Piante filosofali, che trasformano le foglie in oro – Parte Prima

Hesperides2Tra le fatiche erculee si annovera il furto di certi splendidi frutti d’oro dal giardino di Era, gelosamente custodito dalle ninfe Esperidi Egle, Erizia ed Esperaretusa assieme al drago Ladone. Una storia di furbizia e di forza (c’era un intero cielo da tenere sulle spalle), che come molte altre del mito erculeo è finita a illustrare quadri e affreschi, assieme alla misteriosa pianta al centro della vicenda. Nella genesi di un mito le piante hanno in funzioni simboliche che ne complicano la precisa determinazione botanica e pertanto l’albero dai frutti dorati è stato dipinto con licenza poetica, seguendo la descrizione sommaria che ne fa la leggenda o in base a tratti evocativi. A seconda delle rappresentazioni possiamo infatti incontrare un frutto indistinto (in Hans von Marées), un melo (in Rubens, per via del vocabolo pomum usato nei racconti latini, che però indica il frutto di qualunque albero) o un arancio (nel Giardino delle Esperidi del preraffaellita Edward Coley Burne-Jones, ma anche nella Primavera del Botticelli, per via del colore). La seconda scelta ha certamente lasciato il segno, in quanto il frutto degli agrumi è una bacca modificata detta “esperidio” proprio in onore alle mitiche custodi. Lo stesso mito poi rientra di carambola carpiata anche in un’altra discendenza, con un ortaggio sicuramente assente nel Mediterraneo ai tempi di Ercole: il pomodoro. Botanica sistematica a parte, nel leggendario giardino delle esperidi crescevano, gelosamente custodite, piante goldfinger dai frutti d’oro.

Possono davvero esistere frutti d’oro? Ovviamente no, altrimenti non saremmo dalle parti di una leggenda. Però recentemente abbiamo scoperto sulle piante alcune cose che non sapevamo e che accarezzano questo mito. Ad esempio, si è osservato che specie ad alto fusto adattate a climi siccitosi e dall’apparato radicale profondo e sviluppato, come gli eucalipti delle foreste Australiane, possono accumulare piccole quantità d’oro soprattutto in corteccia e foglie . Questo fenomeno ha luogo solo quando le piante crescono su terreni attraversati in profondità, anche oltre 30-40 metri, da vene aurifere. Gli alberi in questione non hanno poteri di trasmutazione alchemica, ma assorbono il pregiato metallo assieme a molti altri nella oro opera di dragaggio delle acque sotterranee, senza riuscire a filtrarlo a livello radicale. Quando Eucalyptus marginata aspira l’acqua che le serve per vivere, assimila oro in forma di ioni idrosolubili e questo entra in modo sistemico nella pianta, la quale, non sapendo che farne, lo accumula nelle foglie. In particolare, lo stiva come una brava massaia nell’organello cellulare detto vacuolo, che funziona più o meno come un ripostiglio per tutto quello che i vegetali non possono eliminare altrimenti, non avendo un apparato escretore. L’oro, metallo pesante tossico come cadmio, zinco o piombo non è certo un toccasana neanche nelle piante, che non possono contare su sistemi di detossificazione attiva: una volta assorbito non hanno modo di espellerlo direttamente. Così, cercano di impacchettarlo in sistemi organici e di stoccarlo in parti fisiologicamente destinate alla morte, come corteccia e foglie. Queste ultime, cadendo al suolo, eliminano fisicamente lo sgradito metallo dall’organismo. Anche l’humus formato nel sottobosco dalla biomassa caduta dagli alberi risulta infatti più ricco in oro rispetto al terreno a pochi metri di profondità, a conferma del fatto che il metallo viene assorbito dall’apparato radicale in profondità durante la stagione arida, traslocato attraverso lo xilema in forma ionica idrosolubile e depositato, affinché non causi nocumento, nelle foglie in attesa della loro caduta. Piccole ma misurabili quantità si accumulano nei tessuti, dove per effetto del mutato pH e per l’elevata concentrazione in alcuni vacuoli gli ioni precipitano e l’oro cristallizza tornando allo stato solido, riformando nanoscopiche pepite del diametro di 8 nanometri, grandi circa un quinto del diametro di un capello. Tutto ha un senso in questo fenomeno, dato che così l’oro non può più uscire dalla sua prigione a far danni per le cellule e in più occupa molto meno spazio: i ripostigli, si sa, non sono mai abbastanza grandi.

ResearchBlogging.orgRabdomanzia aurea scientifica. Spiace sempre frenare i sognatori più arditi, ma non si prevedono corse verdi dell’oro e niente frutteti di Re Mida, almeno con gli eucalipti. La riserva aurea accumulata nelle foglie di E. marginata non supera lo 0,000005% e non è tale da essere sfruttata a scopi commerciali. Dovremmo abbattere e lavorare 500 alberi adulti di eucalipto per produrre una fede nuziale, a spanne sono circa 750 tonnellate di materiale vegetale da trattare, un’impresa questa sì davvero erculea oltre che paziente, considerando gli anni necessari agli alberi stessi per produrre una simile biomassa. Per contro, gli eucalipti lavorano con grande precisione: basta spostarsi di soli 200 metri dalle piante che crescono sulla vena aurifera per trovare individui che contengono oro in quantità non significative. La “rabdomanzia aurea scientifica” potrebbe piuttosto rappresentare un eccellente sistema per valutare la presenza di oro in un terreno senza dover ricorrere a priori a trivellazioni e scavi esplorativi, perché un aumentato tasso d’oro nelle foglie e nel terriccio può indicare una maggiore probabilità di scovare un giacimento d’oro in profondità. Inoltre, il fenomeno può rivelarsi direttamente utile per la possibilità di ricavare nanoparticelle d’oro già pronte da usare in campo farmaceutico e nelle industrie dei sensori, dell’elettronica e della sintesi chimica sensa bisogno di produrle artificialmente. Questa scoperta aiuterà forse i cercatori d’oro e i biotecnologi, ma visto l’impatto ecologico di una miniera a cielo aperto e delle correlate attività estrattive rischia di essere una fregatura per le piante e per l’ambiente. Nel dare soddisfazione alle Esperidi di turno l’eucalipto non è però solo e anzi, già si sapeva che un comportamento analogo si può riscontrare in alcune conifere e che la pianta messicana Chilopsis linearis, diverse Brassicacee come Raphanus sativus o Brassica juncea e persino il dorato girasole riescono ad assorbire fino a 20-40 mg di oro per kg di biomassa disidratata. Certo, in questo casi occorre seminare le piante su un suolo superficialmente ricco di oro e occorre un aiutino sotto forma di cianuri e cianati aggiunti al suolo per solubilizzare il metallo (in quantità molto inferiori a quelle usate nelle estrazioni convenzionali), ma si potrebbe raggiungere la sostenibilità economica. Secondo alcune prove di campo, un terriccio scartato dalla lavorazione estrattiva convenzionale, se non completamente esausto, potrebbe garantire un ricavo lordo di circa 14000 $ (al cambio del 2011) e a circa 450 g di oro per ettaro. Probabilmente abbastanza da assumere tre guardiane con uno strano nome e un drago, per evitare furti sgraditi.

[segue]

Lintern, M., Anand, R., Ryan, C., & Paterson, D. (2013). Natural gold particles in Eucalyptus leaves and their relevance to exploration for buried gold deposits Nature Communications, 4 DOI: 10.1038/ncomms3614

Anderson, C., Brooks, R., Chiarucci, A., LaCoste, C., Leblanc, M., Robinson, B., Simcock, R., & Stewart, R. (1999). Phytomining for nickel, thallium and gold Journal of Geochemical Exploration, 67 (1-3), 407-415 DOI: 10.1016/S0375-6742(99)00055-2

Wilson-Corral, V., Anderson, C., & Rodriguez-Lopez, M. (2012). Gold phytomining. A review of the relevance of this technology to mineral extraction in the 21st century Journal of Environmental Management, 111, 249-257 DOI: 10.1016/j.jenvman.2012.07.037

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