Male non fa?

152480-5Davanti al blister di integratori alimentari la frase scacciaspiriti, pronunciata prima di ingerire l’opercolo, è in genere “male non fa”. Ma dato che chi gradisce questo tipo di prodotti lo fa anche per questioni di eticità ambientale, la medesima domanda andrebbe estesa dal personale al collettivo, chiedendosi se quanto consumiamo fa sempre bene anche all’ambiente. Questa riflessione non si limita agli aspetti della coltivazione biologica, spesso mediati da un certo antropocentrismo figlio del “male non fa” accennato sopra, ma si estende all’impatto che il commercio delle piante medicinali ha sulle piante stesse, soprattutto quando non sono coltivate.

Un aspetto che spesso viene perso nel commercio e nella vendita finale delle piante medicinali è quello connesso alla catena del valore, ovvero alle relazioni economico-finanziarie e lavorative dei diversi attori che intervengono dalla raccolta delle piante (spesso in un paese in via di sviluppo) sino alla confenzione consegnata al cliente (in genere in un paese più ricco). Per capire come funziona la macchina e quali legami ha con la gestione ambientale delle piante che usiamo a scopo terapeutico, la descrizione di un caso preciso torna comoda. Ad esempio, la filiera tradizionale dell’artiglio del diavolo (Harpagophytum procumbens), una pianta efficace nel trattare alcune forme di dolore artritico e scheletrico è comune a quella di molti altri ingredienti erboristici provenienti da paesi esotici ed inizia con il raccoglitore. Il numero esatto di raccoglitori attivi di questa droga non è noto con certezza e pare oscilli tra 6000 e 10000, nonostante in teoria sia necessario, in molti dei paesi in cui la pratica ha luogo (Namibia, Botswana, Sudafrica), il possesso di un’autorizzazione governativa. I raccoglitori appartengono in genere alle classi più disagiate e rurali, vivono di sussistenza ai margini della società e ricorrono alla vendita del tubero per garantirsi quel minimo di apporto economico necessario ad assicurarsi la sicurezza alimentare. Già questo quadro lascia presagire una facile escalation della raccolta delle piante a fronte di un’aumento della richiesta: il basso status culturale, figlio dell’assenza di educazione e formazione anche basilari, se unito al bisogno economico non crea certo un terreno di crescita ideale per alimentare preoccupazioni ambientali. Al tempo stesso però la gestione del valore economico di una materia prima naturale non è affatto disgiunta dalla gestione ambientale e dalla sostenibilità. ResearchBlogging.org

Tipping point. Nel solo 2002, anno del boom delle esportazioni, si stima che la quantità di artiglio del diavolo essiccato esportato dall’Africa verso Europa (Francia e Germania soprattutto) e Stati Uniti abbia superato le 1100 tonnellate, pari alla distruzione di 16-22 milioni di piante spontanee. L’aumento della pressione dei raccoglitori sulle popolazioni autoctone determina inoltre un’escalation perversa: la progressiva diminuzione delle piante presenti allo stato spontaneo provoca una riduzione della materia prima sul mercato, che a sua volta induce un aumento dei prezzi. La crescita del valore, a sua volta, aumenta la predisposizione dei raccoglitori al prelievo, in quanto il guadagno diventa maggiore e così facendo la strada verso l’estinzione della specie viene accelerata. Nel 2001 l’arpagofito era divenuto la terza pianta medicinale per frequenza d’impiego sul florido mercato tedesco, con oltre 60 preparazioni monocomponente e le vendite complessive hanno superato i 30 milioni di euro, con ritmi di crescita superiori al 100%, sostenuti dalla crescente incidenza di artriti ed artrosi nella popolazione occidentale, sempre più anziana. Simili ritmi di pressione sulla specie non potevano essere sostenuti da un sistema basato esclusivamente sulla raccolta spontanea ed il mercato ha vissuto uno stop negli anni successivi, quando per H. procumbens è stato proposto l’inserimento nell’Appendice II dell’elenco CITES bocciato però dal veto dei paesi produttori, che temevano le conseguenze sui guadagni. Nel frattempo sia i volumi che i margini si sono dimezzati, anche per effetto dell’immissione sul mercato di stock di materiale vegetale ad opera di traders dediti a speculazioni sulle materie prime, che avevano accumulato rizomi in precedenza per manipolare i prezzi.

harp4Sotto traccia. Tornando alla costuzione piramidale della filiera, i raccoglitori provvedono anche all’essiccatura delle rondelle dei tuberi, che vendono poi a degli intermediari, il cui ruolo è semplicemente quello di confezionare il materiale all’ingrosso. Si stima che nella sola Namibia queste figure siano meno di un centinaio. Il compito di esportare il materiale prevede un ulteriore passaggio di mano, a poche decine di esportatori dediti al commercio anche di molte altre piante medicinali ed alimentari. Teoricamente queste transazioni dovrebbero essere registrate, ma la realtà è che quasi tutte le operazioni hanno luogo in modo informale e risulta molto complesso ricostruire i volumi di materiale, il flusso di cassa e soprattutto l’eticità ambientale e la sostenibilità delle pratiche. In alcuni paesi la raccolta è controllata da norme regionali tramite il rilascio di permessi per la raccolta, che prevedono anche training sulla sostenibilità della stessa in quanto la specie è considerata protetta, ma le esportazioni non sono soggette a controlli e limiti. Questo significa che in assenza di un controllo capillare del territorio il materiale circolante non ha nessuna forma di monitoraggio circa la sua origine e sostenibilità. Di fatto, ad esempio, è quasi impossibile stimare le quantità raccolte ed esportate in un paese grande e importante come il Sudafrica. Ai raccoglitori viene mediamente assicurato un prezzo di circa 2 dollari per kg di materiale essiccato.

Soluzioni? Dal punto di vista della sostenibilità il metodo con cui le piante vengono raccolte può avere conseguenze sensibili e le vie disponibili sono due: promuovere sistemi per raccogliere i tuberi senza recar danno alla pianta e/o avviare coltivazioni. artiglioDell’artiglio del diavolo si usano solo i tuberi secondari, che si sviluppano lungo radici che a loro volta si dipartono da un tubero primario e fittonante, una specie di grossa carota da cui emerge poi la parte epigea della pianta. Con un prelievo sostenibile basato sul prelievo laterale dei tuberi secondari circa l’80% delle piante sopravvive, mentre nel caso in cui il tubero primario sia espiantato e ripiantato dopo la raccolta si ha comunque una mortalità superiore ai 3 milioni di piante l’anno. Da alcuni anni sono attive anche coltivazioni sperimentali, avviate proprio per ovviare ai gravi problemi di sostenibilità nati attorno al 2002. I semi tuttavia hanno una bassa germinabilità ed è necessario ricorrere alla micropropagazione per ottenere materiale vegetale di qualità sufficiente ad avviare una coltivazione intensiva; i risultati sinora conseguiti hanno tuttavia permesso di ottenere prodotti di qualità analoga a quelli ottenuti da piante selvatiche per concentrazione di principi attivi ma con rese di produzione sino a 10 volte superiori in biomassa, grazie al regolare apporto di acqua. La progressiva introduzione della coltivazione può ovviamente alleviare la pressione ecologica su H. procumbens e sulla sua diversità, ma d’altro canto tende inevitabilmente a privare la fascia debole dei raccoglitori di un’importante risorsa economica, a meno che questi ultimi non siano direttamente coinvolti nell’operazione.

Oltre all’introduzione di pratiche di coltivazione, che permettono di aumentare le rese di produzione, di ottenere prodotti più uniformi e minimizzare l’uso del suolo, l’avvio di pratiche di benefit-sharing presso i raccoglitori rappresenta un’altra strada opportuna per sensibilizzare la base alle pratiche sostenibili di raccolta. Assicurare buoni prezzi, stabili nel tempo, rendere disponibili le informazioni sulle pratiche migliori per raccogliere e processare, rinforzare la capacità dei raccoglitori nel trattare sul prezzo e formarli circa l’importanza della continuità economica assicurata dalla continuità ambientale implica rendere i raccoglitori responsabili della conservazione. Molti casi in varie parti del mondo hanno infatti evidenziato che il sapere tradizionale basato sull’economia di sussistenza non garantisce a priori una sostenibilità ambientale quando sono coinvolte dinamiche commerciali: davanti al bisogno l’uomo consuma e raccoglie oltre i limiti della resilienza naturale.

Stewart, K., & Cole, D. (2005). The commercial harvest of devil’s claw (Harpagophytum spp.) in southern Africa: The devil’s in the details Journal of Ethnopharmacology, 100 (3), 225-236 DOI: 10.1016/j.jep.2005.07.004

3 thoughts on “Male non fa?

  1. Robo ha detto:

    Ciao, sei come sempre accurato e documentato nella esposizione degli argomenti trattati. La mia curiosità è la seguente: qual’è in questo caso la reale possibilità dell’implementazione di pratiche di benefit-sharing o di accesso ai vantaggi, per i raccoglitori, dell’introduzione di tecniche di coltivazione intensiva? Abbiamo uno storico che ci fa ben sperare, o, al contrario ci porta al pessimismo? Poi ti chiedo, questa richiesta dell’occidente è così giustificata? Tra l’altro il meccanismo di domanda/offerta che sta dietro all’artiglio del diavolo (al netto delle evidenze scientifiche e delle risorse degli attuatori) non è poi molto diverso da quello che porta i bracconieri ad ammazzare tigri per le ossa richieste dal mercato cinese, solo che in quel caso non possiamo fare allevamenti intensivi. Grazie.

  2. Parto dalla fine: le dinamiche sono le stesse, hai ragione, ed il caso di Cordyceps sinensis è ancora più estremo e critico di quello dell’arpagofito. Quella occidentale è una richiesta di mercato: dal punto di vista terapeutico le evidenze ci sono per alcuni casi ben precisi ma dovremmo considerare l’enorme numero impieghi off-label per problemi analoghi, sui quali la motivazione manca (incluso il fatto che non sia stata ancora valutata). Questo fa aumentare i volumi. Usare un prodotto validato e solo per la prescrizione dimostrata è certamente uno dei sistemi per evitare eccessi di pressione sulla specie di origine, evitando consumismi inutili. Infine, sulla coltivazione. Non si parla di coltivazioni intensive meccanizzate, ma di coltivazioni su piccoli lotti di terreno, con consistente ricorso a mano d’opera locale. Il benefit sharing include anche rientri non pecuniari, come la scolarizzazione ad esempio. C’è una storia interessante che vorrei raccontare prossimamente, su un’altra pianta.

    Infine, è curioso come nel settore delle piante medicinali e dei prodotti erboristici non siano mai nate filiere fair trade. probabilmente per limiti culturali e normativi, ma continuo a credere che sia un campo in cui i consumatori sarebbero sensibili
    .

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