Into the groove

Se esistono segni tangibili degli effetti del mutamento climatico, questi non sono di esclusiva pertinenza glaciale ma possono essere ben evidenti anche a latitudini tropicali. Un esempio, con annesso meccanismo, è rappresentato dall’ erosione subìta dalla fascia costiera delle mangrovie in alcune zone dell’Africa occidentale. Le mangrovie sono habitat dalla costituzione cagionevole, formati da più specie (circa 70) appartenenti a generi distinti ma accomunati dalla capacità di resistere a condizioni di elevata salinità del suolo (alofilia). La loro disposizione rispetto al fronte del mare rispecchia un adattamento quasi militaresco alle condizioni di terreno ed acqua, con le specie più arcigne in prima fila seguite via via dalle altre, in un equilibrio dinamico. Tuttavia, se questa organizzazione viene meno in qualche sua parte, la resilienza del sistema cade come un castello di carte. Ad aprile di quest’anno uno studio congiunto ha fatto presente la criticità della situazione in varie aree del pianeta e successivamente i dati pubblicati in estate sullo stato di salute delle mangrovie non sono confortanti, tutt’altro: le mangrovie arretrano ovunque lungo le coste tropicali, per vari motivi: pressione antropica e deforestazione, uso aggressivo da parte di allevamenti di gamberetti e pesce. E conseguenze del mutamento climatico, come avviene da alcuni anni lungo le coste occidentali dell’Africa.

Mi hanno recentemente spedito dal Senegal le ultime mappature disponibili e risalenti al 2008 per gli arretramenti della fascia di mangrovie nella zona delle isole Sine-Saloum, un ampio delta fluviale al confine tra Senegal e Gambia. La loro lettura è semplice: in verde le zone residue di mangrovia, in rosa le aree che non sono più abitate da mangrovie e vengono definite tannes, porzioni di territorio ad alta salinità, semidesertiche ed aride, non coltivabili. Una delle cause del fenomeno è da ricercarsi nella diminuita portata dei fiumi conseguente alle diminuite piogge nella zona, che determina una maggiore salinità delle acque nei delta palustri a causa dell’aumentato cuneo salino, ovvero a causa della maggiore penetrazione dell’acqua oceanica lungo i corsi dei fiumi. A causa del sistema cooperativo di difesa dal sale, una volta caduta la prima linea l’ecosistema si sfalda come un castello di carte con una reazione a catena. Tannes e mangrovie in condizioni normali coesistono in una forma di equilibrio dovuta a fluttuazioni fisiologiche, se però le condizioni di salinità permangono troppo a lungo, le mangrovie non hanno più la forza di recuperare il terreno perso. In zona sono in corso tentativi di riforestazione, ma l’operazione è resa ardua dalla salinità eccessiva, ormai intollerabile per gli alberi pur alofiti di Sommeratia, Avicenna e Rhizophora che compongono l’ecosistema mangrovia.

Dei tanti pregi associati alle mangrovie (protezione fisica contro ondate e tsunami e contro l’erosione costiera, fitodepurazione di acque stagnanti, ospitalità per specie migratorie e per la fauna ittica), uno è spesso omesso. La loro scomparsa priva le popolazioni che vivono nei loro pressi di risorse fondamentali per l’alimentazione in primis e per il commercio in seconda battuta, oltre a degradare la qualità ambientale in generale. La presenza di pesci d’acqua dolce e di risorse vegetali spontanee, la minore disponibilità di acque adatte all’irrigazione indebolisce enormemente la possibilità di autonomia alimentare e rende le genti dipendenti da aiuti esterni.

Se questo fenomeno ci pare poco vicino come ricaduta sulle nostre più egoistiche utilità, si pensi che negli ultimi anni il cuneo salino del fiume Po è avanzato sino a raggiungere le vicinanze di Ferrara, con una capacità di penetrazione di circa 50 km dalla foce e con conseguenze sensibili sull’irrigazione e sulle possibilità di fertilizzazione dell’agricoltura delle province di Ferrara e Rovigo. In questo caso, a peggiorare la situazione, giunge l’eccesso di nitrati reflui che scendono dal resto della Valpadana e le conseguenti norme restrittive che vincolano le fertilizzazioni azotate alle colture. Contare sull’effetto diluizione non è più possibile neppure da noi.

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