Pollen combinaguai #1

Ieri un rigurgito d’estate ha regalato uno scampolo di tiepido sole, almeno da queste parti. Complice l’aria secca e la brezza dalle colline, la città regalava uno spettacolo inusuale: nubi giallo vivo ondeggiavano come aurore boreali polverose da giardini e parchi, colorando l’aria prima e marciapiedi ed automobili poi con una fine patina dalle tinte sulfuree. Niente catastrofi ambientali, questa volta. Si trattava dello spettacolare decollo del polline liberato -ques’anno davvero in gran copia- dai cedri dell’Atlante (Cedrus atlantica (Endl.) Manetti) messi a dimora in molti spazi verdi pubblici e privati. A guardare quegli sbuffi in balia del destino stocastico delle correnti aeree viene da chiedersi quanta strada debbano o possano fare quelle minuscole navicelle piene di vita prima di approdare ai lidi di destinazione.  Quanto viaggiano? Ce la faranno? Se la risposta si ferma alla distanza da Guinness, il limite è virtualmente inesistente: un granulo di polline che arrivi a veleggiare nelle turbolenze in alta quota può fare più giri del mondo di Phileas Fogg e nel caso delle conifere e di altre specie ad impollinazione anemofila i record misurati superano i 4500 km (sfizio: la ricerca era sponsorizzata da un’azienda di aspirapolveri…). Ma come per gli astronuati un conto è viaggiare verso mete siderali ed un conto è arrivarci vivi, ovvero portare a termine la missione per conto del papà, trovare una madre e fecondarla al fine di garantire la progenie. Qui la biologia pone dei limiti alla scienza delle correnti aeree, in quanto è vero che la navicella è solida e piena di sistemi evolutivamente e tecnologicamente avanzatissimi per agevolare il viaggio, ma il corredo genetico che contiene ha una data di scadenza abbastanza breve o comunque limitata.

In primavera, quando l’attenzione per i pollini raggiunge l’akmè, esce sempre qualche articolo interessante sull’argomento, forse perchè anche gli editori soffrono di allergie o perchè, più romanticamente, anche il loro algido cuore è sensibile al fascino eterno e ricursivo della stagione degli amori. Quest’anno, ad esempio, è stato pubblicato un interessante studio su una conifera nordamericana, Pinus taeda L., in cui si è valutata in campo la distanza massima entro cui il polline riesce a garantire una fecondazione. Entro 41 km il 50% dei granuli di polline germina a contatto con un fiore femminile, garantendo un flusso genico tra popolazioni anche molto distanti.

La germinabilità pollinica però non è uguale per tutte le specie anemofile nè per quelle entomofile, ma è funzione della sistemazione ecologica che si sono date. Ad esempio per alcune specie di ippocastano, che disperdono il loro polline affidandosi ad altri sistemi, si può arrivare a circa 400 km e per alcune Rosacee la fertilità è superiore al 70% dopo 4-5 giorni dall’apertura delle antere, a prescindere dalla distanza percorsa. Anche per altri pini, come Pinus sylvestris, si ipotizza una buona germinabilità oltre i 400 km percorsi, con la possibilità di stabilire flussi genici anche tra popolazioni transnazionali. Per specie erbacee come alcune Brassicaceae invece, già dopo 20 metri il polline ha una germinabilità inferiore allo 0.02%, sebbene per altre rappresentanti della stessa famiglia si possa arrivare a 72 ore. Nel mais dopo circa 4 ore dal rilascio la germinabilità cala invece del 50%, in altre monocotiledoni prative come Festuca arundinacea dopo 90 minuti la fertilità è nulla ed in alcune graminacee come grano ed orzo addirittura siamo sotto ai 10 minuti, ovvero si ha un’elevata “fragilità”, in genere connessa all’esposizione ai raggi UV perdita di umidità, un fattore fondamentale per l’equilibrio distanza/durata/fertilità come vedremo nei prossimi giorni.

In termini ecologici questi comportamenti manifestano una tendenza: le specie che presentano una ridotta dispersione tra gli individui non hanno bisogno di pollini performanti sulla distanza, mentre quelle fortemente disperse hanno investito di più sulla durabilità. Per alcune specie di orchidee, abituate come quelle del genere Dactylorhiza a nicchie ecologiche tra loro lontane, si parla di germinabilità accettabile anche entro 50 giorni dalla dispersione. Sebbene non siano disponibili dati per tutte le specie vegetali (neppure per quelle di rilevanza pratico-agronomica per l’uomo), questa disparità di comportamento è nota praticamente dal dopoguerra, al punto che per alcune commodities commercialmente rilevanti come il mais esistono algoritmi precisi destinati a calcolare e prevedere con cura le distanze critiche in funzione delle condizioni ambientali del luogo.

Guardare il polline del cedro che si disperde nell’aria è uno spettacolo, ma la conoscenza dei perchè e percome del suo viaggio non è una faccenda sterile da perditempo. Molto si discute circa le zone di “cuscinetto transgenico” che dovrebbero separare le coltivazioni geneticamente modificate dalle altre, al fine di minimizzare gli effetti di possibili impollinazioni incrociate. E chiaro che se il fattore critico è la germinabilità del polline prodotto da piante OGM, occorrerebbe fare i conti della sua durabilità spazio-temporale più o meno specie per specie ed in condizioni reali (al sole, col vento, ecc.) e non esclusivamente in vitro o in condizioni asettiche. In ambito ecologico, invece, questa stessa informazione è fondamentale per valutare l’impatto e l’entità della frammentazione degli habitat e delle nicchie ecologiche. Per determinare ad esempio la distanza oltre la quale due popolazioni della stessa specie non possono più “comunicare geneticamente” a causa della distanza che l’uomo ha posto tra loro, impedendone di fatto il ricongiungimento familiare.

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