I fiori di vetro

Tra i vari passatempi che si possono portare avanti in un blog c’è anche quello di costruire una wunderkammer 2.0, versione virtuale della teca tardo-rinascimentale per oggetti bizzarri, raccolti al fine di stupire l’osservatore e dare pregio al possessore di un unicum quasi irripetibile, di solito un ricco collezionista. A differenza dei loro omologhi più antichi, le wunderkammern moderne ospitano oggetti comunque inattingibili ai comuni mortali, ma almeno apprezzabili senza bisogno di essere introdotti all’amicizia del nobile o dell’eminente scienziato. Più democraticamente, si può giocare ad assemblare un protomuseo, online ed a costo zero, raccogliendo mirabilia a tema da condividere con altri appassionati, ad esempio, dello stupore vegetale. Ed allora, dopo aver messo nella teca di Erba Volant le xiloteche artistiche, i francobolli, le stampe di arte botanica e persino le figurine Liebig, questa volta è il turno dei fiori di vetro. E non stiamo parlando dell’Impatiens sul davanzale della zia, ma di vero vetro e di veri fiori.

La guida virtuale al cabinet delle curiosità non può esimersi, prima di introdurre i visiatori all’esposizione, dal raccontare la storia di rito, che ha inizio su un veliero bloccato dalla bonaccia. Un mastro vetraio tedesco passa il tempo osservando le meduse che fluttuano ai bordi della nave ed inizia a disegnarle, pensando che il loro aspetto traslucido ben si presterebbe ad essere riprodotto in vetro. Vinto il tedio imposto da Eolo, il vetraio rientra a casa ed inizia a produrre -esclusivamente per proprio diletto e passatempo- riproduzioni di invertebrati e piante, che espone in casa ed in bottega. Siamo alla metà dell’800 ed all’epoca lo studio comparato degli esseri viventi incontrava ostacoli che la tecnologia odierna ha reso pressoché nulli. Ora è facile fotografare una pianta, filmarla, raccogliere campioni e crearne modelli in materiale plastico pressoché identici all’originale ed usarli per fini didattici e dimostrativi. All’epoca tutto questo era impossibile e l’unico modo per mostrare agli studenti degli esseri viventi non impagliabili era quello di conservarli in qualche liquido. Quando un accademico di deesda vide le opere del nostro vetraio, che si chiamava Leopold Blaschka, ebbe un’illuminazione e capiì che sarebbero state perfette per i suoi studenti. Passò all’artigiano ed a suo figlio Rudolf una serie di immagini, campioni in formalina, individui vivi ed allestì con le copie dal vero in vetro un ricco laboratorio didattico, fatto di veri e propri gioielli.

Lavorando con incredibile perizia attorno a strutture in filo di ferro  e colorando il vetro a mano o con ossidi metallici, Leopold e Rudolf Blauscka iniziarono poi a creare anche specimen botanici per conto dell’Università di Harvard, che aveva capito l’utilità didattica e di ricerca del repertorio di invertebrati dei colleghi di Dresda. Conservare un campione d’erbario era certamente più facile che mantenere in forma una medusa, un’anemone marina o un polipo, ma la rapida perdita dei colori, della tridimensionalità e soprattutto la degradazione degli organi e delle strutture più delicate (eppure più importanti all’identificazione ed all’analisi botanica, si pensi ai pezzi fiorali) faceva dell’erbario uno strumento didattico parziale, che non si avvicinava suffficientemente all’osservazione dal vero. Per averla garantita, non potendo sempre coltivare le piante in un orto botanico e non potendole avere a disposizione sempre nello stadio fenologico desiderato, erano necessari modellini di massimo realismo, conservabili a lungo ed osservabili permanentemente. A partire dal 1886 i Blaschka dunque realizzarono su commissione dei botanici di Harvard circa 4.400 campioni in vetro pressoché perfetti e filologicamente ineccepibili di oltre 800 specie vegetali e loro parti, spaziando dall’Iris all’ Echinocactus sino alla mela affetta da ticchiolatura o alla finezza della yucca, immortalata al momento dell’aggressione da parte del suo partner coevolutivo, appartenente al genere Tegeticula. Quasi tutto questo materiale incredibile è stato intelligentemente conservato e preservato sino a divenire un’esposizione permanente presso l’Harvard Museum of Natural History, anche perché con lungimiranza l’ateneo americano si era garantito l’esclusiva completa sulla manifattura dei Blaschka. La storia completa del loro lavoro è ben raccontata sul Journal of Antiques and Collectibles.

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Le camere delle meraviglie avevano il ruolo primario di lasciare l’osservatore a bocca aperta per lo stupore dell’incredibile e dell’inatteso e per chi non avesse voglia di leggere preferendo la magia visiva delle figure, oltre alla gallery qui sopra sono disponibili due video. Riassumono la storia del museo di Harvard e soprattutto del genio della famiglia Blaschka. Il secondo è in tedesco, ma le immagini nella parte finale rendono merito della perfezione di questi manufatti in vetro, che paiono più veri del  reale ed impossibili da ottenere con un materiale fragile ed effimero nella lavorazione come il vetro. Al punto che la prima reazione davanti ad essi è, invariabilmente quella del visitatore della wunderkammer: “non è possibile, non ci credo“.

6 thoughts on “I fiori di vetro

  1. Roberto Mazzoleni ha detto:

    Sarebbe veramente bello vederli dal vivo. Lo inserisco nella mia lista “da fare”. La mia convivente mi ucciderà per questo, probabilmente…😛

    Ma ne vale la pena!🙂

  2. Dev’essere una visione mozzafiato. Ho letto, cercando materiale per il post, che nel 2001 è partito un programma di restauro finanziato con circa 2 milioni di dollari, mirato soprattutto al recupero dei colori che iniziavano a sbiadire e delle colle usate per unire alcuni pezzi. Negli Stetes non avranno un patrimonio artistico ampio e profondo come il nostro, eppure se lo tengono bene da conto…

  3. I’m just waiting for the first Ryanair/Southwest low-cost flight from Europe to Boston…🙂

    … and thanks for the link!

  4. Stavo cercando un’altra cosa e sono capitato su questo blog per caso , e l’ho trovato interessante e molto approfondito . Un’ottima risorsa , anche se per “specializzati”.

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