Fare i soldi con le piante

Non date retta al titolo, non è come credete. Ma in parte si.

Alle elementari io e i miei compari usavamo le foglie di edera e i semi di ippocastano come moneta di scambio: nel giardino della scuola c’erano poche piante e il materiale recuperato non si rovinava con l’uso. In più, le nostre monete vegetali si riconoscevano facilmente e non potevano essere sostituite o scambiate con altri materiali simili prodotti da altre piante del giardino. Poi qualcuno capì che gli stessi semi e le stesse foglie si potevano recuperare in grande abbondanza nel parco vicino prima del suono della campanella delle 8 e il sistema crollò miseramente per inflazione. Ovviamente non avevamo inventato nulla, solo replicato soluzioni già attuate ovunque nei secoli e nei continenti, visto che il problema era sorto ben prima. Oltre il confine ludico dell’epoca più felice dell’esistenza, la storia della falsificazione del denaro è quella assai poco ingenua del secondo mestiere più vecchio del mondo e ammesso che non vi sia stata da subito una coincidenza dei due ruoli, come tra hackers e creatori di antivirus, i primi falsari sono probabilmente nati il giorno stesso dell’invenzione delle valute.

Per i motivi più svariati e ben prima degli anni ’70 in una scuola parificata di provincia, la definizione di una moneta di scambio ha spesso coinvolto le piante o altri oggetti naturali: è noto l’uso nel passato di conchiglie rare, delle fave di cacao come moneta corrente nel Messico precolombiano, dei semi di caffé nella Penisola Arabica, del tabacco in Nordamerica o dei grani di pepe nero all’epoca del boom delle spezie. Il sistema funziona dal punto di vista finanziario se si fa ricorso a oggetti dotati di un valore intrinseco condiviso (la moneta d’oro) o che offrano garanzia certa di testimoniarlo a distanza (la banconota) e nel secondo caso il sistema antifrode deve essere particolarmente efficace per evitare che la produzione in serie di falsi sia troppo semplice.

10369574_10152515246183200_7368633895800564272_nIl regno vegetale, in particolar modo le strutture bizzarre ed elaborate di alcuni organismi microscopici, si presta bene a creare giochi ottici  e pertanto le piante sono state cooptate non solo a scopo ornativo per citare le bellezze naturali di ogni singola nazione, ma per sfruttare complessità biologiche da usare come filigrane che rendano difficile la duplicazione quantomeno ai falsari meno abili. Ad esempio, nel 1953 il maestro della tassellatura M.C.Escher pertecipò a un concorso della banca centrale olandese per la selezione di nuove filigrane e motivi per banconote. La sua ispirazione erano le osservazioni microscopiche sulla struttura di alghe e diatomee fatte da un biologo olandese del ‘600, Antoni van Leeuwenhoek, padre fondatore della biologia cellulare e della microbiologia. Ironia della sorte, i bozzetti di pattern da lui proposti furono gudicati troppo elaborati e si preferirono filigrane con motivi più regolari e facili da stampare, perché le matrici richieste erano eccessivamente complesse per la tecnologia disponibile.

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Due secoli prima delle prove di Escher, nei neonati Stati Uniti d’America il problema era più serio e fu Benjamin Franklin a trovare una soluzione tra le piante. Questa volta non per scopo ornativo, ma per precise ragioni tecniche. Dopo il cruento distacco dalla madrepatria britannica, gli americani non avevano a disposizione macchine per battere moneta sicura e dovevano al tempo stesso far circolare soldi cartacei per sostenere la loro crescente economia. La popolazione nordamericana non era tuttavia composta solo da profughi religiosi puritani guidati dal fervore etico protestante, ma anche da un gran numero di persone pronte a tutto, inclusa la falsificazione delle banconote, che dovevano quindi offrire solide garanzie. Le prime prove erano andate incontro ad un tasso di contraffazione inaccetabile. Il metodo messo a punto dall’inventore del parafulmine e delle lenti bifocali era di totale ispirazione vegetale e impiegava la tecnologia del nature printing. Prevedeva la deposizione di  una singola foglia su una lastra di piombo o rame e la creazione di un negativo raffigurante nel dettaglio le venature ed i margini, che veniva poi usato come matrice di stampa. Si impiegarono soprattutto foglie con strutture irregolari e forte rilievo, come quelle di salvia, sfruttando il fatto che in molte piante le strutture fogliari sono assai irregolari e variabili tra un individuo e l’altro (o più tecnicamente la morfologia presenta un’elevata biodiversità tra individui della stessa specie). Pertanto, il sistema permetteva di ottenere una filigrana corrispondenben-franklin-leaf-currencyte a una impronta digitale unica e irripetibile, difficile da riprodurre in modo identico senza la matrice iniziale, anche avendo a disposizione la medesima tecnologia. Le mini banconote prodotte col sistema di Franklin vennero usate dapprima nello stato della Pennsylvania e successivamente in altri stati e poi da parte della banca destinata a diventare la Bank of America.

Anche se il vero motivo per cui i dollari sono verdi non è noto, piace pensare che ci sia dietro una citazione di questa storia… oppure per commemorare un’altro debito delle zecche nazionali verso le piante: per limitare il logorio la cartamoneta è in genere prodotta con fibre di cotone, a confermare la teoria secondo cui con le piante si possono davvero fare un sacco di soldi.

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