Oliver Sacks e la narrativa per giovani esploratori

9781426201608_p0_v1_s260x420Un buon libro di narrativa può favorire lo sviluppo di varie forme di crescita, come la conoscenza di nuove parole, la consapevolezza del reale e della sensibilità estetica, la creazione di collegamenti informali tra materie diverse, o almeno così dice chi ne sa.  L’operazione potrebbe anche includere aspetti scientifici, naturalistici e tecnici, non esclusivamente lessicali, antologici o umanistici, aggiungerei. Quando l’età lo permetteva, adoravo l’ora di narrativa e il suo angolo libero alle esplorazioni fantastiche dal testo, a giocare nella mente con le briglie sciolte, trovando e usando elementi non chiusi in grammatiche precotte. Il viaggio, la scoperta e la riflessione venivano più facili, partendo da un racconto coi binari sghembi e componibili a piacere. Forse sono stato fortunato, altri non raccontano esperienze simili. Però, quando ho messo gli occhi su questo libricino di Oliver Sacks in cui c’è questo vecchietto scienziato curioso che se ne va con gli amici del club delle felci a trascorrere una settimana naturalistica dalle parti di Oaxaca in Messico, ho pensato che poterlo avere come testo di narrativa sarebbe stato molto diventente.

Col fare (fintamente) ingenuo del turista affabile, modesto e un po’ goffo ma circondato di esperti nello scibile scientifico di ogni sorta, Sacks incastra in un semplice diario di viaggio una serie di micro approfondimenti sulla manifattura della tequila, sulla produzione di coloranti a base di cocciniglia, sulla lavorazione del cacao, sulla storia del mesoamerica precolombiano, impastandoli in una matrice a base di osservazioni di campo sulle felci spontanee, sulla botanica, sull’erosione degli habitat per effetto della pressione antropica, sulla coevoluzione. Niente di pesante, niente di particolare forse per chi quese cose le mastica di professione ma spiegazioni semplici, sassolini di Pollicino per chi abbia l’età per seguire i sogni da esplorare (o per chi abbia il compito di indicare strade da approfondire). Un po’ come andare in gita, con una guida d’eccezione che apre finestre sulle diverse materie seguite in classe, facendo vedere cose che da toccare, assaggiare, annusare, portare a casa per raccontarle a chi non c’era.

Il vecchio Anacleto che alberga nelle pieghe del mio pessimo carattere, tuttavia, non resiste ad avanzare un paio di lamentele all’editore italiano. Diario di Oaxaca non è un racconto di viaggi turistici, ma di botanica, di uomini e piante. Perché mettere in copertina delle rovine Maya anziché delle super fotogeniche felci, come fatto in quasi tutte le altre edizioni anglosassoni e spagnole? E dato che si parla estesamente di piante e di botanica, perché non far rivedere la traduzione a un occhio esperto? Giusto per evitare che una Rosacea come il biancospino (hawthorn o più raramente thornapple) venga messo tra le Solanacee velenose, solo perché thornapple in inglese è anche il nome comune delle specie Datura, o che si parli ripetutamente di una inesistente disciplina chiamata Botanica Sistemica (al posto di Botanica Sistematica), per colpa del correttore di bozze di Word.

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