La gramigna, si sa, è dura a morire

Lo sviluppo di ceppi resistenti agli antibiotici in microbiologia è cosa più che nota, ormai anche al di fuori del campo medico. MRSA, mai interrompere a metà un trattamento antibiotico, sviluppo di nuovi antibiotici ed eccesso di prescrizione sono alcune delle espressioni chiave a riguardo. Le piante hanno cicli vitali meno serrati e la distanza tra le generazioni è più ampia rispetto a quella dei microrganismi, eppure sembrano capaci di adattamenti evolutivi altrettanto tosti, soprattutto per l’uomo e per le sue esigenze. La Monsanto, variamente biasimata per la sua politica aziendale pro-OGM, ha scoperto che un’infestante comune dei campi (ma a seme commestibile) come Amaranthus palmeri, è in grado di sviluppare naturalmente resistenza al glifosato se esposta con costanza a questo erbicida. Il glifosato, per i pochi che non lo sanno, è la penicillina dei diserbanti, un erbicida non selettivo abbinato tra le altre cose alla tecnologia OGM Roundup-ready: alcune piante coltivate sono state geneticamente modificate al fine di resistere al diserbante, mentre tutte le altre vengono eliminate dal trattamento.

La notizia non è nuova, già altre specie infestanti le colture hanno manifestato la capacità di resistere in qualche modo al glifosato ed un rapido elenco include Ambrosia artemisifolia, Ambrosia trifida, Amaranthus palmeri, A. rudis, A. tuberculatus, Conyza e Lolium spp., Sorghum halepense , Euphorbia heterophylla, che hanno sviluppato resistenza in campi coltivati con OGM a prova di glifosato e Plantago lanceolata, Parthenium hysterophorus, Eleusine indica, Echinochloa colona che hanno evidenziato questa capacità anche in campi coltivati con sementi non-OGM. E la cosa non è teoricamente stupefacente, dato che le infestanti riescono a colonizzare aggressivamente il territorio proprio grazie alla loro altissima capacità di adattarsi meglio di altre piante alle pressioni esterne (siccità, carenza di nutrienti… esposizione ad erbicidi). Son macchine da guerra, insomma. Tuttavia questo mese su PNAS viene fatto un rapido punto della situazione sul problema e viene descritto un meccanismo di resistenza (articolo integrale in open access) che non è basato sulla comune detossificazione, ovvero sull’eliminazione fisica della tossina per catabolismo o compartimentazione, ma sulla produzione smodata dell’enzima inattivato dal glifosato e sull’ereditabilità di questo tratto. La pianta in sostanza si mette a correre più forte, accelerando l’efficienza del sistema colpito dal glifosato.

E’ prevedibile che questo dato, apparso peraltro su una rivista prestigiosa, a breve rimbalzerà su bocche e tastiere un po’ ovunque, ognuno cavalcando il proprio pensiero guida qualunque esso sia. Ad alcuni la scoperta può apparire una rivincita della natura sulla tecnologia del diserbo, anche se in realtà il tipo di meccanismo potrebbe indurre al contrario un aumento dei dosaggi di glifosato per reprimere in partenza lo sviluppo di resistenze. In realtà credo sia un evento atteso da biotecnologi e fisiologi vegetali. E per tornare all’attacco del post, la comparsa di ceppi batterici resistenti agli antibiotici non ha bloccato la ricerca e lo studio degli antibiotici stessi, anzi si è tradotta in uno stimolo per trovare soluzioni migliori e più efficaci. A me sembra intanto una bella conferma, come peraltro già suggerito in questa review del 2008 sulla resistenza delle infestanti al glifosato, al fatto che in natura (categoria che include l’uomo coltivatore) le strategie diversificate e complesse offrono più garanzie di quelle monodimensionali. Anche nel diserbo e non necessariamente solo nelle coltivazioni OGM.

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Evolved glyphosate-resistant weeds around the world: lessons to be learnt
S. B. Powles
Pest Management Science Pest Manag Sci 64:360–365 (2008)

Glyphosate is the world’s most important herbicide, with many uses that deliver effective and sustained control of a wide spectrum of unwanted (weedy) plant species. Until recently there were relatively few reports of weedy plant species evolving resistance to glyphosate. Since 1996, the advent and subsequent high adoption of transgenic glyphosate-resistant crops in the Americas has meant unprecedented and often exclusive use of
glyphosate forweed control over very large areas. Consequently, in regions of theUSA where transgenic glyphosate resistant crops dominate, there are now evolved glyphosate-resistant populations of the economically damaging weed species Ambrosia artemissifolia L., Ambrosia trifida L., Amaranthus palmeri S Watson, Amaranthus rudis JD Sauer, Amaranthus tuberculatus (Moq) JD Sauer and various Conyza and Lolium spp. Likewise, in areas of transgenic glyphosate-resistant crops in Argentina and Brazil, there are now evolved glyphosate-resistant populations of Sorghum halepense (L.) Pers and Euphorbia heterophylla L. respectively. As transgenic glyphosate resistant crops will remain very popular with producers, it is anticipated that glyphosate-resistant biotypes of other prominent weed species will evolve over the next few years. Therefore, evolved glyphosate-resistant weeds are a major risk for the continued success of glyphosate and transgenic glyphosate- resistant crops. However, glyphosate-resistant weeds are not yet a problem in many parts of the world, and lessons can be learnt and actions taken to achieve glyphosate sustainability. A major lesson is that maintenance of diversity in weed management systems is crucial for glyphosate to be sustainable. Glyphosate is essential for present and future world food production, and action to secure its sustainability for future generations is a global imperative.

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