E quelli di m’ama non m’ama non sono petali

Gli amici di OggiScienza ospitano sul loro blog un simpatico siparietto chiamato Parco delle Bufale, un ricettacolo catartico di svarioni scientifici che avrebbero meritato una rubrica su Cuore. Mi permetto di contribuire con questa bufala botanica, magari pignola nei termini ma grossa nei volumi edificati e conseguentemente nella visibilità. A Reggio Emilia, durante la frenesia edilizia pallonara degli anni ’90 si erige uno stadio nuovo che, per gentile concessione di un’azienda locale, prende il nome di Stadio Giglio. Il progetto prevede la costruzione di un impianto in stile inglese, di quelli con annesso centro commerciale da realizzare contestualmente all’impianto sportivo (la cosa non è stata granchè fluida, ma questo poco conta). Conta invece che il copywriter, il creativo di turno, al momento di battezzare la creatura cementizia non ha resistito alla combinazione sponsor-fiore/fiore-botanica e così il centro commerciale ha preso lo sventurato nome di “i Petali del Giglio“. Con buona pace della definizione di tepalo e del perigonio delle monocotiledoni. Il genere Lilium, infatti, non presenta chiara distinzione tra calice e corolla ma -come i tulipani- produce fiori in cui un’unica struttura chiamata tepalo si occupa in una prima fase di proteggere gli apparati riproduttori per poi acquisire una colorazione e fungere da vessillo.

Poi il tempo passa, la sponsorizzazione decennale si chiude o magari qualcuno -sono un ottimista- nota lo svarione. Fatto stà che il centro commerciale è ora diventato un più semplice “I Petali” e l’ordine botanico ha ripreso a fluire anche nella periferia reggiana.

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