Erbacce e augmented reality, senza Google Glass

Mentre c’è chi giustamente investe nella realtà aumentata per migliorare la fruizione di arboreti e orti botanici, mentre si specano i sistemi informatici e le app per gestire collezioni viventi di piante, per geolocalizzare specie spontanee in boschi e prati con bambini e scolaresche e per intraprendere progetti di citizen science in parchi e foreste, e mentre c’è chi, sul tema delle piante spontanee, delle erbacce o più poeticamente dei fiori di campo ci scrive interi libri, lasciando gli studiosi a interrogarsi su dove si andrà mai a finire signora mia per colpa dell’analfabetismo botanico, insomma, mentre tutto questo accade e avanza in un tripudio di protesi digitali, dotte dissertazioni e periodare arbasineggiante (o arbasiniano?) come fosse un’illeggibile nota a piè di pagina di Infinite Jest, a Nantes una intraprendente signora ha deciso che non era il caso di attendere lo sviluppo di un software per Google Glass che avvisi il portatore della presenza nei dintorni di un dente di leone, di una cespica, di una parietaria, di una piantaggine, di un ciombolino o di un poligonio in fioritura e per aumentarne la visibilità ha iniziato a scrivere, con bomboletta e mascherina o più semplicemente con vernice bianca e pennello, i nomi (comuni) delle erbacce di cui sopra sui marciapiedi, a lato delle crepe nell’asfalto caldo per l’estate, sui muri sbreccati e negli smanchi tra i sampietrini da cui queste ardite colonizzatrici urbane spuntano arrancando anche su pochi milligrammi e millimetri di terreno nient’affatto fertile, svolgendo il loro compito vegetale senza chiassose fioriture o pacchiane profumazioni e spesso per questo venendo dimenticate dall’occhio dell’Homo urbanus, per il quale la sola pianta vera di città è quella che fa ombra all’auto in agosto.

Capture_d_e_cran_2014-06-25_a_11-32-32-f3591Piccole, indesiderate, spesso pure diserbate o estirpate, le umili e poco appariscenti decoratrici dei nostri scenari urbani sono le destinatarie d’elezione di progetti, sino ad ora estemporanei e non coordinati, che mirano a limitare un problema noto come Plant Blindness. Le piante sono intorno a noi un po’ ovunque nei contesti metropolitani, ma a meno che non ci cada in testa un ramo non sono in genere notate né considerate, vittime dell’antropocentrismo urbano e dello zoosciovinismo di molti cittadini. Spesso poi la plant blindness colpisce anche chi li studia per lavoro, i vegetali: la signorina di Nantes che ha avuto questa bella idea di professione fa l’artista, non la botanica.

 

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