Capirci un Acca (dai Fibra, facci un post futuristico)

Mentre i muratori finalmente cercano di capire da dove arrivi l’acqua che ad ogni pioggia cade allegramente nel mio studio all’università, organizzo i pensieri in vista delle cose da dire a Riva del Garda e raccolgo alla rinfusa materiali di varia origine. Parto da un editoriale di Cell del 2007, ma parto anche da Dan Cohen e dal suo intervento del 2006, che se fossi un critico di musica alternativa definirei seminale, per arrivare ad una sua reinterpretazione fatta da una letterata di Yale, che su un blog della Stanford University giustamente chiosaIn blogging, I’ve come around to the idea that academics need to do a lot more thinking in public if we want said public to have a clue as to what it is that we actually do. It really only seems fair.” Insomma, proviamo a lavorare sulla trasparenza, a spiegare quali meccanismi girano dentro la famigerata torre d’avorio. Magari mettendo in questo laboratorio aperto riflessioni su come evitare la Black box fallacy, ovvero la deriva che porta i nuovi sistemi di comunicazione a funzionare ricorsivamente con la stessa logica di quelli vecchi. E tra le scartoffie spunta il pdf di un articolo preistorico addirittura di due anni fa, roba da geologi del web, con una puntigliosa analisi della blogosfera accademica svedese (circa 70 blog curati a vario titolo da universitari, ma la metà sono studenti di dottorato). L’economista dietro Overcomingbias stacca le prime croste ai problemi che affliggono l’idea di un blog gestito da un docente universitario, perché si tratta di lavoro extra che non viene riconosciuto a nessun livello (talvolta, pure malvisto). Vari pro e contro sono ulteriormente sintetizzati -si fa per dire, sono più di 20 pagine- in un saggio a tema sulla scena blogademica polacca, che tocca tutti i fili scoperti della questione, inclusa la scarsa propensione degli universitari alla semplicità ed i loopholes che nascono quando un ricercatore scientifico deve parlare del suo lavoro (“I am a scientist and my opinion actually does not matter a bit. It is the data that matters and my interpretation of the data“).

Intanto i muratori hanno deciso che bisogna togliere tutto il controsoffitto, ed Internazionale porta addirittura in copertina la storia di Udacity, l’università online che sta trainando l’accademia americana ad accelerare sull’offerta di corsi online, spingendo ad una sempre maggiore presenza di blog gestiti da docenti. Un ricercatore in erba racconta ad un blog di Scientific American una cosa divertente che non farà mai più (si dice sempre così), ovvero andare ad un congresso scientifico. Sulla stessa piattaforma una giovane biologa di colore ha l’occasione di raccontare la sua personale parabola formativa e professionale, condividendola con qualunque studente alle prese con il cosa fare da grande. Un altro link mi lascia riflettere su quanto le affermazioni come queste: “It’s your taxes that fund the research, you should have access to the results without me or anyone else being a mediator“; “Scientific research operates best when you have sharing and transparency”, che partono dal dibattito sull’Open Access nella ricerca scientifica, si applichino anche al suo making of, all’aprire finestre e porte, a mettere personalmente in gioco quello che un ricercatore fa nel quotidiano. Mentre arranco verso la macchinetta del caffé, espulso dallo studio per colpa del trabatello dei muratori antipioggia, penso anche al ribaltamento della prospettiva tra Eloi (ricchi che che vivono nell’ozio, belli e soavi) e Morlock (abitanti sotterranei, indefessi lavoratori ed accaniti tecnofili scientisti, nerd smanettoni ante-litteram) ed a come i Morlock di una volta possano ad un certo punto de-evolversi in Eloi e viceversa divenire oggetto del loro odio, a forza di rimanere separati e distanti tra loro.

Ora si tratta di impastare tutti questi ingredienti e sceneggiarli in un cortometraggio decente, per spiegare in dieci minuti se davvero i blog gestiti da ricercatori possono aiutare a capire come funziona l’accademia e come l’accademia può dare una mano nell’era della ricerca privata. Hai detto niente, soprattutto ora che i calcinacci del controsoffitto hanno coperto la denuncia ai problemi dietro ai trial clinici fatta da Ben Goldacre nel suo Big Pharma: How drug companies mislead doctors and harm patients.

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