Ho sentito un rumore

Sicuro delle nozioni apprese all’ultimo corso di aggiornamento, il commesso del settore telefonia mi illustrava lo smartphone della vetrina tessendo le lodi dell’ecosistema realizzato dalla casa produttrice, dipingendolo come un giardino chiuso ricco di delizie e di opportunità, di apparecchi evoluti e compatibili con il medesimo ambiente, tetragono ai rischi della commistione tra sistemi operativi nonché dotato di applicazioni ottimizzate pronte ad essere colte come frutti maturi. A sentirlo decantare i presunti pregi tecno-naturalistici di un sistema adiabatico insensibile alle interferenze esterne quanto un’enclave in franchising, mi estraniavo dalla triste realtà del centro commerciale pensando che in fondo il mio vecchio rottame andava ancora più che bene ed inseguivo nella mia mente un ipotetico responsabile comunicazione in cerca dell’allegoria vincente. Mi appariva assorto, seduto su una poltrona in ecopelle mentre armeggiava con una di quelle ecosfere di vetro piene d’acqua, alghe e crostacei e progettate per l’autarchia ambientale. Ma ben adattabile all’uso come interlocutore shakesperiano o come strumento di chiaroveggenza. Con buona pace della boccia d’acqua e del copywriter, il concetto di giardino chiuso ed impermeabile si adatta però malamente alla realtà degli ecosistemi basati sul carbonio anziché sul silicio, ben più sensibili alle sollecitazioni esterne. Ad esempio, oltre alle interferenze più comunemente note come quelle chimiche e comportamentali, anche il rumore delle attività umane può influire indirettamente sulle relazioni tra piante ed animali e di conseguenza sulle dinamiche a lungo termine degli ambienti vegetali, che sono tutt’altro che dei giardini chiusi e statici come un ikebana.

ResearchBlogging.org

Alcuni ricercatori statunitensi hanno monitorato il comportamento di uccelli impollinatori come i colibrì del genere Archilocus e disseminatori di semi come la ghiandaia occidentale Aphelocoma californica su popolazioni di Ipomopsis aggregata (una lontana parente spontanea del Flox ornamentale) e Pinus edulis in una riserva naturale isolata da altre pressioni antropiche ma costellata di pozzi per l’estrazione di gas naturale. I macchinari che mandano avanti i pozzi, a quanto pare, sono assai rumorosi. I risultati dicono che i colibrì, probabilmente a causa dell’assenza di altre specie “nemiche”, preferiscono le zone rumorose e vanno ad impollinare più frequentemente l’Ipomopsis, aumentandone la probabilità di riproduzione nell’area. Al contrario, la ghiandaia occidentale evita con cura i dintorni rumorosi ma sua assenza implica un danno indiretto per il pino, un danno non facile da individuare a breve termine data la lentezza nello sviluppo delle pinete.

Aphelocoma californica è un uccello che non disdegna di cibarsi con insetti ed anche piccoli vertebrati ma integra assai spesso la sua dieta con semi, tra cui i pinoli. Integra è da intendersi in senso cospicuo, dato che un singolo individuo è capace di raccogliere oltre 6000 pinoli in pochi mesi. Non tutti i pinoli vengono mangiati seduta stante, dato che questa ghiandaia è anche una bestiola previdente, che crea scorte sottoterranee ed in diversi nascondigli da cui si serve in seguito, con calma, quando serve. Il pino la lascia fare, perché al loro accordo evolutivo giova la scarsa memoria del volatile, che spesso dimentica dove ha sepolto i semi, al punto che l’ultimo verbo potrebbe essere cambiato in “piantato”. I pinoli abbandonati al riparo da altri predatori e per giunta già sottoterra hanno infatti una probabilità di germinare molto maggiore. Nelle zone più disturbate dal rumore dei bruciatori e delle pompe di estrazione i pinoli restano però al suolo e divengono facile preda di altre specie meno esigenti in fatto di inquinamento acustico ma più dannose per la pianta come i roditori del genere Peromyscus, simpatici topolini di bosco che portano sì pinoli in gran copia nelle loro tane, ma li mangiano anche con un’efficienza assai poco vantaggiosa per il pino (oltre l’80%). Il risultato è che nel corso degli anni si nota già una minore frequenza (circa 4 volte) di plantule di pino nei dintorni dei pozzi ed una variazione della vegetazione, che privilegia altre specie con altri sistemi di dispersione. Il paesaggio visivo ed ambientale della riserva usata come modello non è ancora cambiato in modo evidente, in quanto le dinamiche delle pinete sono estremamente lente a causa della scarsa velocità di crescita delle piante, eppure appare probabile non solo la già nota influenza del soundscape sugli esseri viventi dotati di orecchie, ma anche su quelli che i suoni non li percepiscono.

Francis, C., Kleist, N., Ortega, C., & Cruz, A. (2012). Noise pollution alters ecological services: enhanced pollination and disrupted seed dispersal Proceedings of the Royal Society B: Biological Sciences DOI: 10.1098/rspb.2012.0230

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