I fantastici viaggi di Ipomoea batatas, la patata “americana” cittadina del mondo

kon-tiki-and-crewC’è stata un’epoca in cui il nome Kon-Tiki andava di moda, al punto da essere considerato idoneo al battesimo di pizzerie, agenzie viaggi, villaggi turistici, alberghi. Dalle mie parti –penitenziagite– c’era persino una discoteca che si chiamava così. Si vede che la zattera di Thor Heyerdahl, negli animi stantii della provincia profonda, evocava un piacevole mix di esotismo, avventura, fuga dai margini. Secondo l’esploratore norvegese, gli Inca o i loro predecessori, per caso o per progetto, erano riusciti a colonizzare alcune isole del Pacifico avviando persino forme di commercio e cercò di dimostrare le sue teorie ripetendone le ipotetiche gesta nel 1947. Il viaggio di Heyerdahl è però restato a lungo una prova possibile e non una prova provata: il suo successo non assicurava quello effettivo di eventuali predecessori preistorici.

Esistono sempre tracce da seguire, per fortuna. A mezzo secolo da quell’avventura  abbiamo a disposizione tecnologie più evolute di una barca in balsa e canapa per seguire le possibili tracce cercate dal Kon-Tiki. Grazie a diversi studi sulla genetica di piante alimentari pare infatti evidente che il Pacifico abbia visto solcare, in una direzione e nell’altra, più di una spedizione di arditi in epoche abbontantemente precolombiane. E sembra ormai chiaro che questo abbia influenzato l’alimentazione e la coltivazione nelle isole polinesiane e l’allevamento in Sudamerica (qualcuno ha portato dei polli in Cile da ovest ben prima dell’arrivo di Colombo da est, ad esempio). L’ultima e più elegante dimostrazione viene da un cibo usato anche in Europa, la cosiddetta batata, “patata americana” o Ipomoea batatas, di cui sono note diverse centinaia di varietà caratterizzate da differenti forme, dimensioni, presenza di pigmenti e sostenze nutritive.

bour3La genetica di Pollicino. Ipomoea batatas è nota anche come patata dolce, in quanto una volta cotte le sue radici tuberizzate hanno un sapore più zuccherino rispetto a quello della patata comune, con la quale condivide poco o niente dal punto di vista botanico. Come Solanum tuberosum, però, la patata dolce può dirsi “americana” perché la sua domesticazione è avvenuta quasi contemporaneamente in due zone distinte del Nuovo Continente: in modo indipendente due distinti gruppi di agricoltori presitorici hanno trovato il modo di coltivarla in orti primitivi e ne hanno avviato la selezione, facendo gradualmente aumentare il volume dei tuberi, loro commestibilità, il loro potere nutritivo. Una domesticazione è avvenuta dalle parti dell’attuale Messico ed ha originato la linea conosciuta come camote, l’altra ha avuto luogo sulle Ande ed ha originato una linea nota come kumara. Esiste una terza linea, nata per effetto dell’intensa selezione operata dagli spagnoli nei Caraibi dopo la scoperta delle Americhe, chiamata linea batata. Le “discendenti” di questo ceppo sono quelle che più conosciamo in Europa, dal momento che sono quelle che in modo più massiccio sono giunte poi anche nei campi del Vecchio Continente. Ogni domesticazione, a partire da specie spontanee spesso assai differenti nell’aspetto e nelle proprietà rispetto a quelle odierne, causa variazioni nel patrimonio genetico e queste operazioni sono tracciabili analizzando i profili genetici delle popolazioni. Infatti, è ad esempio possibile risalire alle porzioni di DNA che sono state modificate dalle scelte agronomiche preistoriche e recenti. In altre parole, ogni sensibile variazione indotta dall’uomo nelle caratteristiche di una pianta è individuabile e se l’indagine è estesa a un numero sufficiente di campioni è possibile riordinare queste operazioni costruendone una sequenza temporale, una specie di albero genealogico con tanto di date. Dalle tracce lasciate dall’operato umano sulle piante coltivate si risale quindi al percorso e alla partenza, come in un Pollicino della genetica.

Colombo, fatti da parte. L’anno scorso questa sorta di cronologia genetica è stata ricostruita per Ipomoea batatas impiegando diversi tipi di campioni (pdf free), sia contemporanei a noi come le varietà autoctone coltivate in molte isole polinesiane che appartenenti a reperti museali, inclusi i campioni di erbario raccolti da James Cook nella sua prima esplorazione in Oceania. Ovvero, seguendo il filo delle differenze genetiche, si è ricomposta la mappa genealogico-storico-geografica delle patate dolci e dei loro spostamenti sul pianeta per mano umana, che è poi quella riportata qui sotto. ResearchBlogging.orgLe analisi sui marcatori genomici hanno confermato le origini e gli spostamenti delle varietà centroamericane batata verso l’Europa nel 1500 e da qui, sempre a bordo di galeoni spagnoli e inglesi, verso l’Indonesia nel 1600 e 1700. Ed hanno anche permesso, incrociando informazioni storiche con indagini su campioni d’erbario e varietà antiche, di verificare che le linee del gruppo camote sono state portate nel 1500 dal Messico alle Filippine, da cui si sono poi disperse in tutto l’oriente, giungendo anche in Polinesia. Negli arcipelaghi del Pacifico però la mappa del DNA della patata americana si fa più complessa, sia perché esistono indicazioni storiche che non combaciano con la dispersione dalle Filippine, sia perché la genetica racconta un’altra storia. Ovvero che parte del patrimonio genetico delle patate dolci della Nuova Guinea e di altre isole come le Marchesi e le Tuamotu porta ancora tracce della linea kumara, che è ancora più presente nei campioni raccolti da James Cook a metà del 1700 e in altri reperti archeologici. L’incastro delle datazioni e delle variazioni genetiche connesse porta a collocare l’arrivo di Ipomoea batatas dalle coste del Perù agli atolli polinesiani attorno al 1200, circa tre secoli prima che Cristoforo Colombo arrivasse dall’altra parte del continente, ovvero prima di qualunque contatto europeo nell’area. Successivamente, le prime varietà peruviane sono state sostituite o incrociate con quelle giunte da nord (le discendenti camote dalle Filippine) e da ovest (le più performanti discendenti batata portate dall’Europa dagli inglesi), molto probabilmente per la diversa e più vantaggiosa performance che garantivano. Rappresenta un tassello aleatorio, ma di ulteriore conferma e di elegante incastro, che i vocaboli usati per definire Ipomoea batatas in Polinesia abbiano molte più affinità con l’etimologia andina anziché con quella ispanico-centroamericana, come schematizzato nella mappa. F1.large

Un passo fuori dal laboratorio: nazionalismi vegetali. Le ricerche veramente interessanti però non si limitano ad esporre un dato, ma stimolano qualche riflessione suppletiva che porta la storia e la ricerca alla quotidianità. La patata “americana”, come qualsiasi specie vegetale non ha una patria, per quanto noi uomini ci si ostini a cooptarle per i nostri nazionalismi da quattro soldi. Come ogni altro rispettabilissimo vegetale, Ipomoea batatas resce dove ci sono condizioni climatiche e di suolo adatte, a prescindere dalla bandiera piantata sul suolo. Le piante, soprattutto quelle che grazie alla coltivazione possono contare sull’aiuto dell’uomo, se ne fregano di confini, continenti, isole. Dare un’appartenenza geopolitica a un essere vivente è pratica di appropriazione indebita fatta dall’uomo e dal suo bisogno di simboli e gonfaloni sotto i quali spendere i meno nobili tra i propri attributi. Analogamente, gli uomini stessi si sono da sempre prodigati per spostare da una parte all’altra del globo le piante che ritenevano utili ai loro bisogni. Il risultato è che la globalizzazione delle specie alimentari o utili che dir si voglia ha radici molto più remote di quanto si possa credere. Il National History Museum britannico ad esempio offre ai suoi visitatori una pagina dedicata, chiamata Seeds of Trade, in cui è possibile consultare un centinaio di mappe che riportano rotte e date delle diffusioni planetarie operate nei secoli dall’uomo di piante utili, dalla A di Aloe alla Y di Yam, unitamente a diverse timeline interattive che riassumono molto efficacemente quanto avviene probabilmente da sempre in campo agroalimentare.

yyyUn passo fuori dal laboratorio: conservazione e tradizione. Dalla sua molteplice domesticazione allo sviluppo di centinaia di varietà, la patata dolce ha letteralmente fatto il giro del mondo. Ad ogni suo arrivo sulle isole della Melanesia, dei Caraibi e dell’Africa, gli agricoltori preistorici e recenti hanno rapidamente individuato i vantaggi che portava rispetto alle coltivazioni tradizionali e in molti casi, come proprio in Polinesia, sono stati pronti a sostituire le “loro” patate americane selezionate localmente con quelle portate in seguito dagli stranieri venuti dall’Europa: davano raccolti migliori e più abbondanti. Questo esempio può aiutare a far riflettere sulla presunta rigidità delle culture tradizionali e sui processi che hanno portato a costruire l’agrobiodiversità come la conosciamo oggi. Le culture agricole tradizionali in più parti del mondo sono in realtà storicamente ben più aperte all’innovazione (purché sensata) e dinamiche nelle scelte agricole rispetto a quanto il nostro immaginario odierno voglia farci supporre. La percentuale di “prestiti agronomici” e di adozioni di nuove piante e varietà da parte delle agricolture tradizionali nel pianeta è di gran lunga maggiore di quanto si pensi ed è proprio questo atteggiamento che ha portato nei secoli a creare centinaia se non migliaia di varietà coltivabili per piante come Ipomoea batatas. Includendola nelle loro selezioni e accettando le varianti che giungevano da altre parti esclusivamente sulla base del beneficio riconosciuto e senza pregiudiziali di altro tipo, gli agricoltori tradizionali hanno potuto diversificare le loro coltivazioni: le varietà che attualmente definiamo tradizionali sono frutto dell’accettazione di un’innovazione venuta dall’esterno. Ed a proposito di tradizioni e cambiamenti, questi studi, come molti altri recentemente, fanno leva su materiale storico raccolto in musei ed erbari. Roba polverosa, apparentemente di scarsa utilità dimenticata in scaffali e scatole degnate di sempre minor cura. Grazie alla messa a punto di metodi in grado di estrarre DNA anche da materiale essiccato e segnato dal tempo (anche secoli!) questo materale può tornare a spiegare eventi e ricostruire spostamenti e comportamenti dell’uomo sulla terra. Il mantenimento archivistico, in genere abbondantemente trascurato, aiuta a capire anche quello che succede oggi.

Roullier, C., Benoit, L., McKey, D., & Lebot, V. (2013). From the Cover: Cozzarelli Prize Winner: Historical collections reveal patterns of diffusion of sweet potato in Oceania obscured by modern plant movements and recombination Proceedings of the National Academy of Sciences, 110 (6), 2205-2210 DOI: 10.1073/pnas.1211049110

Roullier, C., Kambouo, R., Paofa, J., McKey, D., & Lebot, V. (2013). On the origin of sweet potato (Ipomoea batatas (L.) Lam.) genetic diversity in New Guinea, a secondary centre of diversity Heredity, 110 (6), 594-604 DOI: 10.1038/hdy.2013.14

One thought on “I fantastici viaggi di Ipomoea batatas, la patata “americana” cittadina del mondo

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...