Pollen combinaguai#3

Nell’immaginario collettivo la disidratazione, la ruga, il rinsecchimento e la sete sono sinonimi di danno, invecchiamento, sterilità, morte. Qualcosa da cui rifuggire, insomma. Poi ci si ferma a pensare e si realizza che la disidratazione può anche garantire il risultato opposto, ovvero conservare, mantenere, diffondere, preservare la vitalità: poca acqua libera implica l’arresto dei processi di degradazione microbica nei cibi e un seme troppo umido fermenterebbe prima di germinare, giusto per fare due esempi veloci. Come al solito la Natura gode un sacco nel farsi gioco delle nostre semplificazioni e proprio sulla duplice valenza del rapporto con l’acqua ha costruito buona parte della parabola evolutiva dei vegetali sulla terraferma. Dalle alghe alle pteridofite, dalle gimnosperme alle angiosperme il percorso dalle specie “meno evolute” a quelle “più evolute” si snoda attorno alla graduale indipendenza dall’acqua per effettuare la fecondazione. Proprio sull’amore/odio verso questo elemento e sulla ricerca dell’equilibrio perfetto tra secco ma non troppo ed umido quanto basta si basano innumerevoli soluzioni evolutive dei vegetali. Se le alghe -anche quelle terrestri- hanno bisogno di acqua per consentire lo spostamento dei gameti, già alle felci ne basta molta meno e se al polline di gingko servono poche goccioline per portare a termine la sua missione, a tutte le piante più evolute durante la gamia l’acqua non serve più. O quasi. Questo progressivo affrancamento è stata una delle risposte a due esigenze fondamentali nella storia delle piante terrestri: colonizzare zone sempre meno umide (e quindi libere da concorrenti) e garantire lo spostamento della progenie altrove, minimizzando la concorrenza.

Anche senza soluzioni virtuali, problema del mantenimento delle long-distance relationships per le piante è già stato risolto da tempo ed il polline è stato -con il seme- uno dei sistemi più interessati da questa trasformazione. Entrambi infatti lasciano la pianta madre per colonizzare lo spazio ed il tempo lontano da essa, anche in assenza di un continuum acqueo o relazionale. Il gamete contenuto nel granulo pollinico deve però essere messo nelle condizioni ideali per esplorare lo spazio-tempo rispettando alcuni limiti: la navicella che lo trasporta deve prevenire il suo contatto con l’aria e deve costantemente garantire un microambiente umido all’interno. Ma deve essere quasi inattaccabile dall’esterno pur mantenendo al tempo stesso un canale di comunicazione con il mondo circostante. Solo in questo modo il gamete maschile delle piante può liberarsi completamente dalla dipendenza (e dai rischi) dall’acqua durante il suo viaggio, lungo o corto che sia.

Per capire come le piante abbiano risolto il problema, un salto ad una sera qualsiasi per molti. Avete preparato il panino per il pranzo di domani, per voi o per qualche caro. Per evitare che il pane si secchi e per mantenerlo morbido quanto basta a morderlo senza minare la dentiera, lo avvolgete per bene nella carta stagnola o nella pellicola trasparente, avendo cura di sigillare bene il pacchetto lungo la saldatura tra i lembi. Grazie all’origami impermeabile, stropicciato e sagomato, il pane non perderà troppa acqua e domani potrete aprire l’involucro agendo sulla piegatura che lo chiude. L’evoluzione delle angiosperme sembra aver provveduto in maniera analoga, per dare ai suoi gameti maschili un vettore sicuro ed efficiente ma non completamente sigillato, chè i poveretti non possono mica fare la fine del gatto di Schroedinger e prima o poi devono poter uscire per operare la fecondazione.

Come ben illustra il video a questo link, che mette per immagini il contenuto di questo recente articolo, i granuli di polline subiscono infatti un’immediata disidratazione al momento del loro rilascio da parte dell’antera e questo è un fenomeno già noto come harmomegathy. Poco dopo il decollo la loro umidità si riduce al 15%, quanto basta a garantire la funzionalità del sistema interno, mentre il resto dell’acqua sparisce causando una contrazione del granulo secondo linee di piegatura ben precise (gli autori, molto efficacemente, parlano di un processo paragonabile a quello dell’origami) che coinvolgono l’esina, l’intina, i colpi e la struttura architettonica stessa del granulo. L’esina è composta da una miscela di polimeri impermeabile all’acqua, la sporopollenina, mentre l’intina è un materiale permeabile all’acqua e fodera l’interno del granulo: la prima è la stagnola e la seconda il panino, più o meno. Per effetto della disidratazione della fodera interna, l’esterno del granulo si increspa e si restringe ed i colpi, ovvero le fenditure che consentono la comunicazione con l’esterno, si ripiegano su loro stessi garantendo al contempo un irrigidimento dell’involucro esterno ed una chiusura delle comunicazioni. Sarà poi l’umidità dello stigma a garantire il processo inverso, assicurando al momento giusto ed al posto giusto il ripristino delle comunicazioni tra la navicella ed il mondo circostante.


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