Controllare con il DNA (c’è della carne di cavallo nel mio ginseng?)

Se applicate agli integratori alimentari, le analisi genomiche/molecolari non illustrano la quantità di principio attivo e non dicono se un alimento è più buono di un altro per gusto o proprietà nutrizionali, ma possono spiegare cosa viene venduto, aiutare a capire se il prezzo pagato è giusto, suggerire se i fornitori operano correttamente e prevenire frodi o danni all’ambiente. Queste, in sintesi, sono alcune delle cose che spiegherei se mi chiedessero se in erboristeria si può inciampare in casi come quello della carne di cavallo nelle lasagne, scoperta grazie all’analisi del DNA nelle filiere alimentari. Direi anche che sì, ci sono casi analoghi e nient’affatto infrequenti, sebbene riguardinopiù  la sostenibilità ambientale e meno i tabù alimentari.
Ad esempio, nello stretto seminato degli integratori alimentari (animali e vegetali) con questi sistemi sono stati recentemente presi in esame circa 100 prodotti commerciali presenti sul mercato americano ed applicando protocolli di DNA barcoding gli autori sono andati a verificare se le dichiarazioni rese in etichetta dalle aziende erano coerenti con il contenuto reale. Nel caso di integratori a base di pesce si è così scoperto che gli integratori formulati con cartilagine di squalo contengono spesso (circa il 20% delle volte) specie ittiche diverse da quella dichiarata e che in alcuni casi a finire nelle capsule sono specie incluse nelle liste rosse, quelle che elencano i taxa a rischio di estinzione o oggetto di eccessiva pressione antropica. In ambito vegetale invece si è verificato che su un’ampia gamma di prodotti a base di ginseng ben la metà di quelli che dichiaravano l’impiego del più pregiato prodotto coreano in realtà erano formulati con il più economico P. quinquefolius o Ginseng americano. In alcuni integratori erano presenti anche derivati di frutti a guscio, senza che la loro presenza fosse segnalata in etichetta a persone allergiche.
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Spesso queste segnalazioni sono viste dal mercato come un tentativo di denigrare il lavoro dei vari operatori lungo le filiere. In realtà spiegano soltanto che il mercato non è normato adeguatamente e non è monitorato con la dovuta attenzione, con detrimento di chi compra (sia esso un aquirente intermedio o finale), che rischia di acquistare prodotti che non valgono il prezzo che hanno. Ancora, non dicono necessariamente che un prodotto è “cattivo” (l’efficacia di P. quinquefolius è paragonabile a quella di P. ginseng) ma aiutano ad aprire gli occhi al consumatore su una filiera che non è per forza eticamente superiore alle altre, anche dal punto di vista ambientale.

Wallace, L., Boilard, S., Eagle, S., Spall, J., Shokralla, S., & Hajibabaei, M. (2012). DNA barcodes for everyday life: Routine authentication of Natural Health Products Food Research International, 49 (1), 446-452 DOI: 10.1016/j.foodres.2012.07.048

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