Hotspot – Un posto al caldo

Nelle città postmoderne, i giovani adulti trascorrono buona parte delle loro serate affollando chiassosi i dehors di locali che offrono loro nutrimento, occasioni di socialità e confortevole tepore grazie a funghi termici, dispiegati soprattutto nell’attualmente chimerica stagione fredda. In assenza del calorifero, per attuare le loro pratiche di corteggiamento i giovani adulti sessualmente attivi si rivolgerebbero senza dubbio a chi, tra la concorrenza, disponesse di adeguate sale al coperto. Il che lascia intendere che il profumo delle cibarie e la qualità del vino contano, ma il fuoco che rende tollerabili i rigori nelle sere fredde e lo spazio adatto al flirt sono imprescindibili se il gestore vuole fare affari e prosperare. Questa scena e la dinamica sottesa alle sue scelte non sono patrimonio esclusivo delle movidas contemporanee. Anzi, rappresentano la ripetizione quasi pedissequa di una vita sociale e di un incontro tra domanda ed offerta che coleotteri e piante hanno messo a punto nel passato quasi remoto dell’evoluzione e che si rinnova nelle sere dei sottoboschi ombreggiati e freschi.

Per gli insetti, nel nostro caso coleotteri parenti stretti degli scarabei, la notte è un problema. Homeless del terriccio di foglie cadute e marcescenti, per scaldarsi hanno bisogno di trovare un riparo, pena la necessità di ricorrere al volo ed al moto di ali ed elitre per ricavare l’energia termica necessaria a mantenere una temperatura corporea adeguata alla sopravvivenza. Ma volare ha un costo, tocca bruciare energie ed i nostri non sono certo leggeri come api nè esili come zanzare: il dispendio è alto, fino a 16 volte più del normale “camminare”. Per una pianta del bosco, invece, trovare un impollinatore libero e disponibile, magari disposto a firmare un’esclusiva, è da sempre un cruccio. Gli insetti volanti più papabili alla bisogna sono eliofili, amano volteggiare tra i raggi del sole nell’aperto dei prati e raramente si infilano nella penombra della macchia. Così, nelle ore calde la domanda di impollinatori supera di gran lunga l’offerta e la concorrenza è spietata, tra piante profumate e fiori posti sulla chioma degli alberi o gocciolanti di nettare come buffet all-you-can-eat. Meglio allora provare a fiorire in orari inconsueti o meglio ancora in stagioni marginali come la fine dell’inverno, per cercare di posizionarsi in un mercato meno saturo, dove però le temperature si fanno rigide e gli insetti volanti si impigriscono. Tittavia la domanda e l’offerta si incontrano sempre se la negoziazione trova il canale giusto, che in questo caso non è solo quello del nutrimento, ma anche del calore e dell’alcova. Alcune specie delle Aracee, Magnoliacee, Nymphaceae, Annonaceae, Arecacee e famiglie vicinali hanno quindi trasformato le loro camere fiorali in tiepidi boudoir ed accolgono scarabei ed altri coleotteri durante la notte, offrendo loro nettare e temperature superiori sino a 10 °C rispetto all’esterno, con un risparmio energetico che per gli insetti è stimato in circa 5 volte rispetto all’addiaccio. In cambio, gli sfregamenti amorosi che si protraggono per la notte intera garantiscono un’ampia diffusione di polline, aumentando la probabilità di impollinazione incrociata.

Le specie vegetali che hanno messo a punto questo giochetto sono circa 900 ed hanno alcuni tratti comuni. Tutte, ovviamente, sono entomofile ovvero impiegano il lavoro degli insetti per fecondare i loro fiori. Molte poi portano infiorescenze a spadice e sono protogine, ovvero presentano fiori sia maschili che femminili in zone distinte, portandoli a maturazione in tempi separati (prima le signore) per favorire l’impollinazione incrociata. Altra caratteristica condivisa, l’odore cadaverico che molte ma non tutte esalano per attirare insetti più tipicamente dediti alla decomposizione e più frequenti nell’ombra del sottobosco (esempi lampanti: Titan arum = Amorphophallus titan). Da un punto di vista filogenetico poi, le piante con fiori riscaldati si concentrano in una zona precisa dell’albero evolutivo dei vegetali, garantendo così una lettura dell’evoluzione dei sistemi di acchiappo nelle Fanerogame. Si tratta infatti di piante abbastanza arcaiche, che hanno probabilmente sviluppato questo tratto per un semplice motivo: produrre energia è un processo ben più semplice ed “automatico” rispetto alla produzione di sistemi di attrazione basati sui metaboliti secondari (colore, profumo), in quanto basato su meccanismi primari preesistenti. Quando l’avvento di sistemi più mirati e complessivamente meno costosi ha avuto il sopravvento, queste specie hanno comunque mantenuto la caratteristica, talvolta combinandola con i miasmi sopracitati, in quanto evidentemente è tuttora funzionale allo scopo nonostante i limiti di costo (l’energia risparmiata dall’insetto è a carico della pianta, la termodinamica non perdona) e la sua destinazione pressochè monouso. Va infatti ricordato che i metaboliti secondari offrono più vantaggi e maggiori plasticità ed efficienza rispetto al semplice calore prodotto in eccesso. Innanzitutto possono svolgere più compiti, come avviene ad esempio per i terpeni delle fragranze, che oltre ad attrarre impollinatori possono agire da batteriostatici o inibire la germinazione delle specie competitrici una volta caduti al suolo. Inoltre, i metaboliti secondari possono essere riciclati una volta esaurito il loro compito primario e garantiscono un’attrazione molto più specializzata e selettiva nei confronti degli impollinatori. La termogenesi per contro è pura dissipazione con poche eccezioni, come ad esempio quella offerta dalle magnolie e dalle ninfee che sfruttano il calore endogeno per massimizzare la dispersione dei loro profumi fiorali, al punto che si pensa ad una chiara sequenza nell’evoluzione fiorale: prima è venuto il calore, poi si sono affermate le fragranze attrattive -che inizialmente servivano a segnalare la presenza di un riparo caldo più che di cibo-, poi si sono aggiunti il nettare ed i richiami cromatici. Il calore sarebbe stato il tratto-base, il fondamento da cui poi si è diramata la varietà della differenziazione. Che la termogenesi di queste piante non abbia il solo compito di facilitare l’evaporazione e la diffusione di sostanze odorose a fini di richiamo è infine testimoniato dalla persistenza del fenomeno: le camere fiorali di alcune queste piante restano tiepide per giorni anche quando l’antesi si è già compiuta ed in alcuni casi specifici si sono osservate ulteriori specializzazioni. Nel caso di alcune specie del genere Illicium (quello dell’anice stellato) il calore viene mantenuto anche dopo la fioritura durante le prime fasi dello sviluppo del frutto a beneficio di un’impollinatore speciale, un dittero che dopo aver fatto il proprio dovere in esclusiva per Illicium depone le uova nel fiore, ove germinano grazie al caldo che le ricompensa ed ove trovano ulteriore fidelizzazione nel nettare che le nutre anche mentre il fiore appassisce.

Da dove viene l’energia termica? Si tratta di calore ottenuto dalle piante attraverso un incremento della normale attività metabolica, sfruttando simultaneamente più reazioni esotermiche che in genere avvengono all’interno dei organelli specifici. Chi ha indagato la questione è infatti concorde nel far notare che i tessuti e gli organi “caldi” hanno in comune un’elevata densità di mitocondri. Il migliore esempio disponibile viene dal video linkato qui sotto, che illustra con una serie di filmati in falsi colori la dinamica del riscaldamento e la sincronia tra rilascio del polline, innalzamento delle temperature ed ingresso degli insetti in una serie di piante termogeniche.

Ulteriore meraviglia, il calore non è costante ma termostatato: la caldaia mitocondrale scatta verso sera ed in gran velocità porta a temperature che in alcuni casi risultano sensibili anche per le mani umane, come testimoniano i racconti di Lamarck e come confermano gli oltre 30°C di differenziale termico raggiunti in pochi minuti nei casi più eclatanti, come ad esempio nel genere Simplocarpum, in cui lo spadice viene mantenuto a circa 25°C anche quando esternamente le temperature sfiorano i -10°C. Il riscaldamento, come illustra l’immagine in falsi colori sopra riportata, non è uniforme ma ben localizzato con un evidente gradiente lungo lo spadice e la sua regolazione offre un risvolto curioso. A governare questi processi termogenici,  ironia della sorte, c’è una molecola che gli uomini abbinano alla riduzione della febbre, l’acido salicilico.

L’evoluzione ha poi preso altre strade e quasi tutte le fanerogame entomofile hanno trovgato altre vie più efficianti per fidelizzare la clientela. Però quando un’idea è buona ma troppo costosa è sempre possibile cercano alternative a basso costo e nelle dinamiche economiche attuali questo spesso coincide con l’esternalizzazione. Anche in natura avviene spesso qualcosa di simile ed ecco che specie evolutivamente più avanzate di quelle classicamente riconosciute come termogeniche si sono attrezzate per dare in oursourcing il riscaldamento dei loro fiori. E’ il caso dell’elleboro fetido (Helleborus foetidus) che fiorisce anche su Alpi ed Appennini ad inizio primavera, quando l’aria è ancora fresca e gli insetti in giro ancora pochi ed infreddoliti. Cosa c’è di meglio di un posto caldo in cui rifocillarsi ed acquistare un po’ di calore gratis prima di un altro volo nell’aria frizzante di marzo? In questo caso però i bombi che frequentano i fiori dell’elleboro non trovano un fiore scaldato dall’interno, ma dalla fermentazione controllata di una parte del nettare. La specie ha difatti avviato una simbiosi con alcuni lieviti che vengono lasciati prosperare all’interno dei nettarii ove consumano, fermentandolo, una parte della secrezione zuccherina. Come ogni produttore di vino sa, le fermentazioni sono processsi esotermici, ovvero in grado di produrre energia sotto forma di calore: la specie più evoluta ha trovato il modo di ottenere lo stesso risultato delle sue antenate senza dover rendicontare un lavoro extra.

La Natura, si sa, in queste cose è squisitamente pigra e deliziosamente ingegnosa, ecco dunque che grazie ai lieviti questa pianta non ha neppure bisogno di faticare per produrre pigmenti che attraggano gli insetti e si può addirittura permettere di mettere a reddito clorofilliano anche i petali. Fosse un locale da movida, l’elleboro sarebbe il più avanti di tutti gli altri esercenti del settore, non solo perchè esternalizza il lavoro, ma perchè ha scoperto che si possono usare i funghi termici per richiamare la clientela nei suoi dehors.

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