SettiManna #5: dopo il come, il perché

Sale, gelo e caldo torrido hanno un denominatore comune, se ci mettiamo nella corteccia di un albero: lo squilibrio idrico e la disidratazione delle cellule. E senza acqua, dice il saggio, non c’é vita. E’ per questo motivo che nel campo degli essudati zuccherini chiamati manna si assiste ad una convergenza evolutiva tra piante botanicamente lontane ed adattate a vivere in condizioni apparentemente diverse, come il larice al freddo delle Alpi, le tamerici nelle aree costiere salate o il frassino nel cuore caliente del Mediterraneo. Se incise al momento giusto tutte producono manna, tutte hanno trovato negli zuccheri un alleato per la loro sete. I tre fattori di stress citati in partenza infatti determinano una minore disponibilità di acqua, misurabile con un diminuito potenziale idrico a cui i vegetali rispondono con diverse strategie. Alcuni hanno evoluto sistemi tesi a contenere le perdite, ovvero cercano di trattenere acqua riducendo la traspirazione. Altri invece si sono evoluti ottimizzando gli effetti di zuccheri chimicamente poco attivi e non interferenti sul normale fuzionamento cellulare tranne che sull’osmosi, come avviene nelle tre specie citate.

La pianta per tutte le stagioni. La manna disponibile in commercio in Italia è il prodotto che si ottiene dalla solidificazione della linfa elaborata che fuoriesce, durante i mesi di luglio ed agosto, dalle incisioni praticate sul fusto e sui rami principali di Fraxinus excelsior, F. angustifolius o da F. ornus, l’orniello. Il frassino è un albero capace di adattarsi con facilità alle condizioni climatiche più varie: cresce bene nel caldo torrido e nell’arsura della Sicilia, in quota sulle Alpi e non disdegna il freddo dei paesi nordici. E’ proprio un frassino Yggdrasill, l’albero portante di tutta la gelida cosmogonia scandinava, in grado di avvolgere e sostenere con le sue radici l’intero cosmo. Da brava pianta per tutte le stagioni, prospera al freddo e sta bene al caldo, nei posti umidi ed in quelli semi-aridi, a nord ed a sud e come sempre accade le sue doti di resistenza non sono frutto di un incantesimo mitologico o di un dono divino bensì almeno in parte sono dovute alla manna stessa. O meglio, al ruolo svolto nella fisiologia della pianta dagli zuccheri che la compongono. Il frassino infatti ha evoluto un sistema flessibile: quando si trova in ambienti umidi e temperati “lavora” con una grande traspirazione attraverso le foglie, che permette di assorbire molta acqua dal suolo e crescere più in fretta di altri competitori. Questa caratteristica tuttavia può essere uno svantaggio quando la pianta si trova in habitat più secchi, in quanto le opzioni “antitraspirazione” sono precluse dalla chioma imponente, dalle foglie non coriacee e dall’elevato numero stomatico (le aperture con cui le piante scambiano gas e vapore con l’esterno). Pertanto, per non perdere terreno contro una concorrenza che ha adottato altre strategie, in questi casi il frassino mantiene lo stesso un’elevata traspirazione -che permette tra l’altro di aspirare con più forza l’acqua dragando superfici molto più ampie, come per effetto di una pompa messa a tutta forza- ma compensa la perdita per traspirazione lavorando sull’osmosi. Per dare qualche numero, il frassino e l’olivo nel cuore dell’estate mediterranea perdono attraverso la traspirazione circa il 60% dell’acqua che contengono contro il 5-9% di altre specie a foglia nelle stesse condizioni. Apparentemente è uno spreco inaudito, eppure campano tranquillamente ed anzi, mantengono una discreta attività fotosintetica anche dopo tre mesi di siccità totale ed al contrario di molte piante xerofite possono permettersi di vegetare in più ambienti ed in più climi senza soffrire per l’eccesso idrico (chi ha ucciso un cactus per eccesso di annaffiature sa cosa intendo).

Zuccherare la sete. Grazie agli adattamenti perfezionati dall’evoluzione il frassino è quindi in grado di resistere anche alle condizioni di lunga siccità ed elevato calore tipiche delle zone mediterranee, sfruttando il potere osmotico ed igroscopico del mannitolo e di altri zuccheri simili. Questo avviene perché nel corso dei periodi di carenza idrica nelle cellule delle sue foglie la capacità biosintetica di questi zuccheri aumenta anche del 100%. Queste molecole sono in grado di provocare spostamenti di acqua per osmosi dagli spazi presenti tra le cellule a quelli intracellulari aumentando la concentrazione di soluti all’interno fino ad equilibrarla con l’ambiente esterno, impedendo così che si abbia un’eccessiva fuoriuscita di acqua dalla cellula. L’azione di questi osmoliti è abbastanza aspecifica, ovvero può essere svolta da diversi composti (aminoacidi come la prolina, acidi organici come l’acido malico) ma sono gli zuccheri a fare la parte del leone. In più la pianta aumenta la sintesi di acido malico, che inibisce in parte l’apertura degli stomi. In questa maniera la pianta è in grado di controllare in modo attivo e fine la quantità di acqua che perde: se le cellule si disidratano eccessivamente e perdono il normale turgore cellulare viene aumentata la biosintesi di mannitolo, se invece l’acqua disponibile per qualche motivo aumenta, la biosintesi viene rallentata o meglio spostata verso altre sostanze.

Tutto si spiega. E’ per questo che i raccoglitori saggiano manualmente il grado di appassimento delle foglie per individuare il momento idoneo alla raccolta: se queste sono ricche d’acqua la concentrazione zuccherina nella linfa non è sufficiente a produrre manna. Ed è anche spiegato anche il perché dell’arresto nella produzione di manna a seguito delle piogge: non solo la pianta attinge più acqua dal suolo ma non ha più bisogno di investire risorse per sintetizzare mannitolo in eccesso e portarlo in giro. Durante il periodo estivo il mannitolo e gli altri zuccheri vengono infatti traslocati dalle foglie verso le radici, dove svolgono un ruolo analogo. Quando i raccoglitori incidono il tronco  non fanno altro che intercettare i vasi che trasportano la linfa elaborata dalle foglie verso le radici, nella quale gli zuccheri sono talmente concentrati da rendere sufficiente il calore estivo per far evaporare in pochi minuti la poca acqua presente sino a dare la manna vera e propria. L’aspecificità dell’azione osmotica spiega anche perché ogni manna sia composta da zuccheri leggermente diversi: ogni specie produce quello più affine al suo metabolismo (o quello che casualmente ha prodotto per adattarsi alle condizioni aride), tanto l’azione osmotica del mannitolo, del trealosio o del melezitosio è molto simile. L’ultimo perché si riverbera sugli usi umani di questi essudati e siccome in alcuni casi anche gli impieghi pratici dei derivati vegetali hanno un legame con la chimica e la fisiologia delle piante, le medesime doti osmotiche ed igroscopiche sono poi riutilizzate dall’uomo nell’uso come blando lassativo (richiamo di acqua nell’instestino senza causare irritazione) e come ingrediente cosmetico (come idratante-umettante non occlusivo in saponi e creme, conferisce un effetto vellutato alla pelle).

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