Semi da biblioteca

cfa16b2d5776d05323d599bd28704640Ho sempre pensato alle varietà delle piante coltivate un po’ come se fossero libri. Si tratta in ambedue i casi di prodotti dell’ingegno e della creatività umana, rispondenti a tendenze culturali, esigenze del momento o mode del gusto. Libri, cultivar, ibridi e persino specie di uso orticolo, agricolo e ornamentale vivono una fase di successo esponenziale al momento della loro comparsa sul mercato, diventando in alcuni casi dei best-seller immortali le cui vendite si protraggono per decenni. I meno fortunati invece cadono presto o tardi nell’oblio, perché i gusti e i bisogni di chi le divora col palato o con gli occhi (o le coltiva nel suolo e nello spirito) sono mutati.

In alcuni casi queste entità diventano invece oggetto di culto tra pochi estimatori, che fuori da ogni circuito commerciale si consigliano e passano di mano il titolo nei circoli letterari o in quelli di scambio delle sementi, assicurando ad esse lunga vita e prosperità in modo informale. Quando un libro esce dal catalogo degli editori la sua reperibilità resta garantita ai più tenaci cercatori grazie alla vendita di remainders o, soprattutto, dalla disponibilità delle biblioteche presso le quali può essere chiesto in prestito. Ne esistono di locali e nazionali, che in Italia grazie ai servizi OPAC garantiscono un prestito interbibliotecario a curiosi e studiosi e ne esistono di rilevanza mondiale, come la British Library e la Bibliotheque Nationale de France, che raccolgono praticamente tutto quello che viene pubblicato al mondo e lo mantengono in caso di necessità. E non ospitano solo libri, ma anche riviste e giornali e altri documenti scritti. Anche per questo non veniamo presi dal panico quando un testo scompare dagli scaffali delle librerie e non gridiamo per questo alla perdita di “bibliodiversità”: sappiamo che se servisse a noi o a qualche esperto letterario un modo per recuperarlo e riutilizzarlo esiste. Magari complesso e lento, ma esiste. Coerentemente, quando il 22 agosto del 1992 venne bombardata e bruciata la Viječnica, la Biblioteca di Sarajevo o quando il 4 novembre 1966 l’alluvione di Firenze sommerse di fango i volumi della Biblioteca Nazionale l’impatto emotivo fu grande, per la consapevolezza che un gran numero di opere uniche dell’ingegno e della creatività dell’uomo erano andate irrimediabilmente e definitivamente perse.

9c9941536f1a223e9318d9b1e6ecc38fLa scomparsa di una varietà dal mercato semenziero o da quello ortofrutticolo è invece vissuta con grande preoccupazione, probabilmente per la stessa paura di definitiva perdita che guidava gli angeli del fango di Firenze o pompieri e volontari di Sarajevo, che cercavano di salvare i libri della Viječnica nonostante le granate serbe che continuavano a cadere sull’edificio in fiamme. Eppure, come per i libri, quello che conta per l’agrobiodiversità non è tanto la presenza sugli scaffali dei fruttivendoli ma che le varietà delle piante coltivate restino reperibili a chi le deve o vuole usare per avviare nuove coltivazioni o fruibili per chi desidera impiegarne i tratti genetici nella selezione di ulteriori varietà, rispondenti alle tendenze culturali, alle esigenze del momento o alle mode del gusto contemporaneo. Le banche del germoplasma e le reti informali dei seed savers svolgono per la biodiversità agricola lo stesso ruolo delle biblioteche pubbliche e private o dei circoli letterari: mantengono i semi delle infinite varietà elaborate dall’uomo e li rendono disponibili a chi ne ha bisogno. Un approfondimento di Elisabetta Tola per l’Aula di Scienze di Zanichelli racconta vintage-vegetables-996390_960_720con precisione l’importanza di questi sistemi, spiega perché l’attivismo a basso costo dei seed savers non è per forza in contrapposizione con l’approccio tecnologico e istituzionale delle banche pubbliche del germoplasma e soprattutto aiuta a ragionare su cosa si dovrebbe concretamente intendere con “perdità dell’agrobiodiversità”: non una perdita di entità commerciali per consumatori, ma di risorse accessibili per professionisti e appassionati. A spaventare veramente dovrebbe essere la possibile distruzione di queste Viječnica dei semi, per opera di guerre civili e insurrezioni (come avvenuto recentemente in Egitto e in Siria) o per incuria e scarso finanziamento da parte delle istituzioni, come avviene regolarmente in molte parti del mondo.

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4 pensieri su “Semi da biblioteca

  1. Domanda da ignorante: prendiamo un ortaggio a caso, come la patata. Nel corso dei secoli i geni sono stati rimescolati in tutti i modi, i genomi moltiplicati ed immagino qualche mutazione nuova fissata. Ci troviamo così decine e decine di varietà. Ma poichè la selezione é anche eliminazione la variabilità genetica (allelica?) delle patate originarie é diminuita? Ha senso quello che dico?

  2. Grazie, l’argomento mi è caro. Auspico un sempre maggior interesse rispetto a questo tema.

  3. Se la base di partenza è fissa e “chiusa”, a forza di rimescolare si ottengono entità in grande numero ma poco diverse tra loro, con pregi e difetti che si assomigliano molto. Una specie di comunità endogamica o di casta nobiliare. Anche se spesso chi parla di biodiversità di concentra sul numero (“da inizio secolo siamo passati da 1000 varietà a sole 25”), il numero dice poco. Nel caso della patata se si continuano ad incrociare tra loro le stesse varietà, il numero cresce ma come dici la biodiversità effettiva cala. Per questo serve tenere da conto le varietà più antiche e soprattutto i cosiddetti wild relatives, i cugini e i trisavoli selvatici delle specie coltivate: servono a mettere sangue fresco nella stirpe, per restare in tema nobiliare e ad aumentare la diversità in qualità e non solo in numero. Ma come accennavo nel post, queste varietà antiche o selvatiche non è indispensabile coltivarle. “Basta” che siano reperibili nelle banche del germoplasma, o che non si facciano sparire gli habitat in cui crescono i wild relatives.

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