Io sono leggenda

La stratificazione del sapere attorno alle piante utili è un processo ancipite, in cui la brevità sintetica dei risultati scientifici, figli di una lenta percolazione, si contrappone alla persistenza dell’epos e delle leggende che conquistano gli animi più romantici. La genesi di queste ultime è al contrario racchiusa in pochi attimi o in brevi episodi del tutto estemporanei che si dilatano nel tempo e nella dimensione come la taglia del pescato, per fantasia e desiderio del narratore di turno. Il corpo mitologico delle relazioni uomo-pianta è tuttavia un apripista gradito per catalizzare l’attenzione di un pubblico, per somministrare una congrua farcitura didascalica assieme alla componente tecnica e numerica, mai abbastanza palatabile. La loro verdicità può essere ballerina e candita di poche certezze, ma altrimenti che leggende sarebbero?

A caccia di piante. Prendiamo ad esempio il problema delle piante medicinali spontanee, raccolte in aree remote da raccoglitori non professionali. Il sentire comune vede le popolazioni autoctone di queste zone ad alta biodiversità sempre integrate nella natura e sempre capaci di riconoscere le piante utili, spesso meglio di un botanico di professione. Cosa peraltro vera, ma non sempre adattabile alle esigenze di mondi diversi e lontani, nei tempi e nei modi. La leggenda di riferimento su questo tema riguarda Pausinystalia yohimbe (= Corynanthe yohimbe), un albero tropicale africano ricco in alcaloidi (yohimbina) che prima di essere ritirato dal commercio ha avuto successo in occidente come smart drug, afrodisiaco,  e rimedio per le disfuzioni erettili ante Viagra. Con l’aumento della domanda da parte dei mercati europei nei primi anni ’80, l’offerta delle aree di produzione andò in crisi ed iniziarono a giungere presso i grossisti partite prive di yohimbina, evidentemente provenienti da una specie botanica diversa. La cosa apparve strana, in quanto l’errore veniva compiuto anche da parte di raccoglitori di provata competenza botanica ed affidabilità commerciale. Pausinystalia yohimbe è un albero d’alto fusto, con una chioma a volta posta a diverse decine di metri d’altezza, mentre la parte più ricca di alcaloidi e quindi dotata di maggior valore commerciale è costituita dalla corteccia, facile da raccogliere ma non sufficiente a distinguere lo yohimbe da altri alberi. Essa non costituisce infatti un elemento diagnostico probante per l’identificazione della fonte botanica come sono invece fiori e frutti. Previo accesso a questi organi, i raccoglitori africani erano in realtà perfettamente in grado di riconoscere lo yohimbe e conoscevano bene un certo numero di alberi, presso i quali raccoglievano abitualmente il fabbisogno terapeutico delle loro comunità. Tuttavia, le necessità commerciali (e di guadagno) li portavano a raccogliere grandi quantità di droga in poco tempo imponendo il campionamento veloce di nuove piante anche al di fuori del consueto raggio d’azione, senza perdere troppo tempo ad arrampicarsi con le liane per osservare frutti o fiori sulla volta forestale a decine di metri dal suolo. La voracità del mercato aveva mandato in tilt le competenze indigene ed aveva generato un errore di sistema, come spesso in questi casi figlio di scarsi calcoli sulla sostenibilità e di una limitata conoscenza della realtà locale. Secondo la leggenda -e qui si entra nel mito a piedi pari- il problema fu risolto con uno stratagemma sbrigativo, ovvero dotando i raccoglitori di un fucile: questi sparavano a pallettoni nella chioma dell’albero cercando di colpire fiori e frutti, potendoli così osservare rapidamente una volta caduti al suolo ed effettuando il riconoscimento botanico a terra. Non sempre il mondo dell’erboristeria è delicato come una fiaba di Esopo e quasi mai la sostenibilità della raccolta è compatibile con le esigenze di risposta veloce di un mercato volatile come quello dei prodotti naturali, dove il profitto deve essere massimizzato in finestre temporali minime.

Perle ai porci. Le piante medicinali dal mercato stabile e consolidato non sono tuttavia meno generose in quanto a leggende. Sull’albero della china del Perù e della Bolivia  i miti (presunti e non) si sprecano, ad esempio. Si va dal nome del genere Chinchona, assegnato per la presunta guarigione di una contessa che in realtà mai si ammalò, fino alle peripezie degli esploratori che per oltre duecento anni non riuscirono mai a descrivere botanicamente la pianta d’origine, o meglio *le* elusive piante d’origine, perchè le specie usate possono essere diverse. In questo caso l’epica più curiosa parla del caso fortuito e della superficialità con cui talvolta vengono trattate faccende di rilevanza storica. Il possesso del rimedio contro la malaria aveva, è intuitivo, un valore geopolitico strategico: chi era in grado di rifornire di chinino i propri eserciti ed i propri esploratori poteva prevalere facilmente sugli avversari in tutte le zone del mondo infestate da Plasmodium falciparum, che includevano tutti i nuovi mondi tropicali con le loro ricchezze. La corsa alla creazione di piantagioni in aree commercialmente più accessibili delle Ande occidentali si aprì da subito, già nel seicento. Olandesi, inglesi e francesi provarono ad avviare piantagioni di Chinchona in Africa ed in Asia tropicale ma i primi risultati furono assai deludenti: le specie selezionate non erano in grado di produrre abbastanza chinino nelle loro nuove dimore, probabilmente a causa delle diverse condizioni ambientali. Forse anche perchè le varietà scelte non erano in origine appartenenti a genotipi particolarmente generosi dell’alcaloide antimalarico. Alla fine però la spuntarono gli olandesi, che riuscirono ad impiantare enormi coltivazioni di china nell’isola di Giava, importando poi il prodotto finito ad Amsterdam, che sino alla seconda guerra mondiale divenne l’epicentro commerciale dell’antimalarico più ambito. Ad essere avvolto dai fumi della leggenda fu il modo con cui soffiarono sotto al naso le varietà migliori ai britannici, che le avevano scovate in Bolivia grazie al lavoro di un esploratore-etnobotanico di Sua Maestà, a fine ‘800. Charles Ledger perse anni e forse pure la salute a contattare e contrattare con le popolazioni delle Ande Boliviane, sino a recuperare le varietà considerate più efficaci e quindi più ricche di chinino, ma la sua dedizione non venne adeguatamente apprezzata. La risposta per le sementi che portò in Inghilterra fu talmente scarsa che vennero messe in vendita in un normale mercato, come merce esotica per curiosi. Un olandese furbo e fortunato, sicuramente uno scommettitore, le comprò e fondò  su esse un successo commerciale che durò per il suo governo sino alla seconda guerra mondiale, quando i Giapponesi invasero Giava radendo al suolo migliaia di ettari di china per tagliare le gambe ai rifornimenti bellici occidentali nel sud est asiatico. Fu a quel punto che gli americani iniziarono ad investire nella sintesi del chinino e dei suoi derivati farmaceutici, aggiungendo un’altra stratificazione di mitologia storica alle vicende della china. La sorte non voltò completamente le spalle a Ledger, tuttavia: mentre era in vita gli olandesi gli riconobbero un vitalizio per la scoperta ed i botanici pensarono alla fama successiva, dedicandogli il nome della specie da lui scoperta, Chinchona ledgeriana.

Quando fa comodo. I miti più eccentrici sono però quelli che precedono e seguono le vie delle spezie, per la loro diffusione e per il passaparola che da sempre le accompagna, dilatandone proprietà e fascino esotico. Prendiamo il Connecticut ed il fatto che si fregi dell’appellativo di “Nutmeg State”, ovvero “Stato della Noce Moscata”. Fa un freddo boia, in Connecticut, al punto che il nickname della locale università è Huskies, come i cani da slitta. Figurarsi se una pianta tropicale come Myristica fragrans, originaria delle Molucche dove l’unica cosa bianca sono le spiagge si può trovare a suo agio. E quindi, per le saracche delle Molucche, cosa unisce la noce moscata allo stato dei balenieri? Il motivo non è di gran merito, ma evidentemente quando un il mito sposa leggenda e ricchezza anche l’onore calvinista dei padri della patria americana passa in secondo piano. Narra questa leggenda che i commercianti del Connecticut avessero trovato un sistema assai efficace e lucroso per sofisticare le partite di noce moscata che arrivavano nei loro porti, producendo ovetti di legno scuro che venivano conservati a lungo nei sacchi di vera noce moscata, assorbendone parte del penerante aroma.

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