Mutazioni possibili, progenitori falsi

Vorrei limitarmi ad indirizzare caldamente il lettore verso l’eccelso Edible Geography, senza aggiungere molto a quanto lì raccontato circa il Mutato Archive, collezione fotografica e concettuale di un artista tedesco nata raccogliendo (e mangiando) frutta e verdura variamente deforme venduta nei farmer’s markets di Berlino. Le immagini di corredo sono un estratto del bestiario, err, plantario assortito di agrumi, mele, pomodori, melanzane, zucchine, cetrioli, carote e compagnia selezionato da Uli Westphal, che definisce i suoi soggetti  “gli ultimi sopravvissuti della diversità agricola” e li descrive come “testimoni della soppressione della mutazione e del polimorfismo nel  nostro sistema agroalimentare“. Un sincero elogio al prodotto non standardizzato, alla biodiversità agricola ed in ultima proiezione alla variabilità di forme, geni e stili di vita come motore intimo della vita sulla terra (e dell’esistenza umana vissuta senza un copione ripetitivo, se vogliamo tirare la coperta fino al limite dello strappo).

Vorrei limitarmi, ma non ce la faccio proprio, perchè mi scatta una raffica di relè nella testa. Innanzitutto parte il cortocircuito per la strana percezione che abbiamo nei confronti di individui oggetto di mutazione genetica – dei mostri, assai volgarmente parlando-  assunti contemporaneamente a paladini dell’anti-omologazione ma anche del rischio portato dal diverso, dell’angelico bucolico biodiverso ma anche del demoniaco nocivo antropizzato, come è avvenuto per i limoni di Terzigno. Il mutante può essere al contempo vissuto come un orrore da reprimere e come parte integrante della natura e del suo funzionamento? E’ un elemento da valutare per merito (di gusto, sapore, nutrizione) o per impressione visiva? Questa lettura, viene applicata solo a frutti ed ortaggi? A David Lynch una simile ambigua dicotomia sul tema della diversità piacerebbe un sacco, me lo sento. Eppure uno dei punti in questione, come ricorda con la consueta maestria Nicola Twilley, è terribilmente pratico e non solo metafisico. Il confine tra l'”essere fragola“, l'”apparire fragola” ed “essere accettata in quanto fragola” determina il fato commerciale di tonnellate di frutti ed incide in modo consistente sugli sprechi alimentari, sulla perdita di cibo e risorse ambientali nonchè sui costi ultimi della merce sugli scaffali, se teniamo ai conti della serva. L’aumento della produttività agricola quanta tara paga agli effetti di questa percezione e quanto incude sulla sostenibilità? Il tutto avviene in cascata, a partire da un tilt semiotico che ci porta (tutti, nessuno si senta assolto, neanche i sostenitori dei GAS) a preferire il pomodoro perfettamente sferico e geneticamente fotoshoppato (percorso condotto senza OGM, assai raramente le piante “geneticamente modificate” lo sono per motivi estetici) a quello contorto, deforme o meglio anche solo minimamente non conforme alla normativa, eppure parimenti gustoso ed ugualmente nutriente. Ma la responsabilità, bisogna ammetterlo, non è solo delle esigenze di standardizzazione industriale e della passione del legislatore per il controllabile, per il definito. Noi stessi, al ristorante, valuteremmo il gusto del patto servito o la forma apollinea dell’ortaggio di partenza, come facciamo dall’ortolano? Se il cuoco usasse verdure dalla forma non ortodossa, che condizionamento avremmo nel valutare del risultato del suo lavoro?

I link interni ad altri articoli di Edible Geography sulla percezione che abbiamo del cibo e degli alimenti vegetali in particolare, sono altrettanto pregnanti ed esemplari. L’ortofrutta a cui siamo sempre più abituati è ormai figlia del design e di scelte eidetiche condizionate da fattori extralimentari e quindi solo apparentemente viene selezionata per contenuto, per qualità reale, per pregio alimentare o salutistico. La compriamo perchè è bella, sana, uguale a quella che abbiamo nella casella mentale degli stereotipi ed il simmetrico, il regolare, il corrispondente sono i nostri metri primari di scelta. Acquistiamo un ideale di zucchina. La pressione selettiva che esercitiamo e la forza con cui la sosteniamo sono spinte al punto tale che la definizione medesima di mutante andrebbe rivista. Le verdure sexy, umettate, perfettamente depilate, simmetricamente artificiose e glam come bambole gonfiabili (pornografia gastronomica al silicone commestibile?) che tendiamo a preferire sono mutanti, al pari delle loro omologhe eccentriche, perchè generate da un percorso teso a deformare l’azione della natura sulla base di criteri estetici umani. Eppure questi mutanti sexy appaiono assai più educati e tollerabili al nostro occhio e dominano il panorama dell’ortofrutta, guidano la nostra mano sullo scaffale come piccole sirene di Ulisse. Le loro cugine racchie vengono invece respinte alla dogana, anche perchè noi stessi le lasciamo, orfane, a marcire nel margine dell’espositore esercitando così il nostro contributo selettivo all’eugenetica estetica.

Una carrellata di forme eccentriche come il Mutato Archive ci ricorda che anomalia è forse bandita  prima nelle nostre menti e solo poi nei corridoi della grande industria, in nome della personale sicurezza alimentare (se è storto potrebbe essere marcio, malsano) e della sicurezza della ripetizione, il tutto attraverso un’operazione decodificabile come un antidoto formale contro la fallibilità della vita. Come se l’infallibilità apparente ispirata dalla serialità simmetrica dello stereotipo fosse una garanzia di sicurezza, di bene. Il più delle volte, o almeno in questo caso, il mainstream produttivo ci ritorna quello che noi stessi chiediamo: uniformità allo stereotipo. Il risultato ultimo è che la nostra non è una selezione di alimenti, ma di oggetti supernaturali, che ci proiettano e soddisfano l’icona umana di quello che dovrebbe essere un frutto, una radice, una foglia. Dovrebbe, ma non è nel reale, perché la realtà della natura è jazz, è una variazione sul tema improvvisata davanti ad una partitura costantemente riprocessata dalla jam session della ricombinazione genetica, customizzata ad ogni generazione. La propensione all’abitudine, all’uniforme, all’uguale è al contrario esiziale per le dinamiche naturali ed è assolutamente peculiare a riguardo la contraddizione tra la paura esercitata d’istinto dalla clonazione, dal geneticamente modificato e la propensione per l’omologato che guida invece le nostre scelte nei reparti ortofrutticoli dei supermercati e dei fruttivendoli.

Un’altra spallata al mio vano desiderio di contenermi la portano due tizi ben poco omologabili tra loro: Carlo Levi e Rem Koolhaas. Il primo, ne Il quaderno a cancelli, parlando di pulsioni e passioni alimentari separa l’umanità in soggetti allergici e diabetici, categorizzazione che davanti al Mutato Archive potremmo rileggere in molti modi. Gli allergici, timorosi della diversità e vagamente nevrotici, si relazionano con la varietà della natura cercando rifugio nella regolarità dei tabù, delle diete, delle normative e rifuggono le novità -materiali ed immateriali- trovando conforto nella monotonia, nell’immutabilità delle tradizioni, anche mentali e non solo di folklore. I secondi sono invece bulimici attrattori del vario, avidi rigattieri della diversità offerta dall’ambiente che li circonda, a prescindere dai rischi che potrebbe comportare l’abuso. Nell’abitudine normata dell’allergico, si direbbe, c’è qualcosa di infido come una pulsione di morte, ma suadente; al contrario, nella scoperta continua del diabetico qualcosa di sublime, ma prometeicamente rischioso. I primi, direbbe Westphal, prendono le distanze dal mondo reale scegliendo frutti regolari e standardizzati laddove i secondi accettano, inglobano, sperimentano forme non convenzionali optando per il contenuto e meno per la forma. Koolhaas è invece un architetto (e non solo), dedito a rielaborare la teoria dei “non-luoghi” sviluppandola attorno al concetto di junkspace. Cosa pone in relazione un architetto postmoderno ed una galleria di frutti malformati? Praticamente tutto: Junkspace è la lettura che consiglierei a chiunque volesse approfondire il tema lanciato da Uli Westphal con il Mutato Archive, perchè il reparto ortofrutta del supermercato così come la distesa di cassette del mio fruttarolo sotto casa si presentano “come un’apoteosi, spazialmente grandiosa, ma l’effetto della [loro] ricchezza è una vacuità estrema, una viziosa parodia di ambizione […] il dominio di un ordine finto, simulato, un regno del morphing” che alla fine offre “sensazioni deboli e rilassate, scarse e distanziate tra un’emozione e l’altra, tanto da creare uno stato ipnotico fatto di esperienze estetiche quasi impercettibili” e tra loro non distinguibili. Il cetriolo sempre uguale, il peperone dal gusto ovattato, la pesca dal profumo non troppo intenso hanno la stessa genesi della hall di un aeroporto in vetrocemento, del centro commerciale prefabbricato e dell’aiuola nella rotatoria della tangenziale. L”intensità del prodotto originale sedata dall’allergia con cui ci relazioniamo con la Natura, immaginandola come fonte di non-frutti, non-radici, non-verdure, ovunque uguali per forma e gusto e pertanto rassicuranti.

La variabilità delle forme e dei progenitori di quel che mangiamo è quindi una formalità da allergici o una questione di qualità per diabetici? Da che parte conviene stare? Durante un programma radiofonico, pochi giorni fa, un autore si interrogava sul valore della prima volta e sull’importanza delle piccole differenze del quotidiano come sale della vita: ci ricordiamo il primo giorno di lavoro, la prima vacanza, il primo bacio, la prima fetta d’anguria, poi la reiterazione dell’atto sfuma l’importanza dell’evento, diluendola nella consuetudine che tanto placa le ansie dell’allergico. Assuefarsi al comodo della ripetizione non è da semplici allergici, rischia di essere una questione di allergia all’esistenza. Eppure la salvezza dal Giorno della Marmotta può stare anche nelle piccole cose e la Natura offre al diabetico un amplificatore di queste sensazioni: l’esperienza di mordere una mela la prima volta si può rivitalizzare grazie alla varietà di colori, di gusti, profumi, di forme dei pomi.

Per molti l’abito non fa il monaco: l’abito è un abito ed il monaco un monaco. E un frutto, una verdura cosa sono?

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Immagini da Mutatoes, di Uli Westphal.

2 thoughts on “Mutazioni possibili, progenitori falsi

  1. Roberto Mazzoleni ha detto:

    Premetto che sono d’accordo con te sull’analisi psicologica del consumo di “vegetali deformi”.

    Il motivo per cui vengono scartati alcuni di quelli all’atto pratico è anche la difficoltà di trasporto. Trasportare oggetti di pari peso e con volumi e forme regolari (o calibro in questo caso) è più facile del trasporto di forme irregolari.

    In una filiera corta (o cortissima) si possono ancora vendere, ma in un trasporto su camion “in massa” la maggior parte della merce verrebbe danneggiata meccanicamente. Risultato: merce rovinata e invendibile.

    Oltretutto tagliare o mangiare direttamente frutti doppi o tripli (o enormi) è veramente scomodo.

    P.S.: la fragola nella foto in cima me la mangerei volentieri, il limone di Terzigno infestato dagli acari — assolutamente al di fuori di questa “lista” — non lo toccherei neanche…😛

    Ciao e ancora complimenti.🙂

  2. In realtà di motivi ce ne sono diversi, anche il fatto che effettivamente un frutto molto irregolare è pieno di interstizi che ne rendono ostica la pulizia, facilitano l’accumulo di umidità ed accelerano la degradazione su una filiera lunga. Mi sembra però che noi si faccia una scelta del genere anche davanti a piccole difformità, o almeno io mi rendo conto di farlo quasi subliminalmente e facevo riferimento proprio alla scelta del consumatore, quella fatta davanti al cesto di carote.

    Alle fragole con quella forma siamo ormai quasi abituati! Non vale!🙂

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