Qualità degli integratori alimentari: i mirtilli di Altroconsumo ed oltre

Altroconsumo ha divulgato ieri, anche attraverso la cassa di risonanza di Repubblica, i risultati di un’indagine interna sulla qualità degli integratori alimentari a base di mirtillo venduti in Italia. Molti prodotti in compresse ed opercoli contengono quantità risicate o insignificanti di antociani –spesso assai inferiori al dichiarato– e tutti prendono la paga dal succo di mirtillo confezionato (quando va bene circa 72 mg di antocianine a 130, per porzione). Il confronto peggiora ancora se si introduce il prezzo nella valutazione: 0,005 euro per ogni mg di antociani nel miglior succo contro 0,02 euro nel miglior integratore.

Questi dati, purtroppo, non devono stupire più di tanto e sono lo specchio di un settore sopravvalutato per esigenze commerciali. Giusto tre mesi or sono, e per restare nel solco della ricerca peer-reviewed, è andata alle stampe una revisione della letteratura disponibile sulla qualità dei nutraceutici, ovvero sono stati raccolti in un unica pubblicazione i dati relativi a circa 25 tipologie di integratori alimentari o loro ingredienti venduti all’ingrosso, pari a oltre 600 distinti prodotti commerciali. La percentuale di compresse, capsule e sciroppi che mantenevano al loro interno le quantità di principio attivo dichiarate in etichetta è risultata essere un miserrimo 33%. Davvero pochino, la qualità media in commercio è ben più che deficitaria. C’è da dire che questa indagine ha seguito parametri più restrittivi di quelli del decreto ministeriale citato da Altroconsumo (che indica una tolleranza del 30% tra etichetta e contenuto), rifacendosi invece ad un margine del 5% come indicato dalla direttiva 63/2003 dell’Unione Europea (inclusa nella Farmacopea Europea), che in teoria dovrebbe essere adottata anche nel nostro paese.

Nel dettaglio degli ingredienti di origine vegetale più comunemente presenti negli integratori alimentari, le cattive notizie riguardano i carotenoidi come luteina, zeaxantina e licopene, gli acidi grassi polinsaturi, le procianidine e gli isoflavoni, mentre i prodotti a base di melatonina hanno quasi sempre una buona qualità, probabilmente perchè questa molecola è abbastanza stabile anche in forma isolata. La scarsa presenza di catechine in formulazioni a base di té verde non deve meravigliare il lettore, già si è spiegato che la loro conservazione a lungo termine in condizioni non appropriate ne causa la degradazione in breve tempo. Anche nel caso degli isoflavoni le variazioni sono estreme, i dati disponibili mostrano una forbice assai ampia: tra 0,4 e 57 mg/g in prodotti formulati a base di estratti di soia, mentre nessuno dei prodotti a base di fitosteroli ha passato il test dell’etichetta. Nel complesso, come si può osservare cliccando sulla tabella qui a lato, alcuni singoli prodotti mantengono le promesse ed in rari casi contengono addirittura più di quanto descritto sulla confezione, ma la loro percentuale sul totale è estremamente bassa e capire quali siano non è facile soprattutto perché, per evitare problemi legali, spesso i ricercatori anonimizzano i campioni. Come anche l’indagine di Altromercato evidenzia -seppure parzialmente- fare affidamento sul prezzo per accedere al prodotto di migliore qualità non rappresenta un investimento sicuro, dal momento che dagli oltre 600 prodotti controllati non emerge alcuna correlazione a riguardo.

A cosa imputare le differenze riscontrate da Altroconsumo per i mirtilli e quelle raccolte nella review del 2010? Frode, scarsa competenza, vuoti normativi? Ovviamente pensare che qualcuno faccia il furbo è sport nazionale e, come si suol dire, rappresenta una scommessa spesso vincente. Tuttavia le cause possono essere molte e possono variare da un ingrediente all’altro, diventando in alcuni casi figlie della filiera. Restiamo ad esempio nel caso del mirtillo: le antocianine, lo abbiamo già scritto, sono molecole non particolarmente stabili e tendono a degradarsi abbastanza rapidamente nel tempo, soprattutto in assenza di un sistema “tampone” che le mantenga intatte. Stanno meglio a pH acidi come quelli dei succhi e se isolate e poste in ambiente secco risentono moltissimo dell’umidità sebbene, va detto, la loro degradazione porti spesso ad ottenere molecole diverse ma comunque altamente antiossidanti. A tale proposito  sarebbe stato interessante se nello studio di Altroconsumo fosse stato abbinato anche un ulteriore dato a riguardo, per capire se anche la capacità antiossidante dei prodotti era diversa o correlata al contenuto in antociani. Diciamo, seppur con qualche approssimazione, che questi composti si comportano come la Vitamina C delle arance e dei limoni, che resta inalterata fino a che l’agrume è intero per poi degradarsi velocemente una volta che lo si spreme. Nel caso specifico, il succo di mirtillo è quindi capace di mantenere più stabili le antocianine rispetto ad un estratto secco inserito in una compressa ed a sua volta perde qualcosa nel confronto con il frutto fresco, ma questa non è l’unica risposta. Per aggiungerne altre è necessario confrontare le la filiera di produzione degli integratori alimentari e quella dei succhi di frutta, perché non solo sono diverse nelle operazioni ma, soprattutto, nei tempi di produzione.

Le fabbriche di succhi e nettari di frutta lavorano in modo abbastanza semplice: acquistano la frutta, la lavorano, ResearchBlogging.orgimbottigliano il prodotto e lo mettono in vendita con una data di scadenza, magari terzializzando l’imbottigliamento se non vogliono investire in una linea di confezione (quelle in asettico tipiche dei succhi freschi senza conservanti costano un sacco di soldi). Quello che ci interessa sapere ora è che dal momento della frullatura dei mirtilli a quello dell’imbottigliamento il tempo è breve e se la data di scadenza è posta ad un anno significa che è per quella data sarà effettivamente trascorso circa un anno dalla spremitura dei frutti. Pochissime aziende di integratori alimentari invece producono tutto in casa, dalla pianta alla compressa, per questioni di sostenibilità economica. Molte se non tutte acquistano da terzi gli estratti di mirtillo, che a loro volta li producono partendo da mirtillo essiccato e non fresco acquistato da altri ancora- e li usano come ingredienti nelle loro formulazioni, alle quali applicano poi una data di scadenza. Questi multipli passaggi di mano implicano che qualora le compresse abbiano un’ipotetica data di scadenza di un anno, il mirtillo che contengono con ogni probabilità viene da un frutto essiccato anche due, tre, quattro anni prima, dal quale è stato ottenuto un estratto liofilizzato o un estratto secco poi stoccato in modi e per tempi assai variabili. Tutti questi fattori possono determinare grosse differenze tra i lotti di produzione. Il diverso tempo trascorso dal processamento della droga vegetale al suo consumo ed il diverso tipo di materia prima impiegata (fresco contro essiccato) contribuiscono quindi a cambiare il contenuto di antociani e con ogni probabilità contribuiscono a determinare le differenze riscontrate tra compresse e succhi da Altroconsumo

Indubbiamente, stante il costante aumento dei consumi di queste tipologie di prodotti, un maggiore livello di controllo da parte delle autorità e degli enti preposti sarebbe auspicabile. Ma anche un minimo di autodisciplina del settore non guasterebbe, in quanto lavorando solo sul guadagno immediato e non sulla qualità intrinseca delle preparazioni le aziende rischiano di segarsi da sole le gambe della sedia e del tavolo a cui mangiano. Un’ultima cosa: sulle confezioni degli integratori alimentari sono presenti dei dosaggi consigliati che non sono definiti da enti pubblici indipendenti ma a discrezione dell’azienda, che nel migliore dei casi li deduce dalla poca letteratura disponibile. Questo determina un’enorme variabilità delle indicazioni disponibili in commercio (ad esempio nel caso della luteina alcuni produttori consigliano l’assunzione di 0,25 mg al giorno, altri di 22,5!) e contribuisce alla confusione nell’interpretazione delle etichette e soprattutto alla definizione dei dosaggi scelti da ogni produttore.

G. B. Lockwood (2011). The quality of commercially available nutraceutical supplements and food sources Journal of Pharmacy and Pharmacology, 63, 3-10 : 10.1111/j.2042-7158.2010.01159.x

6 thoughts on “Qualità degli integratori alimentari: i mirtilli di Altroconsumo ed oltre

  1. Chiaramente Federsalus deve dare una risposta consona al suo ruolo ed alle esigenze di chi rappresenta, nel gioco delle parti l’intervento ci sta tutto. Se però si tenta di assumere una posizione super partes diventa difficile non rimarcare come il riferimento ad EFSA sia abbastanza infelice: sappiamo bene -basta andare a vedere i numeri- che il rapporto tra dossier accettati e respinti dagli uffici di Parma in quanto non adeguati dal punto di vista scientifico è impietoso (ovvero, quelli relativi ad estratti vegetali sono stati respinti quasi tutti). Sinceramente non mi sarei attaccato a questo carro per tentare una difesa. Ad esempio, sull’ultimissimo numero di EFSA Journal è apparsà l’opinione del Panel on Dietetic Products, Nutrition and Allergies su una serie di richieste avanzate da diverse ditte tra cui: “1.1. Anthocyanidins and proanthocyanidins (ID 1787, 1788, 1789, 1790, 1791) The food constituents that are the subject of the claim are anthocyanidins and proanthocyanidins related to the following claimed effects: “cardiovascular system”, […] eyes. […] L’esito è il seguente : The Panel concludes that a cause and effect relationship cannot be established between the consumption of anthocyanidins and proanthocyanidins and the claimed effects considered in this section.

    Non solo, ma la risposta di EFSA in merito è anche conguente con gli esiti dell’indagine di Altroconsumo in quanto viene chiaramente detto che “no information has been provided on the source or composition of anthocyanidins or proanthocyanidins. From the references provided it is unclear which type of anthocyanidins or proanthocyanidins are the subject of the claims. The Panel considers that the food constituents, anthocyanidins and proanthocyanidins, which are the subject of the claims, are not sufficiently characterised in relation to the claimed effects considered in
    this section
    . Il tempismo è stato certamente una sfortuna per Federsalus, ma il parere di EFSA è anche in questo caso abbastanza chiaro: le aziende non sanno abbastanza bene cosa c’è nei loro prodotti, o almeno non lo spiegano abbastanza bene, e molti claims non passano il vaglio, indubbiamente rigorosissimo quasi all’eccesso, impostato da EFSA. Proprio per il rigore scelto da EFSA (che in vari casi può essere eccessivo, lo ripeto) non l’avrei scelto come “testimone per la difesa” in questo caso.

    Anche sul corpus delle evidenze scientifiche (funziona/non funziona) dipende sempre da dove si mette l’asticella. Fino a che questa è bassa, tutto pare funzionare. Poi quando si alza il livello (si fanno trial controllati ed in doppio cieco, li si ripete con tutti i sacri crismi, si aumenta la dimensione del campione, si protraggono i tempi di trattamento) molte ipotesi vanno ricorrette al ribasso. Funziona così, chi si occupa di queste cose lo sa bene, benissimo. Che esistano 60 studi sul legame vista-mirtilli è anche vero, ma quando si è andati a vedere la loro affidabilità complessiva sono emersi, come sempre, i dubbi. Ad esempio sulla visione notturna le revisioni sistematiche più recenti (2004), pur dicendo che sarebbe interessante approfondire la materia poiché qualche indicazione favorevole parziale esiste, si esprimono come segue “The hypothesis that V. myrtillus anthocyanosides improves normal night vision is not supported by evidence from rigorous clinical studies. There is a complete absence of rigorous research into the effects of the extract on subjects suffering impaired night vision due to pathological eye conditions” Parlare di “primaria importanza” significa usare un’espressione relativa, non assoluta… dipende da cosa si intende per primaria: se per INRAN l’asticella è alta come quella di EFSA è chiaro che l'”importanza” non è misurata con lo stesso metro usato da Federsalus.

    Anche sulla confusione indotta nel consumatore circa le differenze tra farmaco e integratore mi scappa un mezzo sorriso… quante volte sono le aziende stesse a far leva pesantemente su questa ambiguità? Ora ben venga uno sforzo per dare ad ogni materia prima e ad ogni prodotto un contesto adeguato (la confusione tra pianta-alimento, pianta-farmaco e pianta officinale è somma sotto questi cieli), ma non lo si può tirare fuori solo quando fa comodo.

    Insomma, dietro a tutto questo come sempre c’è un reale conflitto di esigenze: le aziende hanno bisogno di vendere tanto e subito e da tempo hanno cooptato il mondo scientifico per produrre dati, quali che siano, che aiutino il marketing. La cosa può anche andare bene quando è trasparente e ben spiegata, ma i tempi della scienza reale non sono sovrapponibili alle esigenze delle aziende, soprattutto in un mercato volatile come quello della salute. Il risultato è che in commercio vanno (anche) prodotti che potrebbero funzionare, ma per quali non vi sono certezze complete o prodotti per i quali non si conosce con adeguata certezza la stabilità nel tempo dei principi attivi, come in questo caso. Io, per dirla tutta, avrei cercato di spiegare al consumatore quali erano i problemi tecnologici delle manifatture “incriminate” ed avrei spinto in chiave marketing sulle migliorie qualitative dei prodotti, quelle adottate per garantire al consumatore i dosaggi che -con le dovute cautele- si reputano efficaci per i claims ammessi.

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