Piantare il carbonio in città

In un passo del Bell’Antonio, un nobile decaduto siciliano ammattisce allorché il sindaco ne oltraggia -a suo dire- la residenza cittadina, piantumando una fila di platani nella piazza prospiciente. Per l’anziano catanese l’ombra e la perdita del panorama risultavano intollerabili, al punto che gli alberi vennero fatti ammalare dalla fedele servitù, divenuta incapace di sopportare le lamentele del barone di Paternò. Circa un secolo dopo, fortunatamente, i cittadini e le loro amministrazioni sembrano avere maggiore cura del verde urbano, al punto che in molti comuni l’abbattimento di piante d’alto fusto deve essere preventivamente denunciato ed in alcuni casi va previsto un piano di sostituzione che compensi la perdita di vari benefits. Oltre alle considerazioni meramente estetiche e di benessere locale (qualità dell’aria e della vita cittadina), alberi e giardini svolgono infatti la loro piccola ma sensibile parte anche su scala planetaria nel compensare l’emissione di anidride carbonica in atmosfera, un problema che nell’Italia d’anteguerra di Vitaliano Brancati certo era ben lungi dal presentarsi.

Ora che invece l’andiride carbonica preoccupa, si cerca di valutare la capienza di qualunque ripostiglio in cui stoccare l’indesiderato gas e nel computo vengono inserite anche le aree urbane, sino ad ora scarsamente considerate o mappate in modo grossolano. L’operazione serve anche a determinare, in base ai protocolli di Kyoto, quale sia il debito carbonico di ogni nazione nei confronti del resto del pianeta ed ogni amministrazione è quindi attenta a non perdere “depositi” per disattenzione, anche quelli cittadini. Nonostante qualcuno parli a sproposito di “enorme contributo”, il verde urbano pare assorbire più di quanto sinora preventivato e gli effetti dell’antropizzazione del territorio su questo specifico fattore potrebbero essere più miti, sebbene con molti caveat. Il dato di partenza è la mappatura di una città  inglese di medie dimensioni (Leicester, circa 300.000 abitanti), che ha permesso di scoprire come la quantità di carbonio accumulata dal verde urbano pubblico e privato sia circa dieci volte superiore rispetto alle stime precedenti. Tale valore potrebbe essere incrementato se le amministrazioni locali mettessero in atto politiche virtuose in merito. Certo, si potrebbe migliorare ulteriormente il contributo delle aree urbane al carbon sink  incentivando la piantumazione di alberi da parte dei privati ed offrendo in cambio piccoli sgravi sul costo della loro manutenzione o lievi sconti alle tasse sui rifiuti, ma non è il caso di eccedere nell’ottimismo. Nella realtà però più che un sostegno al verde privato i dati dell’articolo paiono suggerire la creazione di tessuti urbani più laschi ed inseriti in ampie aree verdi semiboschive a bassa densità demografica, se l’obiettivo è quello di fissare più anidride carbonica e minimizzare i costi collettivi.

La capienza del ripostiglio urbano è infatti nettamente diversa tra giardini privati (circa 0,8 kg/m2) e parchi pubblici (29 kg/m2) e questa differenza porta direttamente ad un limite nella divulgazione della notizia e nel suo uso.  Il dato complessivo infatti non è facilmente estendibile a qualunque area urbana, in quanto il rapporto tra aree edificate ed aree a giardino privato/verde pubblico varia considerevolmente in funzione dell’urbanistica. Risalendo dai lanci di stampa all’articolo originale è possibile infatti verificare come l’indagine inglese abbia identificato per Leicester una superficie a verde pari al 64% (a sua volta diviso in 75% pubblico e 25% privato) dell’estensione della città, un valore che  in molte città italiane rappresenta una pia illusione. Ad esempio, in città di analoghe dimensioni come Verona o Bari, il verde urbano pubblico è pari rispettivamente ad un misero 9 e 4% dell’estensione comunale. La tabella qui sotto riporta poi le capacità di assorbimento di alcune tipologie di territorio, sui quali l’intervento umano è più o meno marcato. Presupponendo che le misurazioni siano state svolte con il medesimo criterio e convertendo il dato di Leicester nella stessa unità di misura si ottengono per la media urbana della città inglese circa 12 tonnellate per acro, ovvero un valore inferiore a quello delle aree semidesertiche (ammesso che se nel computo sia stato incluso anche il contributo del suolo) .

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