Scale di valori

Più ripeto e più sento ripetere l’espressione “valorizzare la biodiversità” e più questa suona male, pensavo mentre scrivevo questo post. Innanzitutto perchè sottende un’attribuzione della dignità solo attraverso un valore materiale,  quantizzabile e definito in via esclusiva dall’utilità pratica umana: un valore estetico in funzione del giudizio umano oppure un valore economico diretto o indiretto, ad esempio. Come se il valore non fosse ontologico e come se la dignità di esistere non fosse un diritto stabilito. Poi ha una nuance negativa, come se la complessità delle specie viventi fosse qualcosa di indubbiamente carino,  ma potenzialmente migliorabile, ché da sola non ce la fa. Una stanza bisognosa dell’accessorio giusto per diventare accogliente, una teenager che si dovrebbe valorizzare cambiando pettinatura o trucco, uno scapolo che deve cambiare look per poter essere finalmente considerato sexy; un prodotto che abbisogna della giusta confezione per essere accettato dal mercato; una nicchia ecologica che varrebbe la pena difendere se solo si trovasse un che di mercificabile. Una prospettiva che sarebbe illogico non considerare e non sostenere, ma al contempo poco inclusiva, prona alle graduatorie di merito e deformante quando assurta ad unica motivazione valida per preservare ecosistemi e specie viventi.

Sulle pagine della rivista Resurgence il conservazionista Paul Evans ha sollevato questi ed altri punti circa l’attuale criterio di gestione ed interpretazione della biodiversità, chiedendosi perchè questo termine abbia preso il sopravvento a livello mediatico su quelli di ambiente e di Natura. Evans si chiede chi debba o possa avere il diritto di stabilire quali specie viventi sono buone (e quindi da conservare) e quali cattive (e quindi da sradicare, eliminare, uccidere, normalizzare).

The kind of care given to biodiversity is managerial, a ‘standing-in’ for Nature. It stems from a desire to control, to garden, and is adversarial towards natural processes, such as the colonisation of animals and plants that cause long-term change to the preferred model of biodiversity. Management is antithetical to wildness, and even if pristine wilderness is little more than a romantic ideal, caring for the qualitative ‘wild’ of wildlife is a hands-off advocacy, a standing-up for Nature to be as it is, even if we think that that’s bad for us.

Sino ad ora questa scelta è stata condotta su una scala di valori puramente antropocentrici: l’infestante non mi piace e quindi la tolgo, perchè pur seguendo le dinamiche della Natura altera l’estetica romantica che l’uomo attribuisce ai luoghi; la specie con un frutto commerciabile la proteggo e la difendo anche a scapito di quella che nutre altre specie che non mi danno utile; l’habitat umido ma biodiverso che può sostenere insetti è sacrificabile perchè mi danno noia; la dinamica competitiva della natura che non combacia con le mie esigenze la ostacolo, imponendo un ordine umano. In questa declinazione la “valorizzazione della biodiversità” sembra poco più di un altro proiettile d’argento nella cartuccera gerarchica proposta dalla Scala Naturae.

The term ‘biodiversity’ celebrates difference between things rather than the things themselves. It may be that diversity is strength and that we need it to sustain ourselves and be what we are. Although all living things depend on the relationships between them for their existence, it is hard to care for abstract ideas of diversity, especially when our impulse is to love the particular: this fern, this bird, this seal. Valuing diversity itself may not discriminate between which kind of living thing we love and which we persecute. To discriminate, using scientific conservation values such as ‘nativeness’, rarity, threat and vulnerability, ceases to be neutral.

La lettura di Evans è chiaramente in controtendenza, ma aiuta a tenere presente l’ inaccettabile complessità delle cose e l’impercorribilità delle soluzioni semplici, come ricordano Calvin e Hobbes (l’installazione della Scala Naturae è invece di Mark Dion).

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5 thoughts on “Scale di valori

  1. Wilson ha detto:

    Evans si chiede chi debba o possa avere il diritto di stabilire quali specie viventi sono buone (e quindi da conservare) e quali cattive (e quindi da sradicare, eliminare, uccidere, normalizzare).

    Be’, la questione dipende da chi si occupa di biodiversità.

    L’approccio dell’agronomo (perdonate la semplificazione) è quello già descritto nel post: questo lo mangio\vendo=buono; questo danneggia ciò che mangio\vendo=cattivo.

    Architetti e ingegneri, ai quali – incredibilmente – viene permesso di occuparsi di qualunque cosa riguardi l’ambiente pur essendo incapaci di distinguere un albero da un palo della luce, avranno anch’essi un approccio esclusivamente antropocentrico.

    A mio parere, l’unica gestione corretta e sostenibile della biodiversità può derivare solo da biologi\naturalisti\forestali.

  2. Io credo invece che il pensiero di Evans (che io condivido) sia proprio il contrario: non può essere una sola categoria a gestire la faccenda, ma ci vuole un approccio plectico, come direbbe Murray Gell-Mann. Perchè il sistema è complesso, gli agenti sono interconnessi tra loro e la risposta deve essere adattiva ed inclusiva, non esclusiva. Ovvero deve saper far entrare nel processso decisionale sia l’economista che il naturalista, sia il teorico che il pratico, sia chi ha voce che chi è muto (come un pesce ;-)), chi si occupa di sviluppo umano e chi di conservazione. Invece, finora si è andati avanti in match-race in cui a turno prevalgono i naturalisti/conservazionisti che tendono a sostenere una visione romantica della natura in cui l’uomo appare come un estraneo che fa solo fanni (ed anzi deve mediare le naturali altrui competizioni) o gli economisti/agronomi che spesso antepongono la mercificazione e le esigenze materiali al valore della complessità. Negli esempi che Evans cita, riguardanti le isole cilene di Juan Fernandez, in realtà si attribuiscono le azioni “da agronomo” ai gruppi di naturalisti che vi lavorano. Assegnare un’esclusività a mio avviso è sempre un limite nella soluzione di problemi complessi e porta alla competizione anzichè alla collaborazione.

  3. Sylvie Coyaud ha detto:

    @ meristemi e wilson
    Risorse di tutti – o ancora senza un proprietario – non possono essere gestite da pochi senza provocare conflitti credo
    non so se può servire, ma mi ha fatto riflettere – rimuginare, va! – Governare l’ambiente di Stefano Nespor – Garzanti 2009. Da fuori sembra un trattato di diritto, ma dentro è la storia di come “governiamo”, sfruttiamo, dividiamo, occupiamo liberiamo ecc. l’ambiente bene o male da quando abbiamo imparato a riconoscerne i limiti, e a tentoni cerchiamo di farlo con giustizia coniugando i vari diritti dell’uomo tra cui quello a un ambiente sano –

  4. Wilson ha detto:

    Sì, in effetti ho una visione un po’ limitata all’orizzonte italiano (o italiota).

    In ogni caso, sono più che d’accordo con l’approccio plectico (olistico non rende altrettanto?) e sposo in toto quest’affermazione

    […] far entrare nel processo decisionale sia l’economista che il naturalista, sia il teorico che il pratico, sia chi ha voce che chi è muto, chi si occupa di sviluppo umano e chi di conservazione

    e infatti, almeno sulla carta, le varie procedure di VIA, VAS ecc. prevedono correttamente uno studio interdisciplinare (o transdisciplinary, per dirla alla Murray Gell-Mann) delle questioni ambientali.

    Io ho il dente avvelenato con architetti e ingegneri proprio perché poi, in pratica, tale approccio va farsi puntualmente a benedire grazie a loro.

    P.s.: comunque è vero: i naturalisti vivono in mondo tutto loro.

    @Sylvie
    Il libro di Nespor sembra molto interessante. Grazie per la dritta!

  5. Al di là delle casacche professionali ci misuriamo tutti ogni giorno con la folla della vita.

    Ad esempio, che facciamo se troviamo in una crepa d’asfalto un meraviglioso ciuffo di Heracleum mantegazzianum? Ci crogioliamo per la bellezza improvvisamente comparsa? Cerchiamo il primo consorzio agrario e compriamo del simil Napalm? O ci fiondiamo tutti nella buio delle nostre camerette a riascoltare i grandi Genesis di The Return Of The Giant Hogweed?

    In altre parole qual è la nostra capacità di limite? Limite al nostro diritto di esistere ed esprimeci. Limite anche e comunque come asticella della nostra capacità di coevolvere, di crescere assieme al maggior numero di viventi possibile.

    E’ un tema centrale e mantenere la fiammella del pensiero accesa è un gesto indispensabile. Grazie Meristemi.

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