’ortaggio di partenza, come facciamo dall’ortolano? Se il cuoco usasse verdure dalla forma non ortodossa, che condizionamento avremmo nel valutare del risultato del suo lavoro?

I link interni ad altri articoli di Edible Geography sulla percezione che abbiamo del cibo e degli alimenti vegetali in particolare, sono altrettanto pregnanti ed esemplari. L’ortofrutta a cui siamo sempre più abituati è ormai figlia del design e di scelte eidetiche condizionate da fattori extralimentari e quindi solo apparentemente viene selezionata per contenuto, per qualità reale, per pregio alimentare o salutistico. La compriamo perchè è bella, sana, uguale a quella che abbiamo nella casella mentale degli stereotipi ed il simmetrico, il regolare, il corrispondente sono i nostri metri primari di scelta. Acquistiamo un ideale di zucchina. La pressione selettiva che esercitiamo e la forza con cui la sosteniamo sono spinte al punto tale che la definizione medesima di mutante andrebbe rivista. Le verdure sexy, umettate, perfettamente depilate, simmetricamente artificiose e glam come bambole gonfiabili (pornografia gastronomica al silicone commestibile?) che tendiamo a preferire sono mutanti, al pari delle loro omologhe eccentriche, perchè generate da un percorso teso a deformare l’azione della natura sulla base di criteri estetici umani. Eppure questi mutanti sexy appaiono assai più educati e tollerabili al nostro occhio e dominano il panorama dell’ortofrutta, guidano la nostra mano sullo scaffale come piccole sirene di Ulisse. Le loro cugine racchie vengono invece respinte alla dogana, anche perchè noi stessi le lasciamo, orfane, a marcire nel margine dell’espositore esercitando così il nostro contributo selettivo all’eugenetica estetica.

Una carrellata di forme eccentriche come il Mutato Archive ci ricorda che anomalia è forse bandita  prima nelle nostre menti e solo poi nei corridoi della grande industria, in nome della personale sicurezza alimentare (se è storto potrebbe essere marcio, malsano) e della sicurezza della ripetizione, il tutto attraverso un’operazione decodificabile come un antidoto formale contro la fallibilità della vita. Come se l’infallibilità apparente ispirata dalla serialità simmetrica dello stereotipo fosse una garanzia di sicurezza, di bene. Il più delle volte, o almeno in questo caso, il mainstream produttivo ci ritorna quello che noi stessi chiediamo: uniformità allo stereotipo. Il risultato ultimo è che la nostra non è una selezione di alimenti, ma di oggetti supernaturali, che ci proiettano e soddisfano l’icona umana di quello che dovrebbe essere un frutto, una radice, una foglia. Dovrebbe, ma non è nel reale, perché la realtà della natura è jazz, è una variazione sul tema improvvisata davanti ad una partitura costantemente riprocessata dalla jam session della ricombinazione genetica, customizzata ad ogni generazione. La propensione all’abitudine, all’uniforme, all’uguale è al contrario esiziale per le dinamiche naturali ed è assolutamente peculiare a riguardo la contraddizione tra la paura esercitata d’istinto dalla clonazione, dal geneticamente modificato e la propensione per l’omologato che guida invece le nostre scelte nei reparti ortofrutticoli dei supermercati e dei fruttivendoli.

Un’altra spallata al mio vano desiderio di contenermi la portano due tizi ben poco omologabili tra loro: Carlo Levi e Rem Koolhaas. Il primo, ne Il quaderno a cancelli, parlando di pulsioni e passioni alimentari separa l’umanità in soggetti allergici e diabetici, categorizzazione che davanti al Mutato Archive potremmo rileggere in molti modi. Gli allergici, timorosi della diversità e vagamente nevrotici, si relazionano con la varietà della natura cercando rifugio nella regolarità dei tabù, delle diete, delle normative e rifuggono le novità -materiali ed immateriali- trovando conforto nella monotonia, nell’immutabilità delle tradizioni, anche mentali e non solo di folklore. I secondi sono invece bulimici attrattori del vario, avidi rigattieri della diversità offerta dall’ambiente che li circonda, a prescindere dai rischi che potrebbe comportare l’abuso. Nell’abitudine normata dell’allergico, si direbbe, c’è qualcosa di infido come una pulsione di morte, ma suadente; al contrario, nella scoperta continua del diabetico qualcosa di sublime, ma prometeicamente rischioso. I primi, direbbe Westphal, prendono le distanze dal mondo reale scegliendo frutti regolari e standardizzati laddove i secondi accettano, inglobano, sperimentano forme non convenzionali optando per il contenuto e meno per la forma. Koolhaas è invece un architetto (e non solo), dedito a rielaborare la teoria dei “non-luoghi” sviluppandola attorno al concetto di junkspace. Cosa pone in relazione un architetto postmoderno ed una galleria di frutti malformati? Praticamente tutto: Junkspace è la lettura che consiglierei a chiunque volesse approfondire il tema lanciato da Uli Westphal con il Mutato Archive, perchè il reparto ortofrutta del supermercato così come la distesa di cassette del mio fruttarolo sotto casa si presentano “come un’apoteosi, spazialmente grandiosa, ma l’effetto della [loro] ricchezza è una vacuità estrema, una viziosa parodia di ambizione […] il dominio di un ordine finto, simulato, un regno del morphing” che alla fine offre “sensazioni deboli e rilassate, scarse e distanziate tra un’emozione e l’altra, tanto da creare uno stato ipnotico fatto di esperienze estetiche quasi impercettibili” e tra loro non distinguibili. Il cetriolo sempre uguale, il peperone dal gusto ovattato, la pesca dal profumo non troppo intenso hanno la stessa genesi della hall di un aeroporto in vetrocemento, del centro commerciale prefabbricato e dell’aiuola nella rotatoria della tangenziale. L”intensità del prodotto originale sedata dall’allergia con cui ci relazioniamo con la Natura, immaginandola come fonte di non-frutti, non-radici, non-verdure, ovunque uguali per forma e gusto e pertanto rassicuranti.

La variabilità delle forme e dei progenitori di quel che mangiamo è quindi una formalità da allergici o una questione di qualità per diabetici? Da che parte conviene stare? Durante un programma radiofonico, pochi giorni fa, un autore si interrogava sul valore della prima volta e sull’importanza delle piccole differenze del quotidiano come sale della vita: ci ricordiamo il primo giorno di lavoro, la prima vacanza, il primo bacio, la prima fetta d’anguria, poi la reiterazione dell’atto sfuma l’importanza dell’evento, diluendola nella consuetudine che tanto placa le ansie dell’allergico. Assuefarsi al comodo della ripetizione non è da semplici allergici, rischia di essere una questione di allergia all’esistenza. Eppure la salvezza dal Giorno della Marmotta può stare anche nelle piccole cose e la Natura offre al diabetico un amplificatore di queste sensazioni: l’esperienza di mordere una mela la prima volta si può rivitalizzare grazie alla varietà di colori, di gusti, profumi, di forme dei pomi.

Per molti l’abito non fa il monaco: l’abito è un abito ed il monaco un monaco. E un frutto, una verdura cosa sono?

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Immagini da Mutatoes, di Uli Westphal.

Dalla parte dell’erbario

Giunti alla fine di dicembre del 2010 -ammettiamolo- l’ennesima lettura della parola biodiversità può produrre quel retrogusto trito e vagamente stantio che si deve ad ogni vero tormentone. La sovraesposizione stanca ed il martellamento annoia, dicono. Chissà se durante l’anno il martello ha colpito qualche volta anche il chiodo, fissando almeno le nozioni di base o ha centrato più spesso le dita, rendendo detestabile l’argomento. Ad esempio, alzi la mano chi ha le idee chiare su come funziona il censimento delle specie vegetali presenti sul pianeta Terra. Io, anche se ne ho parlato giusto l’anno scorso riassumendo i numeri delle piante identificate e di quelle ancora in attesa di un tassonomo, la tengo prudentemente sotto al banco. Soprattutto dopo aver letto questo articolo di PNAS, che verte attorno a pochi semplici calcoli ma è ricco di spunti.

Secondo i dati raccolti, la conta delle piante non procede certo alacremente e solo il 16% delle nuove specie botaniche scoperte dall’uomo negli ultimi 40 anni è stata identificata entro 5 anni dalla sua raccolta. E tra le restanti moltissime hanno dovuto attendere tra due fogli di carta e spilli anche più di cinquanta anni (ho scritto 50), prima che il loro status di new ones venisse riconosciuto, mentre la media si attresta tra i 25 ed i 30 anni. Niente scoperte in campo, come è giusto che sia data la difficoltà dell’operazione e l’alto rischio di topiche, come racconta spesso il nostro vicino Phytophactor, e poche indagini romantiche da Indiana Jones tra giungle e paludi: la frontiera della scoperta botanica è nel fienile degli erbari. Ma avanza a passo di lumaca, dato che stiamo “scoprendo” piante raccolte in piena guerra fredda, prima di Tienanmen e della caduta del muro, prima dello scioglimento dei Led Zeppelin, prima che fosse eletto Ronald Reagan, prima dei mondiali di Pablito Rossi, lustri prima del Nobel a Mullis per la PCR e prima della nascita di tutti i miei studenti, per dare riferimenti transculturali. Le future conoscenze sulla biodiversità in questo senso giacciono sdraiate nell’immenso backlog negli erbari di mezzo mondo e la curva con cui vengono assimilate ha una pendenza ridicola, resa ancor più precaria dalla poca cura con cui queste strutture semi-museali vengono tenute. Secondo gli autori tra i campioni d’erbario già depositati ma non analizzati sarebbero quiescenti circa metà delle 70000 specie vegetali che si stima manchino alla conta definitiva della biodiversità vegetale.

A margine dei loro impietosi conti, gli autori suggeriscono più o meno implicitamente che, a fronte di risorse finite (in ogni senso), la loro allocazione nellos tudio delle piante debba avenire in funzione di priorità precise e nello specifico quella post-campo appare indubbiamente orfana, i numeri parlano chiaro. Se i finanziamenti latitano, dove è più conveniente investire: nella valutazione dei campioni già acquisiti dagli erbari, nella loro conservazione pluridecennale, nella ricerca in campo di nuove potenziali specie da identificare o nella preservazione di ecosistemi in cui queste ed altre piante prosperano? Per dare un nome ed una collocazione alle 35000 specie raccolte nei decenni passati ed a quelle che si stimano presenti in natura occorrerebbero, ai ritmi attuali, circa 35-40 anni. Ma se incrociamo questa cronologia con la velocità di scomparsa degli habitat a rischio, da cui molte di queste specie provengono, cosa ce ne faremo di queste figurine, una collezione di rimpianti? E’ lampante che questo settore stia languendo in modo insostenibile -anche solo in termini di attenzione mediatica e di percezione pubblica- ma l’obiettivo non può essere limitato al ridistribuire il poco esistente, bensì ad incrementare il totale disponibile e l’attenzione integrale sul problema del rapporto tra uomo ed ambiente.

Nel frattempo nostro disastrato paese gli orti botanici, in genere depositari di questi archivi vegetali, si chiudono per carenza di fondi e chi si occupa -anche con eccellenza- dell’argomento è l’epitome del precariato, considerato detentore di un sapere pulcioso e privo di utilità. Quando si passa accanto ad un erbario durante le visite agli orti botanici si ha l’impressione di avere davanti un polveroso ed inutile ammasso di carte e di foglie secche, come la foto che ho appena scattato lascia ampiamente intuire. Quella del curatore d’erbario è invece una professione, al punto che esiste una società internazionale che li raggruppa. Il suo sito è essenziale ma ricco di informazioni utili circa le tecniche di erborizzazione e di conservazione degli specimen, sull’accesso agli erbari per le consultazioni e sulla digitalizzazione dei dati e delle ricerche per la loro condivisione su scala globale. E per chi volesse ambire, c’è anche una panoramica dei salari sul mercato nordamericano.

Scale di valori

Più ripeto e più sento ripetere l’espressione “valorizzare la biodiversità” e più questa suona male, pensavo mentre scrivevo questo post. Innanzitutto perchè sottende un’attribuzione della dignità solo attraverso un valore materiale,  quantizzabile e definito in via esclusiva dall’utilità pratica umana: un valore estetico in funzione del giudizio umano oppure un valore economico diretto o indiretto, ad esempio. Come se il valore non fosse ontologico e come se la dignità di esistere non fosse un diritto stabilito. Poi ha una nuance negativa, come se la complessità delle specie viventi fosse qualcosa di indubbiamente carino,  ma potenzialmente migliorabile, ché da sola non ce la fa. Una stanza bisognosa dell’accessorio giusto per diventare accogliente, una teenager che si dovrebbe valorizzare cambiando pettinatura o trucco, uno scapolo che deve cambiare look per poter essere finalmente considerato sexy; un prodotto che abbisogna della giusta confezione per essere accettato dal mercato; una nicchia ecologica che varrebbe la pena difendere se solo si trovasse un che di mercificabile. Una prospettiva che sarebbe illogico non considerare e non sostenere, ma al contempo poco inclusiva, prona alle graduatorie di merito e deformante quando assurta ad unica motivazione valida per preservare ecosistemi e specie viventi.

Sulle pagine della rivista Resurgence il conservazionista Paul Evans ha sollevato questi ed altri punti circa l’attuale criterio di gestione ed interpretazione della biodiversità, chiedendosi perchè questo termine abbia preso il sopravvento a livello mediatico su quelli di ambiente e di Natura. Evans si chiede chi debba o possa avere il diritto di stabilire quali specie viventi sono buone (e quindi da conservare) e quali cattive (e quindi da sradicare, eliminare, uccidere, normalizzare).

The kind of care given to biodiversity is managerial, a ‘standing-in’ for Nature. It stems from a desire to control, to garden, and is adversarial towards natural processes, such as the colonisation of animals and plants that cause long-term change to the preferred model of biodiversity. Management is antithetical to wildness, and even if pristine wilderness is little more than a romantic ideal, caring for the qualitative ‘wild’ of wildlife is a hands-off advocacy, a standing-up for Nature to be as it is, even if we think that that’s bad for us.

Sino ad ora questa scelta è stata condotta su una scala di valori puramente antropocentrici: l’infestante non mi piace e quindi la tolgo, perchè pur seguendo le dinamiche della Natura altera l’estetica romantica che l’uomo attribuisce ai luoghi; la specie con un frutto commerciabile la proteggo e la difendo anche a scapito di quella che nutre altre specie che non mi danno utile; l’habitat umido ma biodiverso che può sostenere insetti è sacrificabile perchè mi danno noia; la dinamica competitiva della natura che non combacia con le mie esigenze la ostacolo, imponendo un ordine umano. In questa declinazione la “valorizzazione della biodiversità” sembra poco più di un altro proiettile d’argento nella cartuccera gerarchica proposta dalla Scala Naturae.

The term ‘biodiversity’ celebrates difference between things rather than the things themselves. It may be that diversity is strength and that we need it to sustain ourselves and be what we are. Although all living things depend on the relationships between them for their existence, it is hard to care for abstract ideas of diversity, especially when our impulse is to love the particular: this fern, this bird, this seal. Valuing diversity itself may not discriminate between which kind of living thing we love and which we persecute. To discriminate, using scientific conservation values such as ‘nativeness’, rarity, threat and vulnerability, ceases to be neutral.

La lettura di Evans è chiaramente in controtendenza, ma aiuta a tenere presente l’ inaccettabile complessità delle cose e l’impercorribilità delle soluzioni semplici, come ricordano Calvin e Hobbes (l’installazione della Scala Naturae è invece di Mark Dion).

Well we know where we’re going / But we don’t know where we’ve been

Jason Clay del WWF ha una tesi: lavorare per la sostenibilità ambientale partendo dai passeggeri (i consumatori) dell’autobus che corre verso il proverbiale precipizio è un’operazione e troppo lenta rispetto alla velocità del mezzo ed alla prossimità del burrone. Bisogna lavorare direttamente sul conducente (le multinazionali) perchè se sterzano loro che stanno davanti poi la coda di Hamelin le segue. La chiave: spiegare al conducente che se vuole continuare il suo business di trasporti anche in futuro è opportuno evitare che si schiantino sia il veicolo, i passeggeri ed anche i concorrenti, lavorando in fase pre-competitiva. Olio di palma e cacao sono due commodities su cui si sta lavorando, con risultati molto altalenanti e non sempre promettenti, ma Clay ci crede.

Intanto pare che il 21 agosto si sia superato il plafond delle risorse ambientali. Praticamente da una settimana e fino alla fine dell’anno il nostro conto presso la banca del pianeta terra è scoperto. Sul numero di settembre di Scientific American apparirà invece una monografia dedicata a quel che resta del mondo, ovvero “cosa faremo quando la Banca Terra non ci farà più credito?” L’infografica animata con il calcolo della distanza tra noi ed il fondo del barile delle risorse planetarie è bella nella sua feralità.