Vietato toccare: fototossicità e dermatiti da contatto

A molte piante non piace essere mangiate. Vari frutti sono commestibili per “loro” scelta, ma si tratta di esempi isolati e talvolta validi solo per quell’organo specifico, destinato alla dispersione del seme da parte di un vettore che può essere anche l’uomo. In vari casi poi le piante neppure gradiscono il contatto, chiedendo agli animali il rispetto di uno spazio vitale ampio imposto con la forza dei loro principi attivi, se necessario. Una delle strategie più sottili attuate per mantenere questa sorta di no-fly zone è quella di causare irritazioni cutanee, dermatiti ed ustioni di varia entità negli incauti animali che si azzardano a toccarle o ad ingerirle. L’ortica non è tipa da confidenze e neppure la ruta, molte Apiaceae o certe Euforbiacee non si lasciano certo mettere le mani addosso senza colpo ferire.

L’armamentario delle sostanze irritanti è vario sia chimicamente (lattoni sesquiterpenici, tiofeni, acetileni, diterpeni come il forbolo, furocumarine come gli psoraleni o addirittura proteine come nel caso del latice fresco di Hevea brasiliensis) che nei meccanismi d’azione. In alcuni casi i composti offensivi si depositano sulla pelle dell’animale per semplice contatto con la pianta ed una volta giunti sullo strato corneo penetrano nel derma ove vengono attivati dalla luce solare, trasformandosi in un feroce manipolo di radicali liberi o di attivatori della cascata infiammatoria. L’esito ultimo, con vari gradi di sensibilità individuale, è quello di nuocere causando prurito, arrossamenti, dolore, vesciche, eczemi, scottature ed altre piacevolezze. Altre sostanze, come gli psoraleni, sfruttano sempre l’attivazione dei raggi ultravioletti ma si legano direttamente al DNA delle cellule della pelle creando addotti che provocano dermatiti. In altri casi ancora l’irritazione non è di tipo diretto, topicamente localizzata nell’area di contatto, ma si manifesta in alcune aree dell’epidermide a seguito di ingestione di quantità più o meno grandi di pianta o infine viene indotta gradualmente, causando dapprima una sensibilizzazione e poi una reazione di tipo allergico, come avviene con i componenti di molti oli essenziali.

L’uomo, dentro e fuori dalla metafora, è un animale e paga dazio come qualunque erbivoro al pascolo se si strofina su un Croton, su un Rhus, su un Toxicodendron, su certe Primule o se assume troppo Iperico e poi prende la tintarella. Queste ritrosie al contatto fisico di molte piante hanno quindi ripercussioni pratiche anche nei rischi professionali (giardinieri, operai di certi comparti industriali) e sull’uso commerciale che facciamo delle piante, come si deduce dal commento lasciato da una sfortunata lettrice che si è trovata con una dermatite dopo aver consumato una tisana dagli ingredienti esotici. Il continuo tourbillon di ingredienti vegetali in erboristeria, in farmacia ed in cosmesi non sempre permette di avere la risposta pronta, anche perché l’elenco delle specie e delle famiglia botaniche potenzialmente dermotossiche è lungo come un elenco del telefono. Di conseguenza, per un professionista del settore (un farmacista, un erborista ma anche un medico) questi casi risultano spesso difficili da gestire: chi arriva con una forte reazione cutanea è giustamente di pessimo umore e chiede un riscontro veloce, le possibili cause sono tante quante le piante in commercio e la ricostruzione del quadro sepolta in un dedalo di articoli, pubblicazoni e segnalazioni anedottiche pressoché inestricabili. Le banche dati sono però nate apposta per galleggiare nel mare magnum dell’informazione e per le dermatiti di origine vegetale il Botanical Dermatology Database può rappresentare un ottimo salvagente, in quanto pur con inevitabili limiti condensa lo scibile in materia di reazioni allergiche a carico della pelle causate da piante per contatto o per ingestione. Cosa importante, è aggiornato frequentemente.

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