L’assassino? Quella in verde.

(continua da)

Nel blockbuster più visto di questi mesi Sigourney Weaver interpreta il ruolo di un’esobiologa, ovvero di un’esperta in forme di vita extraterrestre. Per definire al meglio il suo ruolo di biologa delle stelle (pur pagando dazio ad Hollywood, mi dicono), per trarre ispirazione e dare credibilità alla realizzazione delle specie viventi di Pandora, -il pianeta immaginario in cui si svolgono le vicende narrate in Avatar– è stata richiesta anche la consulenza di un botanico. La scelta delle papabili non deve essere stata facile. La vernazione circinnata delle felci giganti nell’immagine qui a lato è sicuramente una sua dritta, così come la pianta che scompare se toccata è chiaramente ispirata ai coralli dell’ordine Pennatulacea, che vegetali non sono ma il cui comportamento difensivo è ben chiaro in questo video. Tuttavia, le specie suggeribili come “roba dell’altro mondo” sono davvero un’infinità e l’imbarazzo della scelta non manca (per chi volesse stupire amici e parenti con un vero “giardino di Pandora” casalingo, consiglierei di recuperare “Fun with growing odd and curious houseplants“, su Ebay si trova).

Tra le piante degne di un provino troveremmo senza dubbio una qualunque delle piante citate in questo dittico sulla propensione “omicida” dei vegetali. Il loro resumè fantascientifico e la creatività delle soluzioni giustifica l’inserimento nel cast e spesso ha il potenziale per una nomination cimematografica ad hoc. Ma prima, la spiega.

La carnivoria diretta delle specie citate nel post precedente non è l’unico mezzo con cui i vegetali integrano la loro dieta nè l’unico caso di assassinio vegetale, perchè in questa sporca faccenda va inclusa anche l’eliminazione degli ospiti sgraditi. La carnivoria indiretta è una categoria più lasca e meno definita e pertanto meno appariscente ma più subdola, raffinata e manipolatrice e serve a raggiungere gli stessi obiettivi. Per definire “carnivora” una pianta devono essere soddisfatte tre condizioni: l’esistenza di un apparato di cattura, la capacità di esprimere autonomamente enzimi digestivi verso l’esterno e la possibilità di riassorbire il digerito. Nella realtà questa definizione esclude molte condizioni intermedie: piante che uccidono per scopi non alimentari, piante che lasciano ad altri il lavoro digestivo, eccetera. Come illustrato nella review “Murderous plants: Victorian Gothic, Darwin and modern insights into vegetable carnivory” da cui ho tratto parte delle informazioni, esistono piante in grado di uccidere insetti grazie a diversi tipi di colle moschicide (peli ghiandolari che secernono sostanze vischiose), ma non riescono a digerirli. Tanto poi le carcasse cadono al suolo ed è la microflora terricola a fare il resto del lavoro. Esistono anche piante “carnivore” che operano in modo più sottile, come alcune Bromeliacee (Brocchinia reducta è un esempio) che grazie alla cera che ricopre le loro foglie causano la caduta di insetti in bacini d’acqua formatisi nella rosetta basale. Uno sgambetto e via. In questi contenitori artificiali sono presenti enzimi digestivi ed è possibile il riassorbimento di parte del soluto, anche grazie al lavoro di microrganismi che prosperano nell’acqua e lavorano a mò di flora batterica intestinale. Il premio Darwin per il mutuo soccorso va però al genere Roridula: ospita un emittero che come il pesce pagliaccio dell’anemone di mare vive protetto dal sistema vischioso, nutrendosi degli insetti catturati. Le sue feci, assimilabili per la pianta al contrario delle carcassa, garantiscono azoto “digeribile” per la pianta, che non produce enzimi proteolitici.

Per l’eventuale premio “Attrazione fatale”: i semi della comunissima Capsella bursa-pastoris. Arriva la prima umidità e si innesca la germinazione. Le mucillagini del tegumento seminale si imbibiscono d’acqua ed avviano l’esiziale sequenza: sviluppo sostanze attrattive per nematodi e protozoi, accumulo tossine letali, uccisione dei malcapitati, secrezione proteinasi, assimilazione di aminoacidi ed azoto da parte dei semi, e reinvestimento del pasto negli stadi iniziali di crescita della plantula. Quando, sdraiati sul prato, guarderete le capsule immature a forma di cuore il moto romantico vi resterà strozzato…

Portamento elegante, grandi fiori colorati, E poi? Pelle come carta moschicida. A ex aequo il premio Devil in disguise va alle insospettabili Potentilla arguta, Erica tetralix, Geranium viscosissimum, Lychnis viscaria, Passiflora foetida e con loro chissà quante altre. Si mormora che anche la bella Petunia, buon Pomodoro ed altre Solanaceae non siano poi cosi’ angelicate nelle loro relazioni con gli insetti: hanno peli, catturano insetti ma non si sa se li digeriscano direttamente o semplicemente traggano vantaggio dalla loro decomposizione da parte della microflora terricola, che fissa l’azoto aumentando la possibilità di captazione tramite le radici. Si tratterebbe quindi di potenziali carnivore indirette.

Il Premio David Cronenberg, infine, va a mani basse a Triphyophyllum peltatum. Dopo un’esistenza apparentemente normale condotta nel sottobosco delle foreste tropicali dell’Africa occidentale questa pianta produce, poco prima della stagione delle piogge, un elegante stelo rossastro ricco di ghiandole vischiose secernenti la solita colla acchiappa-insetti. Per non sprecare energie inutili, le ghiandole che producono gli enzimi digestivi non vengono prodotte in contemporanea, ma solo a seguito di un’elicitazione causata dalla cattura di una preda (in genere un coleottero). Dopo alcune settimane di cattura e di integrazione della dieta, la pianta abbandona l’habitus carnivoro e torna “normale”. Spicca il salto ed investe le risorse accumulate accrescendo uno stelo allungato con cui si appoggia alle piante più alte nei dintorni. Anche quando si trova nella sua forma lianosa finale il Triphyophyllum alterna periodi di produzione di foglie fotosintetiche a periodi in cui genera fronde insettivore. A lei, un ruolo da dark lady esotica e letale in un bel noir non si potrebbe negare.

(I video inclusi nel post sono a cura di Siegfried Hartmeyer e partecipano al concorso di Chlorofilms di cui avevo già parlato in passato)

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