L’oro nero (quell’altro)

Il 2009 forse è stato un anno importante per il cacao e non solo per il numero sempre crescente di studi sulla sua azione salutistica. Può essere passato inosservato ai più, nonostante la comparsa della notizia su alcuni quotidiani come Repubblica, ma nell’anno appena terminato è avvenuto qualcosa di difficilmente prevedibile conoscendo la storia commerciale del cacao. La Mars, uno dei brand storici e più influenti del settore, ha deciso di utilizzare per le sue produzioni quote sempre maggiori di cacao certificato fair trade sino a raggiungere la sostenibilità totale entro il 2020. Con lei anche Cargill ha iniziato a dedicarsi al tema e la rivale di sempre, Cadbury, non ha atteso per fare le sue mosse. Il tutto con il supporto delle autorità, che in questa maniera cercano di temperare alcuni punti molto critici della filiera del cacao. Già la storia e le inevitabili polemiche che hanno condito l’attività di chi in Mars ha lavorato a questo processo meriterebbero una valutazione. Che il modello fairtrade venga adottato in toto dalle multinazionali del cacao, pur con i suoi bravi e riconosciuti limiti strutturali e burocratici, nonchè la sua reale efficacia nel migliorare le cose su ampia scala sono ancora da vedere, ma senza dubbio un intervento consapevole dei pesci grossi è un modello da studiare ed osservare con molta attenzione nelle filiere alimentari e non solo. La speranza è che i due sistemi si complementino delle parti in cui ciascuno è carente: eticità ed equità da un lato, qualità e reale sostenibilità economica dall’altro. Certo, le oscillazioni estreme del prezzo e dei volumi di questa materia prima e le speculazioni annesse non aiutano.

La storia dei lati oscuri della filiera planetaria del cacao negli ultimi 400 anni è stata recentemente riassunta in un libro, Cioccolato amaro, scritto con un taglio “da Report” dalla giornalista dell’emittente nazionale canadese Carol Off. Il libro racconta gli esperimenti – ignoti ai più – di commercio equo portati avanti dai primi cioccolatieri come i Rowntree ed i Cadbury nell’800 e del fallimento delle loro iniziative di “capitalismo paternalista”. Descrive soprattutto, con dovizia di particolari, la difficile ed alla luce odierna probabilmente ancora incompiuta transizione da un sistema di produzione schiavista a quello retribuito e gestito legalmente in base a corrette leggi di mercato e sui diritti dei lavoratori. Parla di piantagioni spostate nel ‘900 da una nazione all’altra per sfuggire a leggi e controlli sullo schiavismo non dichiarato, di lotte sul prezzo condotte sulla pelle della base della produzione, di geopolitica della barretta di cioccolato. E si concentra sugli eventi degli ultimi 10-15 anni nell’epicentro della produzione mondiale in Costa d’Avorio, in cui il legame tra semischiavitù dei raccoglitori, iniqua distribuzione dei proventi e voracità politico-commerciale hanno creato un impasto ambiguo tra il peggio dell’occidente ed il peggio dell’Africa. Pur documentato e sostenuto da un mix di indicazioni bibliografiche ed inchieste in presa diretta, il libro ogni tanto si perde ma resta senza dubbio la miglior referenza attualmente disponibile per capire come dietro alla commodity più autogratificante che conosciamo si nascondano una miriade di potenziali Rosarno, con il loro sottobosco di vessazioni, migrazioni forzate, enti parassitici, oppressioni. Il cacao fa bene alla salute, leggendo il libro viene da chiedersi alla salute di chi ed a quale prezzo.

Maggiori produttori di cacao (dati UNCTAD)

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