Lo spaghetto era nell’orto

Probabilmente giovedì fiorirà pure qualche stramberia botanica nella prateria delle agenzie di stampa. E la sua fragranza trimetilamminica pervaderà l’etere dell’informazione, giungendo a nasi ormai troppo avvezzi a qualunque notizia per accorgersi del marcio. Forse qualche burlone applicherà un briciolo di umana creatività alla fantasia vegetale, per costruire un siparietto in verde, una garbata presa in giro, un pesce d’aprile da attaccare sulla schiena del distratto redattore o lettore, che la diffonderà prendendola per verità. Del resto è difficile dare torto al credulone: realtà di questi tempi è esercizio quasi pleonastico, fatica vanificata.

Chiunque voglia cimentarsi col pesce d’aprile in salsa verde abbia però la cura di aggiornarsi sullo stato dell’arte, per evitare il già visto o per rielaborarlo se ne è capace. L’almanacco sul tema riporta veline di aceri esplosivi, di girasoli OGM en pendant con la maglia gialla, di carote fischiettanti, di banananas e di alberi fluorescenti. Annovera, ovviamente, solo il falso programmatico, quello onestamente dichiarato almeno a posteriori. Sfogliarlo con primaverile pigrizia porta alla luce anche bizzarrie inventive che meritano ben più di una comparsata in un elenco.

Ad esempio, nel 1957 i giornalisti del rotocalco televisivo della BBC Panorama si inventarono questa meraviglia dell’albero ticinese degli spaghetti che, narrano le cronache dell’epoca, riscosse grande credulità. Evidentemente la dominanza britannica nella cultura botanica dell’epoca non era sufficente a prevenire che qualche telespettatore pensasse davvero di poter coltivare spaghetti nel suo backyard, se a raccontarlo era il mezzobusto più autorevole della beeb.

L’idea evidentemente piacque, al punto che pochi anni dopo -correva l’anno del signore 1960- i cugini australiani clonarono il concept e descrissero le vicissitudini di emigranti siciliani alle prese con un nuovo ferale parassita nelle loro piantagioni di bucatini, giù dalle parti di Melbourne. Mentre durante le riprese in Ticino il cameraman Charles de Jaeger usò spaghetti crudi, di quelli “a U” seccati sul filo, agli antipodi non andarono troppo per il sottile, sorpassando a sinistra l’ortodossia gastronomica del Bel Paese con un ampio e sfacciato dispiego di spaghetti colti su vigne ad uno stato di cottura che reclama lo sdegno e l’oltraggio di ogni onesto pastaiolo italico.

La rivincita sulla pasta scotta comunque è arrivata anche se solo da pochi anni, grazie alla pubblicità di una marca statunitense che racconta la vera storia di Alfonso Dente (Al Dente per i paisà) e delle sue prolifiche piantagioni di spaghetti. Alfonso ci sapeva fare anche con le ibridazioni, nella piena tradizione cerealicola italiana, al punto da sviluppare cultivar che andavano ben oltre la vigna dello spaghetto come testimonia questa gallery di piante fiorite a farfalle, conchiglie e rigatoni e relativo clado monofiletico. Perchè lo sanno tutti: la pasta cresce sugli alberi. Ma solo grazie alla pressione evolutiva operata dall’uomo sui cereali arborescenti.

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