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A giudicare dai numeri riassunti nella recente analisi di Business Management, pare che finalmente si sia capito che per mettere in difficoltà i talebani in Afghanistan occorre chiudere i rubinetti della produzione e del commercio dell’oppio. L’intera economia bellica della zona si regge da decenni sulla droga ricavata da Papaver somniferum ed i numeri di questo business sono descritti nel grafico a lato, trend e ricadute planetarie incluse. Uno dei dati più sbalorditivi è la percentuale dei sequestri, che risulta inferiore al 30%. Come in un paese così militarizzato sia possibile produrre e commerciare oppio in volumi di migliaia di tonnellate resta un mistero gaudioso. Reso ancora più forte (grafico in basso a sinistra) dalla correlazione inversa tra volumi sequestrati e tonnellate prodotte: negli anni 2006-2007 a fronte di un’impennata produttiva i sequestri sono scesi in picchiata.

La timeline della produzione annuale presenta poi un buco curioso: nel 2001 la produzione fu prossima allo zero. Il motivo non è da ricercarsi in cause belliche, quanto in uno specifico editto del famoso Mullah Omar (il motociclista) che dichiarò illegale la coltivazione del papavero da oppio. I motivi del calo attuale sembrano invece essere molteplici e non tutti legati direttamente ad azioni belliche. Gli effetti delle leve economiche valgono anche sulle merci illegali e probabilmente più che la spada può la bilancia. Ad esempio, l’eccesso di produzione registrato negli scorsi anni ha fatto calare i prezzi e reso più competitivi altri prodotti agricoli, come il melograno e la frutta nelle regioni meridionali ed il grano che, complice l’instabilità nel vicino Pakistan, è diventato merce appetibile e battuta al rialzo nei mercati locali.

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