Do plants dream of green sheep?

Un commento al carnevale appena trascorso ha ricordato un vecchio adagio: le piante sono i veri alieni del nostro pianeta, al punto che non le consideriamo esseri viventi come gli altri. Sono intorno a noi e in mezzo a noi, ma funzionano secondo ritmi e meccanismi così diversi e talmente inattingibili agli umani che risulta difficile accettarle come pari. Un libro appena uscito sembra affrontare di petto la questione, chiedendosi quali siano le basi filosofiche e non solo biologiche con cui gli esseri umani si approcciano in modo così differente al Regno Vegetale. Certo, c’è chi abbraccia i tronchi degli alberi in un afflato di fratellanza e chi parla alla petunia mentre la annaffia con amore materno ma solitamente, nelle nostre culture almeno, le piante non sono viste come persone, non godono della stessa considerazione riservata agli animali e se l’amata petunia stenta a darci soddisfazione non esitiamo a sopprimerla senza alcuna remora o senso di colpa. Gli esempi comportamentali a riguardo sono numerosi e forse talmente inconcepibili da apparire dei sofismi: la vivisezione animale è apertamente condannata da molti mentre l’uso sperimentale delle piante non è  reputato neppure vagamente condannabile dal punto di vista etico così come non lo è l’estirpare una pianta che ha terminato di darci i suoi frutti. Strappare un’erbaccia o sopprimere un gattino non sono cose equivalenti, a meno che non siate giainisti.  Oppure ancora, non abbiamo remore nel potare alberi e siepi sebbene si tratti di una sorta di amputazione gratuita, necessaria a scopi estetici o produttivi. Questioni capziose, si dirà, dato che le piante non possiedono un sistema nervoso, non percepiscono dolore e per di più possono rapidamente ripristinare quanto perso in sfalci e potature, eppure sono indicative di come le piante siano di fatto escluse dalla medesima sfera morale con cui l’uomo si approccia agli altri viventi e questo in qualche modo determina la nostra visione della natura nel complesso.

Il libro in questione, Plants as persons di Mattew Hall, è per ora disponibile solo in lingua inglese ed è generosamente consultabile su Google Books, ma si preannuncia interessante per chi ha a cuore una maggiore comprensione del modo con cui l’uomo, al variare delle convenzioni sociali e delle dinamiche culturali che ha creato, vede e considera le piante che lo circondano. Stando ai propositi dell’autore, il libro desidera spiegare come la percezione dell’inferiorità delle piante, cieche, sorde, mute ed imperfette in quanto non dotate della medesima intelligenza riconosciuta agli animali superiori, abbia basi filosofico-religiose proprie di alcune culture e non concrete motivazioni fisiologiche o biologiche né tantomeno evolutive. Certo, sembra essere un libro di filosofia morale più che di scienza ma potrebbe essere una lettura interessante se vi occupate del rapporto tra noi e l’ambiente circostante.

2 thoughts on “Do plants dream of green sheep?

  1. in oriente e nello scintoismo le piante sono tenute più da conto, anzi, avendo un kami/spirito anche le cose inanimate, i tre regni sono su piani simili, inoltre le piante rimangono secolari perchè spesso rientrano nei recinti sacri… da un punto di vista pragmatico, questo è un bene per noi, visto che si tende a tagliare gli alberi senza un minimo di rispetto per la loro età e per i nostri successori! in passato anche da noi si apprezzava la potenza del luogo (templi e chiese edificate su o vicino a sorgenti, caverne, rocce, grotte)

  2. Grazie per la dritta! L’argomento mi intriga, e mi pare chiaro che in un universo disincantato, e che non credo possa sperare o pensare di ritornare ad una visione sacra della natura (se non in un senso molto individuale e variabile di volta in volta) non è più proponibile un rispetto per la natura che non sia sempre filtrato dalla strumentalità. E allora il rispetto e la compassione se lo beccano quegli oggetti naturali che ci colpiscono visceralmente (cuccioli di mammiferi con occhioni così, che ci ricordano troppo da vicino i nostri cuccioli), oppure che ci colpiscono perché vediamo, razionalmente, le affinità con ciò che pensiamo ci caratterizzi come persone (essere senzienti, provare emozioni, ecc.). Le piante non hanno occhioni cuccioleschi e non mostrano grandi doti cognitive, come direbbe Singer sono individui in senso debole, perché possiamo pensare di sostituire una peonia per un’altra senza che questo ci colpisca come se avessimo sostituito la nostra compagna con sua cugina🙂. Sono quindi, più degli animali, facili a diventare materia di “gestione ambientale”, ad essere usate ai nostri scopi perché manchevoli di uni status morale o giuridico. E purtroppo non vedo all’orizzonte una facile soluzione. Il ritorno ad una visione di natura sacra, panteista, ecc. non mi pare possibile e certamente non ha appeal per me. Mi parrebbe che forse proprio il fatto che le piante NON siano facilmente assimilabili a ciò che ci è simile dovrebbe allertarci. Le piante sono un Altro radicalmente diverso, la cui perdita ci fa perdere un elemento insostituibile e non omologato…

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