Nativi vegetali, ovvero dei biologi in erba nel silicocene

Certi dilemmi non invecchiano rapidi come le tecnologie. Come avviciniamo le nuove generazioni alle scienze naturali, si chiedono i soloni preoccupati di fronte all’evidenzadi un sapere che non costituisce un fattore spiritosantesco di irresistibile fascinazione. Come appassioniamo i nostri figli alla natura, si domandano i genitori che vorrebbero una prole dedita al carbonio organico più che al silicio virtuale. Come tenere viva l’attenzione dei discenti digitali, si arrovellano gli insegnanti alle prese con piattaforme informatiche, lavagne interattive e studenti che roteano ipad e startphones come pistoleri del selvaggio west. Tutti vorrebbero piantare uomini capaci di crescere i progetti secolari della società e giustamente tutti i volenterosi del silicocene cercano strumenti e idee che permettano loro di non piantare solo grano annuale o al meglio alberi. Per farlo però bisognerebbe innanzitutto saper mettere le mani nel fango, rotolarsi nei prati, sporcare le cucine, regalare ore cristalline e stimoli empatici, come raccontano le 50 cose da fare prima di compiere 12 anni elencate dal National Trust. In realtà non basta fare. Occorre -credo- assicurare uno spazio pratico in cui il nostro interlocutore possa proiettarsi, soddisfare il suo bisogno di lasciare tracce non solo nell’argilla o sulla carta. Per farlo a dovere bisogna ardire, schiacciare le distanze improvvisando la didattica sul campo avverso; Vittorio De Seta, purtroppo scomparso quest’anno, lo aveva fatto assieme a Bruno Cirino mettendosi letteralmente sulla strada borgatara dei suoi allievi, riuscendo ad impartire lezioni di vita democratica sulla sopravvivenza di una lucertola catturata da un manipolo di futuri romanzi criminali ed ottenendo, con la sua improvvisazione sul reale vissuto di quei ragazzi, sicuramente più risultati e più valore che rivettandoli ai banchi per una lezione convenzionale di storia. La borgata di oggi è qui, su questo schermo ultrapiatto ed è qui il campo su cui accorciare le distanze, agganciare l’interlocutore ed inserire significato.

Le risorse per farlo, a casa ed in classe, non mancano ed alcune sono particolarmente brillanti, specie nelle conseguenze. Planting Science è una piattaforma aperta, purtroppo solo in inglese, per fornire supporto didattico e di laboratorio ad insegnanti non necessariamente a formazione scientifica grazie a tutorial molto dettagliati. Una delle soluzioni più brillanti che contiene è il diario online delle esperienze in corso in ogni classe, in cui gli studenti formulano le ipotesi, pianificano gli esperimenti, caricano le foto, riportano i risultati, li commentano con altri in diretta, come se fosse una pagina Facebook. Il sito ne ospita già a decine, sia di scuole primarie che secondarie e se ne annoverano di più e di meno ortodossi: c’è chi ha invano tentato di far germogliare della soia nel Gatorade, chi ha valutato l’influenza dei suoni sulla crescita Brassica rapa,  chi più convenzionalmente ha osservato i legami tra qualità della luce e del pH sulla fotosintesi e sulla germinazione. Alcuni esperimenti sono più evoluti, includono elementi di statistica e mostrano come una conclusione reale non sia raggiungibile con campioni troppo ridotti, altri sono giochi per abituare lo studente a provare, a ricercare ed osservare. I diari sono aperti ed altri docenti possono agire da mentori intervenendo con suggerimenti, incoraggiamenti, correzioni di rotta, ma agli studenti è lasciata carta bianca per quasi tutto ciò che riguarda il segno da lasciare, dalla creazione del team al logo, alla scelta dell’esperimento. Oltre che in classe, Planting Science può diventare un’utile ispirazione anche per genitori intenzionati a blandire il pargolo sul suo terreno immateriale, prima di condurlo più o meno gradualmente su quello manuale (o per portarlo alle medesime riflessioni e conclusioni già su quello immateriale, che non è casa del diavolo).

E quando la propensione a giocare con le mani sporche c’è già o non è ancora stata inibita da altro, lo strumento digitale può elegantemente essere sostituito da un libro. Guarda e coltiva edito da Corraini ad esempio è un testo semplice e sofisticato, ma pieno di charme, eleganza e semi di scienza. Non esplicita l’aspetto scientifico, ma ne anticipa alcune magie. La grafica seduce il genitore ed avvicina l’erede anche in piccola età, stimolato dal contenuto e dall’attenzione esclusiva garantita dal lavoro a quattro mani. Senza ostacoli insormontabili offre una scaletta mensile di esperienze sugli strani comportamenti delle piante, così diversi da quelli animali: la talea, la germinazione, la fioritura forzata, la fertilizzazione, la propagazione assessuata da foglie, l’erbario, l’abbinamento cromatico sul davanzale diventano un playground di condivisione genitore-figlio, su cui costruire le prime nozioni di fisiologia vegetale, di botanica, di ecologia, di fascinazione in verde, di gusto. E poi non è detto che i ruoli non abbiano bisogno di un ribaltamento, dato che esistono spazi  e compiti in cui gli adulti devono essere (ri) portati dai bambini per saper affascinare e spazi ibridi come i giardini in cui i bambini possono essere introdotti dagli adulti, per sperimentare nuovi divertimenti che aiutino a mescolare la cultura e le scienze. Questo libro fa esattamente questo.

Ma se proprio il discente digitale recalcitra nel trovarsi le unghie sporche di terra, provate a partire ancora una volta dal suo terreno virtuale per portarlo (dentro e fuor di metafora) sul vostro: giocate con lui con una delle applicazioni di The Joy of Plants, emanazione online del testo -molto fashionista- Me and My Plant edito dal Flower Council of Holland e scaricabile anche in pdf. Il libro ha un pregio essenziale, anzi due: è divertente e pieno di trovate creative, incastonate nelle quali si trovano spiegazioni tecniche adatte ad un bambino, come quella sulla fotosintesi clorofilliana. L’applicazione più carina consente di pianificare on line i tempi di irrigazione di diverse piante ornamentali, con avvisi spediti via Facebook, attribuendo alla loro cura la stessa attenzione e responsabilità di solito racchiusa nella comune capitolazione genitoriale “ok, prendiamo il cane. Ma ti occuperai di lui“. Certo, giocare con una specie di tamagotchi clorofilliano non è immediato e montessoriano quanto studiare lo sviluppo del un germoglio di una pianta commestibile o osservare la morfologia interna di un frutto con i timbri inchiostrati a base di cavolo cappuccio e peperone di Roses in the Salad di Bruno Munari, né essenziale nello spiegare le basi dell’architettura vegetale come Drawing a Tree dello stesso autore, ma è sempre un punto di partenza più vicino al nostro interlocutore basato sul silicio che a noi insegnanti basati sulla cellulosa.

3 thoughts on “Nativi vegetali, ovvero dei biologi in erba nel silicocene

  1. luca vallis veriacus ha detto:

    il fascino degli elenchi…
    ecco, queste cose non le ho fatte – sarò segnato per sempre? (intendo: ANCHE per questo)
    3. Accamparsi all’aperto
    10. Giocare a conker, un gioco tradizionale inglese in cui un partecipante munito di una castagna attaccata a uno spago cerca di staccare dal filo o far cadere la castagna dell’avversario
    12. Partecipare a una caccia al tesoro sulla spiaggia
    [era in collina, la caccia – andrà bene lo stesso?]
    16. Seppellire qualcuno sotto la sabbia
    23. Esplorare un’isola [… tutta? quanto grande?]
    36. Richiamare un gufo imitando il suo verso [niente gufi, ahimé, dalle mie parti]
    38. Allevare una farfalla [ma lo fatto vent’anni dopo!]
    … però, da qui in avanti, non mi pare proprio “roba da ragazzini”, eh!
    43. Fare rafting
    44. Accendere un fuoco senza fiammiferi
    45. Trovare la strada servendosi solo di mappa e bussola
    47. Cucinare in campeggio
    48. Fare discesa in corda doppia
    49. Giocare a geocaching, una Caccia al tesoro con il GPS [però l’avvento del GPS è ben posteriore al mio…]
    50. Andare in canoa su un fiume

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