Tanto tempo fa, in una galassia lontana, lontana…

Ho messo le mani sulla copia anastatica degli atti del congresso di erboristeria tenutosi a Modena nel 1954 e ne ho caricati alcuni estratti su Scribd. La lettura è istruttiva non solo per le note vintage, per l’inevitabile patina di modernariato scientifico e per le tante cose che uno crede di sapere ed invece, ma anche per valutare cosa è cambiato e cosa da allora resta inalterato nel mercato dei prodotti salutistici.

Ad esempio, parlando di liquirizia un relatore lamentava la scarsa capacità di trasformazione del prodotto sul territorio nazionale: produciamo molta materia prima, ma la esportiamo tale e quale -racconta- ed il profitto lo fanno tutto gli inglesi e le altre nazioni con un’industria di trasformazione. Curioso notare come nello stretto recinto erboristico noi si sia nel frattempo passati dall’altra parte delle barricate, lasciando il campo -di nome e di fatto- ad altri paesi che ora foraggiano le nostre macchine ed i nostri consumi. Spesso lamentando la stessa sperequazione nella distribuzione dei profitti in un settore che, almeno nella percezione del consumatore, appare tenere in alta considerazione il fattore etico.

A proposito di mercati e di norme, si scopre poi leggendo l’intervento del fondatore della Bonomelli, la vendita di camomilla sfusa era un appannaggio commerciale esclusivo del canale farmacia fino al 1940. E sebbene -vedi sopra- la fascia adriatica offrisse allora come ora un terreno favorevole alla sua coltivazione, già in quei tempi valutazioni di carattere strettamente commerciale facevano preferire il prodotto estero. Non tanto per i costi, per l’aroma o l’efficacia, quanto per la qualità merceologica: il capolino delle varietà italiane aveva la tendenza a sfaldarsi durante le fasi di post-raccolta e distribuzione e questo era malvisto in termini di immagine e di percezione da parte del consumatore, per il quale il fiore sfuso valeva (e vale tuttora per abitudine) molto meno . Ora come allora il driver del mercato è la consistenza della droga e non tanto la sua composizione chimica quindi, come forse inevitabile per un prodotto essenzialmente alimentare e gli odierni conflitti di marketing tra camomilla in fiore sfuso e capolino intero hanno radici più commerciali che scientifiche.

La querelle sulla quantificazione dei principi attivi nei prodotti alimentari del resto esisteva già illo tempore, come racconta tra le righe un esperto di rabarbaro, che conclude la sua relazione con un palatabile “fidatevi del gusto, perchè non è detto che il buon rabarbaro da liquoristeria sia quello più ricco di antrachinoni“. Per sua e nostra buona pace, la lotta tra sommelier, degustatori e sostenitori di chemiometria e nasi elettronici permane a nuovo millennio inoltrato. La parte più interessante del suo intervento però verte sulle affannose ricerche del “vero rabarbaro”. Molti secoli dopo Marco Polo,  dato che la circolazione delle informazioni botaniche viaggiava su un binario ben più lento rispetto a quello che portava in Europa la droga, ancora non si sapeva quale specie o varietà di Rheum producesse il rabarbaro cinese. Mercato e scienza, anche oggi, vivono a due velocità.

E’ forse sulla retorica in tema di fitocosmesi che si raggiunge invece il cortocircuito definitivo tra la modifica del linguaggio, della forma, del significante e la persistenza anche attuale del contenuto e del significato. Questo intervento sulle nuove progressive sorti della fitocosmesi alberga vette notevoli in tema di invecchiamento della forma e peterpanismo del contenuto, al punto da sembrare un illuminante saggio di marketing ante litteram per il comparto fitocosmetico. Va rigorosamente letto con voce da Cinegiornale e rappresenta, non me ne vogliano i discendenti dell’estensore, l’archetipo del rappresentante di cosmetici moderno più attento alle volute di fumo che alla cottura dell’arrosto ed alla qualità delle carni. Non un richiamo all’efficacia è presente nel suo scritto, mentre abbonda la cura per attrarre aspettative e proiezioni di sé.

Delineatasi attraverso una reazione a norme antigieniche una nuova condotta di vita, anche  l’estetica, e specialmente  la cosmetica, hanno subìto un rapido processo evolutivo:  tutto si  è semplificato. Poichè essere sani significa essere belli è naturale che si rifugga dalla innumerevole serie di prodotti che i commercianti di belletti avevano saputo creare per nascondere  imperfezioni del  fisico ed insoddisfazioni morali. Si ritorna alla contadinella che rientrando dai campi ravíiva il colore delle sue labbra col succo del geranio, al quale la cornice del volto bronzato dal sole dà maggior risalto. Fuggire dai prodotti sintetici, ricercare prodotti cosmetici naturali è divenuta la preoccupazione di ogni donna che vuole conservarsi avvenente e sana (correva l’anno 1954, ricordo). L’occhio corre sempre alla natura e il desiderio di avvicinarsi ai fiori diviene ognora piu prepotente: quei fiori che ristabiliscono la funzione degli organi e ripristinano la freschezza dei tessuti.

Il modernismo, portandosi appresso una più sana concezione della Vita, ha tolto la donna dall’oscurità della casa:l’ha portata al sole ed all’aria, le ha fatto godere i privilegi della salubrità delle spiaggie e dei monti, togliendola dall’artiflcio, esaltandone i pregi naturali,  sottolineandone l’avvenenza, mettendola a contatto con quei fattori propri alla sanità del corpo. Ritornati, dopo un lungo  periodo di abbandono, alla formula  ( salute e bellezza  n, Ia donna  in  funzione della sua grande missione di madre, non deve più il suo fascino alla fragilltà  del corpo, al languore del viso, al pallore che sembrava trasudarle da ogni  poro, sempfe in forse se svenire o  sedere, paurosa del sole e dell’aria, ma all’agilità delle membra, alla resistenza  del fisico, al sano colorito delle guance, alla morbida e vellutata patina che il sole fa sbocciare sulla sua pelle.”

Su un paio di trends il relatore aveva la vista lunga, senza dubbio. A conferma, la sua percezione dell’erboristeria come un punto vendita “che ha lasciato il posto a miriadi di confezioni che non accontentano più neppure il medico che le prescrive, perchè cose morte” e che si trova “tra la poesia ed il più basso commercio [… ] soffocato dalla lotta di tanti elementi avversi che vedono l’avanzare dell’erboristeria come un pericolo per le loro tasche“. Uno scenario che molti erboristi di oggi ben hanno a mente.

Per riportare il tema su terreni più pratici e con un minimo di concretezza tecnica, magari per la gioia di qualche spignattatore di cosmetici home-made, il contributo di Paolo Rovesti offre per contro qualche spunto interessante, visto che è dedicato a droghe vegetali di facilissima e quasi autarchica reperibilità.

Se qualche cultore dell’erboristeria storica o qualche curioso è interessato ad altri spezzoni, è disponibile l’indice completo. Con pazienza posso caricare altro su Scribd, anche se alcuni materiali rientreranno già nei prossimi post.

5 thoughts on “Tanto tempo fa, in una galassia lontana, lontana…

  1. ciao, che materiali interessanti! mi piacerebbe poter leggere l’intervento sulla teriaca, e anche quello di Emma Rovesti.

  2. Con ritardo di prammatica…

  3. Grazie grazie!!! se trovi altri materiali sull’uso delle erbe nella storia…fammi un fischio🙂 mi interessa la dottrina ippocratica e affini

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