Geopolitica stupefacente

Dicono gli economisti che l’epoca dei distretti produttivi è finita, affossata dalla delocalizzazione. Osservando i dati, i grafici ed i resoconti che la rivista francese Diplomatie ha condensato nel numero speciale di maggio dedicato agli stupefacenti non si direbbe: i distretti dell’oppio in Afghanistan, della cocaina in Colombia,della marijuana in Messico e nel Nord Africa se la passano benone. Anzi, dai documenti emerge la nascita di nuovi epicentri di produzione (confine Laos-Brimania ad esempio) sostenuti sempre dai medesimi drivers: instabilità politica, guerre civili governate dall’esterno, povertà diffusa nella popolazione, sperequazione sociale ai massimi livelli.

La carrellata sottostante di grafici tratti da Diplomatie ed ottenuti in genere rielaborando dati dell’UNODC e dell’INCB racconta poi anche altre storie. Ad esempio che molte delle cose che si sanno sul traffico illecito derivano dai volumi dei sequestri e non dai reali volumi commercializzati. Accade così che apparentemente l’Iran sembra una delle vie preferenziali alla distribuzione dell’oppio afghano, mentre in realtà è l’unico paese tra quelli dell’area ad applicare una politica seria di repressione al transito dei derivati del papavero. Cosa del tutto assente o quasi in Pakistan e nelle repubbliche ex-sovietiche, reale snodo del traffico mondiale di eroina e morfina. Oltre alla produzione illecita, tuttavia, esiste e prospera anche quella lecita, alimentata da un consumo sempre crescente di codeina e soprattutto morfina per il trattamento del dolore nei paesi occidentali e dalle pressioni per l’impiego terapeutico legalizzato della marijuana (a proposito, in California sono partiti i primi spot televisivi che reclamizzano prodotti a base di cannabis, con relative polemiche). I grafici raccontano che la produzione legale di papavero da oppio per uso medicale è appannaggio di alcune nazioni europee (Turchia, Spagna, Francia e con sorpresa, Danimarca). Da rilevare come in questi casi si parli di “paglia di papavero” in quanto la pianta viene lasciata seccare in campo e poi sfalciata intera e processata in toto.

E ancora, la lotta al narcotraffico colombiano sembra vivere due velocità distinte: mentre la crisi delle FARC porta ad un calo della produzione nelle aree sotto il loro controllo (la parte occidentale e meridionale del paese, con recrudescenze che colpiscono con violenza le popolazioni indigene, contrarie alle piantagioni di coca come racconta il Corriere di ieri), la produttività dei loro rivali paramilitari dell’ELN cresce, perchè la domanda del mercato non ha flessioni su scala globale e va soddisfatta. Perchè è vero che il consumo in Europa ed in Nord America è in calo (effetto collaterale favorevole della crisi economica?) ma è compensato dalla crescita economica e dalla nuova disponibilità delle borghesie rampanti in Africa ed in Sudamerica.

Tra i diversi articoli presenti sulla rivista il più interessante è quello dedicato all’inquadramento storico del narcotraffico, dai primordi legali che tutti questi prodotti vegetali hanno avuto fino alla cooperazione internazionale per la loro repressione. L’ho messo su Scribd.

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