Ifinite forme pelosissime (al carnevale della biodiversità con un costume tricot)

Questo post è un contributo alla prima edizione del Carnevale della Biodiversità, la cui parata va in scena a questo giro lungo le vie de L’Orologiaio Miope.

————————————————-

Bricolage evolutivo. Johannes Itten era un tipo stravagante, per un certo periodo direttore del corso-base alla Bauhaus, l’istituzione fondata negli anni ’20 in Germania da Walter Gropius con il compito di garantire “un’istituzione educativa, per fornire servizi di consulenza artistica all’industria, al commercio ed all’artigianato“. Tra le cose meno bizzarre che Itten suggeriva ai suoi allievi si annovera la creazione di oggetti artistici ma funzionali (oggetti di design, diremmo ora) a partire da objets trouvés, secondo i dettami della Found Art e del readymade rettificato. Alla base di questo lavoro vi era una costante ricerca di oggetti già dotati di una funzione, con l’obiettivo di destinarli al ri-uso in un contesto differente e caratterizzato da altre esigenze da soddisfare, in modo da creare ridondanza e varietà partendo dal singolo. Un buon esempio per capire che non sempre è indispensabile pianificare da zero e che operare piccole, continue modifiche ad oggetti non seriali e quindi sempre diversi, può essere spesso un’eccellente strategia.

Per alcuni aspetti il risultato del lavoro proposto da Itten -e seguito da una miriade di altri designers del riuso dopo di lui- ricorda gli effetti della pressione evolutiva (oddio, evoluzione E design nella stessa frase!), in quanto basato sulla cooptazione funzionale, su assemblamento e modifica di parti nate per altri scopi, sviluppando strutture sempre diverse tra loro e con funzioni poliedriche. In ambo i casi si lavora senza un vero progetto aprioristico e consapevole, senza un fine pre-disegnato, ma si parte da un oggetto e si cerca di assecondare le esigenze del momento, si affinano nuovi impieghi riusando e plasmando quel che si ha a disposizione. Così come farebbe un appassionato di bricolage. Per il bricoleur la funzione reinventata è un must, è il *vero* obiettivo del suo piegare, smartellare, tagliare e riscostruire e soprattutto la sua reinvenzione è flessibile, si adatta in modo plastico. E il suo frutto è a sua volta passibile di nuove trasformazioni in un continuum di riconversioni e variazioni sul tema (in altre parole, il bricolage è un pò jazz). Questa dinamica viene spesso spinta ad un limite tale da rendere quasi impossibile ritrovare l’originale di partenza e risulta altrettanto arduo assegnare una funzione univoca a quanto il bricoleur ci porge. Il bastone da sci rimasto spaiato diventa -spesso contemporaneamente- un sostegno per i pomodori, ma anche un catenaccio, un manico per la zappa, un manico d’ombrello, un tubo da sezionare ed usare altrove, uno strumento per raccogliere frutta, un’asta di bandiera, un bastone per guidare il gregge, un giavellotto, un’arma, un perno con cui riparare il rasaerba, una mini grondaia, un’asta per esercizi ginnici… un araldo della sostenibilità delle risorse. La funzione originaria si perde nei meandri del remix e per trovarne il senso bisogna navigare a marcia indietro, facendo del reverse-engineering, per scoprire che quasi sempre il ruolo di quell’oggetto è multiplo e le ragioni della sua forma sono innumerevoli. In natura, nel visibile e nel microscopico, la propensione al riciclo (o meglio al riuso) è uno dei sistemi propulsivi della diversità biologica e spesso tutto ha origine da un singolo elemento comune, plasmato in infinite forme.

Tricolage epidermico. Un esempio microscopico eppur limpido di questo processo (oltre che in Exaptation di Gould ed in molte opere precedenti di Francois Jacob) si trova sull’epidermide di molte piante -quasi tutte a dire il vero- e riguarda i tricomi o, per gli amici del club della fotosintesi, i peli. Il nostro objet trouvé è una semplice cellula epidermica vegetale, che il bricolage evolutivo ha trasformato infinte volte. I tricomi difatti sono, tecnicamente, singole cellule epidermiche che ad un certo punto del loro sviluppo cominciano a cambiare morfologia, formando estroflessioni dell’epidermide stessa. Con i loro omologhi animali condividono solo la collocazione superficiale ed una minima parte di aspetto e ruoli: non sono piccoli organi, non contengono cheratina, sono formati da cellule affatto diverse da quelle contigue, non emergono dagli strati inferiori dell’epidermide. E a differenza della peluria animale, sono pirotecnicamente, caleidoscopicamente variabili nella forma, nella dimensione, nella complicazione ed in alcuni casi pure nel colore. Per tacere -momentaneamente- delle funzioni.

In alcuni casi queste strutture sono unicellulari: una singola cellula epidermica cambia forma, protrudendosi verso l’esterno ed ingrossando la propria parete sino a morire, formando così una struttura ca va, morta e più o meno rigida. In altri casi la cellula si divide più volte, diversificando il suo aspetto in forme infinite e spesso bellissime, lineari o ramificate, ad ombrello, a cupola, a palco di cervo, a ginocchio, a cespuglio, a candelabro, a “T”, sempre in ris pos ta all’azione plasmatrice del bricolage imposto dalle pressioni esterne. Alcuni tricomi invece sono vivi e vegeti e secernono miscele di composti chimici (terpeni odorosi per attrarre o repellere, sostanze caustiche o vischiose per rallentare, intrappolare o fare presa, inibitori di crescita, insetticidi). Altri ancora, i peli radicali, stanno sottoterra ed anzichè emettere assorbono, ma sono sempre il prodotto di variazioni sul tema della nostra cellula epidermica.  Sebbene siano poste oltre la capacità di risoluzione dell’occhio umano, queste strutture offrono un esempio reale di biodiversità dinamica, basata sulle stesse regole del visibile e fatta di corse agli armamenti tra piante ed insetti, di soluzioni ad hoc, di arrangiamenti e protezioni contro intemperie e limiti ambientali. Non sempre è dato osservare questa infinita serie di forme, molto parzialmente illustrate nella galleria sottostante, eppure la loro conoscenza non è meno ricca di sorprese e di fascinazioni (e storie torbide!) di quella che pertiene alla porzione di realtà visibile ad occhio nudo.

Il bricolage dell’assediato. Da un punto di vista evolutivo (ma anche quotidiano) la condizione permanente delle piante è quella dell’assedio: non si può fuggire il nemico ed i mezzi sono limitati. Tocca fare di necessità virtù, rovistare nei robivecchi, riusare elementi non indispensabili e seguire il flusso della battaglia, adattando con la tecnica del bricolage le soluzioni che funzionano, scartando dopo averle provate quelle insostenibili o inefficenti. Nel caso dei vegetali gli assedianti sono quelli che i biologi chiamano stress biotici (parassiti, predatori, ospiti più o meno graditi) ed abiotici (caldo, eccesso di luce, carenza di acqua) e le risorse in prima linea sono quelle che stanno sulle mura, sulla pelle della città: l’epidermide della pianta. La mediazione con il mondo esterno è un obbligo imprescindibile per l’epidermide, dato che proprio lì si ha il primo contatto con animali ed insetti, lì pascolano bruchi, afidi e formiche, lì si possono selezionare amici e nemici, avversari ed alleati, lì si scambiano risorse con l’esterno e lì si infrangono le intemperie. L’epidermide deve infatti temperare, oltre all’attacco dei predatori, l’effetto disidratante di vento e calore senza indossare capi d’abbigliamento e se esposta al sole non può aprire ombrelloni o cospargersi di crema protettiva per difendere il DNA della pianta dalle radiazioni. 

Non è quindi casuale che proprio sull’epidermide delle piante, di assalto in assalto, l’evoluzione induca lo sviluppo di soluzioni puntuali a pressioni multiple determinando, nella nostra singola, banale, ordinaria cellula epidermica, la nascita di infinite forme bellissime, specifiche ed adattate alla bisogna dell’assedio. Uno degli elementi affascianti dei tricomi è proprio l’incipit di tanta diversità, che ha origine da un’unica cellula epidermica e dal suo fregolismo. Il motto statunitense e pluribus unum è qui ribaltato: ex uno, plures come illustra la tabella, che elenca delle principali funzioni sino ad ora attribuite ai tricomi vegetali. Alcune di queste possono spiegare meglio di altre la flessibilità del sistema.

Il cavallo di frisia. Al largo delle coste occidentali dell’Irlanda si trova il piccolo arcipelago delle isole Aaran, meta turistica apprezzata per la celtica bellezza dei luoghi e per la presenza di alcuni insediamenti preistorici. Una delle caratteristiche di questi ultimi è l’apparato difensivo comprendente una distesa di pietre aguzze, con la parte tagliente rivolta verso l’esterno, visibili in questa foto. L’evoluzione di quel concetto nella tecnica militaresca vanta mille esempi successivi, dalle lance degli opliti greci ai rami e alle canne conficcate d’innanzi alle mura romane sino alle picche rinascimentali, ai cavalli di Frisia ed al filo spinato degli ultimi due secoli, tutti emblemi del “vietato passare” e del “non vi conviene”. Il loro compito era sempre lo stesso: ostacolare il cammino del nemico verso la roccaforte, al punto da scoraggiare l’inizio stesso dell’operazione. Vi mettereste a passeggiare su un pavimento di razor wire?  Mordereste un riccio di mare? Ecco, le piante provano a mandare ai loro predatori fitofagi lo stesso messaggio deterrente anche nel micromondo delle loro foglie e dei loro rami. Gli esempi di varietà in termini di punte, lame, uncini e rasoi nei tricomi vegetali si sprecano: partendo dai semplici dissuasori appuntiti dei gerani, del tabacco o del Coleus si arriva dalla giungla impenetrabile formata da tricomi a candelabro nelle foglie di Verbascum, su cui molti insetti dovrebbero applicare ondate di agent orange prima di potersi muovere con agio. Dai tricomi aguzzi e rinforzati della genere Cannabis, che irrigidisce la base mineralizzandola con cistoliti di carbonato di calcio fino ad ottenere micro spine dentate, si giunge alle corna di cervo del genere Lavandula, passando per i ciuffi ispidi dei generi Boldus ed Hamamelis e per le picche di Arabidopsis nella foto qui sopra. Molte specie, tra cui l’insospettabile ed angelica Passiflora producono poi tricomi uncinati il cui compito è quello di lacerare la carne di larve e bruchi, mentre altre si limitano ad un disturbo meccanico passivo, che rende energeticamente sfavorevole il transito sulla lamina fogliare. Avete mai provato ad attraversare un mucchio di rovi o un boschetto di bambù? Passare su una foglia di Teucrium non deve essere meno faticoso; meglio girare alla larga e scegliere un cammino o un pasto più palatabile e comodo.

Anche la  collocazione dei tricomi può variare: c’è chi adotta una tecnica a tappeto, randomizzata, e chi ha trovato più consono ottimizzare le risorse, ponendo le bande chiodate di tricomi solo là dove più servono, come nel caso del genere Bromus illustrato nella galleria precedente (immagine rossa), nel quale i tricomi crescono esclusivamente in corrispondenza del punto più importante da difendere: la nervatura in cui scorrono i fasci vascolari. E non si pensi solo al fastidio arrecato agli insetti negli spostamenti e nella masticazione o all’ostacolo fisico che i tricomi pongono alla deposizione di uova da parte dei fitofagi. Nel caso di Silene dioica, ad esempio, si è riscontrata una maggiore sensibilità all’attacco di lumache nelle popolazioni glabre della var. smithii, mentre le piante delle var. serpentinicola e lapponica, dotate di una fitta peluria, sono considerate meno appetibili dagli insaziabili gasteropodi, evidentemente disturbati dal dover strisciare sulla carta vetrata. Come anticipato, infine, la funzione non è mai univoca perchè essa stessa e non solo la forma possono essere riciclate in nome del bisogno e la varietà non si ferma all’aspetto esteriore. Alcuni peli uncinati ad esempio hanno ruoli meno ferali di quelli della Passiflora. Una testimonianza su tutte viene da Galium aparine, nella quale gli stessi peli che sulle foglie cercano di respingere gli assalti di insetti ed erbivori, nei frutti svolgono anche un secondo compito, quello di agganciarsi come velcro al vello degli animali per scroccare un passaggio e disperdersi nell’ambiente, colonizzandolo a costo zero. Una forma, tanti usi; tante forme, un solo fine. Potrebbe essere il motto della biodiversità: E pluribus unum ma anche ex uno, plures.

L’aspersorio. Ma torniamo al bricolage applicato all’assedio. Un altro topos dell’assalto alla roccaforte è la colata di pece calda, di olio bollente sui malcapitati assalitori. Idea già vista e declinata in mille varianti, se tiriamo in ballo quell’opera di alto fai-da-te che sono i tricomi ghiandolari, formati stavolta da cellule vitali e laboriose. Qui le forme sono leggermente meno variabili, perchè in genere si incontrano peli a forma di fiammifero (o uniseriati con testa secretrice uni o bi-cellulare) o a bottone (con un peduncolo unicellulare ed una testa secretrice pluricellulare come quelli di Salvia qui a lato), con rari casi di tricomi elaborati, come quelli della Cannabis e di Artemisia. A garantire diversità ci si mettono però gli omologhi della pece, ovvero i metaboliti secondari variamente tossici che queste strutture producono e riversano sull’epidermide e nell’ambiente con una dedizione che nemmeno a Porto Marghera nei tempi più bui, come racconta questa breve review (pdf). Tra le infinite forme chimiche variamente velenose sintetizzate dalle industrie chimiche poste in cima a questi tricomi, si annoverano migliaia di terpeni e terpenoidi, piretroidi, sostanze azotate, perossidi (l’artemisinina antimalarica ad esempio) e persino tossine proteiche in grado di inibire la schiusa delle uova d’insetto. E siccome neppure dei propri simili non ci si può fidare, non mancano le secrezioni a base di inibitori della crescita dei vegetali, da applicare con cura sulle foglie delle piante con cui si entra in contatto fisico. In casi particolari questi tricomi secretori hanno infine sviluppato compiti ancora più mirati in funzione della nicchia ecologica: procacciare cibo.

L’ombrellina. Altro giro altra forma, ma sempre stessa origine. La parte inferiore della foglia dell’olivo, dell’eleagno e di altre Oleacee come ad esempio il frassino, è bianca e brillante se osservata da vicino. Se la si strofina, una impalpabile polverina simile a talco ricopre le dita, al punto che la consistenza della foglia pare quasi untuosa o lepidota per usare il termine botanicamente corretto. Si tratta, in realtà, di tricomi a forma di scudo (o meglio, di ombrellone riminese, che rende molto meglio idea e ruolo) come quelli qui a fianco illustrati . In ossequio alla flessibilità del bricolage ed al principio del coltellino svizzero questi tricomi assolvono a più esigenze: ombreggiano l’epidermide sottostante, limitando la traspirazione e la perdita di vapore acqueo dagli stomi (visibili in giallo nella foto); limitano l’effetto asciugante dovuto al vento, grazie alla formazione di un’intercapedine tra la superficie fogliare e l’esterno; riflettono la radiazione solare in eccesso, proteggendo fisicamente la pianta nè più ne meno di come farebbe una bella passata di ossido di zinco sulla pelle di un villeggiante. E per di più, le pareti cellulari dei tricomi d’olivo sono intrise di polifenoli in grado di assorbire i raggi UV-B, sommando quindi la fotoprotezione del filtro fisico e di quello chimico, come nei migliori solari in commercio. In alcune specie desertiche o adattate al pieno sole e non a caso colorate di grigio come Encelia farinosa o l’infestante Atriplex, si calcola che queste coperture pelose garantiscano una riflessione del 60% delle radiazioni, permettendo un’efficienza ottimale ai processi fotosintetici che andrebbero altrimenti “in tilt da sovraccarico fotonico”, come dismostrato ad esempio per due varietà (una glabra, l’altra pubescente) di Digitalis minor. Non sempre la forma è ad ombrello, in quanto lo stesso risultato può essere ottenuto ricorrendo ad un fitto tetto di tricomi lineari o a forma di T, come avviene in Angyroxyphium sandwicense ed in Crisanthemum cinerariifolium. Lo stesso comportamento (ancora una volta, e pluribus unum ma anche ex uno, plures) si nota con convergenza svizzera anche in piante di alta quota che con quelle sopracitate hanno in comune l’adattamento ad habitat semi-aridi per lunghi periodi e l’esposizione ad un eccesso di radiazioni solari. Stella alpina e Lavanda, ad esempio, non hanno quel bel colore verde che ci si aspetta da foglie ricche di clorofilla, ma appaiono quasi riflettenti. Eppure non hanno meno clorofilla di altre piante, ma si sono dotate di un fitto indumento di tricomi svuotati internamente per massimizzare la riflessione dei raggi solari, che agisce a guisa di mantello riflettente. Al tempo stesso -lana fuori e cotone sulla pelle- la copertura non blocca del tutto la traspirazione, consentendo il passaggio di una giusta quantità di gas e vapore acqueo di giorno e l’assorbimento di umidità la notte. Una fitta peluria morbida consente infatti anche di condensare su di sè e trattenere meglio la rugiada mattutina o le goccioline di nebbia d’alta quota, limitando ulteriormente i danni da riscaldamento nelle ore di sole. Sulla lamina inferiore di alcune piante mediterranee come il rosmarino la combinazione di peli secretori e di indumento pubescente permette infine la creazione sull’epidermide di una camera di aria statica satura di terpeni antibatterici ed antifungini, che reprime e minimizza la possibilità di aggressioni microbiche. In assenza dei tricomi ombreggianti e frangivento queste sostanze evaporerebbero velocemente e la pianta dovrebbe spendere molte più energie in biosintesi per riuscire a raggiungere le concentrazioni efficaci.

Come nel caso delle protezioni anti-intrusione, anche questi peli frangivento e “condensavapore” possono differenziarsi per la localizzazione, affollandosi nelle zone di maggior necessità. Qui a fianco, in falsi colori, è raffigurata una cripta stomatica di oleandro, nella quale i tricomi sono concentrati in una zona infossata posta al di sotto della lamina fogliare ospitante uno stoma, ovvero una delle aperture attraverso le quali la foglia scambia ossigeno, anidride carbonica e vapore acqueo con l’esterno. L’oleandro è adattato a climi caldi ed ha bisogno di tenere al fresco queste aperture al fine di minimizzare le perdite d’acqua; condensare il vapore su un fitto intreccio di peli -non a caso incurvati verso il punto di uscita- può aiutare ad abbattere anche in minima parte il surriscaldamento.

La grondaia. Il genere Tillandsia ha trovato invece la sua nicchia in posti sospesi nell’aria . La casa di queste piante è tra i rami d’alberi, fili della luce ed altri luoghi aerei, nei quali le radici stanno a penzoloni e non pescano acqua o nutrimento dal suolo, cosa che ha assicurato loro il nome di epifite ma anche l’epiteto più romantico di “piante d’aria” o “figlie dell’aria” , perchè alla stregua di certi innamorati sembrano prosperare senza nutrirsi. In realtà bevono, come tutte le piante, ma lo fanno in un altro modo: catturando l’umidità dell’aria e convogliandola in punti precisi di assorbimento grazie all’ennesima variazione sul tema del tricoma (della benedetta singola cellula epidermica messa in mano al bricoleur evolutivo ). Un progressivo adattamento di fai-da-te ed ecco che un tricoma assai simile a quello delle Oleacee da scudo protettivo diventa imbuto, con tanto di scanalature atte a sgrondare ogni singola microgocciolina d’acqua piovana o di nebbia e relativi nutrienti disciolti verso il peduncolo centrale, che comunica con gli strati inferiori dell’epidermide.

Ma chi di bricolage ferisce… Uno degli assiomi della biodiversità è che varietà chiama varietà e determina specializzazione. I tricomi, nel loro piccolo, non sfuggono certo a questa legge e nello specifico determinano una rete di relazioni e reazioni che coinvolgono gli insetti (per limitarci ad un campione caro a chi ci ospita a questo giro), inducendo a loro volta lo sviluppo di controrisposte ed adattamenti specifici. Una rapida e parziale panoramica include alcune specie di fitofagi, che hanno adattato la lunghezza dei loro arti in maniera tale da poter infilare le zampette tra un tricoma e l’altro, altre che hanno prodotto al loro volta peli -di cheratina, stavolta- che consentono di galleggiare indenni tra gli aculei vegetali,  altri che hanno gradualmente palestrato i loro bruchi in modo tale da divincolarsi tra le giungle pelose delle foglie. Altre specie di insetti hanno invece riciclato le secrezioni setose che usano per produrre i bozzoli della muta in modo tale da avvolgere le parti appuntite dei tricomi e staccarle a morsi senza farsi male, come avviene nel caso della sopracitata Passiflora e delle farfalle del genere Heliconius. Altre ancora hanno escogitato sistemi di compartimentazione e detossificazione per assorbire le sostanze velenose secrete dai peli ghiandolari per usarle a loro volta come arma di difesa. In altri casi ancora, la relazione si è fatta più complessa all’insegna de “il nemico del mio nemico è un mio amico”. Dicyphus errans ad esempio è un artropode insettivoro che ha sviluppato una serie di adattamenti biomeccanici che lo rendono estremamente efficace negli spostamenti su foglie pelose e pubescenti. Quale migliore alleato può esistere per una pianta assalita da insetti affamati di verdura? Altri insetti ancora, come Gratiana spadicea, hanno lavorato di bricolage su alcune parti delle zampe delle loro larve sino ad adattarle perfettamente al diametro dei tricomi (vedi foto), che sono così passati da ostacolo a supporto della locomozione, da intralcio a vantaggio.

Come rispondono gli assediati? Affinando le armi del bricolage, ovviamente. Facendo a loro volta leva sul bacino della diversità, approfittando del fatto che i loro manufatti pelosi non sono tutti uguali ma sempre diversi e quindi in grado di offrire soluzioni al bricoleur. Tra individui della stessa specie ma anche su una medesima foglia i tricomi hanno difatti un’aspetto generale simile, ma differiscono per lunghezza, diametro, consistenza, forma, distribuzione, concentrazione. Ce ne saranno sempre alcuni più lunghi delle zampe degli insetti, alcuni più duri delle loro mandibole, alcuni dotati di un diametro maggiore alla pinzetta della Gratiana e da quelli il bricoleur partirà per affinare nuove infinite forme e soluzioni, col piglio sartoriale della soluzione su misura. Del resto anche questa è una regola del bricolage e del ready-made rettificato proposto da Itten: per farcela davvero, nessun elemento deve essere prodotto in serie, tutti i pezzi devono essere simili ma differenti in qualcosa e qualunque oggetto è passibile di ulteriore trasformazione, customizzazione, correzione. Perchè solo così la varietà può alimentare il proprio motore, in cui l’uno è multiplo e grazie a molti si raggiunge un risultato comune.

————————————————-

Per chi non ne avesse abbastanza, la più recente summa del sapere sui tricomi vegetali è fortunatamente di libera consultazione in pdf sul sito di Annals Of Botany: New Approaches for Studying and Exploiting an Old Protuberance, the Plant Trichome. Da lì viene la tabella con le diverse funzioni sino ad ora assegnate ai tricomi. Per i legami tra pressione erbivora e sviluppo di tricomi il riferimento è, sempre in pdf, Leaf trichome formation and plant resistance to herbivory. Per i tricomi secretori, infine, due buoni documenti open access sono Secreting glandular trichomes: more than just hairs e Trichomes and root hairs: natural pesticide factories. Colour Atlas of Plants Structure, assieme a Secretory Structures of Aromatic and Medicinal Plants, e Advances in Botanical Research – Plant Trichomes, sono invece tra i migliori testi per osservare e studiare la varietà dei tricomi vegetali ed hanno fornito alcune delle illustrazioni.

(Photos courtesy of: Esau’s Plant anatomy, EMBO Journal, Boston Globe, Peter v. Sengbusch, Bates College, Daniel Szymanski, Gregg Howe, David Marks, Queen’s University, Inmagine, Martin Hulskamp – Nature reviews, Sherwin Carlquist, Kastuhiro Sumitomo, Alcune foto hanno falsi colori ed in alcuni casi non mi è stato possibile risalire agli autori, me ne scuso ed ove segnalato sono pronto ad aggiungerli.)

7 thoughts on “Ifinite forme pelosissime (al carnevale della biodiversità con un costume tricot)

  1. La Bottega della Citazioni si pregia di offrirne una pertinente all’occasione e ai tempi:
    “ma non c’è pace quaggiù
    è una questione di peli ”
    (Adelmo Fornaciari, Diavolo in me, in Oro, incenso e birra, 1989)

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...