Rappresentare le piante. Part One : Piantarazzi

blueberry_2477392kChe sia per questioni corollarie conseguenti un’indubbia fotogenicità, perché un’immagine proverbialmente pare valga più di tante parole, perché una bella iconografia fa classy e non impegna, per voyeurismo tecnologico, per l’attenzione ormai puramente eidetica del lettore digitale con la sua finestra d’attenzione misurabile in millisecondi (ehi, sei arrivato alla quarta riga! Grande!) o per il semplice motivo che nelle redazioni online si fa prima a impaginare un set di immagini che a redarre un bell’articolo, insomma per millemila motivi le piante ultimamente finiscono immortalate e divulgate sfruttando qualunque sistema di rappresentazione visiva. Come qualsiasi categoria di dive rispettabili ogni loro aspetto più recondito viene paparazzato ed esposto, ogni perfezione/imperfezione viene amplificata e messa in risalto senza lesinare sulle tecnologie, sugli zoom e sui sistemi di rivelazione più complessi. Ciò che all’occhio sfugge per i limiti fisici del cristallino umano viene infatti recuperato per via tecnomedicale, pescando nel repertorio di macchinari e misure di solito recluso nei laboratori di ricerca e diagnosi, spammando poi in più salse il cio-che-non-avete-mai visto e la-faccia-segreta-di.

Ecco quindi il florilegio di piante alimentari al microscopio elettronico, le macro di petali e foglie, i raggi x e persino le risonanze1671212-slide-alpert-terra-cibus-no-33-pineapple-leaf magnetiche di verdure e fiori, per guardarci dentro come fossero pazienti in attesa di una diagnosi. Dottore, il cocomero è abbastanza maturo? E la mela è bacata? Il cetriolo ha fatto i semi? Aspetti, faccio una lastra. Quella animata qui da qualche parte, ad esempio, è una visualizzazione di una risonanza magnetica del broccolo (cliccateci sopra, da bravi). Non dice niente della sua biologia, ma si muove contro le nostre retine come la proiezione di una magic lantern dell’ottocento nelle mani di un imbonitore, alle fiere di paese. Quella a lato, invece, è una fotografia al microscopio elettronico di una foglia di ananas, ingrandita 85 volte e colorata artificialmente per evidenziare meglio costolature, epidermide e tricomi di protezione. Il pianeta albeggiante in apertura, un semplice mirtillo visto da vicino e non un’alba aliena sulla copertina di un volume di fantascienza. Molto coerentemente, queste imagini non vengono da oscure riviste per ricercatori, ma da siti di design come FastCoDesign e Designboom o da quotidiani online, come il Telegraph. La loro funzione è vessillare, un apparato di cattura per attrarre l’insetto umano. Il quale, se scava e si addentra, può trovare anche del nettare, poi. Molto poi.

Non si capisce mai infatti, in questi casi, il confine tra senso meramente estetico (quello che fa fare oooh, aaah, like, share al lettore occasionale in cerca di distrazione durante la pausa-pranzo), creazione futurista (guarda come strizzo l’occhio, io che faccio arte-e-cultura con la tecnologia moderna) e utilità pratica della cosa (se ce n’è una). Eppure la trasformazione della pianta in immagine non è solo la costruzione di unMRI05 feticcio, ma un’operazione capace di conferire nuove informazioni. Ad una conferenza dell’American Association for the Advancement of Science lo scorso febbraio, il biochimico Mark Kirschner ha definito il lavoro degli scienziati come il saper “prendere qualcosa di meraviglioso, come uno spettro, e trasformarlo in un grafico”. Questa traduzione in campo vegetale non è automatica, nè per chi maneggia dati che per quanti cercano, lavorando sulle immagini, di aggiungere significante per facilitare la comprensione urbi et orbi del meraviglioso percepito da Kirschner. La rappresentazione della pianta e dei dati da essa generati rappresenta infatti una roba che i semiologi chiamerebbero codice complesso, in cui il piano dell’espressione e quello del contenuto si intersecano rischiando un reciproco inganno, amplificando o vanificando la comprensione che lo scienziato e il designer intendono perseguire.

Le piante intanto stanno sempre lì, a qualche metro da noi. Oggi c’è il sole, il profumo dei primi fiori inizia a girare. Se ci prendiamo il lusso di distrarci un attimo possiamo sentire che ci chiamano.

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