Dalla parte dell’erbario

Giunti alla fine di dicembre del 2010 -ammettiamolo- l’ennesima lettura della parola biodiversità può produrre quel retrogusto trito e vagamente stantio che si deve ad ogni vero tormentone. La sovraesposizione stanca ed il martellamento annoia, dicono. Chissà se durante l’anno il martello ha colpito qualche volta anche il chiodo, fissando almeno le nozioni di base o ha centrato più spesso le dita, rendendo detestabile l’argomento. Ad esempio, alzi la mano chi ha le idee chiare su come funziona il censimento delle specie vegetali presenti sul pianeta Terra. Io, anche se ne ho parlato giusto l’anno scorso riassumendo i numeri delle piante identificate e di quelle ancora in attesa di un tassonomo, la tengo prudentemente sotto al banco. Soprattutto dopo aver letto questo articolo di PNAS, che verte attorno a pochi semplici calcoli ma è ricco di spunti.

Secondo i dati raccolti, la conta delle piante non procede certo alacremente e solo il 16% delle nuove specie botaniche scoperte dall’uomo negli ultimi 40 anni è stata identificata entro 5 anni dalla sua raccolta. E tra le restanti moltissime hanno dovuto attendere tra due fogli di carta e spilli anche più di cinquanta anni (ho scritto 50), prima che il loro status di new ones venisse riconosciuto, mentre la media si attresta tra i 25 ed i 30 anni. Niente scoperte in campo, come è giusto che sia data la difficoltà dell’operazione e l’alto rischio di topiche, come racconta spesso il nostro vicino Phytophactor, e poche indagini romantiche da Indiana Jones tra giungle e paludi: la frontiera della scoperta botanica è nel fienile degli erbari. Ma avanza a passo di lumaca, dato che stiamo “scoprendo” piante raccolte in piena guerra fredda, prima di Tienanmen e della caduta del muro, prima dello scioglimento dei Led Zeppelin, prima che fosse eletto Ronald Reagan, prima dei mondiali di Pablito Rossi, lustri prima del Nobel a Mullis per la PCR e prima della nascita di tutti i miei studenti, per dare riferimenti transculturali. Le future conoscenze sulla biodiversità in questo senso giacciono sdraiate nell’immenso backlog negli erbari di mezzo mondo e la curva con cui vengono assimilate ha una pendenza ridicola, resa ancor più precaria dalla poca cura con cui queste strutture semi-museali vengono tenute. Secondo gli autori tra i campioni d’erbario già depositati ma non analizzati sarebbero quiescenti circa metà delle 70000 specie vegetali che si stima manchino alla conta definitiva della biodiversità vegetale.

A margine dei loro impietosi conti, gli autori suggeriscono più o meno implicitamente che, a fronte di risorse finite (in ogni senso), la loro allocazione nellos tudio delle piante debba avenire in funzione di priorità precise e nello specifico quella post-campo appare indubbiamente orfana, i numeri parlano chiaro. Se i finanziamenti latitano, dove è più conveniente investire: nella valutazione dei campioni già acquisiti dagli erbari, nella loro conservazione pluridecennale, nella ricerca in campo di nuove potenziali specie da identificare o nella preservazione di ecosistemi in cui queste ed altre piante prosperano? Per dare un nome ed una collocazione alle 35000 specie raccolte nei decenni passati ed a quelle che si stimano presenti in natura occorrerebbero, ai ritmi attuali, circa 35-40 anni. Ma se incrociamo questa cronologia con la velocità di scomparsa degli habitat a rischio, da cui molte di queste specie provengono, cosa ce ne faremo di queste figurine, una collezione di rimpianti? E’ lampante che questo settore stia languendo in modo insostenibile -anche solo in termini di attenzione mediatica e di percezione pubblica- ma l’obiettivo non può essere limitato al ridistribuire il poco esistente, bensì ad incrementare il totale disponibile e l’attenzione integrale sul problema del rapporto tra uomo ed ambiente.

Nel frattempo nostro disastrato paese gli orti botanici, in genere depositari di questi archivi vegetali, si chiudono per carenza di fondi e chi si occupa -anche con eccellenza- dell’argomento è l’epitome del precariato, considerato detentore di un sapere pulcioso e privo di utilità. Quando si passa accanto ad un erbario durante le visite agli orti botanici si ha l’impressione di avere davanti un polveroso ed inutile ammasso di carte e di foglie secche, come la foto che ho appena scattato lascia ampiamente intuire. Quella del curatore d’erbario è invece una professione, al punto che esiste una società internazionale che li raggruppa. Il suo sito è essenziale ma ricco di informazioni utili circa le tecniche di erborizzazione e di conservazione degli specimen, sull’accesso agli erbari per le consultazioni e sulla digitalizzazione dei dati e delle ricerche per la loro condivisione su scala globale. E per chi volesse ambire, c’è anche una panoramica dei salari sul mercato nordamericano.

6 thoughts on “Dalla parte dell’erbario

  1. Gli erbari puzzano di paradiclorobenzolo – ecco perché stanno chiusi negli armadi! Stanziereste voi dei fondi per studiare delle cose che puzzano?

  2. Aelwyn ha detto:

    Oh grazie della gentilezza Meristemi, ma ho paura che se sapessi che cosa mi potrebbe essere utile potrei cercare da solo ed evitarti il disturbo🙂

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