Terra!

ptg01262272Questo post fa parte del VII° Carnevale della biodiversità, il cui argomento è “L’isola che c’è”. Il Carnevale è ospitato da Marco Ferrari, sul suo blog Leucophaea, dove in serata troverete anche tutti gli altri contributi.

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Dice il geografo che un’isola è una terra emersa di piccole dimensioni, interamente circondata dalle acque. L’ecologo ribatte e non si trova sempre d’accordo: nelle faccende sempre poco definibili della natura, un’isola può essere qualunque elemento dotato di caratteristiche distinte rispetto all’ambiente circostante e la definizione di “elementi” e “caratteristiche” può assumere sfumature imprevedibili e bizzarre, ben più sfumate del confine tra solido e liquido su una battigia. Su una cosa però geografo ed ecologo possono convenire ed è che la separazione garantita da qualunque forma di isolamento porta ad una selezione mirata, che esalta alcune doti ed alcuni colonizzatori portando alla nascita di elementi unici, sia nelle culture che negli esseri viventi. Ad esempio, lo studio di “isole” molto particolari ha rilevato tratti ben precisi nella flora di alcune nicchie cologiche africane. La parte delle isole, nel gioco di ruolo di questi ecosistemi, spetta ai termitai delle savane costruiti da termiti del genere Macrotermes.

ResearchBlogging.org Secondo uno studio appena apparso, che riprende altre evidenze in diverse savane del pianeta,  i termitai (attivi e non) offrono una nicchia ideale per la sopravvivenza di alcune tipologie di alberi nel complicato mare della savana. Le popolazioni vegetali su queste piccole montagnole artificiali appaiono meno biodiverse ma ben distinte da quelle presenti a livello del suolo e sono accomunate da caratteristiche precise, spiegabili grazie alla particolarità del
termitaio-microhabitat. A rendere isola il termitaio sono diversi fattori; innanzitutto, il terreno che li compone è lavorato e reso più ricco di azoto dal lavoro dell’operoso superorganismo che lo abita (batteri e funghi coltivati inclusi). Le termiti mangiano la cellulosa scartando buona parte dell’azoto organico e grazie alla conversione di detriti in possibili nutrimenti per piante questo suolo risulta più fertile rispetto a quello circostante e idoneo anche per piante prive di simbiosi radicali con microrganismi azotofissatori. Non a caso in alcune zone dell’Australia il terriccio dei termitai è venduto come ammendante e fertilizzante. Addirittura esistono esempi di rapporti quasi esclusivi tra piante e termiti, come nel caso recentemente descritto di Paepalanthus bromelioides, una pianta brasiliana che vegeta quasi esclusivamente sulla cima di termitai e trae i due terzi dell’azoto dal lavoro degli Isotteri (il restante pare venga dalle
feci dei ragni che ospita tra le sue foglie, nessun microhabitat è un’isola priva di relazioni complesse…). Anche il metabolismo delle piante dei termitai è diverso: tendenzialmente vivono con meno azoto e pertanto sintetizzano meno proteine, ma a quanto pare in virtù del loro adattamento all’isola di Macrotermes questo non è uno svantaggio,ptg02313290 anzi. Monitorando le abitudini alimentari degli erbivori si è visto che queste piante risultano meno appetitose e non vengono brucate se non in caso di grande necessita, venendo loro preferite le più sostanziose Leguminose nonostante la profusione di spine e le foglie più piccole e coriacee.

Un ulteriore fattore favorevole è dato dalla vita in altura. Sul termitaio la competizione per la luce con altre specie a rapida crescita parte da uno stato di vantaggio, dato il rilievo rispetto al suolo: qualunque pianta germinata su di esso ha un vantaggio di almeno un metro sulle concorrenti dei piani bassi. Ma il rilievo, tratto distintivo dell’isola delle termiti, offre un altro benefit estremamente rilevante. Nelle savane aride e nelle praterie gli incendi stagionali, veloci ed estesi, sono una caratteristica frequente al punto da aver determinato precisi adattamenti evolutivi. L’evoluzione ha adattato le caratteristiche dei semi di molte piante al passaggio del fuoco, sia per renderli più resistenti sia per agevolarne la tempestiva germinazione non appena le fiamme hanno sgominato la concorrenza e riempito il suolo di gustosi minerali. I semi del baobab, tanto per fare un esempio iconico delle savane, hanno un tasso di germinabilità bassissimo in condizioni normali (inferiore al 20%), ma se trattati con acidi, se scarificati o esposti al veloce passaggio delle fiamme, danno vita ad una nuova piantina quasi sempre. Altre piante invece non hanno sviluppato queste doti ed hanno preferito trovare rifugio là dove le fiamme non arrivano a tostare semi e bruciare giovani foglie: in cima ai termitai.

Gli arcipelaghi di terra emersa sopra le onde erbacee delle Graminacee e delle Leguminose quindi offrono, secondo i censimenti, un porto sicuro a specie arboree scarsamente adattate al passaggio veloce del fuoco rigeneratore ed incapaci di fissare l’azoto, come quelle del genere Combretum e diverse sempreverdi dotate di legni durissimi, a prova di mandibola. Per i semi di queste piante, l’isola non è il rifugio dato da un microhabitat circondato dalle acque, quanto piuttosto il vantaggio dato da una terra emersa circondata dalle fiamme.

Van der Plas, F., Howison, R., Reinders, J., Fokkema, W., & Olff, H. (2013). Functional traits of trees on and off termite mounds: understanding the origin of biotically-driven heterogeneity in savannas Journal of Vegetation Science, 24 (2), 227-238 DOI: 10.1111/j.1654-1103.2012.01459.x

Nishi, A., Vasconcellos-Neto, J., & Romero, G. (2012). The role of multiple partners in a digestive mutualism with a protocarnivorous plant Annals of Botany, 111 (1), 143-150 DOI: 10.1093/aob/mcs242

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